Religione romana

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Con religione romana si intende in questa voce indicare l'insieme di credenze, culti e costumi religiosi, propri della Roma antica e della civiltà che ne è conseguita[1].

La "religione romana" è inoltre un fenomeno reso complesso sia per le variazioni che contraddistinsero la sua evoluzione nell'arco dei secoli, sia per il suo progressivo carattere composito dovuto alla confluenza di diversi sistemi religiosi (vedi sincretismo religioso) e alla varietà delle pratiche cultuali.

« ...sed pietate ac religione atque una sapientia,
quod deorum numine omnia regi gubernarique perspeximus,
omnes gentes nationesque superavimus. »
(Cicerone, De haruspicum responso, IX,19)

Non si è in grado di stabilire con certezza l'avvio di un tale sistema di credenze anche se la tradizione nazionale vuole la fondazione della città di Roma avvenuta nel 753.a.C.[2], la religione romana cessò comunque di essere nel IV secolo con gli editti promulgati dall'imperatore romano di fede cristiana Teodosio I che proibì tutti i culti non cristiani.

Caratteristiche[modifica | modifica wikitesto]

Una delle peculiarità della religione dei romani è che essa è inscindibilmente legata alla sfera civile, familiare e socio-politica. Il culto verso gli dei era un dovere morale e civico a un tempo, in quanto solamente la pietas, ovvero il rispetto per il sacro e l'adempimento dei riti, poteva assicurare la pax deorum per il bene della città, della famiglia e dell'individuo.

Altre due caratteristiche salienti della religione romana possono essere individuate nel politeismo e nell'estrema tolleranza verso altre realtà religiose.

La ricchezza del pantheon romano è dovuta non solo al grande numero di divinità, siano esse antropomorfe o concetti astratti, ma anche al fatto che alcune figure divine fossero moltiplicate in relazione alle funzioni loro attribuite, come nel caso di Giunone. Una costante della religione romana fu anche la capacità di assimilazione nei confronti di altre religioni. Contestualmente all'espansione dell'Impero il pantheon romano si andò arricchendo grazie all'importazione di divinità venerate dai popoli con i quali Roma entrava in contatto (vedi seductio).

Evoluzione[modifica | modifica wikitesto]

Lo sviluppo storico della religione romana passò per quattro fasi: una prima protostorica, una seconda fase dal VIII secolo a.C. al VI secolo a.C., contrassegnata dall'influenza delle religioni autoctone; una terza contraddistinta dall'assimilazione di idee e pratiche religiose etrusche e greche; una quarta, durante la quale si affermò il culto dell'imperatore e si diffusero le religioni misteriche di provenienza orientale.

Età protostorica[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Fondazione di Roma.

Nell'età protostorica ancora prima della fondazione di Roma, quando nel territorio laziale c'erano solo tribù, nel territorio dei colli si credeva nell'intervenire nella vita di tutti i giorni di forze soprannaturali tipicamente magico-pagane. Queste forze non erano, tuttavia, personificate in divinità ma ancora indistinte e solo col rafforzarsi dei contatti con altre popolazioni, tra cui i Greci (nell'VIII secolo a.C. poi nel IV-III secolo a.C.), i Sabini e gli Etruschi, tali forze cominceranno a essere personificate in oggetti e, solo a Repubblica inoltrata, in soggetti antropomorfi. Sino ad allora erano viste come forze chiamate numen o al plurale numina, grandi in numero e ciascuna avente il suo compito nella vita di tutti i giorni.

Età arcaica[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Età regia di Roma.

La fase arcaica fu caratterizzata da una tradizione religiosa legata soprattutto all'ambito agreste, tipica dei culti indigeni mediterranei, sulla quale si inserì il nucleo di origine indoeuropea.

