Trattati Roma-Cartagine

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I trattati Roma-Cartagine ebbero fondamentale importanza per le relazioni, non solo diplomatiche, tra le due potenze e, per riflesso, per la rilevanza politica dei Greci d'Occidente guidati da Siracusa, terzo incomodo nello scacchiere del Mediterraneo occidentale.

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Il loro esame può rivelare le modifiche della "percezione" che Roma aveva di sé stessa e i cambiamenti della percezione che Cartagine aveva di Roma, e smaschera la differenza fra la "percezione" e la "realtà": ciò che probabilmente per le due città ha significato la differenza fra la guerra e la pace, la vittoria e la distruzione, ha mutato la storia del Mediterraneo e per certi versi dell'intera civiltà occidentale, formatasi all'ombra della Roma imperiale.

Roma e Cartagine: due città-stato che riuscirono a diventare imperi, a un certo punto della loro esistenza ebbero la necessità di regolare le reciproche convenienze, le rispettive zone di influenza. Per secoli le due città operarono fianco a fianco e perfino da alleate. Gli interessi economici e le metodologie di espansione erano infatti simmetrici.

  • Roma non guardava al mare perché impegnata prima a difendersi dai vicini Sabelli, Etruschi, Galli e Greci e poi a sottometterli;
  • Cartagine, senza un vero esercito cittadino e bloccata in Sicilia dai Greci nelle più lunghe guerre della antichità classica, le guerre greco-puniche, appariva indecisa sulla sua politica espansiva; il partito aristocratico tendeva a estendere il potere della città nelle terre circonvicine, il partito commerciale era più portato allo sfruttamento di rotte ed empori.

Questa simmetria non sarebbe bastata per fermare le ostilità ma con la stipula (e l'osservanza) di quattro principali trattati, le relazioni fra Roma e Cartagine seguirono per secoli una rotta di reciproca tolleranza.

Evoluzione[modifica | modifica sorgente]

Cartagine[modifica | modifica sorgente]

Cartagine fu fondata nell'814 a.C. da coloni fenici provenienti dalla città di Tiro che portarono con loro il dio della città, Melqart. Secondo la tradizione, a capo dei coloni (o forse profughi politici) era Didone (conosciuta anche come Elissa). Già nel VI secolo a.C. i marinai e i mercanti cartaginesi erano noti nell'intero Mediterraneo occidentale e le commedie greche ne tramandano ritratti macchiettistici. Nel IV secolo a.C., a seguito di operazioni militari, Cartagine controllava territori libici del golfo della Sirte a est e possedeva anche empori sparsi sulle coste della Numidia e dell'Iberia a ovest. Le coste della Sardegna e della Corsica erano anch'esse sotto il suo controllo quando intraprese il tentativo di conquista della Sicilia con tre principali guerre siciliane (dal 480 a.C. al 307 a.C.), che però non furono sufficienti a prendere il controllo dell'isola, ampiamente colonizzata dai Greci. Tesa ai commerci, Cartagine non poteva contare su un esercito cittadino e si affidava per lo più a forze mercenarie libiche e ispaniche nonché alla cavalleria (sempre mercenaria) numidica.

Roma[modifica | modifica sorgente]

Roma, fondata solo sessanta anni dopo Cartagine (753 a.C. secondo Terenzio Varrone), per i primi 400 anni della sua storia fu impegnata in una estenuante serie di guerre con le popolazioni che la circondavano. Questo inesausto operare con città dell'interno fece "specializzare" l'esercito romano, inizialmente formato per lo più da contadini e pastori, nella guerra terrestre. Più che con i commerci l'economia romana si sviluppò con lo sfruttamento economico dei nemici vinti, strappandone terre da assegnare ai propri coloni, utilizzandone le forze armate come alleati (socii) per i propri fini, legando al benessere dell'Urbe le classi aristocratiche e i possidenti delle città conquistate. Per i commerci marittimi Roma si affidava alle navi etrusche e greche.

Complementarità[modifica | modifica sorgente]

Nel IV secolo a.C., a grandi linee, il dominio commerciale del Mediterraneo veniva così diviso: il mar Egeo era largamente controllato dai Greci (della Grecia, dell'Asia Minore e - dopo Alessandro Magno - dell'Egitto); i mari Adriatico e Ionio appannaggio delle città marinare poste sulle due rive. Il Mediterraneo occidentale era la zona commerciale cartaginese con l'eccezione del Tirreno, in cui operavano le navi degli Etruschi e delle colonie greche del sud Italia.

  • Cartagine, potenza marinara, usava i commerci per pagare le guerre,
  • Roma, potenza terrestre, usava le guerre per pagare i commerci.

Si venne a creare, quindi, una straordinaria complementarità economica e politica che, se mantenuta, avrebbe probabilmente consentito l'armonico sviluppo delle sponde nord e sud del Mediterraneo. Non fu mantenuta.

Primo trattato: 509 a.C.[modifica | modifica sorgente]

Principali aree di influenza nel Mediterraneo Occidentale nel 509 a.C. Roma controlla un territorio di pochi chilometri oltre le mura

Il primo trattato fra le due città-stato risale all'anno della fondazione della Repubblica, il 509 a.C. La datazione è varroniana ed è leggermente diversa dai calcoli che effettua Polibio (che invece lo colloca nel 508 a.C.).[1] Lo storico greco, infatti, inizia il suo calcolo degli anni da quello dell'offensiva persiana. Serse, il re di Persia, attraversò l'Ellesponto alla guida della sua spedizione punitiva contro le libere città greche nel mese di giugno del 480 a.C. e Polibio annota che il trattato[2]

« ...È dell'epoca di Lucio Giunio Bruto e Marco Orazio, i primi consoli eletti dopo la cacciata dei re, sotto i quali avvenne anche la dedica del Tempio di Giove Capitolino. Questi eventi cadono ventotto anni prima del passaggio di Serse in Grecia. L'abbiamo trascritto dandone l'interpretazione più precisa possibile. »
(Polibio, Storie, III, 22., Rizzoli, Milano, trad.: M. Mari)

Durante la guerra con Ardea avviene la cacciata di Tarquinio il Superbo: nasce la Repubblica con i suoi primi consoli. Cacciato un re etrusco, Roma ha necessità di rendere sicuri i suoi approvvigionamenti, gestiti per lo più da mercanti greci e soprattutto etruschi (l'etrusca Cere e il suo porto Pyrgi rifornivano Roma). Roma cerca quindi l'appoggio dei Cartaginesi – che d'altra parte già operavano a Cere, come dimostrano i ritrovamenti, a Pyrgi, di lamine votive scritte in etrusco e fenicio –.

Nello stesso momento Cartagine è impegnata nel contenimento dei coloni greci che sciamano dall'Ellade verso il Mediterraneo occidentale. Su tutte le coste dell'Italia meridionale e la parte orientale della Sicilia sono presenti città greche che limitano i commerci punici con le popolazioni dell'interno. Cartagine combatte in Spagna e in Provenza per contrastare le colonie focesi. Sempre contro i Focesi Cartagine combatte in Sardegna e Corsica, assieme agli Etruschi. Questi si riservano la Corsica e il Tirreno; Cartagine la Sardegna e la Sicilia occidentale. Nel 510 a.C. Cartagine combatte in Sicilia occidentale per frenare insediamenti spartani.

