Campidoglio

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Coordinate: 41°53′33.35″N 12°28′56.53″E / 41.892597°N 12.482369°E41.892597; 12.482369

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Il Campidoglio, detto anche Monte Capitolino (Mons Capitolinus), è uno dei sette colli su cui venne fondata Roma.

Storia[modifica | modifica sorgente]

Età protostorica e età regia[modifica | modifica sorgente]

Una sella (Asylum) divideva la sommità settentrionale (Arx) da quella meridionale (Capitolium propriamente detto), una cui propaggine, la Rupe Tarpea, era il luogo da dove venivano fatti precipitare i traditori. Per la sua collocazione tra la pianura del Foro Romano e il fiume Tevere, in prossimità del guado dell'isola Tiberina, fu l'acropoli cittadina.

Secondo la leggenda il primo insediamento sul colle fu fondato dal dio Saturno, nel quale furono accolti i Greci guidati da Ercole. Il Campidoglio dovette essere abitato fin dall'età del Bronzo, come provano alcune ceramiche scoperte ai piedi di esso, nell'area sacra di Sant'Omobono e nello scavo presso il cosiddetto Giardino Romano.

Secondo lo storico Tacito il Campidoglio, come pure il sottostante Foro Romano, furono aggiunti alla Roma quadrata di Romolo da Tito Tazio.[1] Altri lavori sul monte furono posti in essere dal quinto re di Roma, Tarquinio Prisco, il quale vi costruì l'ingresso trionfale.[2]

Al Campidoglio è legato il racconto della presa della rocca ad opera dei Sabini che, guidati da Tito Tazio, attaccarono i Romani, per vendicarsi del Ratto delle Sabine. Presa la rocca, grazie al tradimento di Tarpeia, i Sabini impegnarono i Romani in una guerra, che terminò solo grazie all'intervento delle donne sabine rapite, ormai spose e madri dei romani[3].

Età repubblicana[modifica | modifica sorgente]

I sette colli di Roma : Aventino, Campidoglio, Celio, Esquilino, Palatino, Quirinale, Viminale

Nel 460 a.C. il Campidoglio fu occupato dai quattromila armati del sabino Appio Erdonio[4] che, con questo colpo di mano, tentò di farsi padrone della città. Erdonio vi resistette per quattro giorni, fu infine vinto, catturato e ucciso dai Romani guidati dal console Valerio Publicola, anch'esso morto in seguito ai combattimenti[5]. Dopo la guerra contro i Sabini Campidoglio e Quirinale furono inseriti nella città[senza fonte].

L'antica via di accesso carrozzabile del Campidoglio era il Clivus Capitolinus, continuazione della Via Sacra, che iniziava nei pressi del tempio di Saturno: ne è visibile ancora un tratto notevole dopo il portico degli Dei Consenti; più avanti la strada è franata con gran parte delle pendici meridionali della collina; probabilmente proseguiva in linea retta, girando poi per sboccare davanti al tempio di Giove. Antichissimo era l'auguraculum o recinto augurale, spazio consacrato orientato secondo i punti cardinali, dal quale si prendevano gli auspici. Nel 216 a.C. vi venne edificato anche un tempio dedicato alla Concordia (diverso da quello del Foro Romano).

Il nome del colle deriva probabilmente dalla testa di guerriero a nome Tolo o Olo rinvenuta durante gli scavi per le fondazioni del tempio di Giove Capitolino (Capitolium), o tempio di Giove Ottimo Massimo, o Giove Capitolino, dedicato alla triade capitolina (Giove, Giunone e Minerva), che anticamente occupava la seconda sommità ed era solo un altare. Il tempio vero e proprio venne iniziato, secondo la tradizione, da Tarquinio Prisco, continuato da Tarquinio il Superbo e terminato solo all'inizio della Repubblica[6]. Vi si svolgeva il sacrificio finale delle cerimonie trionfali, che precedentemente si concludevano al tempio di Giove Feretrio, risalente addirittura a Romolo, il cui nome si riferisce forse alla quercia, l'albero sacro che cresceva sul colle e al quale Romolo appese le armi prese in combattimento al re nemico (spolia opima). Inoltre il tempio di Giove inglobava i santuari di Terminus e Iuventas,[7][8] che, secondo il tradizionalismo religioso romano, si preferì incorporare piuttosto che distruggere. L'edificio subì numerosi restauri e ricostruzioni.

Fu proprio durante le opere di scavo delle sue fondazioni che fu ritrovato un teschio umano attribuito all'epoca ad Aulo Vipsania (o Vibenna), uno dei comites dell'eroe Mastarna (Servio Tullio - l'altro era suo fratello Celio Vipsania); da ciò si ipotizza che abbia preso nome l'intero colle: caput Auli da cui capitolium.

