Spedizione ateniese in Sicilia

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Spedizione Siciliana
Mappa della spedizione ateniese in Sicilia.
Mappa della spedizione ateniese in Sicilia.
Data 415 - 413 a.C.
Luogo Siracusa
Causa Segesta chiese l'aiuto di Atene contro Siracusa
Esito Grave disfatta ateniese
Modifiche territoriali Nessuno
Schieramenti
Comandanti
Effettivi
Sconosciute le forze siracusane, 3000 opliti spartani Prima spedizione: 6330 uomini di cui: 5000 opliti, 480 arcieri, 700 frombolieri, 120 truppe leggere e 30 cavalieri. 134 triremi e 130 navi da trasporto[1].
Seconda spedizione: 5000 opliti, 73 triremi, [2].
Perdite
Non si hanno cifre precise Su 12.000 uomini solo 7.000 superstiti, poi fatti schiavi a Siracusa[3]
Alcibiade, dapprima al comando della spedizione ateniese, passò nei ranghi delle forze spartane in difesa di Siracusa.
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La spedizione ateniese in Sicilia fu un'iniziativa militare ateniese durante la guerra del Peloponneso, che ebbe luogo tra il 415 e il 413 a.C. È considerata come una delle più imponenti spedizioni militari dell'antichità ma anche il più grande errore strategico militare della storia antica; l'esito finale infatti fu la completa disfatta delle forze ateniesi a causa della sottovalutazione dei rischi e degli imprevisti. Sicché, dopo le prime vittorie ateniesi, l'esercito siracusano, sostenuto dall'astuzia del generale spartano Gilippo, riuscì clamorosamente a capovolgere le sorti della guerra.

Al termine della spedizione, della grande armata partita da Atene solo pochi furono i sopravvissuti, i quali finirono i loro giorni imprigionati nelle latomie siracusane dove, tra stenti e sofferenze, andarono incontro a facile morte. Questa sconfitta, oltre a mutare le sorti della storia della Sicilia, segnò l'avvio del definitivo declino militare e politico di Atene, successivamente conquistata da Sparta.

Casus belli[modifica | modifica wikitesto]

Dopo la pace di Nicia[modifica | modifica wikitesto]

Le alleanze nella guerra del Peloponneso

Nel 421 a.C. si era conclusa la prima fase della guerra del Peloponneso grazie alla Pace di Nicia che aveva decretato, per 50 anni, la cessazione delle ostilità tra Sparta e Atene ripristinando lo status quo ante bellum. Atene avrebbe, quindi, dovuto cedere le città di Pylos e Citera in cambio della città di Amphipolis, mentre la città di Schione che aveva rotto l'alleanza con Atene per allearsi con Sparta durante la guerra del Peloponneso, sarebbe dovuta tornare sotto controllo ateniese.

Nonostante gli accordi, ben presto sorsero forti attriti tra spartani e ateniesi. La pace di Nicia prevedeva, infatti, che una delle due fazioni, scelta a sorte, in segno di buona volontà facesse il primo passo restituendo una delle città che spettavano all'avversario. Quando però tocco a Sparta iniziare per prima, a causa della scarsa fiducia che riponeva in Atene, si rifiutò di restituire Amphipolis e di conseguenza Atene non liberò Pylos[4].

In realtà la pace era da considerarsi come una tregua che avrebbe reso possibile il riarmo delle parti belligeranti e la successiva ripresa della guerra[5]. Di fatto, sia Sparta che Atene, nonostante avessero formalmente stipulato un accordo di pace, si trovavano in una situazione di conflitto, che, se da un punto di vista non permetteva loro di sfidarsi in campo aperto tramite una nuova guerra, d'altro canto non gli proibiva di contrastare gli interessi dell'avversario tramite l'aiuto delle poleis alleate[6].

Di conseguenza, molti cittadini di spicco ateniesi furono contrari alla pace, in quanto ritenevano servisse solamente a dare maggiori possibilità di riarmo ai nemici. Primo tra tutti a sostenere questo punto di vista era Alcibiade, uno dei maggiori sostenitori della spedizione ateniese in Sicilia. Il conflitto di interessi tra le città di Segesta e Selinunte poteva, quindi, fornire un ottimo pretesto per agire contro gli interessi degli spartani in Sicilia[7]. Selinunte, infatti, aveva allargato la propria zona di influenza grazie all'aiuto di Siracusa a discapito della rivale Segesta, che era, quindi, decisa a rivendicare il proprio potere con l'aiuto della potente Atene.

Il pretesto della guerra tra Selinunte e Segesta[modifica | modifica wikitesto]

Busto di Alcibiade

In questo contesto storico e politico nel 416 a.C., scoppiò una guerra tra le poleis siceliote di Selinunte e Segesta, la prima alleata di Siracusa e da questa prontamente appoggiata, la seconda alleata di Atene; il conflitto, causato da dispute territoriali, volse in breve tempo a favore di Selinunte. A quel punto Segesta, città elima, dopo aver chiesto l'intervento di Cartagine (rifiutato), cercò da Atene l'aiuto necessario per vincere lo strapotere di Siracusa e delle colonie ad essa alleate sull'isola.

Il rischio era, infatti, che una vittoria su Segesta potesse determinare l'egemonia della città di Aretusa sull'intera Sicilia: Siracusa, infatti, manteneva il potere su Leontini, Katane (l'odierna Catania) e le altre colonie della Sicilia orientale. Un intervento di Atene contro Siracusa avrebbe, certamente, ridimensionato l'egemonia della città nell'isola e avrebbe altresì indebolito Sparta che all'epoca si riforniva di derrate alimentari da Siracusa[8].

Anche se le città di Siracusa ed Atene non si trovavano in una situazione di conflitto, gli emissari inviati da Segesta ad Atene riferirono che la città dorica di Siracusa una volta sconfitta Segesta avrebbe potuto allearsi con Sparta, anche questa di origini doriche, per sconfiggere definitivamente Atene. Un attacco preventivo per evitare tale evento sarebbe stato, quindi, assolutamente necessario dal punto di vista di Segesta, anche perché la città si sarebbe fatta carico di tutte le spese di una guerra, ricompensando la città di Atene con oggetti di valore in oro ed argento[9]; convinti dagli argomenti forniti dagli emissari di Segesta gli ateniesi promisero il loro supporto.[senza fonte]

Questo disegno strategico portava la firma di Alcibiade, un ex allievo di Socrate dotato di talento e di brillanti capacità oratorie. L'ipotesi era certamente ardita, anche perché, per la prima volta nella storia, si sarebbe affacciata la possibilità di aprire un fronte di guerra parallelo contro la storica rivale Sparta[10]: un'intuizione strategica successivamente adottata dai Romani nella Seconda guerra punica e che troverà grande fortuna fino all'età contemporanea.[senza fonte]

I preparativi[modifica | modifica wikitesto]