Il testo[modifica | modifica sorgente]

(GRC)
« ἐπὶ τοῖσδε φιλίαν εἶναι Ῥωμαίοις καὶ τοῖς Ῥωμαίων σύμμαχοις καὶ Καρχηδονίοις καὶ τοῖς Καρχηδονίων σύμμαχοις μὴ πλεῖν 'Ρωμαίους μηδὲ τοὺς Ῥωμαίων συμμάχους ἐπέκεινα τοῦ Καλοῦ ἀκρωτερίου, ἐὰν μὴ ὑπὸ χειμῶνος ἢ πολεμίων ἀναγχασθῶσιν ἐὰν δέ τις βίᾳ κατενεχθῇ, μὴ ἐξέστω αὐτῷ μηδὲν ἀγοράζειν μηδὲ λαμβάνειν πλὴν ὅσα πρὸς πλοίου ἐπισκευὴν ἢ πρὸς ἱερά, ἐν πέντε δ'ἡμέραις ἀποτρεχέτω. Τοῖς δὲ κατ'ἐμπορίαν παραγινομένοις μηδὲν ἔστω τέλος πλὴν ἐπὶ κήρκι ἢ γραμματεῖ. Ὅσα δ' ἂν τούτων παρόντων πραθῇ, δημοσίᾳ πίστει ὀφειλέσθω τῷ ἀποδομένῳ, ὅσα δ΄ἂν ἢ ἐν Λιβύῃ ἢ ἐν Σαρδόνι πραθῇ. Ἐὰν Ῥωμαίων τις εἰς Σικελίαν παραγίγνεται, ἧς Καρχηδονίοι ἐπάρχουσι, ἴσα ἔστω τὰ Ῥωμαίων πάντα. Καρχηδόνιοι δὲ μὴ άδικείτωσαν δῆμον Ἀρδεατῶν, Ἀντιατῶν, Λαρεντίνων, Κιρκαιιτῶν, Ταρρακινιτῶν, μηδ'ἄλλον μηδένα Λατίνων, ὅσοι ἂν ὑπήκοοι ἐὰν ὡς πολέμιοι εἰς τὴν χώραν εἰσελθῶσιν, ἐν τῇ χώρᾳ μὴ ἐννυκτερευέτωσαν. »
(IT)
« A queste condizioni ci sia amicizia fra i Romani e gli alleati dei Romani e i Cartaginesi e gli alleati dei Cartaginesi: né i Romani né gli alleati dei Romani navighino al di là del promontorio Bello, a meno che non vi siano costretti da una tempesta o da nemici. Qualora uno vi sia trasportato a forza, non gli sia permesso di comprare né prendere nulla tranne quanto gli occorre per riparare l'imbarcazione o per compiere sacrifici, e si allontani entro cinque giorni. A quelli che giungono per commercio non sia possibile portare a termine nessuna transazione se non in presenza di un araldo o di un cancelliere. Quanto sia venduto alla presenza di costoro, se venduto in Libia o in Sardegna sia dovuto al venditore sotto la garanzia dello stato. Qualora un Romano giunga in Sicilia, nella parte controllata dai Cartaginesi, siano uguali tutti i diritti dei Romani. I Cartaginesi non commettano torti ai danni degli abitanti di Ardea, Anzio, Laurento, Circei, Terracina, né di alcun altro dei Latini, quanti sono soggetti; nel caso che quelli non soggetti si tengano lontani dalle loro città: ciò che prendano, restituiscano ai Romani intatto. Non costruiscano fortezze nel Lazio. Qualora penetrino da nemici nella regione, non passino la notte nella regione. »
(Polibio, Storie, III, 22, 4-13; Rizzoli, Milano, trad.: M. Mari)

Limitazioni di Roma[modifica | modifica sorgente]

Con il trattato del 509, citato da Polibio, Roma e i suoi alleati si impegnano a non navigare oltre Capo Bello se non a causa di una tempesta o forzati dai nemici;[3] in ogni caso potranno comperare solo quanto serva per effettuare riparazioni urgenti o per partecipare a cerimonie sacre, e dovranno comunque ripartire entro cinque giorni.[4] I commercianti possono operare in Sardegna e in Africa solo sotto controllo di banditori a garanzia del venditore.[5] Però i Romani, nella Sicilia cartaginese, hanno gli stessi diritti dei Cartaginesi.[6]

Si nota che Cartagine considera territori di sua pertinenza la Sardegna e l'Africa, mentre per la Sicilia il trattato, naturalmente, regolamenta solo il territorio non greco.[7]

La contropartita di queste limitazioni era per Roma la protezione militare e la copertura navale che Cartagine poteva dare contro eventuali attacchi di Cuma o di altre poleis della Magna Grecia, vere avversarie della città africana a quel tempo.[8] La repubblica era appena nata e impegnata nelle guerre contro le popolazioni italiche e gli Etruschi che con Porsenna cercavano di riportare al potere i Tarquini. La città, all'epoca, non aveva interessi espansionistici a sud del Lazio e, in ogni caso, la marina commerciale romana era inesistente.

Limitazioni di Cartagine[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Espansione cartaginese in Italia.

Sempre nel trattato del 509 Cartagine e i suoi alleati si impegnano a non recare danni a una serie di popolazioni del Lazio "soggette ai Romani", e anche a città indipendenti.[9] Nel caso di conquista Cartagine le restituirà a Roma, intatte.[10] I Cartaginesi non possono costruire fortezze nel Lazio e se vi penetrano non possono passarci la notte.[11]

Anche qui si nota come nel trattato, Roma consideri solo il Lazio come territorio di sua pertinenza. Non si parla della Campania, e soprattutto non si parla dell'Etruria.[12]

Cartagine poteva evitare di operare militarmente nel Lazio, impegnata com'era nelle guerre contro i Greci. La città punica era maggiormente interessata a tutelare i traffici commerciali e marittimi nella propria sfera d'influenza, piuttosto che interferire in regioni meno redditizie di altre, lontane ma ricche, come le coste spagnole. Entrambe le città si impegnavano a non fare quello che comunque non erano in grado di fare.

