Quinto Fulvio Flacco (console 237 a.C.)

Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.
Quinto Fulvio Flacco
Roman SPQR banner.svg Console della Repubblica romana
Nome originale Quintus Fulvius Flaccus
Gens Fulvia
Padre Marco Fulvio Flacco
Pretura 215 a.C.[1]
214 a.C.[2]
Consolato 237 a.C.
224 a.C.
212 a.C.[3][4]
209 a.C.
Proconsolato 211 a.C.[5]

Quinto Fulvio Flacco[6] (in latino: Quintus Fulvius Flaccus; ... – ...) è stato un politico e console romano del III secolo a.C.

Biografia[modifica | modifica wikitesto]

Origini famigliari[modifica | modifica wikitesto]

Figlio di Marco Fulvio Flacco, che fu console nel 264 a.C., e padre di Quinto Fulvio Flacco, suffectus nel 180 a.C., fu quattro volte console e ricoprì numerose altre magistrature.

Dal primo consolato alla guerra in Cisalpina (237-224 a.C.)[modifica | modifica wikitesto]

Quinto Fulvio fu eletto console una prima volta nel 237 a.C., collega di Lucio Cornelio Lentulo Caudino e combatté i Galli. Nel 231 a.C. fu censore[1] e nel 224 a.C. nuovamente console. La guerra contro i Galli della Gallia Cisalpina era ancora in corso e Flacco con il collega fu il primo generale romano ad oltrepassare il fiume Po; durante la campagna sconfisse ed assoggettò gli Insubri.

Primi anni di "guerra annibalica" (218-213 a.C.)[modifica | modifica wikitesto]

Nel 216 a.C. fu nominato pontefice massimo in sostituzione di Quinto Elio Peto, che era caduto nella battaglia di Canne.[7] L'anno successivo (215 a.C.) ottenne la pretura urbana;[1] il Senato mise 25 navi al suo comando, per proteggere la costa nelle vicinanze della città di Roma,[8] ma poco dopo il Senato stesso decretò che Flacco doveva arruolare 5.000 fanti e 400 cavalieri da condurre in Sardegna. Flacco nominò anche il nuovo comandante, fino a che Quinto Muzio, che era gravemente malato, non si fosse rimesso. Flacco scelse Tito Manlio Torquato.[9]

Nel 214 a.C. fu l'unico ad essere rieletto pretore (ancora una volta urbanus della città di Roma[2]) ed il Senato, con un consulto extra ordinem, decretò che Flacco avesse la città di Roma come provincia e che avrebbe anche avuto il comando delle truppe in assenza dei consoli.

Alla fine del 213 a.C. fu magister militum del dittatore Gaio Claudio Centone, che aveva come scopo quello di convocare i comizi centuriati per eleggere i nuovi consoli;[10] fu quindi eletto console per l'anno successivo (212 a.C.) e per la terza volta, avendo Appio Claudio Pulcro come collega;[3][4] insieme allo stesso istituì i ludi Apollinari.[11] Sempre in questo anno fu anche candidato come pontefice massimo, ma non ottenne la carica per incompatibilità con quella di console.[12] Combatté quindi con successo, insieme al collega, contro Annone comandante dei Cartaginesi, nella battaglia di Benevento,[13] e poco dopo pose sotto assedio Capua.[14]

Dall'assedio di Capua alla marcia su Roma (212-211 a.C.)[modifica | modifica wikitesto]

Marcia di Annibale su Roma e del proconsole Fulvio Flacco (211 a.C.)
Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Assedio di Capua (211 a.C.) e Incursione di Annibale verso Roma.

A Quinto Fulvio e Appio Claudio (consoli nel 212 a.C.), fu prorogato il comando come proconsoli nel (211 a.C.) e furono assegnati gli eserciti già in loro possesso. Ricevettero, quindi, l'ordine di non allontanarsi dall'assedio di Capua prima di aver conquistato la città.[5]

Nel 211 a.C., quando Annibale decise di dirigersi contro Roma, abbandonando l'assedio di Capua, si racconta che fu Fulvio Flacco a scrivere immediatamente al Senato romano per informarlo delle intenzioni del condottiero cartaginese. I senatori furono impressionati e commossi. E come accadeva durante ogni situazione tanto critica, venne convocata l'assemblea generale. Qualcuno, come Publio Cornelio Scipione Asina, propose di richiamare dall'Italia tutti i comandanti e gli eserciti per difendere Roma, trascurando così l'assedio di Capua. Altri invece, come Fabio Massimo, ritennero vergognoso abbandonare Capua, cedendo alla paura e lasciandosi così comandare dai movimenti di Annibale.[15]

« Come poteva sperare [Annibale] di impadronirsi di Roma, ora che era stato respinto da Capua, e che non aveva osato dirigersi contro Roma dopo la vittoria di Canne!? »
(Livio, XXVI, 8.4.)
Difesa della città di Roma:

 dall'assalto di Annibale, a nord-est della città;

 Fulvio Flacco, giunto dal sud della città (Porta Capena), l'attraversa con l'esercito romano e si accampa a nord-est della stessa, tra porta Esquilina e porta Collina.