All'epoca dell'invasione gallica del 390 a.C. il Campidoglio fu sede di uno degli episodi più famosi, quello delle oche capitoline, tenute nel recinto sacro del tempio di Giunone, che con il loro starnazzare svelarono il tentativo di assalto notturno dei Galli. In ricordo dell'episodio venne eretto nel 345-344 a.C. il tempio di Giunone Moneta (moneta o "ammonitrice"): presso il tempio di Giunone aveva sede la prima zecca (officina moneta dal nome del tempio, da cui deriva il termine odierno di "moneta").

Il Campidoglio in età repubblicana

Subito dopo l'assedio gallico del 390 a.C. le difese furono rafforzate con un muro in corrispondenza della depressione centrale, che fungeva da opera di sostruzione (cioè di contenimento delle pendici) e da fortificazione. Esso però cadde presto in disuso dopo la costruzione delle mura serviane nel 378 a.C. In questo muro difensivo si aprivano una serie di porte: una sul lato verso il Foro Romano (porta Saturnia, presso il tempio di Saturno, o porta Capitolini (mons), o porta Tarpeia, o ancora porta Pandana, ovvero "sempre aperta" per i Sabini in seguito all'accordo tra Romolo e Tito Tazio), permetteva l'accesso dal clivus Capitolinus, la via seguita dai cortei dei trionfatori. Una seconda porta (porta Catularia) si apriva sul lato opposto per un asse viario in salita (clivus) proveniente dal Campo Marzio, mentre una terza porta (porta Carmentalis verso sud-ovest) permetteva l'ingresso della scalinata dei Centum gradus, il cui nome evoca i cento gradini che scendevano dal Fornix Calpurnius sul lato della Rupe Tarpea, verso il teatro di Marcello. Altri nomi di porte del Campidoglio ci sono tramandati dalle fonti (porta Flumentana, forse verso nord-ovest, e porta Fontinalis o forse Ratumenna a nord-est).

Un ulteriore accesso dal Foro Romano era costituito dalla scalinata delle Scalae Gemoniae, che salivano all'Arx in corrispondenza forse della scalinata attuale, passando tra il Carcer e il tempio della Concordia; sopra di esse venivano gettati i corpi dei giustiziati della vicina prigione per il delitto di lesa maestà sotto l'imperatore Tiberio. I gradus Monetae, la scalinata diretta al tempio di Giunone Moneta, erano probabilmente un prolungamento delle Scalae Gemoniae nel punto più alto della cittadella.

Nella sella tra le due cime (Asylum o inter duos lucos, l'attuale piazza del Campidoglio) si trovava il tempio di Veiove (terminato nel 192 a.C.), con cella più larga che lunga, i cui resti sono tuttora visibili nei sotterranei dei Musei Capitolini.

Nel 133 a.C. venne ucciso durante un comizio nei pressi del tempio capitolino Tiberio Gracco, nel corso di una sommossa provocata dall'aristocrazia. Egli cadde probabilmente alla sommità della scalinata che scendeva verso il Campo Marzio, dove più tardi venne eretta una sua statua molto venerata dal popolo. Nell'83 a.C. un gravissimo incendio distrusse il Campidoglio, compreso il venerando tempio di Giove. Fu incaricato della ricostruzione il partigiano di Silla, Quinto Lutazio Catulo, che nel 78 a.C. completò il Tabularium, o archivio dello Stato, che copriva il fianco del colle sul lato del sottostante Foro creando un'armoniosa scenografia di sfondo. I lavori al Campidoglio si protrassero fino al 69 a.C.

Età imperiale[modifica | modifica sorgente]

Copia della statua di Marco Aurelio

Sul Capitolium Augusto fece costruire un piccolo tempio dedicato a Marte Ultore, prima della dedica del tempio omonimo nel Foro di Augusto. Svetonio racconta che durante le calende di gennaio, il popolo portava doni sul Campidoglio, anche quando Augusto era assente da Roma. Con il denaro ricavato, Ottaviano fece costruire numerose statue di dèi, che consacrava nei vari quartieri, come quella di Apollo Sandaliario o quella di Giove Tragedo, e tante altre ancora.[9]

Durante il periodo anarchico che seguì la morte di Nerone e la successione sul trono di Galba e Otone (69 d.C.), sul colle si asserragliarono i partigiani di Vespasiano, incalzati dalle truppe di Vitellio. Il colle e i monumenti furono dati alle fiamme che devastarono di nuovo l'area. Vespasiano, una volta diventato imperatore, restaurò gli edifici: il tempio di Giove venne riaperto nel 75 d.C.

