Assedio di Siracusa (212 a.C.)

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Assedio di Siracusa (212 a.C.)
Archimede dirige la difesa delle mura dell'antica Syrakousai (Siracusa)
Archimede dirige la difesa delle mura dell'antica Syrakousai (Siracusa)
Data 214 - 212 a.C.
Luogo Syrakousai (Siracusa)
Causa Improvviso appoggio di Siracusa a Cartagine
Esito Vittoria Romana
Modifiche territoriali Conquista romana di Siracusa e dei suoi territori
Schieramenti
Comandanti
Effettivi
25.000 soldati
150 navi
4 Legioni
100 navi[4]
Nel corso dell'assedio Archimede utilizzò le famose macchine belliche di sua invenzione.[5]
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L'assedio di Siracusa si riferisce alle operazioni belliche messe in atto dalle truppe romane di Marcello sotto le mura della polis di Syrakousai (odierna Siracusa) nel 212 a.C.[6] Gli attacchi si svolsero per vie terrestri e per vie maritttime ma in entrambi i casi l'esercito di Roma incontrò la insuperabile difesa pensata ed elaborata dallo scenziato e matematico Archimede. Durante l'assedio Ippocrate cercò rinforzi cartaginesi presso Eraclea Minoa ottenendo alcune vittorie contro i romani, Epicide invece rimase a Siracusa mantenendo sino all'ultimo una strenua difesa.

Contesto storico[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Seconda guerra punica.

Durante il regno di Gerone II, tra Roma e Siracusa era stato firmato un trattato di pace, che garantì alla città siciliana garanzia di pace e prosperità per lungo tempo. Tuttavia, alla morte di Gerone II, subentrò il nipote Geronimo alla guida della città.[7] Appena quindicenne e quindi impreparato ad affrontare le giuste scelte politiche, commise il grave errore di rompere immediatamente il trattato con i romani per allearsi con i Cartaginesi.[8] Ma Geronimo morì in una cospirazione per mano di Dinomene.[9] Succedette così Adranodoro il quale mantenne per breve tempo il potere, fino a quando venne assassinato.[10] Subentrarono così i fratelli Ippocrate ed Epicide a difesa della città,[11] inizialmente incerti su da che parte stare tra Roma e Cartagine.[12] Alla fine prevalse il partito anti-romano.

Casus belli[modifica | modifica wikitesto]

Dopo una lunga discussione, poiché non appariva alcuna possibilità di fare la guerra ai Romani, si decise di stipulare con loro un trattato di amicizia. In seguito a questa decisione vennero inviati degli ambasciatori a conferma dell'alleanza.[13] Non passarono molti giorni quando giunsero da Leontini dei messi per richiedere una difesa militare per i loro territori. Questa ambasciata parve molto opportuna per mandar via i capi. Ippocrate venne inviato con i disertori nella città che richiedeva aiuto, ma il sollievo durò per poco tempo, poiché Ippocrate cominciò a saccheggiare i territori confinanti della provincia romana e, poco dopo, assalì una guarnigione romana uccidendone molti.[14]

Marcello inviò allora degli ambasciatori a Siracusa, per dichiarare che erano stati violati i patti della pace e ammonire che, se non avessero allontanato dalla città e dalla stessa Sicilia i responsabili dell'eccidio, Ippocrate e Epidice, questi fatti avrebbero potuto condurre alla guerra.[15] Epidice raggiunse allora il fratello a Leontini, città che sapeva essere ostile ai Romani, e cominciò ad aizzare i suoi abitanti contro i Siracusani, sostenendo che i patti intervenuti tra quest'ultimi e Roma non impegnavano anche Leontini nell'accordo. Ciò era dovuto anche al fatto che i due fratelli avrebbero dovuto abbandonare la Sicilia per recarsi in esilio a Locri.[16]

I Siracusani allora informarono Marcello del rifiuto dei Leontini di attenersi anch'essi ai patti di alleanza con i Romani, e che questi ultimi avrebbero ricevuto il sostegno dei Siracusani in caso di guerra.[17] Marcello partì con tutto l'esercito contro Leontini, chiamando a sé anche Appio per assaltare insieme la città ribelle; trovò che i suoi soldati erano presi da un tale furore, a causa della strage da poco compiuta contro i loro commilitoni, che la città venne presa al primo assalto.[18] Ippocrate e Epicide, dopo che videro le porte abbattute e le mura occupate dalle milizie romane, trovarono prima rifugio nell'acropolis e poi nella città di Erbesso.[19] Ai Siracusani, che erano partiti con 8.000 armati per assistere i Romani nell'assedio, venne incontro un ambasciatore al fiume Myla, il quale mescolando notizie false con vere, disse che la città era stata saccheggiate e che era stata compiuta una strage indiscriminata di soldati e cittadini, tanto che nessun giovane era sopravvissuto.[20] Ad una notizia tanto atroce quanto falsa, l'armata siracusana, sconvolta per la strage, si fermò e i due comandanti, Soside e Dinomene, preferirono condurla a Megara Iblea.[21] Partirono quindi con pochi cavalieri nell'intento di occupare la vicina Erbesso. Fallita però l'impresa, mossero l'intera armata da Megara. Ippocrate e Epicide, perduta ogni speranza, andarono incontro all'armata siracusana con l'intento di consegnarsi, e incontrarono casualmente come prima schiera, quei 600 Cretesi che avevano combattuto sotto il loro comando ai tempi di Geronimo. Supplicanti, chiesero loro di proteggerli, scongiurando di non essere consegnati ai Siracusani, che li avrebbero certamente uccisi.[22]

