Quinto Fabio Massimo Verrucoso

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Quinto Fabio Massimo Verrucoso
Roman SPQR banner.svg Console e Dittatore della Repubblica romana
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Statua di Quinto Fabio Massimo, Castello di Schönbrunn
Nome originale Quintus Fabius Maximus
Nascita 275 a.C. circa
Morte 203 a.C.
Gens Fabia
Padre Quinto Fabio Massimo Gurgite
Consolato 233 a.C., 228 a.C., 215 a.C., 214 a.C. e 209 a.C.
Dittatura 221 a.C. e 217 a.C.

Quinto Fabio Massimo detto Cunctator, "Temporeggiatore" (275 a.C.203 a.C.) è stato un politico e militare romano.

Patrizio appartenente alla Gens Fabia, ricoprì per cinque volte la carica di console (233 a.C., 228 a.C., 215 a.C., 214 a.C. e 209 a.C.), fu dittatore nel 214 a.C.

Biografia[modifica | modifica sorgente]

Gioventù[modifica | modifica sorgente]

Discendente dalla antica Gens Fabia, era nipote di Quinto Fabio Massimo Gurgite e bis-nipote di Quinto Fabio Massimo Rulliano. Probabilmente partecipò alla prima guerra punica, anche se se ne ignorano le gesta. Finita la guerra, ebbe una rapida carriera politica. Nel 233 a.C. trionfò sui Liguri, vittoria che gli permise di celebrare un trionfo e di dedicare un tempio ad Onore e Virtù.[1] Fu censore nel 230 a.C.; console una seconda volta nel 228 a.C., si oppose alla legge agraria di Gaio Flaminio nel 227; fu dittatore durante i comizi del 221 a.C., e nel 218 a.C. fu inviato come ambasciatore dal Senato a Cartagine per chiedere risarcimento per l'attacco punico a Sagunto.

Azioni nella seconda guerra punica[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Fabianesimo e Seconda guerra punica.

Dittatura del 217[modifica | modifica sorgente]

Nel 217 a.C., subito dopo la sconfitta del lago Trasimeno, Fabio venne nominato dittatore, o meglio prodittatore, dato che non era stato nominato materialmente da alcun console. Da allora, poiché la guerra con Annibale era solamente difensiva, Fabio divenne la personalità più importante a Roma. Forse le sue doti militari non erano tra le più acute, ma capì prima di tutti i suoi contemporanei la natura della tattica e del genio di Annibale e la situazione dei suoi connazionali. Cicerone dice di Fabio che [2] "bellum Punicum secundum enervavit" ("snervò la seconda guerra punica"), un elogio più veritiero di quello di Ennio, che dice "qui cunctando restituit rem" ("che temporeggiando ripristinò lo Stato"), dal momento che Marcello e Scipione riportarono la repubblica alla sua grandezza militare, mentre Fabio la rese capace di un ritorno alle origini.

Il suo primo atto come dittatore fu calmare e rinvigorire gli animi dei Romani facendo sacrifici solenni e supplicando gli dei; quindi rese il Lazio e le zone adiacenti inespugnabili per il nemico. Al momento di stabilire il campo escogitò un piano di azione semplice e fisso. Evitò ogni contatto diretto con il nemico; spostò l’accampamento da un altopiano ad un altro, dove la cavalleria della Numidia e i fanti iberici non sarebbero riusciti a salire; osservò i movimenti di Annibale con una stretta vigilanza, catturò i nemici sbandati e quelli che si erano allontanati dal campo in cerca di cibo, costrinse Annibale a far stancare i suoi alleati con impellenti richieste e a scoraggiare i suoi soldati con manovre inutili. Famosi sono l’intrappolamento di Annibale da parte di Fabio in una delle valli tra Cales e il Volturno e l'abile fuga dei Cartaginesi, che legarono sulle corna di alcuni buoi delle fascine ardenti facendoli salire sul crinale di una collina.

Ma a Roma e tra le fila dell’esercito la prudenza di Fabio venne interpretata in modo errato. Fu persino sospettato di voler prolungare la guerra di cui avrebbe potuto mantenere il comando, di viltà, di inettitudine e perfino di tradimento, sebbene avesse dato i prodotti dei suoi possedimenti per riscattare alcuni prigionieri romani. Solo Annibale apprezzò il comportamento di Fabio.