Poco dopo però, nell'80 d.C. all'epoca di Tito, il fuoco divampò di nuovo risalendo le pendici dal Campo Marzio. La ricostruzione avvenne sotto Domiziano, dall'81. Risalgono a questa fase i templi degli Dei Consenti e di Vespasiano e Tito, posti alle pendici del colle verso il Foro.

Adriano e Marco Aurelio portarono poi nuovi abbellimenti al colle, ormai divenuto solo luogo di culto e méta delle processioni e dei trionfi.

All'epoca di Traiano, in seguito all'asportazione della sella montuosa per la costruzione del Foro di Traiano, il taglio nelle pendici orientali del colle fu regolarizzato con una facciata in laterizio con nicchioni, in parte ancora visibile presso l'attuale ingresso del Museo del Risorgimento.

Sulle pendici del colle erano sorti edifici di abitazione, rimaneggiati a più riprese, in parte eliminate per la costruzione del Vittoriano e durante i lavori di "isolamento" del colle negli anni 1926-1930, che risparmiarono solo i resti di un'insula tuttora visibili presso la scalinata dell'Aracoeli.

Epoca medievale e moderna[modifica | modifica sorgente]

Tabularium, interno

I resti dell'antico Tabularium furono riutilizzati come propria residenza fortificata dalla famiglia dei Corsi. Con la nascita delle istituzioni comunali, nel 1144 il palazzo divenne sede del ricostituito Senato romano, come Palazzo Senatorio. Subì diverse modifiche e aggiunte fino al progetto di sistemazione della piazza del Campidoglio voluto da papa Paolo III e affidato a Michelangelo. Furono quindi costruiti il Palazzo dei Conservatori e il Palazzo Nuovo, attuali sedi dei Musei Capitolini. Nella piazza realizzata secondo il progetto di Michelangelo era già stata collocata la celebre statua equestre di Marco Aurelio e una nuova scala di accesso, la Cordonata, che permetteva la salita anche a cavallo, grazie ai gradini bassi e in pendio.

Sui resti del tempio di Giunone Moneta era sorta la basilica di Santa Maria in Aracoeli a cui si accedeva con una ripida scalinata, e il suo convento, poi distrutto per ottenere lo spazio necessario alla costruzione del Vittoriano.

In Campidoglio si sono tenute le tutte cerimonie di Incoronazione poetica.

Epoca contemporanea[modifica | modifica sorgente]

Il Campidoglio è anche la sede del Comune di Roma.

Il termine inglese capitol (palazzo che ospita l'amministrazione di un governo), così come il termine capitale (inteso come città capitale) derivano dal Colle Capitolino.

Edifici antichi[modifica | modifica sorgente]

Tra l'altura del Campidoglio e quella del Palatino si apriva la Porta Carmentale, così chiamata per la vicina presenza di un altare dedicato alla ninfa Carmenta, madre del semi-dio Evandro (Pallante).[10]

Trasporti[modifica | modifica sorgente]

Metropolitana di Roma B.svg
 È raggiungibile dalla stazione Colosseo.
Metropolitana di Roma C.svg
 È raggiungibile dalla stazione Venezia.

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ Strabone, Geografia, V, 3,7; Tacito, Annales, XII, 24.
  2. ^ Eutropio, Breviarium ab Urbe condita, I, 6.
  3. ^ Tito Livio, Ab Urbe condita, I, 11-13.
  4. ^ Dionigi di Alicarnasso, Antichità romane, Libro X, 14.
  5. ^ Dionigi di Alicarnasso, Antichità romane, Libro X, 15-16.
  6. ^ Livio, Periochae ab Urbe condita libri, 1.27.
  7. ^ Livio, Periochae ab Urbe condita libri, 1.28.
  8. ^ Floro, Epitoma de Tito Livio bellorum omnium annorum DCC, I, 7.8.
  9. ^ SvetonioAugustus, 57.
  10. ^ Lo storico greco Dionigi (60 a.C. - 7 a.C.) scrive di aver visto tale altare. Dionigi di Alicarnasso, Antichità romane, I 32.3

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

  • Filippo Coarelli, Guida archeologica di Roma, Verona, Arnoldo Mondadori Editore, 1975.
  • Giuseppina Pisani Sartorio, Le scoperte archeologiche avvenute nel corso dei lavori per l'isolamento del Campidoglio e il Foro Boario in Gli anni del Governatorato (1926-1944), pp. 53-60, Collana Quaderni dei monumenti, Roma, Edizioni Kappa, 1995. ISBN 88-7890-181-4.

Voci correlate[modifica | modifica sorgente]

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Collegamenti esterni[modifica | modifica sorgente]

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