Breve analisi[modifica | modifica sorgente]

Divisione delle aree di navigazione: (1)=area vietata a Roma; (2)=area tollerata per emergenze; (3)=area promiscua

Possiamo osservare come Cartagine non rinunciasse ad altro che ad azioni belliche entro un piccolo territorio (il Lazio) dove comunque probabilmente non aveva forti interessi e mantenesse le mani libere per azioni contro i Greci e gli Etruschi, concorrenti commerciali e militari ben più noti, potenti e pericolosi.
L'area (3) era sottoposta a controllo navale etrusco e greco e gli Italici erano contattati dai Cartaginesi quasi esclusivamente per reperire combattenti mercenari.
Anche l'area (2) non era sotto diretto controllo cartaginese. Vi agivano liberamente, infatti, le marinerie greche ed etrusche. Cartagine si riservava di eliminare una piccola concorrenza commerciale lasciando "magnanimamente" la possibilità ai Romani di trovare rifugio (e molto temporaneo) in caso di aggressione o maltempo.
L'area (1) era vietata a Roma e infatti Cartagine con le sue flotte da guerra impediva di fatto ogni operazione concorrenziale oltre il canale di Sicilia e sulle coste africane.
Degno di nota il fatto che alcune città del Lazio siano espressamente citate. Perché queste e non altre? Si possono ipotizzare precedenti tentativi cartaginesi di insediarsi nell'area. Ricordiamo però che l'espansione romana, prima della caduta di Tarquinio il Superbo, dopo essersi rivolta (o essere nata) nelle aree del sud dell'Etruria, era diretta verso la costa tirrenica a sud-ovest. La Repubblica Romana fu proclamata, appunto, mentre l'esercito di Tarquinio operava contro Ardea.
Si può legittimamente supporre che Roma, "nel suo piccolo", volesse programmare l'esclusione di interventi rivali a terra mentre iniziava la pressione sul mondo greco. Non si spiegherebbe, altrimenti, il contrasto fra la guerra ad Ardea e la contestuale "protezione" diplomatica della città nemica nei confronti dei Cartaginesi. Di qui anche il divieto per Cartagine di costruire fortezze nell'area. Si potrebbe arguire che Roma stava già lucidamente programmando la sua espansione nella fertile e ricca Campania e che solo la caduta della monarchia abbia rallentato la corsa romana all'egemonia sui popoli circostanti.

Giova qui ricordare una nota di Tito Livio che riporta:

(LA)
« Cum Graecis a Camillo nulla memorabilis gesta res; nec illi terra, nec romano mari bellator erat. [...] Cuius populi ea cuiusque gentis classis fuerit nihil certi est. Maxime Siciliae fuisse tyrannos crederim... »
(IT)
« Camillo non ebbe possibilità di compiere imprese notevoli contro i Greci: mediocri combattenti in terra, come i Romani in mare. [...] A quale popolo, a quale nazione appartenesse quella flotta non si può stabilire con certezza. Io credo che si trattasse di tirannelli siciliani... »
(Tito Livio, Storia di Roma dalla sua fondazione (Ab Urbe condita libri), VII, 26., Mondadori, Milano, trad.: C. Vitali)

Quale che fosse la nazionalità dei pirati Roma sembra sentire la pressione sulla costa e, pur conscia della sua superiorità terrestre sui Greci (mediocri combattenti in terra), non può che accogliere con favore la visita di ambasciatori punici:

(LA)
« Et cum Carthaginiensibus legatis Romae foedus ictum, cum amicitiam et societatem petentes venissent »
(IT)
« Fu anche stretto a Roma un patto con i legati dei Cartaginesi, venuti per chiedere amicizia e alleanza »
(Tito Livio, Storia di Roma dalla sua fondazione (Ab Urbe condita libri), VII, 27., Mondadori, Milano, trad.: C. Vitali)

Vediamo allora quanto i Cartaginesi "chiedano" "amicizia e alleanza"

Secondo trattato: 348 a.C.[modifica | modifica sorgente]

Nel 348 a.C. Roma e Cartagine stipulano un secondo trattato.

(GRC)
« ἐπὶ τοῖσδε φιλίαν εἶναι Ῥωμαίοις καὶ τοῖς Ῥωμαίων συμμάχοις καὶ Καρχηδονίων καὶ Τυρίων καὶ Ἰτυκαίων δήμῳ καὶ τοῖς τούτων συμμάχοις. τοῦ Καλοῦ ἀκρωτηρίου, Μαστίας Ταρσηίου, μὴ λῄζεσθαι ἐπέκεινα Ῥωμαίουω μηδ' ἐμπορεύεσθαι μηδὲ πόλιν τινὰ μὴ οὖσαν ὑπήκοον Ῥωμαίοις, τὰ χρήματα καὶ τοὺς ἄνδρας ἐχέτωσαν, τὴν δὲ πόλιν άποδιδότωσαν. ἐὰν δέ τινες Καρχηδονίων λάβωσί τινας, πρὸς οὓς εἰρήνη μέν ἐστιν ἔγγραπτος Ῥωμαίοις, μὴ ὑποτάττονται δέ τι αὐτοῖς, μὴ καταγέτωσαν εἰς τοὺς Ῥωμαίων λιμένας, ἐὰν δὲ καταχθέντος ἐπιλάβηται ὁ Ῥωμαίοις, ἀφιέσθω. ὡσαύτως δὲ μηδ᾿ οἱ Ῥωμαῖοι ποιείτωσαν. Ἂν ἔκ τινος χώρας, ἧς Καρχηδόνιοι ἐπάρχουσιν, ὕδωρ ἢ ἐφόδια λάβῃ ὁ Ῥωμαῖος, μετὰ τούτων τῶν ἐφοδίων μὴ ἀδικείτω μηδένα πρὸς οὓς εἰρήνη καὶ φιλία ἐστὶ Καρκηδονίοις. ὡσαύτως δὲ μηδ᾿ ὁ Καρκηδόνιος ποιείτω. εἰ δέ, μὴ ἰδίᾳ μεταπορευέσθω. ἐὰν δέ τις τοῦτο ποιήσῃ, δημόσιον γινέσθω τὸ ἀδίκημα. Ἐν Σαρδόνι καὶ Λιβύῃ μηδεὶς Ῥωμαίων μήτ᾿ ἐμπορευέσθω μήτε πόλιν κτιζέτω, (...) εἰ μὴ ἕως τοῦ ἐφόδια λαβεῖν ἢ πλοῖον ἐπισκευάσαι. ἐὰν δὲ χειμὼν κατενέγχῃ, ἐν πένθ᾿ ἡμέραις ἀποτρεχέτω. Ἐν Σικελίᾳ ἧς Καρχηδόνιοι ἐπάρχουσι καὶ ἐν Καρχηδόνι πάντα καὶ ποιείτω καὶ πωλείτω ὅσα καὶ τῷ πολίτῃ ἔξεστιν. ὡσαύτως δὲ καὶ ὁ Καρχηδόνιος ποιείτω ἐν Ῥώμῃ. »
(IT)
« A queste condizioni ci sia amicizia tra i Romani e gli alleati dei Romani e i popoli dei Cartaginesi, dei Tirii e degli Uticensi e i loro alleati. I Romani non facciano bottino, né commercino, né fondino città al di là del promontorio Bello, di Mastia, di Tarseo. Qualora i Cartaginesi prendano nel Lazio una città non soggetta ai Romani tengano i beni e le persone e consegnino la città. Qualora i Cartaginesi catturino qualcuno di quelli con cui i Romani hanno accordi di pace scritti, ma che non sono a loro sottomessi, non lo sbarchino nei porti dei Romani; qualora poi un Romano metta mano su chi è stato sbarcato, sia lasciato libero. I Romani, allo stesso modo, non facciano ciò. Se un Romano prende acqua o provviste non commetta torti ai danni di nessuno di quelli con cui i Cartaginesi sono in pace e amicizia. Un Cartaginese, allo stesso modo, non faccia ciò. Altrimenti non si vendichi privatamente: se qualcuno lo fa che l'offesa sia pubblica. In Sardegna e in Libia nessun romano commerci o fondi città (...) se non finché abbia preso provviste o riparato l'imbarcazione. Qualora una tempesta ve lo trasporti si allontani entro cinque giorni. Nella parte controllata dai Cartaginesi e a Cartagine faccia e venda tutto quanto è permesso anche a un cittadino. Un Cartaginese faccia lo stesso a Roma. »
(Polibio, Storie, III, 24, 3-13, Rizzoli, Milano, trad.: M. Mari)
Cartagine non si espande molto. Gli Etruschi subiscono l'attacco dei Galli e di Roma