Busto di Giano bifronte, culto istituito da Numa Pompilio.[3]

Gli dei principali e più antichi venerati nel periodo arcaico erano Giove (Iupiter), Marte (Mars) e Quirino (Quirinus), che Georges Dumézil definisce “triade indoeuropea”[4]. Proprio a Iupiter Feretrius (garante dei giuramenti) è dedicato il santuario cittadino di più antica consacrazione: stando a Tito Livio era stato proprio Romolo a fondarlo sul colle Palatino[5], così come fu responsabile della creazione del culto di Iupiter Stator (che arresta la fuga dai combattimenti)[6].

Tra le divinità maschili troviamo Liber Pater, Fauno, Giano (Ianus),[3] Saturno, Silvano, Robigus, Consus (il dio del silo in cui si racchiude il frumento), Nettuno (in origine dio delle acque dolci, solo dopo l'apporto ellenizzante dio del mare[7]), Fons (dio delle sorgenti e dei pozzi,[8]), Vulcano (Volcanus, dio del fuoco devastatore[9]).

In questa fase primitiva della religione romana è riscontrabile la venerazione di numerose divinità femminili: Giunone (Iuno) in diversi e specifici aspetti (Iuno Pronuba, Iuno Lucina, Iuno Caprotina, Iuno Moneta)[10], Bellona, Tellus e Cerere (Ceres), Flora, Opi (l'abbondanza personificata), Pales (dea delle greggi), Vesta,[3] Anna Perenna, Diana Nemorensis (Diana dei boschi, dea italica e quindi straniera, introdotta secondo la tradizione da Servio Tullio come dea lunare[11]), Fortuna (portata in città da Servio Tullio, con vari culti entro il pomoerium), la Dea Dia (la dea “luminosa” del cielo chiaro[12]).

Frequenti sono le coppie di divinità legate alla fertilità poiché essa era ritenuta per natura duplice: se in natura esistono maschio e femmina dovevano esserci anche maschio e femmina per ogni aspetto della fertilità divina. Ecco così Tellus e Tellumo, Caeres e Cerus, Pomona e Pomo, Liber Pater e Libera. In queste coppie il secondo termine rimane sempre una figura secondaria, minore, una creazione artificiale dovuta ai sacerdoti teologi più che alla reale devozione[13].

Il periodo delle origini è caratterizzato anche dalla presenza di numina, divinità indeterminate, come i Lari ed i Penati.

Età repubblicana[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Repubblica romana.

La mancanza di un "pantheon" definito favorì l'assorbimento delle divinità etrusche, come Venere (Turan), e soprattutto greche. A causa della grande tolleranza e capacità di assimilazione, tipiche della religione romana, alcuni dèi romani furono assimilati a quelli greci, acquisendone l'aspetto, la personalità ed i tratti distintivi, come nel caso di Giunone assimilata ad Era; altre divinità, invece, furono importate ex novo, come nel caso di Apollo o dei Dioscuri. Il controllo dello stato sulla religione, infatti, non proibiva l'introduzione di culti stranieri, anzi tendeva a favorirla, a condizione che questi non costituissero un pericolo sociale e politico. Nel II secolo a.C. furono ad esempio proibiti i Baccanali ed il culto dionisiaco fu represso con la forza.

Età alto imperiale[modifica | modifica wikitesto]

L'imperatore Commodo rappresentato come Ercole
Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Alto Impero romano.

La crisi della religione romana, iniziata nella tarda età repubblicana, s'intensificò in età imperiale, dopo che Augusto aveva provato a darle nuovo vigore.

« [Augusto] ripristinò alcune antiche tradizioni religiose che erano cadute in disuso, come l'augurio della Salute, la dignità del flamine diale, la cerimonia dei Lupercalia, dei Ludi Saeculares e dei Compitalia. Vietò ai giovani imberbi di correre ai Lupercali e sia ai ragazzi, sia alle ragazze di partecipare alle rappresentazioni notturne dei Ludi Saeculares, senza essere accompagnati da un adulto della famiglia. Stabilì che i Lari Compitali fossero adornati di fiori due volte all'anno, in primavera ed estate. »
(SvetonioAugustus, 31.)