L'Acropoli di Atene, centro politico, culturale e religioso della città greca

Ad Atene[modifica | modifica wikitesto]

Dopo la richiesta di aiuto, Atene inviò a Segesta degli emissari i quali ricevettero una ottima accoglienza: furono mostrate loro tutte le ricchezze della città e fu offerto, persino, un compenso per la loro venuta; tornati, quindi, ad Atene, riferirono delle grandi ricchezze di Segesta, valido motivo per preparare un intervento militare da cui avrebbero tratto dei benefici economici:

« La stagione seguente, all'aprirsi della primavera, l'ambasceria ateniese fece ritorno dalla Sicilia ed al suo seguito tornarono i segestani, recando con sé sessanta talenti di argento non coniato, che rappresentavano il soldo di un mese per gli equipaggi di quelle sessanta navi di cui avevano in proposito di sollecitare l'invio. L'assemblea si raccolse subito in Atene, e poté udire dalla bocca dei segestani e degli ambasciatori della propria città, tra il cumulo delle altre affascinanti fandonie, questa di particolare spicco: che quanto a finanze nei tesori dei santuari e in quello statale giacevano depositi ingenti subito disponibili. »
(Tucidide, Guerra del Peloponneso, VI, 8)

Quello che però gli emissari di Atene non sapevano era che Segesta si era fatta prestare da altre città molte delle ricchezze loro mostrate e che, quindi, la ricompensa che avrebbero potuto riscuotere era solamente una frazione delle ricchezze che avevano visto. Si avviarono, quindi, una serie di assemblee per decidere sull'eventuale intervento in favore della colonia e nella prima assemblea furono subito votati i capi spedizione: Alcibiade, Nicia e Lamaco[11].[12].

Alcibiade, sostenitore della spedizione, pensava che la minaccia nei confronti di Siracusa avrebbe avuto l'effetto di affamare Sparta poiché avrebbe bloccato l'invio del grano proveniente dall'isola; la città, infatti, sarebbe stata cinta da un assedio strettissimo, sia per terra che per mare che avrebbe indubbiamente avuto grosse ripercussioni economiche anche sulle città alleate. Tuttavia, il sostegno di Alcibiade alla spedizione non era legato solo ad un interesse patriottico ma anche ad accrescere i consensi politici che gli avrebbero aperto la strada alla carriera politica[13].

Nicia era invece più cauto, e manifestava le maggiori avversità nei confronti della spedizione non solo poiché aveva poca convinzione nell'impresa in sé e in Alcibiade, suo rivale, ma anche perché, in qualità di prosseno di Siracusa, intratteneva rapporti politici e di ospitalità con i personaggi più ragguardevoli della città siceliota. [14]. Infatti, egli considerava il piano troppo insidioso a causa del ventilato ampliamento del teatro di guerra il quale avrebbe portato il conflitto in una terra lontana e con l'appoggio di poche città. Inoltre, i rifornimenti dell'armata, a totale carico dei sicelioti, costituivano un problema di non poco conto poiché un contingente così potente avrebbe potuto essere impiegato in guerre più vicine alla madrepatria, specialmente dopo che la Persia aveva iniziato apertamente a finanziare Sparta[15]. Infine, Lamaco, più bellicoso, sosteneva che bisognasse attaccare immediatamente Siracusa sfruttando la fase di disorganizzazione iniziale.

Nell'assemblea, quindi, si discusse in maniera approfondita l'opportunità della spedizione. Nicia parlò della pericolosità dell'intervento militare a causa della lontananza dalla patria e del rischio di non riuscire a sostenere un nuovo fronte di guerra. Alcibiade sostenne, invece, l'opportunità di intervenire onde piegare Siracusa e conquistare persino l'intera Sicilia. Dopo un lungo dibattito l'assemblea si mostrò palesemente favorevole alla guerra, tanto da indurre Nicia a suggerire l'invio di un contingente indipendente il quale non dovesse rischiare l'invio futuro di ulteriori aiuti:

« [Siracusa e Selinunte] dispongono di numerose divisioni oplitiche, ranghi completi di arcieri e lanciatori di giavellotto, una marina poderosa di triremi, un'infinità di gente pronta ad armarle. Depositi finanziari robusti: privati, cui s'aggiungono le riserve auree dei santuari, specie a Selinunte. A Siracusa inoltre affluiscono i tributi di popolazioni barbare in suo potere. Sul piano strategico vantano su di noi questa supremazia significativa: un nerbo potente di cavalli nel loro organico. Poi possono contare su raccolti propri di grano, senza preoccuparsi d'importarne... »
(Tucidide, La guerra del Peloponneso, Libro VI, 20)

Egli suggerì quindi di schierare 100 triremi, e una fanteria pesante composta da non meno di 5000 opliti tra ateniesi e alleati: inoltre, si necessitava di reparti di frombolieri e arcieri ateniesi e cretesi[16]. Alla fine, la decisione di armare al meglio la spedizione fu presa, predisponendo una dotazione militare doppia rispetto a quella inizialmente considerata[17].

A Siracusa[modifica | modifica wikitesto]

Nella città siciliana alle prime avvisaglie di un attacco ateniese fu convocato un pubblico consiglio dove, tra scettici e timorosi, si dibatterono le azioni da intraprendere. Il generale Ermocrate suggerì di prepararsi ad un eventuale attacco cercando alleanze tra tutti i possibili alleati: Cartaginesi, Siculi, Spartani, Corinzi e persino in Italia. Inoltre, suggeriva l'invio di unità navali per contrastare già da Taranto le prime flotte ateniesi in arrivo[18].

Atenagora invece, scettico nei riguardi della ventilata spedizione, considerava improbabile da parte ateniese l'errore militare di aprire un altro fronte nella guerra del Peloponneso: per questa ragione accusò Ermocrate di allarmismo e di voler rovesciare la repubblica di Siracusa, probabilmente perché sospettava un imminente richiesta di poteri eccezionali[19][20][21]. Ermocrate in effetti aveva lasciato sospettare una sua aspirazione alla tirannia, per questo motivo Atenagora aveva enfatizzato gli allarmismi di Ermocrate.

In ogni caso, al termine della riunione, il consiglio decise di valutare le forze in campo e di allertare le truppe. In altre fonti, considerate però di dubbia attendibilità, per la presenza di imprecisioni[22] e per l'identità non chiara dell'autore[23] si racconta che all'epoca fossero in corso trattative diplomatiche dirette fra Atene e Siracusa in merito alla questione Segestana.

In epoca greca le erme raffiguravano il dio Ermes (nell'immagine un'erma del museo archeologico di Atene). Poste lungo le strade o nei confini di proprietà, avevano la funzione di invocare la protezione del dio ai viandanti.

Scandalo delle erme[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Scandalo delle erme.

