Assedio di Siracusa (212 a.C.)

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Assedio di Siracusa (212 a.C.)
Archimede difende Siracusa con i suoi specchi ustori
Archimede difende Siracusa con i suoi specchi ustori
Data 214 - 212 a.C.
Luogo Siracusa
Causa Improvviso appoggio di Siracusa a Cartagine
Esito Vittoria Romana
Modifiche territoriali Conquista romana di Siracusa e dei suoi territori
Schieramenti
Comandanti
Effettivi
25.000 soldati
150 navi
4 Legioni
60 navi
Nel corso dell'assedio Archimede utilizzò le famose macchine belliche di sua invenzione.[1]
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L'assedio di Siracusa, si riferisce all'assedio operato dalle truppe romane di Marcello alla città di Siracusa nel 212 a.C.

Casus belli[modifica | modifica sorgente]

Durante il regno di Gerone II, tra Roma e Siracusa era stato firmato un trattato di pace, che garantì alla città siciliana garanzia di pace e prosperità per lungo tempo. Tuttavia, alla morte di Gerone II, subentrò il nipote Geronimo alla guida della città. Appena quindicenne e quindi impreparato ad affrontare le giuste scelte politiche, commise il grave errore di rompere immediatamente il trattato con i romani per allearsi con i Cartaginesi. Ma Geronimo morì in una cospirazione per mano di Dinomene. Succedette così Adranodoro il quale mantenne per breve tempo il potere per poi cederlo facendosi nominare Generale. Subentrarono così i fratelli Ippocrate ed Epicide a difesa della città. Con la rottura del trattato il Senato romano votò la guerra contro Siracusa. L'incarico di conquistare la città fu affidato al console Marcello che con un congruo numero di forze di terra e mare, assediò la città.[2]

Durante l'assedio Ippocrate cercò rinforzi cartaginesi presso Eraclea Minoa ottenendo alcune vittorie contro i romani, Epicide invece rimase a Siracusa mantenendo sino all'ultimo una strenua difesa.

L'assedio[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Assedio (storia romana).

Siracusa possedeva 27 km di mura costruite all'epoca di Dionigi I di Siracusa, che le garantivano una completa difesa, sia per mare che per terra. Proprio per queste difese la città non fu mai espugnata, per questo motivo il compito di Marcello era arduo.

« I Siracusani, quando videro i Romani investire la città dai due fronti, di terra e di mare, rimasero storditi e ammutolirono di timore. Pensarono che nulla avrebbe potuto contrastare l'impeto di un attacco in forze di tali proporzioni. »
(da Vite parallele di Plutarco)

A difesa della città, vi era un valoroso esercito ben equipaggiato nonché l'ingegno di Archimede e delle sue invenzioni. Proprio in quell'occasione infatti il Siracusano preparò la difesa tramite mezzi rinnovati come la balista, la catapulta e lo scorpione. Ma anche altri mezzi come la manus ferrea e gli specchi ustori, con cui si dice mise in seria difficoltà gli attacchi romani per mare e per terra. In realtà ci sono molti dubbi sull'utilizzo di specchi ustori da parte di Archimede, anche perché tutte le fonti che riportano tale informazione sono tarde e ci sono molti dubbi sulla fattibilità all'epoca di specchi parabolici o comunque orientati per far prender fuoco al legno o alla stoffa a così grande distanza. I romani dal canto loro tentavano gli assalti per mare con le quinquiremi e l'uso delle sambuche oltreché per terra con gli eserciti.[3]

Lo storico Niccolò Palmeri, descrive uno dei tanti attacchi che subirono i romani ad opera delle geniali difese di Archimede:

« Nel cuor della notte s'avanzarono i Romani; e s'inerpicarono sopra le rupi, sulle quali sorgevano le mura. Appena giuntivi, sboccò dalle feritoje una tempesta di dardi, ed altre piccole armi. Dall'alto si mandavano giù, e sassi e pesanti travi, che gran danno facevano nel cadere, anche più nel precipitare, e nel rimbalzare.
Al tempo stesso briccole, fionde, catapulte, baliste ne scagliavano via via, sino a gran distanza; intantoché i Romani si trovarono istantaneamente come involti in una tempesta. Di sotto, di sopra, o stramazzati, senza potere opporre difese o recare il menomo danno ai nemici; anzi senza pure vederli. In guisa che pareva loro combattere, non con gli uomini, cogli Dei sdegnati. »
(Nicolò Palmieri, Somma della Storia di Sicilia, Volume 1)
« I Romani, allestiti questi mezzi, pensavano di dare l'assalto alle torri, ma Archimede, avendo preparato macchine per lanciare dardi a ogni distanza, mirando agli assalitori con le baliste e con catapulte che colpivano più lontano e sicuro, ferì molti soldati e diffuse grave scompiglio e disordine in tutto l' esercito; quando poi le macchine lanciavano troppo lontano, ricorreva ad altre meno potenti che colpissero alla distanza richiesta. [...]Quando i Romani furono entro il tiro dei dardi, Archimede architettò un'altra macchina contro i soldati imbarcati sulle navi: dalla parte interna del muro fece aprire frequenti feritoie dell'altezza di un uomo, larghe circa un palmo dalla parte esterna: presso di queste fece disporre arcieri e scorpioncini e colpendoli attraverso le feritoie metteva fuori combattimento i soldati navali. [...]Quando essi tentavano di sollevare le sambuche, ricorreva a macchine che aveva fatto preparare lungo il muro e che, di solito invisibili, al momento del bisogno si legavano minacciose al di sopra del muro e sporgevano per gran tratto con le corna fuori dai merli: queste potevano sollevare pietre del peso di dieci talenti e anche blocchi di piombo. Quando le sambuche si avvicinavano, facevano girare con una corda nella direzione richiesta l'estremità della macchina e mediante una molla scagliavano una pietra: ne seguiva che non soltanto la sambuca veniva infranta ma pure la nave che la trasportava e i marinai correvano estremo pericolo. »
(da Le Storie di Polibio)

La conquista romana[modifica | modifica sorgente]

Archimede potrebbe aver usato i suoi specchi in modo collettivo per riflettere la luce del sole per bruciare le navi della flotta romana durante l'assedio di Siracusa.

A fronte di sforzi vani, Marcello decise di mantenere il semplice assedio, provando a stritolare la città. L'assedio si protrasse per ben 18 mesi, un tempo lungo in cui a Siracusa, esplosero contrasti e malumori tra il popolo. La parte filoromana sosteneva la possibilità di migliori condizioni di vita cedendo il regno ai romani, mentre la restante parte proponeva la difesa ad oltranza. Queste divisioni sorsero certamente per l'assenza di un sovrano forte e carismatico quale era stato Gerone II, infatti fu un gruppo di cittadini a tradire la causa della città. Dopo frequenti contatti con le truppe romane, fu organizzato il tradimento.

Il console Marcello, avendo capito che con le macchine di Archimede non poteva creare una breccia nelle mura di Siracusa, decise allora di cambiare strategia e di prendere la città per fame, aspettando che la sua numerosa popolazione all'interno sentisse la necessità di uscire fuori per procurarsi i viveri alimentari.
Ma, i romani non avevano calcolato che Siracusa disponeva dell'alleanza dei cartaginesi che la rifornivano di cibo. I piani dei romani andarono talmente disattesi che gli storici ci narrano addirittura di un tentativo di resa da parte di Caludio Marcello:

« Nel principio della terza campagna Marcello, disperando quasi assolutamente di poter prendere Siracusa, o con la forza, perché Archimede gli opponeva sempre ostacoli insuperabili, o con la fame, perché la flotta cartaginese, ritornata più numerosa di prima, la provvedeva di vettovaglie, esaminò se doveva trattenervisi per proseguire l'assedio, o rivolgere tutti gli sforzi contra Gergenti (Agrigento). Prima però di prendere l'ultima risoluzione, volle provare se riusciva a rendersi padrone di Siracusa per mezzo di qualche intelligenza segreta. »
(Rollin in Storia Antica e Romana , volume 9[4])

Infatti i romani, vedendo che la situazione si era messa loro sfavorevole, decisero di giocare d'astuzia e cercare di entrare segretamente, tramite complici siracusani, all'interno della polis. Ma i loro piani svanirono poiché una prima congiura venne scoperta da Epicide e quindi annullata.