Si trattava, in pratica, della copia del primo trattato con l'aggiunta di alcune città; da parte cartaginese vennero aggiunte Tiro e Utica[13] mentre rimasero le stesse le città della costa laziale alleate a Roma che Cartagine si impegnava a non toccare.[14] Cosa stava succedendo? Perché le due città sentirono la necessità di riprendere i concetti già espressi?

  • Roma: dopo 150 anni circa era riuscita a conquistare buona parte dell'Etruria, eliminare Veio e ricacciare l'invasione dei Galli di Brenno nel 390 a.C., ma già nel 360 una seconda ondata stava sommergendo la pianura Padana creando apprensione. E soprattutto Roma era stata per anni - e continuava ad essere - squassata da lotte intestine, la maggior parte fra i patrizi e i plebei per l'accesso alle cariche pubbliche e quindi all'attività politica e alla gestione delle terre e del bottino conquistati con le incessanti guerre. Per necessità o per scelta Roma stava battendosi contro le popolazioni degli Ernici, dei Volsci, dei Tiburtini e degli onnipresenti Etruschi, e si stava preparando alla lotta con i Sanniti, che stavano scendendo dai monti a invadere la ricca Campania, cui mirava anche Roma.
  • In Sicilia e nel sud Italia, dove Dionisio il Grande aveva creato il primo embrione di uno stato unitario, Dionisio il Giovane suo figlio cercava di allargare il regno ereditato scontrandosi però con altre forze greche. Una situazione convulsa di alleanze anche di Cartaginesi con Greci fece disgregare il regno di Dionisio, che fu deposto 345 a.C. Taranto, che si era tenuta fuori dalle lotte, cresceva in potenza anche se non riuscì a creare uno stato esteso. Altre forze arrivavano dalla Grecia. Fra tutte queste (e altre) manovre il nome di Roma cominciava a comparire.
  • Cartagine, dopo aver chiuso la guerra con i Cirenaici che stabilì il confine orientale del territorio punico, era sempre in guerra con i Greci, e in particolare con Siracusa, per il controllo della Sicilia. Ed era sempre in contrasto con gli Etruschi, che, anche se fermati dai Galli nell'Italia Settentrionale e da Roma nel Lazio (o forse proprio per questo), applicavano una politica aggressiva nel Tirreno per riservarsene i traffici.

Breve analisi[modifica | modifica sorgente]

Ovviamente Cartagine doveva guardare a Roma come a un possibile avversario, la cui resistenza alle invasioni e alle guerre la indicava come potenzialmente pericolosa, anche in relazione al vasto territorio che ormai controllava; più vasto - anche se forse non più ricco - dell'eterna rivale Siracusa. Inoltre il fatto di ottenere la possibilità per i mercanti punici di operare a Roma mostra come Cartagine non temesse la concorrenza commerciale di Roma, e che poté operare sui suoi territori mentre la nascente potenza italica stava diventando un pregevole potenziale cliente e doveva essere tenuta sotto controllo politico. Quante spie Cartaginesi erano entrate a Roma sotto le vesti di abili mercanti?
Merito probabilmente della diplomazia dei Cartaginesi, quindi, se il secolare trattato del 509 a.C. fu nuovamente redatto con clausole maggiormente restrittive per una Roma colta in un momento di grande impegno bellico e (quindi) finanziario.
Altro particolare interessante nel nuovo testo: il divieto ai Romani di "fondare città". Questo divieto non viene citato nel primo trattato per cui sembra deducibile che a Cartagine ci si fosse accorti del metodo di sviluppo romano. A Roma non interessavano tanto i commerci quanto il controllo e lo sfruttamento del territorio. Se un'area era deserta (la popolazione mondiale dell'epoca era decisamente poca e terre libere erano ancora vaste) veniva occupata stanzialmente; se l'area era abitata la si conquistava e i vinti erano costretti a pagare tributi in beni e truppe ed eventualmente ad accettare colonie romane o latine nel loro territorio. Questo fattore era probabilmente sfuggito alla mentalità commerciale cartaginese del 509 a.C., che fondava colonie quasi esclusivamente quali supporti a magazzini ed empori ma che 150 anni dopo aveva assunto un'evidenza molto più delineata. E fu definito diplomaticamente.

Terzo trattato: 306 a.C.[modifica | modifica sorgente]

Cartagine opera in Sicilia senza grande successo. Gli Etruschi sono soggiogati.Guerre sannitiche.
Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Guerre sannitiche.

Nel 306 a.C. viene stipulato il terzo trattato fra Roma e Cartagine. Non se ne conosce il testo (Polibio non lo riporta), ma secondo lo storico Filino, che però in genere si mostra filopunico, Roma accetta di non entrare più in Sicilia, mentre Cartagine si impegna a non porre piede nella penisola. Si vede quindi che anche questa volta Roma è in condizione di inferiorità perché, mentre in definitiva non cambiano i limiti per Cartagine, per Roma, che prima vi poteva commerciare a parità di condizioni, i mercati della Sicilia sono completamente chiusi. Se ne deduce che il trattato serve soprattutto a Roma per evitare di doversi concentrare su troppi fronti e controllare i territori a sud mentre è impegnata nell'espansione nel Sannio, e per evitare eventuali alleanze fra Cartaginesi ed Etruschi mentre combatte nell'interno dell'Etruria.

Infatti Roma, che in questo periodo aveva posto sotto il suo controllo buona parte dell'Etruria meridionale e del territorio costiero della Campania, si trovava nel pieno delle guerre sannitiche, che, scoppiate nel 343 a.C., si sarebbero concluse solo nel 290 a.C. Queste guerre, inoltre, erano diventate una rivolta globale delle popolazioni del Lazio e dell'Etruria, che cercavano di scuotersi di dosso il dominio romano.