Mentre fervevano i preparativi per la partenza della spedizione nella notte tra il 20 e il 21 maggio del 415 a.C. furono mutilate alcune erme ad Atene. Questo atto sacrilego suscitò molto clamore tra il popolo, e fu considerato come un segno premonitore di sventura; altri, invece, lo consideravano come un atto di sobillazione da parte di Alcibiade contro il governo democratico, basandosi più che altro, sul suo carattere scapestrato e libertino; con buona probabilità queste accuse erano sostenute dai nemici politici di Alcibiade che lo consideravano una rivale assai pericoloso; lo Stato, quindi, emise una taglia per scovare i colpevoli[24].

A fronte del grave atto di accusa Alcibiade chiese di farsi giudicare subito da un tribunale, in modo da liberarsi da ogni accusa prima della partenza, poi però fu deciso di rinviare il dibattimento e così Alcibiade partì[25].

La spedizione[modifica | modifica wikitesto]

Schieramenti[modifica | modifica wikitesto]

Con l'avvio della spedizione lo scenario strategico era divenuto questo:

La partenza della spedizione[modifica | modifica wikitesto]

La spedizione ateniese partì nel giugno del 415 a.C. dal Pireo con una forza di 30000 uomini, 6400 truppe da sbarco e ben 134 triremi.

« Disponevano in tutto di centotrentaquattro triremi, oltre a due navi di Rodi a cinquanta remi (tra esse cento erano attiche, di cui sessanta unità veloci; il rimanente per trasporto truppe; il resto della flotta apparteneva a Chio e agli altri alleati). In tutto gli opliti erano cinquemilacento (tra cui millecento ateniesi forniti dalle classi di leva cittadine, settecento erano stati imbarcati come combattenti sulle navi; gli altri partecipavano in qualità di alleati: parte tributari, parte Argivi, cinquecento, parte milizie di Mantinea, che con le truppe mercenarie assommavano a duecentocinquanta). Complessivamente gli arcieri erano quattrocentottanta (tra cui ottanta provenienti da Creta); c'erano poi settecento frombolieri di Rodi, centoventi fuoriusciti di Megara con armatura agile. Seguiva da ultimo un solo bastimento per trasporto di truppe a cavallo, con trenta cavalieri a bordo. »
(Tucidide, La guerra del Peloponneso, Libro VI, 43)
Una trireme greca, chiamata così perché possiede tre file di rematori, utilizzata dalle marinerie greche ebbe un ruolo essenziale nella spedizione.

Gli ateniesi possedevano una salda tradizione marinara che gli avrebbe garantito il dominio sui mari, tuttavia rispetto ai reparti siracusani non erano forniti di cavalleria; per questa ragione le truppe risultavano più vulnerabili sugli scontri di terra: a questo limite si cercò di far fronte con l'acquisto di cavalli presso le colonie. Di converso, l'esercito siracusano era male organizzato e istruito da generali poco efficaci: solo il successivo arrivo di Gilippo da Sparta, avrebbe mutato le sorti della guerra.

La spedizione radunò tutte le forze in campo a Corfù prima di prendere il largo verso il mare Ionio, e secondo Tucidide essa fu tra le più vaste che la città di Atene vide[26]. Tuttavia, la spedizione in viaggio verso la Sicilia non incontrò grande accoglienza tra le città della Magna Grecia. Le città non erano disposte ad offrire truppe, e in alcuni casi come Taranto e Locri, non ricevettero neanche il supporto logistico. Solo Reggio Calabria consentì loro di sostare presso le coste e di allestire un campo. Tuttavia la città, pur concedendo ristoro, si dichiarò neutrale.

Le consultazioni prima della guerra[modifica | modifica wikitesto]

Quando i tre capi della spedizione si consultarono a Reggio per decidere quali azioni intraprendere, emersero subito delle divergenze.

  • Nicia pensava di mantenere strettamente gli ordini imposti, difendendo Segesta tramite appoggio militare: auspicava quindi un impegno breve e limitato[27].
  • Alcibiade, invece, intendeva cercare l'appoggio economico e militare delle città siceliote, acquistando anche dei cavalli che avrebbero rafforzato gli schieramenti dell'esercito[28].
  • Lamaco, infine, pensava di attaccare direttamente Siracusa, considerando l'effetto sorpresa e la concreta speranza di farla capitolare liberando finalmente le città della Sicilia assoggettate[29].

Poi Lamaco accettò il punto di vista di Alcibiade che, quindi, risultò vincente[30]:dopo varie titubanze, fu trovata in Catania l'unica città disposta a concedere appoggio logistico; tutte le altre rifiutarono, temendo le future ritorsioni di Siracusa[31][32]. Nel frattempo giunse la notizia che non c'era alcun tesoro a Segesta, e che i segestani avevano ingannato la delegazione di diplomatici in visita. Sicché, cessando l'interesse strettamente economico verso la Segesta, l'unico obiettivo possibile erano i tesori di Siracusa.

La guerra[modifica | modifica wikitesto]

La partenza di Alcibiade[modifica | modifica wikitesto]

Mentre le truppe ateniesi iniziavano le manovre di guerra, giunse da Atene la Salaminia, che recava l'invito per Alcibiade a far ritorno in patria per essere processato: Alcibiade decise di ottemperare agli ordini ma poi, temendo una possibile congiura da parte dei suoi nemici in patria, scelse di allontanarsi dall'imbarcazione Ateniese all'altezza di Locri; giunto poi a Sparta, preferì chiedere asilo politico tradendo di fatto la sua patria. Visto ciò, il tribunale ateniese emanò una sentenza immediata, infliggendogli la condanna a morte[33].[34].

La partenza di Alcibiade determinò, quindi, un doppio comando delle truppe, da una parte quelle di Nicia e dall'altra quelle di Lamaco. In un primo momento le forze ateniesi (mantenendo la base militare a Catania) si mossero verso Segesta, veleggiando lungo la costa tirrenica della Sicilia. Cercarono dapprima rifugio ad Himera senza essere ricevuti, quindi conquistarono Hykkara schiavizzando gli abitanti[35][36]. A quel punto una parte delle truppe di terra tornò verso Catania e un'altra si mosse verso Segesta[37].

La battaglia di Siracusa[modifica | modifica wikitesto]

Uomini con equipaggiamento oplitico del V secolo a.C.
Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi battaglia di Siracusa.

Dopo le prime conquiste sul versante tirrenico, le forze si concentrarono su Siracusa cominciando la battaglia con uno stratagemma ateniese: dopo aver atteso la cavalleria siracusana dalle parti di Catania, mossero via mare e sbarcarono senza resistenze a sud della città nel Porto Grande di Siracusa, nei pressi del tempio di Zeus dove allestirono subito un accampamento[38][39][40].