La confusone che venne a generarsi nell'intera armata siracusana portò i loro comandanti a chiedere consiglio sul da farsi al senato siracusano. Contemporaneamente Ipporcate, approfittando della situazione, lesse ad alta voce una lettera che, fingendo di averla intercettata egli stesso, aveva scritto lui, dove si leggeva che i due comandanti siracusani invitavano il console Marcello a trattare con la stessa durezza tutte le milizie mercenarie di Siracusa, per permettere alla città di raggiungere la necessaria indipendenza e libertà da truppe straniere.[23] La reazione dell'armata fu tale che i due comandanti siracusani furono costretti a fuggire verso Siracusa, mentre Ippocrate e Epicide ottennero la gratitudine e la fedeltà di queste truppe.[24] Decisero infine di inviare un soldato tra quelli che erano stati assediati dai Romani a Leontini, corrompendolo affinché portasse a Siracusa la falsa notizia della strage avvenuta durante l'assedio, come se egli stesso avesse realmente vissuto quella tragica esperienza, per eccitare l'ira dei cittadini siracusani contro Roma.[25]

A parte una minoranza, la maggior parte dei cittadini e del senato, accolsero l'esercito di ritorno da Megara ed elessero nuovamente come loro strateghi, Ippocrate e Epicide.[26]

« Così Siracusa ricadde nell'antica schiavitù, dopo che la libertà le aveva arriso per un breve periodo »
(Livio, XXIV, 32.9.)

Con la rottura delle condizioni del trattato di alleanza, il Senato romano votò la guerra contro Siracusa. L'incarico di conquistare la città fu affidato al console romano, Marco Claudio Marcello,[2] che con un congruo numero di forze di terra e mare, pose gli accampamenti presso la città, a 1.500 passi (4,5 km), presso il tempio di Zeus.[27] Marcello fu affiancato dal propretore, Appio Claudio Pulcro,[3] che disponeva di una flotta di almeno cento navi, inizialmente dislocate a Murgantia.[4]

I Romani decisero di fare un ultimo tentativo di mediazione inviando una nuova delegazione di ambasciatori. Fuori della porta li attendevano Ippocrate e Epicide. Fu del tutto inutile poiché l'assedio riprese subito dopo.[28]

Forze in campo[modifica | modifica wikitesto]

Romani
Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Esercito romano della media repubblica.

In Sicilia vennero acquartierate, in punizione, i resti delle due legioni romane superstiti di Canne,[29] oltre ad una flotta di cento quinquiremi, posta sotto il comando di Appio Claudio Pulcro.[30][4] I Romani utilizzarono per i loro assalti via mare, sia le quinqueremi, sia le sambuche montate sulle prime.

Siracusani
Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Esercito siracusano.

A difesa della città, vi era un valoroso esercito ben equipaggiato nonché l'ingegno di Archimede e delle sue invenzioni. Proprio in quell'occasione infatti il Siracusano preparò la difesa tramite mezzi rinnovati come la balista, la catapulta e lo scorpione. Ma anche altri mezzi come la manus ferrea e gli specchi ustori, con cui si dice mise in seria difficoltà gli attacchi romani per mare e per terra. In realtà ci sono molti dubbi sull'utilizzo di specchi ustori da parte di Archimede, anche perché tutte le fonti che riportano tale informazione sono tarde e ci sono molti dubbi sulla fattibilità all'epoca di specchi parabolici o comunque orientati per far prender fuoco al legno o alla stoffa a così grande distanza.

L'assedio (214 - 212 a.C.)[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Assedio (storia romana).
Mappa dell'antica Siracusa (Syrakousai)

Primi otto mesi di assedio (214 a.C.)[modifica | modifica wikitesto]

Siracusa possedeva 27 km di mura costruite all'epoca di Dionigi I di Siracusa, che le garantivano una completa difesa, sia dalla parte del mare, sia da quella di terra. Proprio per queste difese la città non era mai stata prima di allora espugnata. Eco come la descrive Polibio:

« La città di Syrakousai ha sicure protezioni naturali, poiché le sue mura, di forma circolare, sorgono su postazioni elevate e dominate da profonde rupi, di difficile accesso [...]. Si può accedere solo da punti ben specifici. »
(Polibio, VIII, 3.4.)