Le cause del lento degrado della religione pubblica furono molteplici. Già da qualche tempo vari culti misterici di provenienza medio-orientale, quali quelli di Cibele, Iside e Mitra, erano entrati a far parte del ricco patrimonio religioso romano.

Col tempo le nuove religioni assunsero sempre più importanza per le loro caratteristiche escatologiche e soteriologiche in risposta alle insorgenti esigenze della religiosità dell'individuo, al quale la vecchia religione non offriva che riti vuoti di significato. La critica alla religione tradizionale veniva anche dalle correnti filosofiche dell'Ellenismo, che fornivano risposte intorno a temi propri della sfera religiosa, come la concezione dell'anima e la natura degli dei.

Un'altra caratteristica tipica del periodo fu quella del culto imperiale. Dalla divinizzazione post-mortem di Gaio Giulio Cesare e di Ottaviano Augusto si arrivò all'assimilazione del culto dell'imperatore con quello del Sole ed alla teocrazia dioclezianea.

Età tardo imperiale[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Tardo Impero romano.

Nel 287 circa Diocleziano assunse il titolo di Iovius, Massimiano quello di Herculius.[14][15] Il titolo doveva probabilmente richiamare alcune caratteristiche del sovrano da cui era usato: a Diocleziano, associato a Giove, era riservato il ruolo principale di pianificare e comandare; Massimiano, assimilato ad Ercole, avrebbe avuto il ruolo di eseguire "eroicamente" le disposizioni del collega.[16] Malgrado queste connotazioni religiose, gli imperatori non erano "divinità", in accordo con le caratteristiche del culto imperiale romano, sebbene potessero essere salutati come tali nei panegirici imperiali; erano invece visti come rappresentanti delle divinità, incaricati di eseguire la loro volontà sulla terra.[17] Vero è che Diocleziano elevò la sua dignità imperiale al di sopra del livello umano e della tradizione romana. Egli voleva risultare intoccabile. Soltanto lui risultava dominus et deus, signore e dio, tanto che a tutti coloro che lo circondavano gli fu attribuita una dignità sacrale: il palazzo divenne sacrum palatium e i suoi consiglieri sacrum consistorium.[18][19] Segni evidenti di questa nuova qualificazione monarchico-divina furono il cerimoniale di corte, le insegne e le vesti dell'imperatore. Egli, infatti, al posto della solita porpora, indossò abiti di seta ricamati d'oro, calzature ricamate d'oro con pietre preziose.[20] Il suo trono poi si elevava dal suolo del scarum palatium di Nicomedia.[21] Veniva, infine, venerato come un dio, da parenti e dignitati, attraverso la proschinesi, una forma di adorazione in ginocchio, ai piedi del sovrano.[19][22]

Nella congerie sincretistica dell'impero durante il III secolo, permeata da dottrine neoplatoniche, gnostiche ed orfiche, fece la sua comparsa il Cristianesimo. La nuova religione andò lentamente affermandosi quale culto di stato, con la conseguente fine del paganesimo romano, sancito, nel IV e V secolo, dalla chiusura dei templi e dalla proibizione, sotto pena capitale, di professare religioni diverse da quella Cristiana che cominciò a diffondersi nell'impero romano tra il I e il IV sec. d.C.

Organizzazione religiosa[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Sacerdozio (religione romana).

Secondo la tradizione, fu Numa Pompilio ad istituire i vari sacerdozi ed a stabilire i riti e le cerimonie annuali.[23] Tipica espressione dell'assunzione del fenomeno religioso da parte della comunità è il calendario, risalente alla fine del VI secolo a.C. ed organizzato in maniera da dividere l'anno in giorni fasti e nefasti con l'indicazione delle varie feste e cerimonie sacre.[23]

Collegi sacerdotali[modifica | modifica wikitesto]

Augusto nelle vesti di pontefice massimo

La gestione dei riti religiosi era affidata ai vari collegi sacerdotali dell'antica Roma, i quali costituivano l'ossatura della complessa organizzazione religiosa romana. Al primo posto della gerarchia religiosa troviamo il rex sacrorum, sacerdote al quale erano affidate le funzioni religiose compiute un tempo.