« I Siracusani schierarono per intero le divisioni di opliti su uno spessore di sedici file: erano sul terreno le forze siracusane al completo e gli alleati presenti (innanzitutto i Selinuntini, con il nerbo più consistente, poi i cavalieri di Gela, duecento uomini in tutto, e la cavalleria di Camarina, circa venti uomini con il rinforzo di una cinquantina d'arcieri). La cavalleria siracusana fu spostata all'appoggio del fianco destro: agivano non meno di milleduecento armati a cavallo. Al loro fianco i lanciatori di giavellotto. Nel campo ateniese dove ci si accingeva per primi alla fase d'attacco, Nicia passando in rivista i contingenti dei diversi paesi, poi rivolto all'intero esercito arringò gli uomini con esortazioni... »
(Tucidide, La guerra del Peloponneso, VI, 67)

Al primo scontro tra i due eserciti, i siracusani ebbero la peggio, perdendo circa 260 uomini contro i 50 nel fronte ateniese. Dopo la prima sconfitta la cavalleria fece rapido ritorno tra le mura della città per rafforzare nuovamente l'esercito; i siracusani, infatti, pur con un esercito meno esperto di quello ateniese, possedevano il vantaggio della rapidità di spostamenti.

La pausa invernale[modifica | modifica wikitesto]

Giunta la pausa invernale, i combattimenti dovettero cessare col ritiro di parte delle truppe ateniesi verso Naxos che poi abbandonarono per Catania approfittando della tregua per inviare ambasciatori a Cartagine, presso gli Etruschi e tra le tribù sicule in modo da raccogliere, se possibile, nuovi alleati e rinforzi di cavalleria[41]. Invece, i siracusani poterono approfittare per riprendersi dalle perdite subite, erigere bastioni di difesa e cercare altri alleati in soccorso e pertanto furono mandati ambasciatori a Corinto e Sparta (ottobre-novembre 415 a.C.)[42].

Mentre i Corinzi decisero di correre in soccorso dei Siracusani, gli Spartani preferirono inviare soltanto ambasciatori in città per impedire qualsiasi accordo con gli Ateniesi; tale atteggiamento, si spiega con la condotta avuta da Siracusa nel 431 a.C. quando questa, di fronte ad una richiesta di aiuto militare da parte di Sparta, aveva deliberato di non concedere né uomini né finanziamenti[43]. Tuttavia, venuti a conoscenza della presenza di Alcibiade nella città spartana, ottennero dall'ex generale ateniese preziosi consigli per affrontare al meglio i nemici. Altri ambasciatori siracusani furono poi inviati a Camarina, dove Ermocrate parlò ai Camarinesi esortandoli all'aiuto.

Nel frattempo gli ateniesi avevano tentato un assalto contro Messene, senza tuttavia riuscire nell'intento e ripiegando poi su Naxos. La guerra ormai assumeva un'importanza crescente anche per il nuovo ruolo assunto da Alcibiade che, passando tra le file degli Spartani, suggeriva l'invio di truppe per difendere strenuamente la Sicilia dagli invasori: caduta Siracusa infatti, il dominio ateniese si sarebbe inevitabilmente allargato anche alla regione del Peloponneso[44]. Grazie a queste esortazioni fu inviato a sostegno della città l'esperto generale spartano Gilippo: una mossa che avrebbe segnato un ribaltamento nelle sorti del conflitto.

L'assedio[modifica | modifica wikitesto]

Mappa dell'assedio ateniese a Siracusa. Risultano visibili il doppio muro ateniese (5) e il contromuro difensivo siracusano (9).
  1. Siracusa
  2. Porto grande
  3. Porto piccolo
  4. Cava
  5. Doppio muro ateniese
  6. Anello
  7. Labdalo
  1. Muraglia non completata
  2. Contromuro
  3. Olympeion
  4. Plemmyrion
  5. Eurialo
  6. Palude

Con l'arrivo della primavera giunsero agli Ateniesi 30 talenti d'argento e nuovi rinforzi ateniesi, 250 cavalieri appiedati, 30 arcieri a cavallo[45] che, trovata sistemazione nel vicino porto di Thapsos, permisero la ripresa degli attacchi. Essi ebbero inizio a Megara Iblea con l'incendio dei campi e l'aggressione dei borghi vicini[46]. Sicché Siracusa, temendo ormai un imminente assedio, designò Diomilo alla testa di un gruppo di 600 opliti per condurre interventi rapidi sul fronte dell'Epipoli, sul lato nord della città.

Ma al primo scontro con gli Ateniesi, i Siracusani persero metà del gruppo di opliti assieme allo stesso Diomilo. Gli ateniesi, a quel punto, poterono stanziarsi sull'altura del Labdalo[47], nell'altopiano dell'Epipoli, dove ormai potevano controllare i movimenti dell'intera città. Inoltre avanzando dal Labdalo verso Tiche, gli ateniesi eressero un muro difensivo che avrebbe dovuto tagliare la città sino al mare impedendole qualsiasi comunicazione con l'esterno.

L'assedio in atto determinò subito l'isolamento politico ma anche fisico della città: fu così tagliata l'acqua degli acquedotti e ogni possibilità di rifornimento[48]. Per contrastare la costruzione del muro che avrebbe spento qualsiasi speranza di sopravvivenza, i Siracusani attaccarono subito, senza tuttavia riuscire a sconfiggere la cavalleria ateniese che aveva ricevuto copiosi rinforzi, 300 cavalieri da Segesta, 100 dai Siculi, Nassi e altri[49].

Così, rinunciando a nuovi attacchi frontali, i Siracusani costruirono un muro di sbarramento in modo da arrestare la costruzione ateniese e quindi impedire l'assedio: al primo contrattacco ateniese il muro fu abbattuto, costringendo i Siracusani a costruirne un secondo che fu nuovamente conquistato. A quel punto un ulteriore attacco siracusano consentì la riconquista della posizione con l'accerchiamento delle 300 truppe ateniesi: Lamaco, giunto in soccorso del distaccamento accerchiato, si trovò isolato dal grosso dell'esercito al di là di un fossato ed ivi ucciso insieme a cinque o sei compagni[50][51].

Nicia, allora, ordinò agli attendenti di dare fuoco alle macchine e alla legna ammucchiate nei pressi del muro e, grazie ad opportuni rinforzi da parte della marina, giunta da Thapsos fino al Porto Grande, contenne l'assalto terrestre siracusano ed impose alla città anche un saldo blocco navale (estate del 414 a.C.)[52]. In seguito fece erigere un trofeo e stipulata una tregua, riottenne i corpi di Lamaco e dei suoi compagni. Nei giorni seguenti Nicia, rimasto solo al comando, provvide a costruire un secondo muro difensivo e rimase cauto attendendo iniziative dal campo opposto: i Siracusani, tuttavia, sfiduciati, rinunciarono a nuove iniziative e sostituirono i generali[53].