Il compito di Marcello risultò pertanto assai difficile. I Romani posero il loro accampamento a poca distanza dalla città, per poi decidere di muovere l'assalto alle mura della città, dalla parte di terra nei pressi della porta Exapylon, dal mare invece da Acradina nei pressi del portico dei calzolai, dove le mura poggiano sul molo a picco sul mare.[31]

« I Siracusani, quando videro i Romani investire la città dai due fronti, di terra e di mare, rimasero storditi e ammutolirono di timore. Pensarono che nulla avrebbe potuto contrastare l'impeto di un attacco in forze di tali proporzioni. »
(Plutarco, Vite parallele - Marcello, 15.1.)

E poiché i Romani avevano già pronti i graticci, i materiali da lancio e tutto ciò che era necessario, pensarono di poter portare a termine tutti i preparativi per l'assedio in cinque giorni. Essi non sapevano però che a difendere la città vi era il genio di Archimede, uno dei più grandi matematici e ingegneri dell'antichità.[32] E così mentre Appio Claudio Pulcro si avvicinava da terra con le scale e i materiali adeguati per l'assedio, lungo il lato della porta dell'Hexapylon,[33] Marco Claudio Marcello, cominciò a muovere con parte della flotta (60 quinqueremi) dal mare, in direzione di Acradina, con uomini armati di archi, fionde e giavellotti.[34] Contemporaneamente con altre otto quinqueremi, alle quali per metà vennero sottratti i remi di destra e le altre quattro i remi di sinistra, e legate a coppie tra loro lungo le fiancate prive di remi, i Romani montarono sopra ad esse delle sambuche.[35]

Ricostruzione di sambuca ellenistica
« Dopo aver posto una scala, larga quattro piedi, da risultare alta come le mura, e collocata ad una giusta distanza da queste, ne avevano chiuso i fianchi a sua protezione; l'avevano posta in modo orizzontale sulle fiancate adiacenti tra loro delle navi affiancate, molto sporgenti rispetto ai rostri. Alla sommità degli alberi erano poste delle carrucole con funi, per cui quando era necessario, legavano le funi all'estremità superiore della scala, e poi le tiravano con le carrucole, le tiravano (alzandole), da poppa. Altri uomini, stando a prua, cercavano di assicurare la macchina così innalzata, puntellandola alla sua base. Servendosi quindi delle file dei remi, poste sulle due fiancate esterne, avvicinavano le navi a terra e provavano ad appoggiare la scala al muro. In cima alla scala, era posto un tavolato protetto su tre lati da graticci, dove salivano quattro uomini, i quali davano battaglia con il nemico posto sulle mura, pronto ad impedire che la sambuca venisse appoggiata al muro. Una volta riusciti ad appoggiare la scala, si trovavano spora il livello delle mura, toglievano i graticci laterali e scendevano dal tavolato sui fianchi, su mura e torri. Gli altri seguivano, salendo attraverso la sambuca [...]. »
(Polibio, VIII, 4.4-10.)
L'arma descritta da Polibio: una mano di ferro che sollevava la prua delle navi di Marcello.

Intanto Archimede predispose tutta una serie di macchine da lancio, capaci di coprire qualsiasi distanza entro il loro massimo lancio. Mise così in gravi difficoltà i Romani che stavano attaccando via mare, grazie a potenti balliste e catapulte.[36] Egli iniziò a utilizzare prima le macchine più grosse e potenti, e poi man mano che si avvicinavano alle mura quelle più piccole, per tenere il nemico sempre sotto il fuoco siracusano, a seconda della lunghezza del tiro.[37] Marcello, preso dallo sconforto, fu costretto a bloccare l'avanzata e ad operare l'avvicinamento alle mura, solo di notte.[38] E ancora Archimede completò un altro espediente per difendere le mura, una volta che i Romani si avvicinavano e combattevano dall'alto delle torri poste sulle navi: fece aprire nelle mura una fitta serie di feritoie alte quanto un uomo all'interno e grandi quanto un palmo sulla facciata esterna. Dalla parte interna aveva disposto sia gli arcieri, sia dei piccoli "scoprioni", pronti a neutralizzare i soldati romani a bordo delle quinqueremi.[39] In sostanza, che i nemici fossero lontani o vicini, egli riuscì a neutralizzarli, oltre ad ucciderne parecchi.[40]