Cartagine dovette sentire, per contro, le convulsioni che travagliavano tutto il Mediterraneo Orientale. Nel giugno del 323 a.C. era morto Alessandro Magno. I territori da lui conquistati stavano diventando il terreno di battaglia dei Diadochi, i generali del conquistatore che si stavano spartendo l'enorme impero del Macedone. L'Egitto, la Grecia e la Macedonia, L'Asia Minore e la Siria assistettero a incessanti battaglie e guerre che dovettero mettere in pericolo i pacifici commerci.

Nel 316 a.C., inoltre, Agatocle era salito al trono di Siracusa e aveva intrapreso una campagna per liberarsi dei Cartaginesi in Sicilia. Nel 311 a.C. era sbarcato in Africa portandovi direttamente la guerra e nell'anno successivo aveva eliminato perfino l'alleata Cirene dichiarandosi re dell'Africa. Agatocle però dovette rientrare in Sicilia dopo la sconfitta subita dal figlio Arcagato. Con tutto ciò Cartagine, che cercava di definire una volta per tutte il suo dominio sul Mediterraneo occidentale, vedeva come necessario coprirsi le spalle con una Roma che nonostante le difficoltà riusciva a vincere, dedurre colonie, diventare sempre più potente. Nel 303 a.C., infatti, Roma stipulava con Taranto un trattato che fissava il limite di navigazione di Roma al promontorio Lacinio (oggi Capo Colonna) e già nel 306 a.C. Roma si accordava addirittura con Rodi, altra città in forte espansione commerciale.

Quarto trattato: 279 a.C.[modifica | modifica sorgente]

Roma controlla quasi tutta l'Italia centro meridionale. A Messina i due Stati, Roma e Cartagine, entrano in competizione diretta
Fra il primo e il secondo trattato passarono 161 anni
Fra il secondo e il terzo trattato passarono 42 anni
Fra il terzo e il quarto trattato passarono 27 anni

La Storia evolveva con accelerazione quasi esponenziale. Tutti questi trattati erano poi conservati su tavole di bronzo, nell'Erario degli edili, vicino al tempio di Giove Capitolino.[15]

Il quarto trattato fra Roma e Cartagine fu stipulato nel 279 a.C., al tempo del passaggio di Pirro in Italia.[16] Cosa stava succedendo per costringere a un nuovo patto due città, due stati, che fino ad allora, pur tenendosi prudentemente d'occhio, non avevano mai avuto necessità di arrivare allo scontro diretto?

Taranto[modifica | modifica sorgente]

Nel 290 a.C. ebbero ufficialmente termine le Guerre sannitiche fra Roma e il popolo sannita (che avrebbe continuato ad appoggiare ogni forma di resistenza di altre popolazioni).[17] L'azione di Roma nel territorio aveva alleggerito la pressione delle popolazioni italiche sulle città greche del sud Italia e in particolare Taranto. Siracusa era continuamente in guerra con Cartagine e - dopo la morte di Agatocle - era squassata da guerre civili. Gli italici erano assaliti dalle legioni di Roma. Taranto stava attraversando un periodo di splendore e di espansione, riuscendo perfino a limitare i traffici marittimi di Roma con il trattato del 303 a.C. Però lo stato romano era un nemico notevolmente più duro, e lo aveva dimostrato proprio sconfiggendo i sanniti. Nel 282 a.C. una squadra di dieci navi romane si presentò nelle acque di Taranto violando il trattato, ma queste furono distrutte o costrette alla fuga.[18][19][20][21] Quando una delegazione romana fu inviata per chiedere la restituzione delle navi e dei prigionieri catturati, venne oltraggiata. La guerra divenne inevitabile nel 281 a.C. I tarantini cercarono dapprima di formare una lega antiromana con le popolazioni italiche ma si vide subito che non sarebbe stato sufficiente. Fu così deciso di chiedere aiuto a Pirro.[22]

Pirro[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Guerre pirriche.

Nel 280 a.C. Pirro aveva 39 anni. Mandato come ostaggio in Egitto da Cassandro di Macedonia, fu insediato sul trono dell'Epiro nel 297 a.C. da Tolomeo I Sotere, che gli diede la figlia Berenice. Dopo due anni sposò la figlia di Agatocle di Siracusa, Lanossa, che come dote gli portò Leucade e Corcira. Questo matrimonio segnò la svolta decisiva.

Nel 280 a.C. Pirro fu chiamato in Italia dai tarantini, che stavano soccombendo all'attacco delle legioni di Roma. Arrivò con un esercito di 25.000 uomini e 20 elefanti[23] presentandosi come campione dell'Ellade contro l'avanzata dei barbari italici.[24][25]

L'attacco di Pirro a Roma fu, inizialmente, coronato da successo: la Battaglia di Heraclea in Lucania contro le legioni guidate da Publio Valerio Levino fu vinta grazie agli elefanti, che i Romani non conoscevano ancora.[26] Le perdite però furono elevate per entrambi i contendenti, tanto che Pirro inviò un ambasciatore a proporre la cessazione delle ostilità.[25] La guerra continuò per l'azione di Appio Claudio Cieco. Molto probabilmente influì anche l'improvviso e minaccioso arrivo di una flotta cartaginese nel porto romano di Ostia, che ricordava ai Romani la presenza e l'influenza dell'importante città punica.

Nel 279 a.C. una seconda grande battaglia ad Ausculum, sulle rive dell'Aufidus (Battaglia di Ascoli Satriano), vide la vittoria del re epirota sulle forze dei consoli Publio Sulpicio e Publio Decio Mure. Anche questa battaglia portò gravi perdite, tanto da far diventare famose le "vittorie di Pirro". Il re, ferito in battaglia, si ritirò a Taranto.

Cartagine[modifica | modifica sorgente]

Siracusa era, tanto per cambiare, in lotta con Cartagine e, sfruttando il fatto che Pirro aveva sposato la figlia di Agatocle, offrì al re dell'Epiro la corona di Sicilia per il figlio, a patto che se l'andasse a conquistare scacciando i Cartaginesi dall'isola. Pirro accettò anche per lasciare il territorio della penisola e limitare l'ostilità dei Romani, considerati troppo forti. Pirro andò in Sicilia riuscendo dapprima a ricacciare i Cartaginesi fino al Lilibeo. Queste mosse di Siracusa e di Pirro fecero muovere Cartagine verso Roma.

