Appio Claudio Cieco

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Appio Claudio Cieco (350 a.C.271 a.C.) è stato un politico e letterato romano, nato di nobili origini in quanto membro dell'antica gens Claudia. Secondo la leggenda, la sua cecità, da cui gli derivò il soprannome di Cieco, fu dovuta, secondo la leggenda, all'ira degli dèi per la sua idea di unificare il pantheon grecoromano con quello celtico e quello germanico.[senza fonte]

Fu un personaggio particolarmente significativo, caratterizzato da una forte sensibilità verso la società greca, che lo portò ad intendere la fusione tra di essa e il mondo romano come un profondo arricchimento per l'Urbe.[1] Fu il primo intellettuale latino, dedito all'attività letteraria e interessato alla filosofia, nella tradizione romana arcaica considerate attività infruttuose ed indegne di un civis.

Indice

[modifica] Biografia

Percorse un brillante cursus honorum, in quanto rivestì quasi tutte le più importanti cariche pubbliche e militari. Fu censore nel 312 a.C., e console nel 307 e nel 296 a.C., sempre con Lucio Volumnio Flamma Violente come collega; fu inoltre dittatore nel 292 e nel 285 a.C. Ebbe un ruolo rilevante nelle guerre contro Etruschi, Latini, Sabini e Sanniti, che sconfisse in battaglia nel 296 a.C.

A lui si deve la costruzione del primo acquedotto, l'Aqua Appia (o Aqua Claudia), della via Appia, che da lui prese nome e che rappresenta una chiara traccia dell'interesse di Appio Claudio per un'espansione romana verso la Magna Grecia,[2] e del tempio di Bellona. Pur essendo un patrizio appartenente all'alta aristocrazia romana, aprì in qualità di censore il senato ai cittadini di bassa estrazione sociale e ai figli di liberti. Combattendo le istanze più conservatrici della società romana, decise anche di ripartire i cittadini tra le classi previste dall'ordinamento centuriato tenendo in considerazione i beni mobili oltre che le proprietà terriere. Permise, inoltre, agli abitanti humiles di Roma di iscriversi alle tribù rustiche, che erano precedentemente controllate dai membri dell'aristocrazia terriera.

Di lui si ricorda la grande abilità oratoria: fu una sua orazione del 280 a.C., in senato, a dissuadere i Romani dall'accettare le proposte di pace di Pirro. Per sua iniziativa nel 304 a.C. fu pubblicato a cura del suo segretario Gneo Flavio il civile ius, il il testo delle formule di procedura civile (legis actiones), chiamato Ius Flavianum e il calendario in cui erano distinti i dies fasti e dies nefasti.

[modifica] Letteratura

A suo nome ci è giunta una raccolta di Sententiae, massime a carattere moraleggiante e filosofeggiante particolarmente apprezzate dal filosofo greco Panezio, nel II secolo a.C. Secondo un'informazione fornita da Cicerone,[3] Appio Claudio avrebbe risentito dell'influenza della dottrina pitagorica, mentre risulta oggi più probabile che le sue massime siano da collegarsi ai versi sentenziosi della contemporanea commedia nuova greca. Nell'opera, di cui ci sono giunti eclusivamente tre frammenti, Appio Claudio sviluppava argomenti vari di carattere sapienziale; particolarmente importante risulta la risoluzione che egli propose per alcuni problemi dell'ortografia latina, quali l'applicazione del rotacismo, ovvero la trasformazione della "s" intervocalica in "r", e l'abolizione dell'uso della "z" per indicare la "s" sonora. Risulta probabile che l'intera opera fosse scritta in versi saturni, come due dei tre frammenti di cui disponiamo:

(LA)
« aequi animi compotem esse
ne quid fraudis stuprique ferocia pariat. »
(IT)
« essere padrone di un animo equilibrato,
affinché la dismisura non provochi danno e disonore. »
(Frammento 1 Morel; trad. di G. Pontiggia.)
(LA)
« Amicum cum vides obliviscere miserias;
inimicus si es commentus, nec libens aeque. »
(IT)
« Quando vedi un amico, dimentichi gli affanni:
ma se pensi che ti sia nemico, non li dimentichi così facilmente. »
(Frammento 2 Morel; trad. di G. Pontiggia.)

Il terzo frammento ci è giunto per tradizione indiretta tramite lo Pseudo Sallustio,[4] e risulta dunque alterato rispetto alla sua forma originale:

(LA)
« fabrum esse sua quemque fortunae. »
(IT)
« Ciascuno è artefice del proprio destino. »
(Frammento 3 Morel; trad. di G. Pontiggia.)

[modifica] Note

  1. ^ Clemente, p. 43.
  2. ^ Clemente, p. 44.
  3. ^ Tusculanae disputationes, IV, 2, 4.
  4. ^ Epistula ad Caesarem, I, 1, 2: in carminibus Appius ait fabrum esse suae quemque fortunae, nei carmina Appio dice che ciascuno è artefice del proprio destino.

[modifica] Bibliografia

  • G. Clemente, Basi sociali e assetti istituzionali nell'età della conquista in AAVV, Storia Einaudi dei Greci e dei Romani. Repubblica imperiale. L'età della conquista, Einaudi, 2008.
  • A. Garzetti (1947). Appio Claudio Cieco nella storia politica del suo tempo . Athenaeum: 174 sgg.
  • G. Pontiggia; M.C. Grandi, Letteratura latina. Storia e testi, Milano, Principato, 1996.

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