E per evitare che i Romani si avvicinassero troppo alle mura con le loro sambuche issate, Archimede predispose un congegno non visibile dall'esterno che, al momento opportuno, si alzava dall'interno e sporgeva le proprie "antenne" oltre i merli. Queste ultime reggevano delle pietre del peso non inferiore a dieci talenti (360 kg) oppure blocchi di piombo. Le "antenne" venivano fatte ruotare nella direzione degli assedianti e poi, tramite un meccanismo a scatto, lasciavano cadere improvvisamente le pietre che andavano a sfasciare le sambuche e le navi stesse.[41] C'erano poi altre macchine che facevano cadere grosse pietre sulla prua delle navi, dove i soldati romani, posti dietro a dei ripari di graticci, si proteggevano da frecce e dardi lanciati dalle feritoie delle mura. Al tempo stesso i Siracusani calavano una mano di ferro attaccata ad una catena che provava ad afferrare la prua della nave e la sollevava sulla poppa. Ciò bloccava la nave per poi lasciar cadere dalla macchina, con un meccanismo a scatto, la mano e la catena, tanto che alcune imbarcazioni si rovesciavano sul fianco, altre sprofondavano imbarcando acqua.[42]

Tutti questi marchingegni, mai visti prima d'ora dai Romani, generarono non poco sconforto tra le file degli assedianti e nel loro comandante, Marcello,[43] che a detta di Polibio esclamò:

« Archimede continua a prelavere acqua dal mare con le navi, quasi fossero dei bicchieri, mentre le mie sambuche sono picchiate come delle estranee e cacciate dal banchetto. »
(Polibio, VIII, 6.6.)
AR 8 Litrai (λίτρα) della
Quinta democrazia di Syrakousai
(214-212 a.C.)[44]
Syracusae Fifth Democracy 8 litrai.jpg
Testa di Kore-Persephone a sinistra, con corona di foglie di grano, orecchino a tre pendenti e collana di perle. dietro civetta stante. ΣΥΡΑΚΟΣΙΩΝ Nike, con pungolo nella mano destra e redini nella sinistra, su quadriga veloce dx; sopra, monogramma ΑΡΚ; sulla linea di esergo, in lettere minute, ΛΥ
Sicilia, monetazione di Siracusa.

Contemporaneamente anche Appio Claudio, sul fronte terrestre non ebbe miglior fortuna. Anche questa parte era stata con ogni genere di macchine da guerra a cura di Gerone II, nei suoi precedenti anni di regno.[45] I suoi uomini, ancora distanti dalle mura, erano raggiunti dalle scariche di proiettili lanciati a grande distanza dalle mura della città, da catapulte e baliste.[46] Quando poi si avvicinavano alla città, erano tempestati da una fitta pioggia di frecce scagliate dalle feritorie delle mura; coloro invece che attaccavano al riparo di graticci, erano uccisi dai colpi delle pietre e delle travi, lanciate sulle loro teste.[47] Sempre i Siracusani inflissero non poche perdite con le loro "mani meccaniche", che sollevavano i legionari romani, per poi lasciarli cadere dall'alto delle mura.[48] Fu così che Appio Claudio preferì ritirarsi nel proprio accampamento, non rinunciando ad azioni improvvise, stratagemmi o impresa ardita, per gli otto mesi che rimase in carica, evitando di prendere Siracusa con l'assedio. Egli era convinto che prima o poi i suoi cittadini, si sarebbero arresi per fame, visto che era numerosa ma popolazione della città e che vennero tagliate tutte le vie di rifornimento, via terra e via mare.[49] Così i Romani, dopo aver tenuto un consiglio di guerra, deliberarono di rinunciare all'assalto, poiché ogni tentativo risultava vano e decisero di bloccare al nemico tutte le vie di rifornimento, assediando Siracusa per mare e per terra.[50]

Lo storico Niccolò Palmeri, descrive uno dei tanti attacchi che subirono i Romani ad opera delle geniali difese di Archimede:

« Nel cuor della notte s'avanzarono i Romani; e s'inerpicarono sopra le rupi, sulle quali sorgevano le mura. Appena giuntivi, sboccò dalle feritoje una tempesta di dardi, ed altre piccole armi. Dall'alto si mandavano giù, e sassi e pesanti travi, che gran danno facevano nel cadere, anche più nel precipitare, e nel rimbalzare. Al tempo stesso briccole, fionde, catapulte, baliste ne scagliavano via via, sino a gran distanza; intantoché i Romani si trovarono istantaneamente come involti in una tempesta. Di sotto, di sopra, o stramazzati, senza potere opporre difese o recare il minimo danno ai nemici; anzi senza pure vederli. In guisa che pareva loro combattere, non con gli uomini, cogli Dei sdegnati. »
(Nicolò Palmieri, Somma della Storia di Sicilia, Volume 1)

Altre azioni militari nei territori circostanti (214 a.C.)[modifica | modifica wikitesto]