Viene stipulato il quarto ed ultimo trattato. Polibio precisa: "prima che i Cartaginesi muovano la guerra per la Sicilia" (Storie, III,25) e riporta queste aggiunte:

(GRC)
« Ἐν αἷς τὰ μὲ ἄλλα τηροῦσι πάντα κατὰ τὰς ὑπαρχούσας ὁμολογίας, πρόσχειται δὲ τούτοις τὰ ὑπογεγραμμένα. Ἐὰν συμμαχίαν ποιῶνται πρὸς Πύρρον ἔγγραπτον ποιείσθωσαν ἀμφότεροι, ἵνα ἐξῇ βοηθεῖν ἀλλήλοις ἐν τῇ τῶν πολεμουμένων χώρᾳ, ὁπότεροι δ᾿ ἂν χρείαν ἔχωσι τῆς βοηθείας, τὰ πλοῖα παρεχέτωσαν Καρκηδόνιοι καὶ εἰς τὴν ὁδὸν καὶ εἰς τὴν ἄφοδον, τὰ δὲ ὀψώνια τοῖς αὑτῶν ἑκάτεροι. Καρκηδόνιοι δὲ καὶ κατὰ θάλατταν Ῥωμαίοις βοηθείτωσαν, ἂν χρεία ᾖ. Τὰ δὲ πληρώματα μηδεὶς ἀναγχαζέτω ἐκβαίνειν ἀκουσίως. »
(IT)
« ...in esso conservano tutti gli altri punti alle condizioni esistenti e a questi viene aggiunto quanto scritto di seguito: "Qualora facciano alleanza con Pirro, gli uni e gli altri mettano per iscritto che sia permesso portarsi soccorso a vicenda nel territorio di chi viene attaccato; a quale dei due abbia bisogno di soccorso i Cartaginesi forniscano le imbarcazioni sia per l'andata sia per il ritorno, e gli uni e gli altri gli stipendi ai rispettivi uomini. I Cartaginesi portino soccorso ai Romani anche per mare, se c'è bisogno. Nessuno costringa gli equipaggi a sbarcare contro la loro volontà". »
(Polibio, Storie, III, 25, 3-5, Rizzoli, Milano, trad.: M. Mari)

Breve analisi[modifica | modifica sorgente]

Vi si nota subito un miglioramento delle condizioni di Roma, un riconoscimento della sua accresciuta potenza militare ed economica, mentre Cartagine mostra una maggiore debolezza, frutto, probabilmente, delle ormai secolari difficoltà in Sicilia.
Oppure è solo apparenza. Cartagine "concede" a Roma un ruolo paritario. Polibio ci informa che Pirro viene espressamente citato, e i due contraenti, pur liberi di trattare col re epirota, stringono una vera e propria alleanza in caso di attacco nei rispettivi territori.[27]
Palese tentativo di Cartagine di coinvolgere i Romani in terra di Sicilia visto che Roma aveva già combattuto con Pirro e gli aveva resistito. I Cartaginesi si impegnano anche a fornire, in caso di necessità, le navi per il trasporto delle truppe, pur mantenendo - da bravi mercanti - il costo a carico di ciascuno per la sua parte.[28] Cartagine per contro non impegnerà i suoi marinai a terra.[29]
Questo particolare non sembri secondario; il numero dei marinai in rapporto ai soldati di fanteria non era insignificante, date le dimensioni delle navi che potevano portare relativamente pochi uomini non addetti alle manovre. Basti ricordare come solo pochi anni dopo Publio Cornelio Scipione in Spagna, sbaragliata la marineria cartaginese, utilizzasse anche i marinai nelle operazioni a terra contro il fratello di Annibale, Asdrubale. L'aiuto che la marina cartaginese avrebbe potuto offrire contro Pirro, quindi, era consistente. I Punici, evidentemente, ritenevano di dover operare contro gli Epiroti e i Greci solo in Sicilia sul fronte terrestre; i marinai erano troppo preziosi per trasformarli in fanti. Ma, soprattutto, i marinai erano Cartaginesi, concittadini, mentre la gran parte delle forze puniche era costituita da mercenari. Nella visione cartaginese, probabilmente, Roma non era altro che un fornitore di truppe a buon prezzo.

Verso il primo scontro[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Prima guerra punica.

Le due città non dovettero poi richiedere l'aiuto dell'altra, ma si vede chiaramente che i Cartaginesi tendevano ad assegnare a Roma il compito di portar loro aiuto nel settore (guerra terrestre) in cui erano sensibilmente inferiori. I Cartaginesi si sarebbero limitati a finanziare solo parte delle spese. Appare chiaro che Roma, pur se maggiormente considerata, veniva tuttora sottovalutata nella sua determinazione a crescere. Nell'ottica dei Punici, i Romani dovevano sembrare qualcosa di simile ai rozzi mercenari italici che gli "evoluti" Cartaginesi e Greci utilizzavano nelle loro incessanti guerre.

Per contro, si può supporre che sia stato proprio quest'ultimo trattato a far capire ai Romani la portata dello sviluppo, l'importanza e la potenza raggiunte dalla loro Repubblica. E, soprattutto, i veri limiti della potenza di Cartagine. Se mai Roma aveva avuto un qualche complesso di inferiorità rispetto a Cartagine, era certamente scomparso. Prima "snobbati" e poi blanditi dai Cartaginesi, è possibile che i Romani abbiano compreso che, avendo sconfitto Pirro che a sua volta aveva sconfitto i Cartaginesi, bastava allungare le mani per conquistare la ricca Sicilia, la sua cultura e soprattutto le sue riserve di grano.

Nel 275 a.C., dopo la sconfitta di Maleventum (che divenne Beneventum), Pirro ritornò definitivamente in Epiro lasciando Roma padrona dell'intera penisola italica a sud dell'Appennino tosco-emiliano; a stretto contatto con la cultura greca; prossima al controllo della tecnica di costruzione e gestione delle navi; conscia della potenza delle sue legioni che non temevano più nemmeno gli elefanti. Conscia delle sue possibilità di espansione.

Quindici anni dopo, nel 264 a.C. scoppiava la prima guerra punica.

Quinto trattato: 241 a.C.[modifica | modifica sorgente]

Alla fine della Prima guerra punica Cartagine si trovava in una situazione finanziaria disastrosa. Enormi somme (3.200 talenti euboici in 10 anni[30]) dovevano essere versate ai vincitori quale risarcimento, con la restituzione totale di tutti i prigionieri di guerra senza riscatto.[31] La ricca Sicilia era persa e passata sotto il controllo di Roma (con il divieto per Cartagine di portare la guerra a Gerone II di Siracusa)[32].

Testo[modifica | modifica sorgente]

In aggiunta a quanto si era già stabilito nei precedenti trattati, Roma impose:

« I Cartaginesi dovranno ritirarsi da tutta la Sicilia, e da tutte le isole poste tra l'Italia e la Sicilia. Da parte di ciascuno dei due stati dovranno essere date garanzie di sicurezza per i rispettivi alleati. Nessuno dei due imporrà tributi, né costruirà edifici pubblici, né recluterà mercenari nei territori assoggettati all'altro, né potrà accettare l'amicizia degli alleati dell'altro. I Cartaglinesi dovranno pagare duemiladuecento talenti entro dieci anni e mille li verseranno subito. I Cartaginesi restituiranno ai Romani tutti i prigionieri, senza alcun riscatto. »
(Polibio, Storie, III, 27, 2-6.)

