Lapis niger

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Pianta del sito archeologico: A è l'altare, B il cippo, C è la base circolare (forse una colonna sulla quale era posta una statua), D è la pietra con iscrizione, E è la piattaforma davanti all'altare
Il cippo con l'iscrizione bustrofedica (sono quattro lati riportati su un piano unico).
Schema dell'iscrizione.

Il Lapis niger ("pietra nera" in lingua latina) è un sito archeologico collocato nell'area del Foro romano a Roma, sul luogo dei comizi a poca distanza dalla Curia Iulia. Il suo nome deriva dal fatto che anticamente era stato coperto da lastre di marmo "nero", con risvolti sinistri legati a leggende circa la tomba profanata di Romolo o di qualche altro oscuro personaggio della più antica storia romana. Durante degli scavi condotti alla fine del XIX secolo vi venne rinvenuto un altare con un cippo che presentava un'iscrizione con una delle più antiche testimonianze scritte della lingua latina, la prima ad uso pubblico, e databile intorno al 575-550 a.C.

Fu scoperto il 10 gennaio 1899 da Giacomo Boni: il ritrovamento venne presto associato con un passo mutilo dello scrittore Sesto Pompeo Festo relativo ad una pietra nera nel comizio (lapis niger in Comitio), considerata la tomba di Romolo o forse il luogo di sepoltura del medesimo, e per questo da considerarsi luogo funesto.

La zona archeologica[modifica | modifica wikitesto]

L'angolo nord-ovest del Foro Romano è una zona di antichissima edificazione, dove gli strati si susseguono in uno degli insiemi più ricchi di storia e quindi complessi della città. La piazza antistante la Curia, limitata a ovest dalle pendici del Campidoglio, era il luogo del Comizio, dove si riuniva l'originaria assemblea popolare, e vi si trovavano la Curia Hostilia e altri numerosi monumenti grandi e piccoli. Le esplorazioni archeologiche, condotte in profondità a più riprese, hanno trovato strati che vanno dall'epoca regia a quella imperiale, con numerose ripavimentazioni.

Risalgono all'epoca arcaica gli strati inferiori, al di sotto della pavimentazione in marmo nero transennata di marmo bianco, approssimativamente quadrata. Il complesso arcaico era composto da una piattaforma sulla quale era posto un altare a forma di U (a tre ante), dotato di basamento e di un piccolo cippo fra le ante, e due basamenti minori i quali reggono, rispettivamente, un cippo a tronco di cono (forse il basamento per una statua) e un cippo piramidale, quest'ultimo con la famosa iscrizione bustrofedica (forse la lex sacra del piccolo luogo di culto). Tutti i reperti sono mutili nella parte superiore, compreso il cippo iscritto.

L'altare ha una tipologia canonica, con la sagoma del basamento a doppio cuscino sovrapposto (della quale si conserva però solo lo scalino inferiore). Il tutto era situato all'aperto, come dimostrano le ossa dei sacrifici e gli ex voto ceramici o bronzei rinvenuti sotto e attorno ai basamenti.

L'attribuzione esatta dell'altare e dei basamenti adiacenti è discussa, e oscilla tra la fine dell'età regia e l'inizio di quella repubblicana (VI secolo a.C.).

Dionigi d'Alicarnasso, in visita alla città all'epoca di Augusto, ricordò la presenza di una statua di Romolo nel Volcanale accanto ad un'iscrizione in caratteri "greci": in effetti l'iscrizione del Lapis niger è in caratteri simili a quelli greci, ma non in greco: la vicinanza di questo luogo descritto al sito del Lapis niger ha fatto pensare a una ricostruzione più tarda dell'iscrizione e della statua dell'antico santuario. Santuari dedicati ai fondatori delle città esistevano anche in altre zone: a Lavinio esisteva un sacello dedicato a Enea divinizzato, ed anche le città greche avevano spesso un heroon nell'agorà, dedicati ai fondatori veri o presunti.

L'iscrizione[modifica | modifica wikitesto]

L'iscrizione del cippo mutilo a forma piramidale in un alfabeto latino arcaico, cioè coi caratteri alfabetici di derivazione greco-etrusca, con andamento bustrofedico (alternativamente, da sinistra a destra e da destra a sinistra, come si muovono i buoi quando arano il campo):

« QUOI HON [...] / [...] SAKROS ES / ED SORD [...]

[...] OKA FHAS / RECEI IO [...] / [...] EVAM / QUOS RE[...]
[...]KALATO / REM HAB[...] / [...]TOD IOUXMEN / TA KAPIAD OTAV[...]
[...]M ITER PE[...] / [...]M QUOI HA / VELOD NEQV[...] /[...]IOD IOUESTOD
LOVQVIOD QO[...]
 »

(Una delle possibili trascrizioni)

Si tratta di una prescrizione di carattere religioso, forse un divieto di passaggio sul luogo, pena altrimenti la consacrazione agli dèi inferi (SAKROS ESED, vi si legge, cioè SACER SIT); probabilmente esisteva nel sito un antico sepolcro incluso ormai nell'abitato, che non doveva essere profanato per nessun motivo.

Fino alla dimostrazione dell'autenticità della Fibula prenestina, questa è sembrata essere la più antica iscrizione latina mai rinvenuta, risultando di ardua comprensione. È utile riportare la sua versione in latino classico, da cui risaltano le notevoli differenze in particolare per la morfologia e la fonetica:

« QUI HUNC[...] SACER SIT[...] REGI
CALATOREM[...] IUMENTA
CAPIAT[...] IUSTO
 »

che si ritiene possa essere (parzialmente) completata nel seguente modo:

(LA)

« QUI HUNC (LOCUM VIOLAVERIT) SACER SIT [...] REGI
CALATOREM [...] IUMENTA CAPIAT[...] IUSTO
 »

(IT)

« Chi violerà questo luogo sia maledetto [...] al re
l'araldo [...] prenda il bestiame [...] giusto »

In definitiva l'iscrizione malediceva, consacrandolo alle divinità infernali, chi violasse quel luogo. La dedica al re (RECEI, un dativo) sembra riferirsi a un vero e proprio monarca, e non al rex sacrorum che dopo il 509 ne prese in consegna le funzioni religiose.

L'iscrizione è di fondamentale importanza per lo studio dell'evoluzione della lingua latina: gli studiosi (tra di loro il più importante commentatore del Lapis niger fu Luigi Ceci) catalogano il Lapis Niger come CIL I, 1, dove la sigla è l'abbreviazione di Corpus Inscriptionum Latinarum, la monumentale raccolta di tutte le iscrizioni romane, ordinate cronologicamente per luogo di ritrovamento. Il tutto viene datato al VI secolo a.C.

La leggenda[modifica | modifica wikitesto]

Nell'antichità si era formata la leggenda secondo la quale in questo luogo era sepolto Romolo (o secondo altre versioni Faustolo o il nonno di Tullo Ostilio, Osto). All'epoca di Varrone esistevano ancora due leoni accovacciati, figure tipiche, in Italia come in Grecia, di guardiani dei sepolcri.

L'area venne sepolta e recinta nella tarda età repubblicana, coperta da un pavimento di marmo nero (da cui il nome Lapis Niger) e considerata un "luogo funesto", a causa della profanazione della sepoltura che avevano causato i Galli durante il saccheggio del 390 a.C.

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