E per non perdere tempo, Appio Claudio rimase a guardia della città con i due terzi delle forze, mentre Marcello, con l'altro terzo, ridusse in suo potere alcune delle città che erano passate ai Cartaginesi.[51] Eloro e Erbesso si arresero spontaneamente. Distrusse quindi e saccheggiò Megara Hyblaea.[52] Contemporaneamente il comandante cartaginese, Imilcone, sbarcò a Eraclea Minoa con 25.000 fanti, 3.000 cavalieri e 12 elefanti, una quantità di soldati superiore a quella con cui aveva tenuto la flotta al promontorio di Pachino. Egli era stato inviato da Annibale in soccorso di Ippocrate.[53] Giunto ad Eraclea, ricevette la resa di Agrigento e, poco dopo, si congiunse ad Ippocrate che, con la sua armata di 10.000 fanti e 500 cavalieri, aveva deciso di accamparsi presso Akrillai.[54] E mentre i Siracusani stavano fortificando il loro campo, giunse Marcello, che tornava da Agrigento, già occupata dal nemico, e non si aspettava di incontrare un esercito siracusano.[55] Tuttavia temendo di poter essere attaccato da Imilcone, marciava con l'esercito in formazione, pronto a difendersi da un possibile assalto improvviso.[56] Il caso volle che quella cautela utilizzata contro un possibile attacco dei Cartaginesi servì al comandante romano per avere la meglio contro i Siracusani. Questi ultimi infatti vennero sorpresi mentre erano ancora intenti a preparare gli accampamenti. La fanteria venne assalita praticamente inerme, mentre la cavalleria riuscì a rifugiarsi da Ippocrate ad Akrillai, dopo brevi scaramucce.[57] Grazie all'esito di questa battaglia, molti tra i Siculi abbandonarono il proposito di allontanarsi dai Romani e Marcello poté far ritorno a Siracusa.[58]

Geografia della Sicilia romana

Dopo pochi giorni che Marcello era tornato nell'accampamento romano davanti a Siracusa, anche Imilcone, che si era congiunto con Ippocrate, pose gli accampamenti nei pressi del fiume Anapo, a circa otto miglia dalla città (pari a 12 km circa).[58] Sempre in questo stesso momento giunse davanti al porto di Siracusa, Bomilcare, ammiraglio della flotta cartaginese formata da 55 navi da guerra;[1] sul fronte opposto trenta quinquiremi sbarcarono a Panormus una nuova legione romana, concentrando sull'isola una grande quantità di truppe.[59] Bomilcare però non si trattenne per molto, poiché non molto tempo dopo passò in Africa, poiché si fidava poco delle sue navi, che erano la metà di quelle romane, e del fatto che avrebbe messo in maggiori difficoltà gli alleati peggiorandone le riserve di alimenti.[60]

Accadde anche che Imilcone inseguì invano Marcello fino a Siracusa, per vedere se gli si presentava un'occasione per combattere, prima che il console romano si ricongiungesse con il grosso del suo esercito.[61] Non presentandosi alcuna opportunità di combattimento e vedendo che Marcello si era rifugiato nei suoi accampamenti, il comandante cartaginese preferì muovere il suo campo per non sprecare inutilmente il tempo stando a guardare gli alleati assediati. Poco dopo ricevette la resa di Murgantia, i cui cittadini consegnarono allo stesso la guarnigione romana e dove i Romani avevano ammassato una grande quantità di grano e rifornimenti di ogni specie.[62] E non appena giunsero le voci di questa defezione, molte città ripresero coraggio e cacciarono o sopraffecero i vari presidi romani. La città di Henna, posizionata sopra un monte altissimo, aveva un presidio romano inespugnabile ed un comandante esperto come Lucio Pinario,[63] il quale non si fece sorprendere dagli eventi. Egli, avendo compreso del tradimento degli Ennesi, scesi a patti con Imilcone, compì una vera e propria strage sull'intera popolazione cittadina. L'alternativa sarebbe stata quella di consegnare il presidio romano nelle mani dei Cartaginesi, mettendone a repentaglio la vita dei suoi stessi soldati.[64] Marcello non disapprovò quella strage e concesse ai soldati il bottino raccolto ad Henna, ritenendo che i Siculi per timore di una nuova strage avrebbero evitato di tradire altri presidi romani.[65] Livio aggiunge che con quell'ignobile strage non era stato profanato soltanto un luogo abitato da uomini, ma anche da déi in quanto proprio a Henna era ancora vivo il ratto di Proserpina. Fu così che gli indecisi passarono dalla parte dei Cartaginesi.[66]

Da qui Ippocrate si rifugiò a Murgantia, Imilcone ad Agrigento, dopo aver inutilmente avvicinato ad Henna l'esercito.[67] Marcello invece fece ritorno a Leontini, dopo aver raccolto nell'accampamento grano ed altri rifornimenti. Lasciato ad Henna un modesto presidio, venne verso Siracusa per assediarla. Concesse, quindi, ad Appio Claudio il permesso di recarsi a Roma per ottenere il consolato, ed al suo posto, a capo della flotta, pose Tito Quinzio Peno Capitolino Crispino.[68] Costruì e fortificò i quartieri d'inverno (hiberna) a cinque miglia (7,5 km) dall'Esapilo, in località Leonte.[69]

L'assedio si protrae (213 a.C.)[modifica | modifica wikitesto]

Archimede potrebbe aver usato i suoi specchi in modo collettivo per riflettere la luce del sole per bruciare le navi della flotta romana durante l'assedio di Siracusa.