Alla fine il magister equitum Marco Minucio Rufo, a capo dei suoi oppositori, e il Senato, irritato per la devastazione della Campania, si unirono alla plebe impaziente di condannare la sua politica dilatoria. Minucio, durante una breve assenza di Fabio dal campo, ottenne una piccola vittoria su Annibale. Un tribuno della plebe, Marco Metilio, presentò una proposta di legge per dividere il comando in parti uguali tra il dittatore e il magister equitum, che fu accettata dal Senato e dai comizi tributi. Minucio fu presto catturato e sarebbe stato ucciso da Annibale se Fabio non fosse generosamente corso in suo aiuto. Si dice che Annibale, ritirandosi, affermò: "Ho pensato che una nube lontana sarebbe un giorno piombata dalle colline in un temporale scrosciante".

Minucio, precipitoso ma onesto, si dimise dal comando, ma Fabio, scrupolosamente, stabilì la scadenza della sua carica dopo sei mesi, come la legge prevedeva, lasciando il suo buon esempio ai consoli che lo succedettero. Emilio lo imitò, mentre Varrone ignorò i suoi ordini, e la disfatta di Canne dimostrò la saggezza dell’avvertimento di Fabio ad Emilio: "Ricorda, devi temere non solo Annibale ma anche Varrone". Fabio fu, tuttavia, tra i primi che ringraziarono Varrone, di ritorno da Canne, per non aver disperato della repubblica, e le misure difensive che il Senato adottò in quell'epoca confusa furono dettate da lui.

Dopo la dittatura[modifica | modifica sorgente]

Dopo l'inverno tra il 216 ed il 215 a.C. le situazioni del conflitto mutarono, essendosi Annibale insediato a Capua, e, anche se ancora importante, Fabio non era più il personaggio più influente a Roma. Venne eletto pontefice nel 216 (era già membro del collegio augurale, carica che ricoprì per 62 anni).[3] Si occupò del mantenimento del tempio di Venere Ericina e rimpiazzò i posti vacanti causati dalla guerra in Senato con i Latini. Nel 215 a.C. fu console per la terza volta: devastò la Campania e iniziò l'assedio di Capua.

Venne rieletto nel 214 a.C., anno in cui compì un’incursione nel Sannio e conquistò Casilinum. Nel 213 a.C. Fabio fu l’ambasciatore di suo figlio, Quinto Fabio Massimo, console in quell'anno: a riguardo si racconta, come esempio della disciplina romana, che, a Fabio, entrato nel campo di Suessula a cavallo per andare a salutare suo figlio, venne ordinato da quest’ultimo di scendere dall’animale.[4][5] L’anziano padre esclamò: "Mio figlio! Volevo vedere se si sarebbe ricordato di essere console".

Riconquista di Taranto[modifica | modifica sorgente]

Fabio fu console per la quinta volta nel 209 a.C. e gli venne conferito il titolo, quasi ereditario, di Princeps senatus, e durante il consolato inflisse un duro colpo ad Annibale riconquistando Taranto. La cittadella di Taranto non era mai caduta nelle mani dei Cartaginesi, e Marco Livio Macato, il suo governatore, alcuni anni dopo rivendicò il merito della ripresa della città. "Certamente" rispose ironicamente Fabio "non l'hai mai persa, non l’ho mai riconquistata."[6][7] I soldati si diedero al saccheggio della città, ma venne sollevata una questione riguardo al fatto che certe statue colossali ed immagini delle divinità di Taranto dovessero essere mandate a Roma o no. Fabio rispose negativamente, affermando di voler lasciare ai Tarantini i loro dei avversi.[8][9] Venne portata via, comunque, una statua di Ercole, l'antenato mitico della gens Fabia, e venne posto in Campidoglio.

Gli ultimi anni e la morte[modifica | modifica sorgente]

Marco Livio Salinatore e Gaio Claudio Nerone, consoli nel 208 a.C., erano acerrimi nemici[10][11] e la loro riconciliazione fu principalmente lavoro di Fabio.