  • Flamini, che si dividevano in 3 maggiori e 12 minori, erano sacerdoti addetti ciascuno al culto di una specifica divinità e per questo non sono un collegio ma solo un insieme di sacerdozi individuali[24];
  • Pontefici[23], in numero di 16, con a capo il Pontefice massimo, presiedevano alla sorveglianza e al governo del culto religioso;
  • Auguri,[23] in numero di 16 sotto Gaio Giulio Cesare, addetti all'interpretazione degli auspici ed alla verifica del consenso degli dei;
  • Vestali,[3] 6 sacerdotesse consacrate alla dea Vesta;
  • Decemviri o Quimdecemviri sacris faciundis, addetti alla divinazione ed alla interpretazione dei Libri sibillini;
  • Epuloni, addetti ai banchetti sacri.

Sodalizi[modifica | modifica wikitesto]

A Roma vi erano quattro grandi confraternite religiose, che avevano la gestione di specifiche cerimonie sacre.

  1. Arvali, (Fratres Arvales), ("fratelli dei campi" o "fratelli di Romolo"), in numero di dodici, erano sacerdoti addetti al culto della Dea Dia, una divinità arcaica romana, più tardi identificata con Cerere. Durante il mese di maggio compivano un'antichissima cerimonia di purificazione dei campi, gli Arvalia.
  2. Luperci, presiedevano la festa di purificazione e fecondazione dei Lupercalia, che si teneva il 15 febbraio, il mese dei morti, divisi in Quintiali e Fabiani.
  3. Salii[23] (da salire, ballare, saltare), sacerdoti guerrieri di Marte, divisi in due gruppi da dodici detti Collini e Palatini. Nei mesi di marzo e ottobre i sacerdoti portavano in processione per la città i 12 ancilia, dodici scudi di cui il primo donato da Marte al re Numa Pompilio, i restanti copie fatte costruire dallo stesso Numa per evitare che il primo venisse rubato. La processione si fermava in luoghi prestabiliti in cui i Salii intonavano il Carmen saliare e eseguivano una danza a tre tempi (tripudium)[25].
  4. Feziali (Fetiales), 20 membri addetti a trattare con il nemico. La guerra per essere Bellum Iustum doveva essere dichiarata secondo il rito corretto, il Pater Patratus pronunciava una formula mentre scagliava il giavellotto in territorio nemico. Dal momento che, per motivi pratici, non era sempre possibile compiere questo rito, un peregrinus venne costretto ad acquistare un appezzamento di terreno presso il Teatro di Marcello, qui fu costruita una colonna, Columna Bellica, che rappresentava il territorio nemico, in questo luogo si poteva quindi svolgere il rito.

Feste e cerimonie[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Festività romane.

Delle 45 feste maggiori (feriae publicae) le più importanti, oltre a quelle suddette, erano quelle del mese di dicembre, i Saturnalia, quelle dedicate ai defunti, in febbraio, come i Ferialia ed i Parentalia e quelle connesse al ciclo agrario, come i Cerialia ed i Vinalia di aprile o gli Opiconsivia di agosto.