A fronte di sforzi vani, Marcello decise di mantenere il semplice assedio, provando a stritolare la città. L'assedio si protrasse per ben 18 mesi, un tempo lungo in cui a Siracusa, esplosero contrasti e malumori tra il popolo. La parte filoromana sosteneva la possibilità di migliori condizioni di vita cedendo il regno ai romani, mentre la restante parte proponeva la difesa ad oltranza. Queste divisioni sorsero certamente per l'assenza di un sovrano forte e carismatico quale era stato Gerone II, infatti fu un gruppo di cittadini a tradire la causa della città. Dopo frequenti contatti con le truppe romane, fu organizzato il tradimento.

Il console Marcello, avendo capito che con le macchine di Archimede non poteva creare una breccia nelle mura di Siracusa, decise allora di cambiare strategia e di prendere la città per fame, aspettando che la sua numerosa popolazione all'interno sentisse la necessità di uscire fuori per procurarsi i viveri alimentari. Ma, i Romani non avevano calcolato che Siracusa disponeva dell'alleanza dei Cartaginesi che la rifornivano di cibo. I piani dei romani andarono talmente disattesi che gli storici ci narrano addirittura di un tentativo di resa da parte di Caludio Marcello:

« Nel principio della terza campagna Marcello, disperando quasi assolutamente di poter prendere Siracusa, o con la forza, perché Archimede gli opponeva sempre ostacoli insuperabili, o con la fame, perché la flotta cartaginese, ritornata più numerosa di prima, la provvedeva di vettovaglie, esaminò se doveva trattenervisi per proseguire l'assedio, o rivolgere tutti gli sforzi contra Gergenti (Agrigento). Prima però di prendere l'ultima risoluzione, volle provare se riusciva a rendersi padrone di Siracusa per mezzo di qualche intelligenza segreta. »
(Rollin in Storia Antica e Romana , vol. IX, p. 166.)

Assalto finale (212 a.C.)[modifica | modifica wikitesto]

Infatti i Romani, vedendo che la situazione si era messa loro sfavorevole, decisero di giocare d'astuzia e cercare di entrare segretamente, tramite complici siracusani, all'interno della polis. Ma i loro piani svanirono poiché una prima congiura venne scoperta da Epicide e quindi annullata.

« Mentre immerso [Marcello] in un profondo dolore aveva continuamente sotto gli occhi la vergogna che gli sarebbe ridondata dal levare un assedio, in cui avea consumato tanto tempo, e fatte perdite sì grandi di uomini e di vascelli, un evento fortuito gli offerse un nuovo ripiego, e gli riavvivò la speranza. »
(Rollin in Storia Antica e Romana , volume 9[70])
AR 6 Litrai (λίτρα) della
Quinta democrazia di Syrakousai
(214-212 a.C.)[71]
Syracusae Fifth Democracy 6 litrai 89001080.jpg
Testa barbata di Eracle verso sinistra, indossante pelle di leone. Nike, con kentron (pungolo) nella mano destra e redini nella sinistra, su quadriga veloce dx; sotto ΣA, in esergo ΣΥΡΑΚΟΣΙΩΝ
Sicilia, monetazione di Siracusa.

E l'evento fortuito per i Romani fu che catturarono un ambasciatore che i Siracusani avevano inviato a chiedere aiuto a Filippo re di Macedonia; avendo colto l'importanza di quell'emissario, i Romani riuscirono ad ottenere un incontro con i Siracusani, per riscattare il prigioniero. In questa occasione, un soldato romano contò le file di mattoni. La torre era costruita con pietre ben squadrate, tanto da risultare estremamente facile calcolare la distanza tra i merli da terra.[72] Suggerì pertanto al comandante romano di scalare quelle mura con delle scale di medie dimensioni, quando i Siracusani si fossero distratti. E l'occasione venne loro incontro, poiché un traditore siracusano li avvisò che la polis stava festeggiando da tre giorni una ricorrenza in onore della divinità Artemide e che, se da un lato usavano poco cibo poiché scarseggiava, dall'altro bevevano vino in abbondanza. Fu così che Marco Claudio Marcello, venuto a conoscenza della preziosa informazione, e ricordatosi del punto delle mura che risultava più basso, pensando che gli uomini si sarebbero ubriacati, decise di tentare la sorte.[73]

