Mani (religione romana)

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Stele a Licinia Amiate (III secolo) con dedica "Dis Manibus" (Ai Mani)

Nella religione romana i Mani (in latino: Manes) erano le anime dei defunti. Il loro nome deriva dal latino e significa Benevolenti. Esse talvolta venivano identificate con le divinità dell'oltretomba.

Agostino di Ippona nella sua opera La città di Dio, in cui cita Apuleio, riporta che sono le anime dei defunti di incerta collocazione:

(LA)
« Dicit quidem et animas hominum daemones esse et ex hominibus fieri lares, si boni meriti sunt; lemures, si mali, seu larvas; manes autem deos dici, si incertum est bonorum eos seu malorum esse meritorum. »
(IT)
« [Apuleio] afferma inoltre che anche l'anima umana è un demone e che gli uomini divengono Lari se hanno fatto del bene, fantasmi o spettri se hanno fatto del male e che sono considerati dèi Mani se è incerta la loro qualificazione. »
(Agostino di Ippona, La città di Dio IX,11[1])

Erano oggetto di devozione sia in ambito familiare che cittadino e le offerte che si indirizzavano loro erano prevalentemente di origine alimentare (vino, latte, miele, pane ecc.) segno evidente di una loro matrice prevalentemente agricola.

Due erano le feste principali nelle quali il loro culto era particolarmente sentito: i rosaria, durante i quali le tombe dei defunti venivano ornate con rose e viole e i parentalia che si celebravano ogni anno dal 18 al 21 di febbraio quando si sospendevano gli affari, i matrimoni e venivano chiusi i templi.[2]


Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Augustinus, "De Civitate Dei contra paganos" IX,11 [1].
  2. ^ Macrobius, Saturnalia, I, 3.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

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