Sulla base delle fonti classiche si è potuto individuare quali tra le numerose festività del calendario romano vedevano un'ampia partecipazione di popolo. Queste feste sono la corsa dei Lupercalia (15 febbraio), i Feralia (21 febbraio) celebrati in famiglia, i Quirinalia (17 febbraio) celebrati nelle curie, i Matronalia (1º marzo) in occasione delle quali le schiave venivano servite dalle padrone di casa, i Liberalia (17 marzo) spesso associata alla festa familiare della maggiore età del figlio maschio, i Matralia (11 giugno) con la processione delle donne, così come i Vestalia (9-15 giugno), i Poplifugia (5 luglio) festa popolare, i Neptunalia (23 luglio), i Volcanalia (23 agosto) e infine i Saturnalia (17 dicembre), la cui vasta partecipazione di popolo è attestata da numerose fonti.[26]

Durante le cerimonie sacre spesso venivano praticati sacrifici animali e si offrivano alle divinità cibi e libagioni. La stessa città di Roma veniva purificata con una cerimonia, la lustratio, in caso di prodigi e calamità. Sovente anche i giochi circensi (ludi) avevano luogo durante le feste, come nel caso dell'anniversario (dies natalis) del Tempio di Giove Ottimo Massimo, in concomitanza del quale si svolgevano i Ludi Magni.

Pratiche religiose[modifica | modifica wikitesto]

« Cumque omnis populi Romani religio in sacra et in auspicia divisa sit, tertium adiunctum sit, si quid praedictionis causa ex portentis et monstris Sibyllae interpretes haruspicesve monuerunt, harum ego religionum nullam umquam contemnendam putavi mihique ita persuasi, Romulum auspiciis, Numam sacris constitutis fundamenta iecisse nostrae civitatis, quae numquam profecto sine summa placatione deorum inmortalium tanta esse potuisset. »
(Cicerone, De natura deorum, III, 5)

Tra le pratiche religiose dei Romani forse la più importante era l'interpretazione dei segni e dei presagi, che indicavano il volere degli dei. Prima di intraprendere qualsiasi azione rilevante era infatti necessario conoscere la volontà delle divinità e assicurarsene la benevolenza con riti adeguati. Le pratiche più seguite riguardavano:

  • il volo degli uccelli: l'augure tracciava delle linee nell'aria con un bastone ricurvo (lituus, vedi Lituo), delimitando una porzione di cielo, che scrutava per interpretare l'eventuale passaggio di uccelli
  • la lettura delle viscere degli animali: solitamente un fegato di un animale sacrificato veniva osservato dagli aruspici di provenienza etrusca per comprendere il volere del dio
  • i prodigi: qualsiasi prodigio o evento straordinario, quali calamità naturali, epidemie, eclissi, etc, era considerato una manifestazione del favore o della collera divina ed era compito dei sacerdoti cercare di interpretare tali segni.

Lo spazio sacro[modifica | modifica wikitesto]

Edicola dedicata ai Lari nella Casa dei Vettii a Pompei

Lo spazio sacro per i Romani era il templum, un luogo consacrato, orientato secondo i punti cardinali, secondo il rito dell'inaugurazione, che corrispondeva allo spazio sacro del cielo. Gli edifici di culto romani erano di vari tipi e funzioni. L'altare o ara era la struttura sacra dedicata alle cerimonie religiose, alle offerte ed ai sacrifici.

Eretti dapprima presso le fonti e nei boschi, progressivamente gli altari furono collocati all'interno delle città, nei luoghi pubblici, agli incroci delle strade e davanti ai templi. Numerose erano anche le aediculae e i sacella, che riproducevano in piccolo le facciate dei templi. Il principale edificio cultuale era rappresentato dall'aedes, la vera e propria dimora del dio, che sorgeva sul templum, l'area sacra inaugurata. Col tempo i due termini diventarono sinonimi per indicare l'edificio sacro.