Negli ultimi anni della seconda guerra punica Fabio perse importanza a Roma. La guerra era diventata aggressiva grazie ad una nuova generazione di comandanti. Fabio, già adulto durante la prima parte della guerra, era ora anziano e stanco. Egli disapprovava la nuova tattica: temeva, o forse invidiava, la supremazia politica di Scipione, e fu sempre contrario al suo piano di invadere l'Africa. Fabio non visse abbastanza per assistere alla fine della guerra e al trionfo del suo rivale, infatti morì nel 203 a.C., nel periodo della partenza di Annibale dall’Italia. Era molto ricco, ma il popolo si assunse le spese funebri del loro "padre", il "grande dittatore", "colui che, da solo, con la sua prudenza salvò lo Stato".

Fabio ebbe due figli, il più giovane dei quali[12] pronunciò l’orazione funebre del padre[13] e anche se, pur non eloquente, non fu né impreparato, né cattivo oratore.[14] Adottò, probabilmente a causa della morte del suo figlio maggiore, il figlio di Lucio Emilio Paolo, colui che sconfisse Perseo.[15][16][17][18]

(LA)
« Missus adversus Hannibalem postea a Romanis Q. Fabius Maximus. Is eum differendo pugnam ab impetu fregit, mox inventa occasione vicit. »
(IT)
« …Quinto Fabio Massimo, in seguito, fu inviato dai Romani ad opporsi ad Annibale. Evitando la Battaglia, controllava il suo impeto, per poi trovare un'occasione favorevole alla vittoria. »
(Eutropio, Breviarium ab Urbe condita lib. III,9)

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ Cicerone, De natura deorum, op. cit., II, 23.
  2. ^ Cicerone, De re publica, op. cit., I, 1.
  3. ^ Livio, op. cit., XXX, 26.
  4. ^ Livio, op. cit., XIV, 44.
  5. ^ Plutarco, op. cit., Fabio Massimo, 24.
  6. ^ Plutarco, op. cit., Fabio Massimo, 23.
  7. ^ Cicerone, De oratore, op. cit., II, 67.
  8. ^ Livio, op. cit., XXVII, 16.
  9. ^ Plutarco, op. cit., Fabio Massimo, 22.
  10. ^ Livio, op. cit., XXVII, 35; XXIX, 37.
  11. ^ Valerio Massimo, op. cit., IV, 2.
  12. ^ Livio, op. cit., XXXIII, 42.
  13. ^ Cicerone, De senectute, op. cit., 4.
  14. ^ Cicerone, Brutus, op. cit., 14-18.
  15. ^ Plutarco, op. cit., Emilio Paolo, 5.
  16. ^ Polibio, op. cit., III, 87-106; X, 1.
  17. ^ Livio, op. cit., XX-XXX.
  18. ^ Cicerone, Brutus, op. cit., 18; Cicerone, De natura deorum, op. cit., III, 32; Cicerone, De senectute, op. cit., IV, 17; Cicerone, De officiis, op. cit., I, 30; Sallustio, op. cit., IV; Quintiliano, op. cit., VI, 3; 52-61; VIII, 2, 11; Plinio, op. cit., XXII, 5.

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

Fonti primarie
Fonti secondarie


Altri progetti[modifica | modifica sorgente]

Collegamenti esterni[modifica | modifica sorgente]

Predecessore Fasti consulares Successore Consul et lictores.png
Lucio Postumio Albino
e
Spurio Carvilio Massimo Ruga
(233 a.C.)
con Manio Pomponio Matone
Marco Emilio Lepido I
e
Marco Publicio Malleolo
I
Lucio Postumio Albino II e Gneo Fulvio Centumalo
(229 a.C.)
con Spurio Carvilio Massimo Ruga II
(228 a.C.)
Publio Valerio Flacco e Marco Atilio Regolo I
(227 a.C.)
II
Tiberio Sempronio Gracco I
e
Lucio Postumio Albino III
(suff) (215 a.C.)
con (suff) Marco Claudio Marcello II
Quinto Fabio Massimo Verrucoso IV
e
Marco Claudio Marcello III
III
(suff) Quinto Fabio Massimo Verrucoso III
e
(suff) Marco Claudio Marcello II
(214 a.C.)
con Marco Claudio Marcello III
Quinto Fabio Massimo
e
Tiberio Sempronio Gracco II
IV
Marco Valerio Levino II
e
Marco Claudio Marcello IV
(209 a.C.)
con Quinto Fulvio Flacco IV
Marco Claudio Marcello V
e
Tito Quinzio Peno Capitolino Crispino
V