Sesto trattato: 237 a.C.[modifica | modifica sorgente]

Cartagine trovandosi nell'impossibilità di pagare i mercenari libici e numidi che utilizzava, a causa dell'enorme somma che doveva versare ai Romani, dovette subire una sanguinosa rivolta che richiese 3 anni di sforzi ed efferatezze per essere domata.[33] Approfittando di questa rivolta inoltre Roma occupò la Sardegna e la Corsica,[34][35] costringendo Cartagine a dover pagare un ulteriore indennizzo di altri 1.200 talenti per evitare un riaccendersi di una nuova guerra, che la città non poteva assolutamente permettersi.[36][37]

Testo[modifica | modifica sorgente]

Polibio ricorda, infatti, che i Romani:

« ... conclusa la guerra libica, già avevano approvato un decreto con cui dichiaravano guerra a Cartagine, ed i Romani aggiunsero la seguente clausola: "I Cartaginesi lasceranno la Sardegna e verseranno a Roma altri mille e duecento talenti". »
(Polibio, Storie, III, 27, 7-8.)

Ciò venne visto come una ferita umiliante dai cartaginesi, che però non poterono far altro che accettare la sconfitta senza aver combattuto.

Settimo trattato: 226 a.C.[modifica | modifica sorgente]

Il nuovo trattato dell'Ebro.

Risolto in qualche modo il problema generato dai mercenari,[33] Cartagine cercò una via alternativa per riprendere il suo cammino storico, grazie ad Amilcare Barca. Quest'ultimo vide nella Spagna, dove Cartagine già da secoli manteneva larghi interessi commerciali, il fulcro economico per la ripresa delle finanze puniche.[38]

La spedizione cartaginese prese l'aspetto di una conquista, a partire dalla città di Gades (oggi Cadice), sebbene fosse stata inizialmente condotta senza l'autorità del senato cartaginese.[39] Dal 237 a.C., anno della partenza dall'Africa al 229 a.C., anno della sua morte in combattimento,[39] Amilcare riuscì a rendere la spedizione autosufficiente dal punto di vista economico e militare e perfino a inviare a Cartagine grandi quantità di merci e metalli requisiti alle tribù ispaniche come tributo.[40][41] Morto Amilcare il genero ne prese il posto per otto anni e iniziò una politica di consolidamento delle conquiste.[42]

Impegnati con i Galli, i Romani preferirono accordarsi con Asdrubale e nel 226 a.C., spinti anche dall'alleata Marsiglia che vedeva avvicinarsi il pericolo, stipularono un trattato che poneva l'Ebro come limite dell'espansione di Cartagine.[39] Si riconosceva così, in modo implicito, anche il nuovo territorio soggetto al controllo cartaginese.[43]

Verso il secondo scontro[modifica | modifica sorgente]

Busto di Annibale, il cartaginese, uno dei maggiori strateghi della storia antica.
Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Seconda guerra punica.

Polibio affermava che tre furono i motivi principali della seconda guerra tra Romani e Cartaginesi:

  1. il primo responsabile della guerra tra Romani e Cartaginesi fu lo spirito revanscista del padre di Annibale, Amilcare Barca.[44] Quest'ultimo se non ci fosse stata la rivolta dei mercenari libici contro i Cartaginesi, avrebbe cominciato a preparare un nuovo conflitto,[45][46] che invece iniziò il figlio Annibale, a causa dell'odio che il padre gli fece giurare contro Roma fin dalla sua fanciullezza.[47]
  2. Seconda causa della guerra fu il fatto di aver dovuto sopportare, da parte dei Cartaginesi, la perdita del dominio sulla Sardegna con la frode come ricorda Tito Livio ed il pagamento di altri 1.200 talenti in aggiunta alla somma pattuita in precedenza.[36][48]
  3. Terza ed ultima causa fu l'aver ottenuto numerosi successi in Iberia da parte delle armate cartaginesi, tanto da destare negli stessi un rinvigorito spirito di rivalsa nei contronti dei Romani.[49]

Con un pretesto Annibale dichiarò guerra alla città di Sagunto, che si trovava a sud dell'Ebro, e che chiese aiuto a Roma.[50] Sagunto venne attaccata nel marzo del 219 a.C., si arrese e venne rasa al suolo otto mesi più tardi.[51][52][53] La guerra fu inevitabile, solo che come scrive Polibio, la guerra non si svolse in Iberia [come auspicavano i Romani] ma proprio alle porte di Roma e lungo tutta l'Italia.[54] Era la fine del 219 a.C. e iniziava la seconda guerra punica.

Ottavo trattato: 201 a.C.[modifica | modifica sorgente]

Cartagine e le condizioni di pace[modifica | modifica sorgente]

Cartagine perse per sempre l'Iberia e fu ridotta a cliente di Roma. Ai punici fu imposta un'indennità di guerra di 10.000 talenti, la loro marina fu ridotta a 10 triremi, appena sufficienti per frenare i pirati e fu loro vietato di prendere le armi senza il permesso dei Romani. Quest'ultimo limite favorì la Numidia di Massinissa che ne approfittò spesso per annettersi larghe parti del territorio cartaginese. Mezzo secolo dopo, quando Cartagine infine si ribellò ai continui attacchi di Massinissa, fu questa ribellione -non autorizzata- a fornire ai romani il casus belli per scatenare la Terza guerra punica. Fu anche imposto ai Cartaginesi di aiutare Roma nella sua avventura in Asia Minore e navi puniche servirono nella campagna di Lucio Cornelio Scipione contro Antioco III di Siria.

A Roma la fine della guerra non fu accolta bene da tutti per ragioni sia politiche che morali. Quando il Senato decretò sul trattato di pace con Cartagine Quinto Cecilio Metello - già console nel 206 a.C. - affermò che non riteneva la fine della guerra essere un bene per Roma; temeva che il popolo romano non sarebbe ritornato allo stato di quiete dal quale era stato tratto con l'arrivo di Annibale (Valerio Massimo, VII, 2, 3). Altri, come Catone il Censore temevano che se Cartagine non fosse stata del tutto distrutta avrebbe presto riacquistato la propria potenza e ripreso le lotte con Roma. E probabilmente Catone non aveva torto; l'archeologia ha scoperto che il famoso porto militare "Coton" fu costruito dopo la guerra, poteva contenere 200 triremi mentre a Cartagine erano concesse solo 10 navi ed era protetto dall'osservazione esterna.

L'esilio di Annibale[modifica | modifica sorgente]

Annibale per molti anni curò i propri affari e riprese un ruolo importante a Cartagine. Per questo la nobiltà locale, spaventata dalla sua deriva democratica e dalla sua battaglia contro la corruzione, convinse i Romani a forzarne l'esilio che lo spinse verso le coste dell'Asia sempre cercando di rinnovare la lotta a Roma. A Libyssa sulle spiagge orientali del Mar di Marmara prese quel veleno che, come diceva, aveva a lungo conservato in un anello.

Roma ed il Mediterraneo[modifica | modifica sorgente]

Roma ebbe le mani libere per intraprendere con decisione la conquista della Gallia Cisalpina, della Gallia Transalpina, dell'Illiria, della Grecia, e di tutti i regni della costa della Asia che si affacciavano sul Mediterraneo e sul Mar Nero. Dei 53 anni calcolati da Polibio, e per Pidna, ne mancavano solo 34.