L'intervento spartano e il rovesciamento della guerra[modifica | modifica wikitesto]

Dopo aver sostituito i comandanti a causa della loro incapacità a difendere la città, l'assedio divenne talmente drammatico e privo di speranze da stabilire, in sede politica, l'avvio di trattative con Nicia[54]. Nello stesso periodo Gilippo, il comandante lacedemone inviato dai Peloponnesiaci allo scopo di coadiuvare i Siracusani, giunse in Italia dove, a causa di una tempesta, fu trattenuto a Taranto. Né Nicia né gli Ateniesi lo molestarono nella certezza che gli avversari si preparassero a compiere spedizioni piratesche[55].

Riparate le navi, Gilippo, si mosse verso Imera dove arruolò nuove truppe tra i Siculi e, raccolti i suoi 700 soldati, 1000 da Himera, 1000 siculi, alcuni geloi e 100 cavalieri, si mise in marcia per Siracusa[56]. Nel frattempo, giunsero a Siracusa i primi rinforzi navali provenienti da Corinto insieme al loro comandante Gongilo il quale non solo riuscì ad impedire che i Siracusani decretassero la resa ma, annunziando l'arrivo di Gilippo, risollevò il morale degli assediati[57]. Pochi giorni dopo l'arrivo di Gongilo, sopraggiunse anche Gilippo che, dopo alcuni attacchi fallimentari dei Siracusani, si impadronì del forte ateniese del Labdalo, approfittando anche del fatto che tale località non era visibile agli Ateniesi[58].

A tal punto, mentre Nicia decideva di fortificare il Plemmirio, altura posta di fronte ad Ortigia, all'imboccatura del Porto Grande, i Siracusani ripresero la costruzione del contromuro sull'Epipoli dando il via ad ulteriori scontri[59]: nel primo di essi gli Ateniesi ebbero la meglio poiché la lotta avvenne tra gli spazi ristretti delle due mura difensive dove la potente cavalleria di Gilippo non poteva intervenire. Nel secondo invece fu grazie alla cavalleria che i Siracusani ottennero un clamoroso successo, dimostrando una grande supremazia tra gli spazi ampi[60].

Caricati dalle ultime vittorie, i Siracusani chiesero comunque ulteriori soccorsi alle città vicine che inviarono soldati e alcune navi. Nicia, sempre più scettico del buon esito dell'impresa, timoroso delle forze avversarie, della difficoltà dei rifornimenti e del cattivo stato delle navi, scrisse una lettera agli Ateniesi per informarli della situazione, allo scopo di richiedere o il richiamo degli uomini o l'invio di un nuovo contingente e di un nuovo comandante dal momento che, per via di una nefrite, non poteva più reggere lo sforzo bellico[61]. Gli Ateniesi, nonostante le difficoltà paventate da Nicia, optarono per l'invio di un secondo corpo di spedizione, al comando di Demostene e Eurimedonte ed inoltre affiancarono a Nicia Menandro ed Eutidemo[62][63].

La seconda battaglia di Siracusa[modifica | modifica wikitesto]

La battaglia navale nel porto grande[modifica | modifica wikitesto]

Grazie all'opera di Gilippo e di Ermocrate[64], i siracusani, ripreso vigore, iniziarono il riarmo della flotta in modo da contrastare gli ateniesi all'interno del Porto Grande per tentare la conquista del Plemmirio, posizione da cui gli Ateniesi controllavano l'accesso al Porto Grande e si garantivano i rifornimenti[65]. Una notte, mentre Gilippo si apprestava ad attaccare da terra il Plemmirio, i siracusani mossero 35 triremi dal Porto Grande e altre 45 dall'arsenale nel Porto Piccolo per assalire la marina ateniese[66].

Gli ateniesi, accortisi della mossa, armarono 60 navi riuscendo a respingere la squadra siracusana, superiore di numero ma poco esperta; Gilippo, tuttavia, colse di sorpresa gli ateniesi e poté occupare le fortificazioni sul Plemmirio ed impadronirsi delle attrezzature dei nemici oltre che di grano e danaro[67]. Con la caduta del Plemmirio, Nicia perse anche la possibilità di ottenere facilmente rifornimenti dal mare anche perché la squadra ateniese, in cattivo stato, fu vinta da quella avversaria[68] mentre la cavalleria siracusana intercettava i viveri provenienti da Catania.

Il soccorso ateniese[modifica | modifica wikitesto]

In quel mentre, si era ormai a giugno del 413 a.C., giunsero i rinforzi da Atene, guidati da Eurimedonte e Demostene, al quale precedentemente era stato impartito l'ordine di unirsi a Caricle e di prendere parte alle operazioni militari sulle coste della Laconia[69]: 73 triremi, 5000 opliti, e numerosi arcieri, frombolieri e tiratori[70]. Demostene, essendo Nicia infermo, assunse il comando e, approfittando dello sconforto degli avversari dovuto alla consistenza della seconda spedizione, organizzò un immediato contrattacco via terra che si sarebbe dovuto svolgere di notte, per cogliere di sorpresa gli assediati[71].

Nel contrattacco, gli ateniesi conquistarono la fortezza dell'Eurialo raggiunsero il contromuro siracusano e, messi in fuga i rinforzi nemici, lo distrussero. Nello slancio, però, le forze ateniesi si dispersero su un fronte troppo ampio dando luogo ad una serie di scontri confusi dove i commilitoni, incapaci di riconoscersi nel buio, si scompaginarono fino a cagliarsi gli uni sugli altri per poi ritirarsi nell'accampamento[72]. Dopo la sconfitta e non senza recriminazioni reciproche i generali ateniesi tennero un consulto: Demostene, per via delle epidemie, della scarsità di risorse e della sconfitta, consigliava la resa.

Le fasi di un'eclisse di Luna. Dopo aver osservato il fenomeno, Nicia si lasciò influenzare da timori superstiziosi, commettendo di fatto il grave errore di rinviare il ritiro delle truppe verso Catania.

Nicia, al contrario, confidando nei suoi contatti con gli esponenti filo-ateniesi presenti a Siracusa, insisteva nella necessità di logorare il nemico[73][74]. Demostene ed Eurimedonte, pur poco convinti, accettarono il parere di Nicia e rimasero.

Poi, però, Nicia decise, a causa delle sempre più forti difficoltà di rifornimento, di disporre la ritirata quando il 27 agosto del 413 a.C. si verificò un'eclissi di luna che suscitò il panico tra le truppe e Nicia[75], che aveva ritenuto l'eclisse come premonitore di eventi infausti, ascoltando il consiglio degli indovini, decise di rinviare la ritirata verso Catania che, proprio a causa dell'annunciato ripiegamento, aveva sospeso l'invio dei viveri.[76]

Nei giorni seguenti si svolsero numerose schermaglie tra gli eserciti di terra poi, però, i siracusani mossero le loro 76 navi contro le 86 ateniesi: Eurimedonte, comandante dell'ala destra, nel tentativo di accerchiare la flotta avversaria, fu sospinto verso terra e quindi isolato dal centro dello schieramento che, messo in inferiorità, fu disperso[77]. Successivamente gli ateniesi, convinti che l'unica possibilità di salvezza risiedesse nel forzare il blocco per mare, decisero di caricare tutti i soldati nelle imbarcazioni, lanciandosi al contrattacco con le 110 navi rimaste[78].

