Lacus Curtius

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Coordinate: 41°53′32.47″N 12°29′06.37″E / 41.892353°N 12.485103°E41.892353; 12.485103

Lacus Curtius
Maiolica del 1525-'30 raffigurante il salto nella voragine di Marco Curzio
Maiolica del 1525-'30 raffigurante il salto nella voragine di Marco Curzio
Civiltà romana
Utilizzo monumento
Epoca incerta
Localizzazione
Stato Italia Italia
Comune Roma
Scavi
Data scoperta 17 aprile 1903
Archeologo Giacomo Boni
Amministrazione
Ente Soprintendenza speciale per i beni archeologici di Roma
Responsabile Mariarosaria Barbera
Visitabile si
sito web

Il Lacus Curtius è un antichissimo sito del Foro Romano che si trova nei pressi della Curia, sede del Senato di Roma. Il luogo deve il suo nome alla gens Curtia, secondo quanto riportato in tre diverse versioni dagli storici romani Tito Livio e Marco Terenzio Varrone.

Storia[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Battaglia del lago Curzio.
Bassorilievo marmoreo rinvenuto nel 1553 nei pressi della Colonna di Foca (oggi presso il Tabularium nei Musei Capitolini), rappresentante il cavaliere Marco Curzio mentre si getta nella voragine

Secondo una prima versione di Tito Livio, il sabino Mevio Curzio (Mettius Curtius), dopo aver ucciso in duello il romano Osto Ostilio, essendo inseguito da Romolo desideroso di vendetta, trovò scampo nella palude (lacus Curtius) ove in seguito sarebbe sorto il Foro Romano.[1] Plutarco aggiunge che pochi giorni prima era straripato il fiume che scorreva nel foro, lasciando depositare una melma densa nei punti pianeggianti, fango difficilmente evitabile e visibile, altresì pericolosa e insidiosa. Curzio infatti non se ne accorse e perse il proprio cavallo inghiottito dalla melma, e per poco la vita.[2]

Per una seconda versione, di Terenzio Varrone, invece si tratterebbe di un luogo dichiarato sacro, secondo l'usanza romana, perché colpito da un fulmine, e la cui consacrazione avvenne nel 445 a.C. sotto il consolato di Gaio Curzio Filone.

Marco Curzio si getta nella palude, dipinto di Benjamin Haydon (1786 - 1846)

Secondo una terza versione di Tito Livio, il luogo ricorderebbe una profonda voragine apertasi al centro del Foro. Vennero fatti diversi tentativi con sporte di terra, ma invano. Secondo gli auguri, la voragine si sarebbe colmata soltanto gettandovi la cosa più preziosa del popolo romano. Allora il giovane cavaliere Marco Curzio, ritenendo che la cosa più preziosa del popolo romano fosse il coraggio dei suoi soldati, armatosi di tutto punto montò a cavallo e si consacrò agli dei Mani gettandosi nella spaventosa voragine, "e una folla di uomini e donne gli lanciò dietro frutti e offerte votive"[3].

Il Lacus Curtius come appare oggi.

A memoria del fatto resta un bassorilievo marmoreo rinvenuto nel 1553 nei pressi della Colonna di Foca, rappresentante il cavaliere Marco Curzio mentre si getta nella voragine.

Il sito esatto fu scoperto da Giacomo Boni il 17 aprile 1903, il quale poco dopo onorò il luogo con una libagione fatta con rito romano, insieme all'amico Horatio Brown[4]. Attualmente il sito si presenta come un avvallamento del terreno di forma trapezoidale, circondato dalla pavimentazione del Foro in lastroni di travertino risalente all'età di Cesare; al livello più basso si scorge parte della pavimentazione più antica in blocchi di tufo, con al centro un pozzo, in cui al tempo di Augusto la gente di passaggio era solita gettare monete.[5] A fianco del Lacus Curtius è innalzato un calco del suddetto bassorilievo raffigurante Marco Curzio, mentre l'originale, di epoca repubblicana, è attualmente conservato nei Musei Capitolini. Il rilievo venne riciclato per la pavimentazione del 12 a.C., infatti sul suo retro venne incisa una parte dell'iscrizione che ricordava il finanziatore dell'opera, il pretore Lucio Nevio Surdino.

Nei pressi del Lacus Curtius fu ucciso l'imperatore Galba, nel 69.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Tito Livio, Ab Urbe condita libri, I, 13.
  2. ^ Plutarco, Vita Romuli, 18, 4-6.
  3. ^ Ab Urbe condita libri, VII, 6.
  4. ^ Sandro Consolato, Giacomo Boni, l'archeologo-vate della Terza Roma, in Gianfranco De Turris (a cura di), Esoterismo e Fascismo. Roma, Edizioni Mediterranee, 2006, p. 186. ISBN 88-272-1831-9 (I ed. Giacomo Boni, il veggente del Palatino, in Politica Romana, 2004, 6, 49.)
  5. ^ SvetonioAugustus, 57.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

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