Fine di Cartagine: 146 a.C.[modifica | modifica sorgente]

Rovine di Cartagine
Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Terza guerra punica e Battaglia di Cartagine (146 a.C.).

L'agonia della città si protrasse per tutto l'inverno. Con il blocco del porto, Cartagine soffrì la fame e la conseguente debilitazione generale ne favorì una pestilenza. Scipione non forzò i tempi e solo nella primavera del 146 a.C. l'esercito romano venne lanciato contro le mura. I Cartaginesi si batterono disperatamente di casa in casa, di strada in strada, per circa quindici giorni. Ma l'esito era scontato: Cartagine alla fine si arrese. Il comandante in capo delle truppe romane, Publio Cornelio Scipione Emiliano, dopo aver recuperato alcune opere d'arte che i Cartaginesi avevano preso in Sicilia, fra cui il Toro di Agrigento e la Diana di Segesta, abbandonò la città al saccheggio dei suoi soldati. Cartagine, la possente regina del Mediterraneo che aveva fatto tremare Roma, fu rasa al suolo, la città sistematicamente bruciata, le mura abbattute, il porto distrutto. Polibio, lo storico greco, narra che Scipione pianse vedendo in quella rovina la possibile futura sorte di Roma stessa.

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ Polibio, Storie, III, 22, 1.
  2. ^ Polibio, Storie, III, 22, 2.
  3. ^ Polibio, Storie, III, 23, 1-3.
  4. ^ Polibio, Storie, III, 22, 5-7.
  5. ^ Polibio, Storie, III, 22, 8-9.
  6. ^ Polibio, Storie, III, 22, 10.
  7. ^ Polibio, Storie, III, 23, 4-5.
  8. ^ Zuffa, op. cit., pag. 365-366
  9. ^ Polibio, Storie, III, 22, 11.
  10. ^ Polibio, Storie, III, 22, 12.
  11. ^ Polibio, Storie, III, 22, 13.
  12. ^ Polibio, Storie, III, 23, 6.
  13. ^ Polibio, Storie, III, 24, 1.
  14. ^ Polibio, Storie, III, 24, 16.
  15. ^ Polibio, Storie, III, 26, 1.
  16. ^ Polibio, Storie, III, 25, 1.
  17. ^ Musti, op. cit., p. 533.
  18. ^ Appiano, Storia romana, III, 15-16.
  19. ^ Orosio, Historiarum adversus paganos libri septem, IV, 2.
  20. ^ Cassio Dione, Storia romana, IV, 39, 4.
  21. ^ Giovanni Zonara, Epitome, 8, 2.
  22. ^ Appiano, Storia romana, III, 17.
  23. ^ Plutarco, Vita di Pirro, 15.
  24. ^ Piganiol, Le conquiste dei Romani, p.182.
  25. ^ a b Giovanni Brizzi, Storia di Roma. 1. Dalle origini ad Azio, p.127.
  26. ^ Eutropio, Breviarium ab Urbe condita, II, 11.
  27. ^ Polibio, Storie, III, 25, 3.
  28. ^ Polibio, Storie, III, 25, 4.
  29. ^ Polibio, Storie, III, 25, 5.
  30. ^ Polibio, Storie, I, 63,1-3.
  31. ^ Polibio, Storie, I, 62,9.
  32. ^ Polibio, Storie, I, 62,8.
  33. ^ a b Polibio, Storie, I, 65-88.
  34. ^ Polibio, Storie, I, 79,1-7.
  35. ^ Polibio, Storie, I, 79,8-11.
  36. ^ a b Polibio, Storie, III, 10,1-4.
  37. ^ Polibio, Storie, I, 79,12.
  38. ^ Tito Livio, Ab Urbe condita libri, XXI, 2, 1.
  39. ^ a b c Appiano, Guerra annibalica, VII, 1, 2.
  40. ^ Polibio, Storie, II, 1,8.
  41. ^ Tito Livio, Ab Urbe condita libri, XXI, 2, 1-2.
  42. ^ Polibio, Storie, II, 1,9.
  43. ^ Polibio, Storie, II, 13,1-7.
  44. ^ Polibio, Storie, III, 9,6-7.
  45. ^ Polibio, Storie, III, 9,8-9.
  46. ^ Tito Livio, Ab Urbe condita libri, XXI, 2, 2.
  47. ^ Tito Livio, Ab Urbe condita libri, XXI, 1,4.
  48. ^ Tito Livio, Ab Urbe condita libri, XXI, 1,5.
  49. ^ Polibio, Storie, III, 10,5-7; III, 13,1-2.
  50. ^ Tito Livio, Ab Urbe condita libri, XXI, 6.
  51. ^ Appiano, Guerra annibalica, VII, 1, 3.
  52. ^ Tito Livio, Ab Urbe condita libri, XXI, 8-15.
  53. ^ Polibio, Storie, III, 17.
  54. ^ Polibio, Storie, III, 16, 6.

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

Fonti primarie[modifica | modifica sorgente]

Alcune delle fonti primarie sono state consultate nelle biblioteche digitali di The Latin Library e LacusCurtius:

Fonti secondarie[modifica | modifica sorgente]

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  • Ameling W., Karthago: Studien zu Militar, Staat und Gesellschaft – Munchen, Beck, 1993.
  • Fourure, B., Cartagine: la capitale fenicia del Mediterraneo - Jaca book, 1993.
  • Gabba E. (et al.), Introduzione alla storia di Roma – Milano, LED, 1999.
  • Huss W., Cartagine – Bologna, Il mulino, 1999.
  • Kovaliov S. I., Storia di Roma - Roma, Editori riuniti, 1982.
  • Liberati A. M., Bourbon F., Roma antica: storia di una civiltà che conquistò il mondo - Vercelli, White star, 1996.
  • Michelet J., Storia di Roma - Rimini, Rusconi, 2002.
  • Mommsen T., Storia di Roma antica - Rist. anast. – Milano, Sansoni, 2001.
  • Moscati S., Tra Cartagine e Roma – Milano, Rizzoli, 1971.
  • Moscati S., Introduzione alle guerre puniche: origini e sviluppo dell'impero di Cartagine – Torino, SEI, 1994.
  • Domenico Musti, La spinta verso il Sud: espansione romana e rapporti "internazionali", in Arnaldo Momigliano; Aldo Schiavone (a cura di), Storia di Roma. Vol. I, Torino, Einaudi, 1990, ISBN 978-88-06-11741-2.
  • Pais E., Storia di Roma dalle origini all'inizio delle guerre puniche – Roma, Optima, 2004,
  • Pais E., Storia di Roma durante le grandi conquiste mediterranee – Torino, UTET, 1931.
  • Mario Zuffa, Scritti di archeologia, L'Erma di Bretschneider, 1982, ISBN 88-7062-524-9.

Voci correlate[modifica | modifica sorgente]

Collegamenti esterni[modifica | modifica sorgente]

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