Il 10 settembre del 413 a.C., approfittando di un giorno festivo per Siracusa (dedicato ad Eracle) si decise di cominciare l'azione. Per cercare di forzare il blocco navale nacque all'interno del porto grande una caotica battaglia marittima condotta entro ristrettissimi spazi di manovra: la marina ateniese impedita nei movimenti fu annientata dagli assalti dei soldati siracusani condotti da nave a nave[79], e oltre all'affondamento e all'incagliamento di molte imbarcazioni, si ebbe anche la morte del comandante Eurimedonte[80].

La fuga mortale via terra[modifica | modifica wikitesto]

La mappa mostra il percorso delle truppe ateniesi in fuga da Siracusa. Dopo la sconfitta a ovest della città, le truppe fuggirono verso sud. Dapprima furono annientate le truppe di Demostene e poi quelle di Nicia sul fiume Asinaro

Essendo impossibile qualsiasi fuga via mare a causa della distruzione dell'intera flotta e del blocco navale siracusano, gli ateniesi cercarono di fuggire verso l'entroterra abbandonando negli accampamenti i compagni feriti[81]. Dopo tre giorni di attesa infatti, onde evitare il rischio di imboscate, le stanche truppe ateniesi fuggirono verso Catania a piedi, marciando di notte per non essere intercettati: erano ormai rimasti in 40.000[82].

Ma l'attenta cavalleria di Gilippo, dopo averli intercettati a ridosso dei monti Climiti, li costrinse a cambiare per fuggire verso sud in direzione di Gela. I due generali tentarono ogni sforzo per ridare slancio ai soldati ma la situazione diveniva ogni giorno sempre più critica dato che il nemico, grazie al vantaggio della sua cavalleria, poteva decimare la colonna ateniese in fuga mediante continue imboscate e lancio di dardi o giavellotti; per guadagnare tempo accesero dei fuochi facendo credere d'essere accampati, mentre fuggivano di notte tra le campagne siracusane[83][84].

Inoltre la lunga fila di uomini in fuga determinò la separazione in due gruppi: quello più avanzato, comandato da Nicia, era costituito da truppe scelte e molto disciplinate; mentre la parte più arretrata, guidata da Demostene, era composta da truppe scarsamente addestrate ed indisciplinate: questa imprudenza diverrà fatale.

« Durante la notte, Nicia e Demostene, tenuto conto delle condizioni pietose in cui si trovavano le truppe per la mancanza di vettovaglie e per il gran numero dei feriti a seguito dei ripetuti attacchi nemici, decisero di accendere fuochi quanti più fosse possibile e di battere in ritirata con l'esercito, non per la via che avevano deciso precedentemente, ma in senso contrario a quello dove c'era il blocco dei Siracusani, cioè verso il mare. La direzione generale di questa strada non portava le truppe a Catania, ma dalla parte opposta della Sicilia, verso Camarina e Gela e altre città, greche e barbare. Accesi dunque molti fuochi, marciavano di notte. Ed ecco che fra le truppe si diffuse un grande panico, come suole accadere in genere agli eserciti, specialmente se numerosi, quando marciano di notte in terra ostile e col nemico alle costole. Le truppe di Nicia, in testa alla colonna, restavano salde e perciò si avvantaggiarono di molto, mentre quelle di Demostene, che costituivano il grosso, più della metà dell'esercito, s'erano sparpagliate e avanzavano in disordine. All'alba, tuttavia, giungono in vicinanza del mare, e imboccano la strada detta di Eloro, con l'intento di guadagnare il fiume Cacipari e quindi, lungo il fiume, di inoltrarsi nell'interno. »
(Tucidide, La guerra del Peloponneso, VII, 80)

Dopo aver attaccato e vinto un presidio siracusano sul guado del fiume Cacipari, le forze di Nicia oltrepassarono anche il fiume Erineo ma la retroguardia di Demostene, circondata dalla cavalleria siracusana, bersagliata a distanza e ormai decimata dagli attacchi fu costretta alla resa[85]. Nicia, senza sapere della resa di Demostene, distante oltre 30 stadi, proseguì la marcia con i suoi 8.000 opliti pesantemente armati per raggiungere le alte e franose sponde del fiume Asinaro.

Qui, i Siracusani e gli Spartani all'inseguimento degli Ateniesi, consigliarono a Nicia di gettare le armi proprio come aveva fatto Demostene: scegliendo di non arrendersi, le truppe furono esposte al continuo fuoco dei dardi e dei giavellotti, che ebbero l'effetto di aumentare il caos tra le file dei superstiti. Accalcati sulle rive del fiume, senza aver organizzato alcuna protezione di coda, gli ateniesi ruppero dapprima le file per dissetarsi, causando la morte per annegamento di alcuni o per calpestamento di altri; mentre altri soldati verranno successivamente uccisi dalla dissenteria di cui le putride acque del fiume erano un facile veicolo[86][87]. Infine, di fronte alla decimazione avvenuta sulle rive del fiume, Nicia, per risparmiare vite umane comunicò a Gilippo la resa delle truppe, purché a queste fosse risparmiata la vita[88].

La disfatta ateniese[modifica | modifica wikitesto]

La latomia dei Cappuccini uno dei luoghi dove furono imprigionati i soldati ateniesi

I superstiti divennero tutti prigionieri finendo i loro giorni all'interno delle latomie, le cave di pietra siracusane, costretti ai lavori forzati sino alla morte o al meglio venduti come schiavi. Quei luoghi, infatti, privi di riparo dal caldo del giorno e dal freddo della notte, non lasciarono alcuno scampo per i prigionieri che sottoposti a dure condizioni di lavoro, morirono quotidianamente in gran numero tra le malattie e le sofferenze[89].