Dopo che furono approntate due scale adatte all'altezza delle mura, Marco selezionò il gruppo che avrebbe dovuto dare inizio alla scalata e che riteneva più idoneo ad affrontare il primo ed evidente pericolo. Fece loro grandi promesse.[74] Scelse quindi altri uomini che avrebbero assistito i primi, appoggiando le scale, senza anticipare a questi ultimi del piano, ma annunciando semplicemente di tenersi pronti. Scelta 'un'ora opportuna della notte, svegliò gli uomini preposti all'attacco;[75] dopo aver inviato i portatori di scale, sotto la scorta di un tribuno e di un manipolo di legionari, fece svegliare tutto l'esercito e cominciò ad inviare i primi manipoli, uno alla volta, ad intervalli regolari per evitare che ci fosse confusione durante la scalata.[76]

Raggiunto il numero di mille legionari sotto le mura, seguì egli stesso con il resto dell'esercito.[77] Una volta che i portatori di scale l'ebbero appoggiate al muro senza essere visti, il primo gruppo d'assalto diede rapidamente la scalata. Una volta poi che questi si trovarono in cima alle mura, tutti gli altri cominciarono a correre su per le scale, ormai senza più un grande ordine.[78] Inizialmente percorsero le mura senza trovarvi le sentinelle, in quanto a causa della festa, gli uomini si trovavano riuniti all'interno delle torri a festeggiare, alcuni ubriachi, altri addormentati.[79] Fu così che i legionari romani, senza fare rumore, dapprima piombarono sugli uomini della prima torre e poi delle altre vicine, uccidendo la maggior parte degli armati siracusani e senza che nessuno avesse dato l'allarme.[80] Quando poi furono nei pressi dell'Exapylon, scesero le mura dall'interno, abbatterono la prima postierla e da questa fecero entrare il comandante Marcello con il resto dell'esercito. Così i Romani conquistarono Siracusa.[81]

All'alba Marcello fece suonare le trombe in segno di vittoria. Tale suono scioccò la città che si svegliò con l'esercito romano dentro le sue mura. Venne presa la città-quartiere dell'Epipoli,[82] con il Castello Eurialo, ma la polis era vasta e così i cittadini e le guardie andarono a rifugiarsi dentro le città-quartiere di Acradina e di Ortigia, difese entrambe da altre spesse mura. Ne seguirono altri otto mesi di assedio, durante i quali gli eserciti, sia romano che cartaginese e siracusano, vennero decimati da una pestilenza dovuta al venir dell'autunno sulla zona paludosa del fiume vicino alla polis. Sconvolti e stremati, entrambe le parti cercarono un accordo, i siracusani mandarono dei loro emissari per decretare la resa a delle condizioni, ma vennero traditi da altri cittadini (disertori romani e mercenari) che temendo ritorsioni da parte dei romani, impedirono che la città si arrendesse a Roma, quindi intrapresero nuovamente le armi contro gli assedianti e fecero fallire le trattative di pace.[83]

Conseguenze[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Syracusæ.

L'assedio ebbe comunque fine poiché un altro tradimento consegnò definitivamente Siracusa nelle mani di Roma; si trattava di un certo Merico, di origine spagnola che però risiedeva in Siracusa, fu lui che, in cambio di favori, fece entrare, nelle ultime due parti della polis ancora difese, i soldati romani.

Epicide richiamò in soccorso il fratello, che col sostegno di Imilcone attaccò i romani ottenendo una sconfitta. Subito dopo Ippocrate morirà presso le rive del fiume Anapo a causa di una pestilenza, mentre Epicide vedendosi rifiutato il soccorso di Bomilcare si rifugiò ad Agrigento facendo poi perdere le sue tracce.

