Geronimo di Siracusa

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Geronimo (greco ῾Ιερώνυμος; Siracusa, 231 a.C.Lentini, 215 a.C.) fu tiranno di Siracusa dal 216 al 215 a.C., per appena 13 mesi[1].

Biografia[modifica | modifica wikitesto]

Figlio di Gelone, salì al trono quasi quindicenne,[2] affidato dal nonno a numerosi tutori, per evitare che:

« [...] un dominio che era nato e consolidato con leggi giuste, non si rovinasse a causa di un ragazzo. »
(Livio, XXIV, 4.2.)

Il giovane si trovò da subito a dover fronteggiare una difficile situazione: i Romani erano appena stati sconfitti dai Cartaginesi a Canne nella famosa battaglia[3] e i detrattori della repubblica premevano per rompere l'alleanza (sancita dal nonno Gerone) con gli sconfitti. Geronimo si era già dimostrato insicuro quando il nonno era in vita, cosicché era stato creato un consiglio di quindici tutori per supportarlo.[4]

Polibio lo definisce volubile e violento.[5] A causa delle cattive influenze presenti a corte, crebbe nel lusso e ostentò il potere, «affrettando in lui l'inclinazione ad ogni vizio»,[6] al contrario del nonno che aveva sempre rifiutato questi atteggiamenti. Polibio narra che Geronimo sposò addirittura una prostituta, a cui fu attribuito il titolo di regina. Livio aggiunge:

« Tutti quelli che avevano visto [il nonno] Gerone e il figlio Gelone, molto simili agli altri cittadini nel vestire e in ogni altro segno distintivo, videro Geronimo indossare la porpora e il diadema, scortato da guardie del corpo armate, [...] su quadrighe trainate da cavalli bianchi, secondo il costume del tiranno Dionisio. Grande spregio per tutti gli uomini, accompagnava l'apparto ed un atteggiamento tanto superbi, superbe udienze, parole ingiuriose, difficili udienze anche per i tutori, desideri incontenibili straordinari, disumana crudeltà. »
(Livio, XXIV, 3-4.)

Tra i 15 consiglieri vi erano Adranodoro e Zoippo, generi di Gerone, che sostenevano l'alleanza con Cartagine.[7] Adranodoro era inoltre, già dai tempi di Gerone II, leader noto della fazione antiromana, in nome della riconquista della libertà siceliota. Marito di Demarata, era il più ambizioso: con la scusa che il giovane sovrano era ormai adatto a regnare, convinse gli altri membri a sciogliere il consiglio, mentre con l'inganno, fece incriminare il tutore Trasone, che era favorevole all'alleanza con i Romani.[8] E così, insieme al cognato, poté controllare meglio Geronimo.[9] Per stringere l'alleanza con i cartaginesi, mandarono i propri ambasciatori da Annibale e ricevettero quelli africani (Ippocrate ed Epicide) con ogni onore.[10] Gli inviati romani furono invece trattati come nemici.[11]

Il trattato con Cartagine inizialmente prevedeva di dividere la Sicilia in due: a ovest del fiume Imera Meridionale il territorio apparteneva ad Annibale, ad est a Geronimo.[12] Poco dopo però il tiranno chiese anche la parte occidentale, ottenendola a causa della paura dei cartaginesi di perdere il prezioso alleato.[13] I Cartaginesi chiesero a Geronimo di costituire un esercito di 15.000 armati, tra fanti e cavalieri, per prendere le città che non erano ancora state occupate da quest'ultimi, i quali stavano combattendo strenuamente contro i Romani in molte città e coste della Sicilia Occidentale. Geronimo allora si preparò a ricevere consensi e a radunare uomini presso la città che segnava il confine del regno di Siracusa: Leontinoi.[14] Ma in tale città predominava il partito filoromano che era rimasto fedele a Gerone ed era completamente avverso sia a Geronimo che ad Adranodoro; tali nobili, guidati da Dinomene, avevano interpretato la defezione di Siracusa come un tradimento e vedevano in Geronimo un despota incapace di governare. Furono senza dubbio i Romani a istigare l'organizzazione di una congiura contro Geronimo, garantendo la protezione di tali nobili, non appena si fossero sbarazzati del sovrano, e la loro fuga dalla città. Organizzando un agguato in segreto, essi finsero di accoglierlo; ma quando Geronimo attraversò una delle strade interne della città col suo esercito, i congiurati lo assalirono e lo uccisero a colpi di pugnale.[15] Finiva dunque il regno di un sovrano giovanissimo, che credeva negli ideali dell'Ellenismo e nella libertà della Sicilia dal giogo romano.[16] Lo testimonia persino la monetazione, che fu subito cambiata alla morte di Gerone II; ci è pervenuta una moneta con la testa del giovane sovrano in uno stile greco-punico, che sottolinea la svolta politica dell'alleanza tra Siracusani e Cartaginesi.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Polibio, VII, 7, 3.
  2. ^ Livio, XXIV, 4.1 e 4.6.
  3. ^ Polibio, III, 114-116.
  4. ^ Livio, XXIV, 4.5.
  5. ^ Polibio, VII, 7, 5.
  6. ^ Livio, XXIV, 4.2.
  7. ^ Polibio, VII, 2, 1-2; Livio, XXIV, 5.7-8.
  8. ^ Livio, XXIV, 5.8-14.
  9. ^ Livio, XXIV, 4.9.
  10. ^ Polibio, VII, 2, 3; Livio, XXIV, 6.1-3.
  11. ^ Polibio, VII, 3, 1-9; Livio, XXIV, 6.4-6.
  12. ^ Polibio, VII, 4, 1-2; Livio, XXIV, 6.7.
  13. ^ Polibio, VII, 4, 3-8; Livio, XXIV, 6.8-9.
  14. ^ Livio, XXIV, 7.1-2.
  15. ^ Livio, XXIV, 7.3-7.
  16. ^ Polibio, VII, 7-8; Periochae, 24.1.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

Fonti primarie
Predecessore Tiranno di Siracusa Successore
Gerone II 216 a.C.-215 a.C. Adranodoro