« Mentre immerso [Marcello] in un profondo dolore aveva continuamente sotto gli occhi la vergogna che gli sarebbe ridondata dal levare un assedio, in cui avea consumato tanto tempo, e fatte perdite sì grandi di uomini e di vascelli, un evento fortuito gli offerse un nuovo ripiego, e gli riavvivò la speranza. »
(Rollin in Storia Antica e Romana , volume 9[5])

E l'evento fortuito per i romani fu che catturarono un ambasciatore che i siracusani stavano mandando con richiesta d'aiuto a Filippo re di Macedonia; avendo colto l'importanza di quell'emissario, i romani riuscirono ad ottenere un incontro con i siracusani, per riscattare il prigioniero. In questa occasione, un soldato romano notò che le mure sulle quali furono portati non erano troppo alte e, avendone calcolato con lo sguardo tutte le misure, suggerì al generale di scalare quelle mura con delle scale di medie dimensioni, quando i siracusani si fossero distratti. E l'occasione venne loro incontro, poiché, un traditore siracusano li avvisò che la polis festeggiava in quel periodo una ricorrenza in onore della divinità Diana, che sarebbe durata tre giorni e che vi sarebbero stati fiumi di vino, poiché dato l'assedio il cibo scarseggiava e quindi lo si sarebbe sostituito con del festoso alcol, che avrebbe sicuramente reso i siracusani poco vigili e poco lucidi, non in grado di capire quel che succedeva intorno a loro. Fu così che Claudio Marcello, venuto a conoscenza della preziosa informazione, aspettò pazientemente che soldati e popolo siracusano si addormentassero in un sonno profondo condizionato dal troppo vino. Quindi, i romani di notte, non facendo rumore scalarono le mura e mille di loro entrarono così nella polis, poi, dopo aver ucciso le guardie dormienti o barcollanti, con le chiavi in mano fecero entrare il resto del loro esercito, all'alba Marcello fece suonare le trombe in segno di vittoria. Tale suono scioccò la città che si svegliò con l'esercito romano dentro le sue mura. Venne presa la città-quartiere dell'Epipoli, con il Castello Eurialo, ma la polis era vasta e così i cittadini e le guardie andarono a rifugiarsi dentro le città-quartiere di Acradina e di Ortigia, difese entrambe da altre spesse mura. Ne seguirono altri otto mesi di assedio, durante i quali gli eserciti, sia romano che cartaginese e siracusano, vennero decimati da una pestilenza dovuta al venir dell'autunno sulla zona paludosa del fiume vicino alla polis. Sconvolti e stremati, entrambe le parti cercarono un accordo, i siracusani mandarono dei loro emissari per decretare la resa a delle condizioni, ma vennero traditi da altri cittadini (disertori romani e mercenari) che temendo ritorsioni da parte dei romani, impedirono che la città si arrendesse a Roma, quindi intrapresero nuovamente le armi contro gli assedianti e fecero fallire le trattative di pace.[6][7] Ma l'assedio ebbe comunque fine poiché un altro tradimento consegnò definitivamente Siracusa nella mani di Roma; si trattava di un certo Merico, di origine spagnola che però risiedeva in Siracusa, fu lui che, in cambio di favori, fece entrare, nelle ultime due parti della polis ancora difese, i soldati romani.

Epicide richiamò in soccorso il fratello, che col sostegno di Imilcone attaccò i romani ottenendo una sconfitta. Subito dopo Ippocrate morirà presso le rive del fiume Anapo a causa di una pestilenza, mentre Epicide vedendosi rifiutato il soccorso di Bomilcare si rifugiò ad Agrigento facendo poi perdere le sue tracce.

Siracusa così andò incontro al suo destino cadendo definitivamente in mano romana. In quell'occasione trovò la morte anche il grande scienziato siracusano Archimede, che fu ucciso per errore da un soldato.
Per questa importante vittoria il console Marcello entrò vittorioso a Roma col suo carico di ori e beni preziosi strappati alla città.[8]

Le fonti storiche[modifica | modifica sorgente]

Sono diverse le fonti storiche che narrano l'assedio e la caduta di Siracusa:

Film[modifica | modifica sorgente]

L'assedio di Siracusa ha ispirato alcuni film come Cabiria di Giovanni Pastrone e L'assedio di Siracusa di Pietro Francisci (1960).

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ Tito Livio, Ab urbe condita, III decade "(...) Archimedes is erat, unicus spectator caeli siderumque, mirabilior tamen invenctor ac machinator bellicorum tormentorum operumque (...)"
  2. ^ http://galeon.hispavista.com/historical-atlas/mapas%20grandes/siracusaI.jpg [collegamento interrotto]
  3. ^ Untitled Document
  4. ^ Rollin, op. cit., p. 166
  5. ^ Rollin, op. cit., p. 167
  6. ^ Palmeri, op. cit., pp. 275 -280
  7. ^ Rollin, op. cit., pp. 167 - 177
  8. ^ Untitled Document

Voci correlate[modifica | modifica sorgente]

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