« Nelle cave di pietra il trattamento imposto nei primi tempi dai Siracusani fu durissimo: a cielo aperto, stipati in folla tra le pareti a picco di quella cava angusta, in principio i detenuti patirono la sferza del sole bruciante, e della vampa che affannava il respiro. Poi, al contrario, successero le notti autunnali, fredde, che col loro trapasso di clima causavano nuovo sfinimento e più gravi malanni. Per ristrettezza di spazio si vedevano obbligati a soddisfare i propri bisogni in quello stesso fondo di cava: e con i mucchi di cadaveri che crescevano lì presso, gettati alla rinfusa l'uno sull'altro, chi dissanguato dalle piaghe, chi stroncato dagli sbalzi di stagione, chi ucciso da altre simili cause, si diffondeva un puzzo intollerabile. E li affliggeva il tormento della fame e della sete (poiché nei primi otto mesi i Siracusani gettavano loro una cotila d'acqua e due di grano come razione giornaliera a testa). Per concludere, non fu loro concessa tregua da nessuna delle sofferenze cui va incontro gente sepolta in un simile baratro. Per circa settanta giorni penarono in quella calca spaventosa. Poi, escluse le truppe ateniesi, siceliote o italiote che avevano avuto responsabilità diretta nella spedizione, tutti gli altri finirono sul mercato degli schiavi. »
(Tucidide, La guerra del Peloponneso, VII, 87)

I generali Demostene e Nicia vennero giustiziati dopo un breve processo, nonostante la contrarietà di Gilippo, mentre i restanti sottufficiali vennero venduti come schiavi. Solo pochi sbandati riuscirono a raggiungere Gela e Lentini confondendosi con la folla. Dei 50000 uomini inviati da Atene, ne sopravvissero solo 7000, ma in pochissimi tornarono in patria per raccontare l'ecatombe dell'armata ateniese. A riguardo, Plutarco racconta un aneddoto secondo cui i prigionieri ateniesi in grado di recitare Euripide venissero rilasciati dai soldati siracusani, segno che l'autore greco era molto amato a Siracusa[90].

L'imponente vittoria fu poi ricordata dai siracusani, che decretarono il giorno 26 del mese Carneo (il 10 settembre del nostro calendario) una celebrazione annua in onore della ricorrenza chiamata Asinarie[91]; fu edificato, inoltre, un monumento nei pressi del fiume Asinaro, molto probabilmente da identificarsi con la cosiddetta Colonna Pizzuta, posta nei pressi dell'antica città di Eloro; ma secondo alcuni storici il monumento in ricordo della vittoria fu eretto al Plemmirio un mausoleo circolare in una località chiamata "Mondio".[92]

« Questo riuscì l'evento bellico più denso di conseguenze per i Greci, in tutto l'arco della guerra e, almeno secondo il mio giudizio, il più grandioso in assoluto tra i fatti della storia greca registrati dalla tradizione: quello che garantì il maggior trionfo alla potenza vincitrice e inflisse agli sconfitti la ferita più mortale. Disastrose disfatte, su tutti i fronti; tormenti di ogni sorte, acuiti allo spasimo. Fu, insomma, una distruzione radicale: è proprio questa la parola; e vi scomparve l'esercito, si dissolse la marina, e nulla si riuscì a salvare. E pochi della folla partita un giorno fecero ritorno a casa. Ecco, furono questi gli avvenimenti sul suolo della Sicilia. »
(Tucidide,La guerra del Peloponneso VII, 87)

Le ragioni della sconfitta[modifica | modifica wikitesto]

Molti storici hanno dibattuto sulle ragioni di una sconfitta di tali proporzioni. Bisogna certamente considerare la sottovalutazione dei rischi e la presenza di molteplici fattori di errore: innanzi tutto, vi era la colpevole evidenza di non aver chiarito gli obiettivi tra gli stessi generali, che si trovarono in disaccordo sulle tattiche da adottare e, perfino, sul significato da dare alla stessa spedizione. Va ricordato, infatti, che Nicia era già partito sostenendo la sua contrarietà alla spedizione, mentre Alcibiade, richiamato in patria troppo prematuramente, era condizionato da manifeste ambizioni personali; al cospetto di Nicia, Lamaco era, invece, distante ed avventato. Inoltre, la lontananza del teatro delle operazioni dalla madrepatria acuì le difficoltà logistiche e la predisposizione di un'accoglienza da parte delle comunità locali.

Tutti questi fattori hanno certamente contribuito a far sì che l'enorme spedizione fosse in realtà una scelta avventata. Tra le cause del disastro in Sicilia Andocide[93] annovera l'ottusa politica estera degli Ateniesi, che avevano la cattiva abitudine di indulgere ad alleanze deboli pretendendo poi di condurre guerre per conto di altri e rammenta che gli ambasciatori di Siracusa, prima dell'avvio delle ostilità, avevano proposto ad Atene rapporti di amicizia, facendo rilevare che l'opzione della pace avrebbe portato maggiori vantaggi rispetto all'opzione di allearsi con Segesta e Katane.

Isocrate[94] sosteneva che l'impresa fu un atto di follia, perché gli Ateniesi non si vergognarono d’inviare un'armata contro chi mai aveva loro recato offesa, sperando così di dominare facilmente la Sicilia. Mentre Plutarco[95] pone l'accento sui contrasti interni: affermava, ad esempio, che gli Ateniesi erano già da tempo pronti ad inviare un'altra spedizione in Sicilia, ma che a frapporre molti indugi fossero state le invidie politiche per i primi successi di Nicia. Così, solo nell'inverno del 414 a.C., si decisero a fornire il necessario aiuto.

Cornelio Nepote[96] e Plutarco[97], sostenevano che la vera causa del fallimento stava nell'estromissione di Alcibiade. Mentre per Polibio[98] la colpa ricadeva sulla superstizione di Nicia, resa evidente durante l'episodio dell'eclissi di luna e, come Polibio, così commentò Giacomo Leopardi:

« Questo generale ateniese assediava con poco felice esito Siracusa. Per salvar la sua armata risolvé di scioglier l'assedio e di abbandonare la Sicilia. A mezza notte, mentre si è sul punto di far vela, la luna si eclissa totalmente. Nicia, così superiore ai pregiudizi come fortunato, si spaventa, si confonde, consulta gl'indovini. Questi decidono che fa d'uopo differir la partenza di tre giorni [...]. Si ubbidisce all'autorevole decisione: ma i nemici mostrano ben tosto che quei lunatici interpreti hanno errato nel loro calcolo. La sventura presagita dalla eclissi arriva prima del tempo destinato alla partenza: i nemici escono dalla città, attaccano gli Ateniesi, li sconfiggono, fanno prigionieri i loro due generali, Nicia e Demostene, e li condannano a morte dopo aver distrutto tutto il loro esercito. »
(Giacomo Leopardi, Storia dell'Astronomia)

Le conseguenze politiche[modifica | modifica wikitesto]

La disfatta di Atene ebbe un'enorme eco in patria. Grande fu il trauma per la sconfitta, che costrinse Atene a ricostituire nuovamente quell'esercito e quella flotta interamente scomparse a Siracusa. Inoltre, furono avanzate critiche nei confronti dei generali militari, dei politici e persino degli indovini, responsabili di una sconfitta dalle proporzioni inaccettabili. La prestigiosa città attica aveva profuso un grande impegno nella ricerca della vittoria, dando fondo a tutte le sue risorse, sia in termini di armamento, che di denaro: ma da questa disfatta non si riavrà più.