Il tempio romano risente inizialmente dei modelli etruschi, ma presto vengono introdotti elementi dall'architettura greca ellenistica. La più marcata differenza del tempio romano rispetto a quello greco è la sua sopraelevazione su un alto podio, accessibile da una scalinata spesso frontale. Inoltre si tende a dare maggiore importanza alla facciata, mentre il retro è spesso addossato a un muro di recinzione e privo dunque del colonnato.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^
    « “Roman religion” is an analytical concept that is used to describe religious phenomena in the ancient city of Rome and to relate the growing variety of cults to the political and social structure of the city. »
    (Robert Schilling (1987) e Jörg Rüpke (2005). Encyclopedia of Religion vol.12. NY, Macmillan, 2005, pag.7893)
  2. ^ Michel Meslin. Religione romana, in Dictrionnaire des Religions (a cura di Jacques Vidal). Parigi, Presses universitaires de France, 1984. In italiano: Dizionario delle religioni. Milano, Mondadori, 2007, pagg. 1598.
  3. ^ a b c d Floro, Epitoma de Tito Livio bellorum omnium annorum DCC, I, 2.3.
  4. ^ George Dumezil, La religione romana arcaica, p. 137 segg.
  5. ^ Tito Livio, 1, 10, 5-7
  6. ^ Jacqueline Champeaux, La religione dei romani, p. 23
  7. ^ Jacqueline Champeaux, p. 32
  8. ^ Jacqueline Champeaux, p. 32-33
  9. ^ Jacqueline Champeaux, p. 33
  10. ^ Jacqueline Champeaux, p. 25-26
  11. ^ Jacqueline Champeaux, p. 37
  12. ^ Jacqueline Champeaux, p. 44
  13. ^ Jacqueline Champeaux, p. 29
  14. ^ Aurelio Vittore, Epitome 40, 10; Aurelio Vittore, Caesares, 39.18; Lattanzio, De mortibus persecutorum, 8 e 52.3; Panegyrici latini, II, XI, 20.
  15. ^ Bowman, "Diocletian and the First Tetrarchy" (CAH), 70–71; Liebeschuetz, 235–52, 240–43; Odahl 2004, pp. 43-44; Williams 1997, pp. 58-59.
  16. ^ Barnes 1981, pp. 11–12; Bowman, "Diocletian and the First Tetrarchy" (CAH), 70–71; Odahl 2004, p. 43; Southern 2001, pp. 136-137; Williams 1997, p. 58.
  17. ^ Barnes 1981, p. 11; Cascio, "The New State of Diocletian and Constantine" (CAH), 172.
  18. ^ Aurelio Vittore, Caesares, 39.4.
  19. ^ a b E.Horst, Costantino il Grande, p.49.
  20. ^ Aurelio Vittore, Caesares, 39.2-4; Eutropio, IX, 26; Zonara, XII, 31.
  21. ^ .
  22. ^ Aurelio Vittore, Caesares, 39.2-4; Eutropio, IX, 26; Eumenio, Panegyrici latini, V, 11.
  23. ^ a b c d e Floro, Epitoma de Tito Livio bellorum omnium annorum DCC, I, 2.2.
  24. ^ Jacqueline Champeaux, p. 39
  25. ^ Jacqueline Champeaux, p. 43
  26. ^ Jörg Rüpke. La religione dei Romani, p. 210. Torino, Einaudi, 2004 ISBN 88-06-16586-0.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

Fonti primarie
  • Floro, Epitoma de Tito Livio bellorum omnium annorum DCC, I.
  • Livio, Ab Urbe condita libri.
Fonti storiografiche moderne
  • G. Dumezil, La religione romana arcaica, Rizzoli, Milano, 2001
  • R. Bloch, La religione romana, in Le religioni del mondo classico, Laterza, Bari 1993
  • J. Champeaux, La religione dei romani, Il Mulino, Bologna 2002
  • R. Del Ponte, La religione dei romani, Rusconi, Milano 1992
  • R. Del Ponte, Dei e miti italici. Archetipi e forme della sacralità romano-italica, ECIG, Genova 1985
  • D. Feeney, Letteratura e religione nell'antica Roma, Salerno, Roma 1998
  • K. Kerényi, La religione antica nelle sue linee fondamentali, Astrolabio, Roma, 1951
  • U. Lugli, Miti velati. La mitologia romana come problema storiografico, ECIG, Genova 1996
  • J. Scheid, La religione a Roma, Laterza, Roma-Bari 2001

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

Altri progetti[modifica | modifica wikitesto]

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]