Siracusa così andò incontro al suo destino cadendo definitivamente in mano romana. In quell'occasione trovò la morte anche il grande scienziato siracusano Archimede, che fu ucciso per errore da un soldato.[84] Per questa importante vittoria il console Marcello entrò vittorioso a Roma col suo carico di ori e beni preziosi strappati alla città greca.[85]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ a b Livio, XXIV, 36.3.
  2. ^ a b Livio, XXIV, 21.1.
  3. ^ a b c Polibio, VIII, 3.1.
  4. ^ a b c Livio, XXIV, 27.5.
  5. ^ Tito Livio, Ab urbe condita, III decade "(...) Archimedes is erat, unicus spectator caeli siderumque, mirabilior tamen invenctor ac machinator bellicorum tormentorum operumque (...)"
  6. ^ Periochae, 24.3 e 25.10-11.
  7. ^ Polibio, VII, 2.
  8. ^ Polibio, VII, 3-4.
  9. ^ Polibio, VII, 9.
  10. ^ Livio, XXIV, 21-24.
  11. ^ Livio, XXIV, 27.1-3.
  12. ^ Livio, XXIV, 27.4-28.9.
  13. ^ Livio, XXIV, 28.9.
  14. ^ Livio, XXIV, 29.1-4.
  15. ^ Livio, XXIV, 29.5.
  16. ^ Livio, XXIV, 29.6-11.
  17. ^ Livio, XXIV, 29.12.
  18. ^ Livio, XXIV, 30.1.
  19. ^ Livio, XXIV, 30.2.
  20. ^ Livio, XXIV, 30.3-4.
  21. ^ Livio, XXIV, 30.5-9.
  22. ^ Livio, XXIV, 30.10-14.
  23. ^ Livio, XXIV, 31.1-9.
  24. ^ Livio, XXIV, 31.10-11.
  25. ^ Livio, XXIV, 31.12-15.
  26. ^ Livio, XXIV, 32.
  27. ^ Livio, XXIV, 33.1-3.
  28. ^ Livio, XXIV, 33.4-8.
  29. ^ Periochae, 23.10.
  30. ^ Polibio, VIII, 1.7.
  31. ^ Polibio, VIII, 3.2; Livio, XXIV, 33.9.
  32. ^ Polibio, VIII, 3.3; Livio, XXIV, 34.1-2.
  33. ^ Polibio, VIII, 3.6.
  34. ^ Polibio, VIII, 4.1; Livio, XXIV, 34.4.
  35. ^ Polibio, VIII, 4.2; Livio, XXIV, 34.5-7.
  36. ^ Polibio, VIII, 5.2; Livio, XXIV, 34.8.
  37. ^ Polibio, VIII, 5.3.
  38. ^ Polibio, VIII, 5.4.
  39. ^ Polibio, VIII, 5.6; Livio, XXIV, 34.9.
  40. ^ Polibio, VIII, 5.7.
  41. ^ Polibio, VIII, 5. 8-11.
  42. ^ Polibio, VIII, 6.1-4; Livio, XXIV, 34.10-11.
  43. ^ Polibio, VIII, 6.5-6.
  44. ^ Burnett, Enna D 36, 6 (same dies). Jameson 894.
  45. ^ Livio, XXIV, 34.12-15.
  46. ^ Polibio, VIII, 7.1-2.
  47. ^ Polibio, VIII, 7.3.
  48. ^ Polibio, VIII, 7.4.
  49. ^ Polibio, VIII, 7.5-10.
  50. ^ Livio, XXIV, 34.16.
  51. ^ Polibio, VIII, 7.11-12.
  52. ^ Livio, XXIV, 35.1-2.
  53. ^ Livio, XXIV, 35.3-5.
  54. ^ Livio, XXIV, 35.6-8.
  55. ^ Livio, XXIV, 35.9.
  56. ^ Livio, XXIV, 35.10.
  57. ^ Livio, XXIV, 36.1.
  58. ^ a b Livio, XXIV, 36.2.
  59. ^ Livio, XXIV, 36.4.
  60. ^ Livio, XXIV, 36.7.
  61. ^ Livio, XXIV, 36.8.
  62. ^ Livio, XXIV, 36.9-10.
  63. ^ Livio, XXIV, 37.1-3.
  64. ^ Livio, XXIV, 37.4-39.7.
  65. ^ Livio, XXIV, 39.7.
  66. ^ Livio, XXIV, 39.8-9.
  67. ^ Livio, XXIV, 39.10.
  68. ^ Livio, XXIV, 39.11-12.
  69. ^ Livio, XXIV, 39.3.
  70. ^ Rollin, p. 167
  71. ^ BAR Issue 90; SNG ANS –; SNG Lloyd 1570 (same dies); Basel 543 var. (control letters); Gulbenkian 361.
  72. ^ Polibio, VIII, 37.1.
  73. ^ Polibio, VIII, 37.2.
  74. ^ Polibio, VIII, 37.3.
  75. ^ Polibio, VIII, 37.4.
  76. ^ Polibio, VIII, 37.5.
  77. ^ Polibio, VIII, 37.6.
  78. ^ Polibio, VIII, 37.7-8.
  79. ^ Polibio, VIII, 37.9.
  80. ^ Polibio, VIII, 37, 10.
  81. ^ Polibio, VIII, 37.11.
  82. ^ Polibio, VIII, 37.12.
  83. ^ Palmeri, pp. 275 -280; Rollin, pp. 167 - 177
  84. ^ Periochae, 25.11.
  85. ^ Polibio, IX, 10.1-2.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

Fonti antiche
Fonti storiografiche moderne
Filmografia

L'assedio di Siracusa ha ispirato alcuni film come:

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Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]