Enormi furono le conseguenza politiche di questa disfatta. Tra esse la rinuncia di Atene a ulteriori mire espansionistiche nel Mediterraneo lasciando, ad esempio, spazio ai Cartaginesi che cercarono di approfittare di questa situazione per riprendere le loro conquiste in Sicilia. Venne a mancare, inoltre, la credibilità, nonché la sua fama di protettrice delle città della Ionia che già assoggettate dalla Persia, Atene aveva affrancato al termine della seconda guerra persiana. Di queste città i re persiani desideravano ardentemente la riannessione ai propri possedimenti. Per tal motivo Sparta venne finanziata dalla Persia, proprio per rimuovere l'ostacolo rappresentato da Atene[99] determinando, in cambio del dominio sulla Ionia, il successivo ingresso dell'impero Persiano tra gli alleati di Sparta e Siracusa, con l'affiancamento agli Spartani di una flotta da guerra persiana. Inoltre, durante gli scontri, le città inizialmente neutrali, optarono per un'alleanza con Sparta, considerando imminente la vittoria di quest'ultima su Atene.

La disfatta ateniese, quindi, rappresentò un colpo mortale inferto alle casse della lega delio-attica, all'arsenale e, soprattutto, alla sua credibilità politica, determinando tra i membri ulteriori ribellioni contro la stessa alleanza delle città. Si può certamente dire che la disfatta ateniese, oltre ad aver trasformato il regime democratico in un'oligarchia per la progressiva perdita di credibilità, abbia anticipato quella che sarà la successiva occupazione spartana di Atene nel 404 a.C., con l'instaurazione del regime dei Trenta tiranni.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Tucidide, VI, 43.
  2. ^ Tucidide, VII, 42.
  3. ^ Tucidide, VII, 87.
  4. ^ Tucidide, V, 35-36.
  5. ^ Tucidide, V, 43.
  6. ^ Tucidide, V, 26-27.
  7. ^ Tucidide, VI, 6.
  8. ^ TTucidide, VI, 6-7.
  9. ^ Tucidide, VI, 8.
  10. ^ Tucidide, VI, 15-18.
  11. ^ Plutarco, Alcibiade, 18.3.
  12. ^ Tucidide, VI, 26.1.
  13. ^ Tucidide, VI, 16-18.
  14. ^ Diodoro, XIII, 27
  15. ^ Spedizione in Sicilia
  16. ^ Tucidide, VI, 26-27.
  17. ^ Tucidide, VI, 25.
  18. ^ Tucidide, VI, 33-36.
  19. ^ Tucidide, VI, 36-40.
  20. ^ La democrazia ateniese
  21. ^ da Le vie del classicismo di Luciano Canfora da Google Books
  22. ^ l'orazione La pace con i Lacedemoni di Andocide
  23. ^ Erissia a opera dello pseudo-Platone
  24. ^ Tucidide, VI, 27-28.
  25. ^ Tucidide, VI, 29.
  26. ^ Tucidide, VI, 31.
  27. ^ Tucidide, VI, 47.
  28. ^ Tucidide, VI, 48.
  29. ^ Tucidide, VI, 49.
  30. ^ Tucidide, VI, 50.
  31. ^ Tucidide, VI, 51; VII, 14 e 57.
  32. ^ Diodoro, XIII, 4.
  33. ^ Tucidide, VI, 61.
  34. ^ Plutarco, Alcibiade, 39.
  35. ^ Tucidide, VI, 62.
  36. ^ Diodoro, XIII, 6.1.
  37. ^ Tucidide, VI, 64-66.
  38. ^ Diodoro, XIII, 6. 2-6.
  39. ^ Plutarco, Nicia, 16, 1-7.
  40. ^ Tucidide, VI, 65.
  41. ^ Tucidide, VI, 88.
  42. ^ Tucidide, VI, 88-89.
  43. ^ Tucidide, VI, 73 e 88.
  44. ^ Tucidide, VI, 89-92.
  45. ^ Tucidide, VI, 94.
  46. ^ Tucidide, VI, 94.
  47. ^ Il labdalo dal Dizionario topografico della Sicilia (1820)
  48. ^ Tucidide, VI, 100.
  49. ^ Tucidide, VI, 98.
  50. ^ Tucidide, VI, 102.
  51. ^ PlutarcoNicia, 18.
  52. ^ Il primo intervento subacqueo della storia
  53. ^ Tucidide, VI, 104.
  54. ^ PlutarcoNicia, 18-19.
  55. ^ Tucidide, VI, 104.
  56. ^ Tucidide, VII, 1.
  57. ^ Tucidide, VII, 2.
  58. ^ Tucidide, VII, 3.
  59. ^ Tucidide, VII, 4.
  60. ^ Tucidide, VII, 5.
  61. ^ Tucidide, VII, 7-15.
  62. ^ Tucidide, VII, 16
  63. ^ PlutarcoNicia, 20.
  64. ^ Tucidide, VII, 21.
  65. ^ PlutarcoNicia, 20-21
  66. ^ Tucidide, VII, 22.
  67. ^ Tucidide, VII, 24.
  68. ^ Tucidide, VII, 37-41.
  69. ^ Tucidide, VII, 20.2.
  70. ^ Tucidide, VII, 42.
  71. ^ Tucidide, VII, 42-43.
  72. ^ Tucidide, VII, 44.
  73. ^ Tucidide, VII, 47.
  74. ^ PlutarcoNicia, 21.
  75. ^ Nicia e Crasso
  76. ^ Tucidide, VII, 50.
  77. ^ Tucidide, VII, 52-53.
  78. ^ Tucidide, VII, 60.
  79. ^ PlutarcoNicia, 25.
  80. ^ Tucidide, VII, 69-72.
  81. ^ Tucidide, VII, 73.
  82. ^ Tucidide, VII, 75.
  83. ^ Tucidide, VII, 80.
  84. ^ PlutarcoNicia, 27-28.
  85. ^ Tucidide, VII, 81.
  86. ^ Parti della battaglia sull'Assinaro descritta da Tucidide
  87. ^ Tucidide, VII, 85.
  88. ^ Tucidide, VII, 85.
  89. ^ PlutarcoNicia, 29.
  90. ^ PlutarcoNicia, 29.3.
  91. ^ Serafino Privitera, Storia di Siracusa
  92. ^ Enrico Mauceri, Siracusa antica Brancato editore
  93. ^ Andocide, 3, 30.
  94. ^ 8, 84-85
  95. ^ PlutarcoNicia, 20, 1.
  96. ^ Cornelio Nepote, Alcibiade, VI, 2.
  97. ^ Plutarco, Alcibiade, 32, 4.
  98. ^ Polibio, IX, 19, 1-3
  99. ^ La Grecia tra Oriente e Occidente

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

Fonti primarie
Fonti secondarie
Documentari televisivi

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

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