Fra questi opposti pareri, prevalse l'opinione più equilibrata di Publio Valerio Flacco, il quale, avendo dato ascolto alle opposte opinioni, propose di scrivere ai comandanti che assediavano Capua, informandoli sulle forze che presidiavano Roma; essi a loro volta potevano sapere quanti soldati Annibale avrebbe condotto con sé e quanti sarebbero stati necessari per assediare Capua. In questo caso avrebbero deciso quale comandante inviare a Roma, tra Appio Claudio e Fulvio Flacco, e con quali forze, per difendere la patria dall'assalto dell'armata cartaginese.[16] Fu così che Fulvio Flacco scelse di recarsi egli stesso a Roma, poiché il collega Appio era ferito. Scelse quindi 15.000 fanti tra le tre armate a sua disposizione e 1.000 cavalieri e passò il Volturno. Come venne a sapere che Annibale avrebbe percorso la Via Latina, scelse la Via Appia, inviando dei messi a quei municipi lungo strada, come Setia, Cora e Lavinium, affinché predisponessero i necessari vettovagliamenti da portare lungo la strada al passaggio dell'armata romana. Ordinava quindi di concentrare i presidi nelle città, pronti a difendersi.[17]

Annibale, se inizialmente non disperava di prendere la città, una volta venuto a sapere che proprio in quei giorni i Romani stavano arruolando in città due nuove legioni, oltre al fatto che Flacco vi era già giunto con un ingente esercito, preferì rinunciare al progetto di assaltarla, dandosi invece a compiere scorrerie per la regione circostante, saccheggiando e incendiando ovunque. I Cartaginesi raccolsero così nel proprio accampamento una grande quantità di bottino, poiché nessuno osava contrastarli.[18] Pochi giorni più tardi, il condottiero cartaginese decise di tornare a Capua, sia perché aveva raccolto sufficiente bottino, sia perché riteneva impossibile assediare la città, ma soprattutto poiché riteneva che il suo piano avesse sortito l'effetto sperato ora che erano trascorsi un numero di giorni sufficiente, costringendo il proconsole Appio Claudio, a togliere l'assedio dalla città campana e correre a salvare la patria, oppure a dividere l'esercito per mantenere Capua sotto assedio e contemporaneamente tornare a Roma. Entrambe le soluzioni sarebbero state di gradimento del condottiero cartaginese.[19] Quando però Annibale venne a sapere che Appio Claudio non aveva tolto l'assedio da Capua,[20] preferì dirigersi verso la Daunia (parte settentrionale della Puglia) e il Bruzio, per giungere a Reggio Calabria in modo così improvviso, che per poco non prese la città, ancora fedele ai Romani.[21]

Tornato a Capua, poté assistere alla resa di quella città che ormai si era accorta di essere stata abbandonata dal condottiero cartaginese. I due proconsoli, Flacco e Appio Claudio, comandarono che il senato campano si presentasse al loro cospetto nell'accampamento romano fuori dalle mura. Quando vi giunsero, i senatori vennero tutti incatenati e ricevettero l'ordine di far portare tutto l'oro e l'argento che possedevano ai questori. Venticinque di questi vennero inviati come prigionieri a Cales e ventotto a Teanum Sidicinum. Si trattava dei principali responsabili della rivolta di Capua contro Roma.[22] Riguardo poi alla pena da infliggere ai senatori, i due proconsoli, Fulvio e Claudio, si scontrarono, poiché il secondo era propenso al perdono, mentre il primo ad una punizione esemplare. Il disaccordo tra i due portò a scrivere al senato, non solo in merito alla decisione da prendere, ma anche per dare la possibilità di interrogare i prigionieri. E poiché Fulvio, non riteneva opportuno che i senatori campani fossero ascoltati, per evitare che gli stessi potessero compiere azioni delatorie nei confronti degli alleati di stirpe latina e mettere a repentaglio alleanze consolidate, decise di partire per Teanum con 2.000 cavalieri all'alba.[23] Giunto nella cittadina, comandò al supremo magistrato di far portare al suo cospetto quei Campani che erano sotto la sua custodia. Quando furono davanti a lui, li fece massacrare a colpi di verga e decapitare con la scure. Subito dopo, a grande velocità si recò a Cales, dove fece condurre gli altri prigionieri Campani. Secondo quanto racconta Livio, giunse in quel momento un messo da Roma che recava la risposta del Senato romano sul da farsi, ma sembra che Fulvio non la lesse e procedette a mettere a morte tutti i prigionieri rimasti.[24]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ a b c Livio, XXIII, 24.4 e 30.18.
  2. ^ a b Livio, XXIV, 9.4-5.
  3. ^ a b Livio, XXV, 2.4.
  4. ^ a b Livio, XXV, 3.1.
  5. ^ a b Livio, XXVI, 1.2.
  6. ^ William Smith, Dictionary of Greek and Roman Biography and Mythology, 1, Boston: Little, Brown and Company, Vol.2 p. 153
  7. ^ Livio, XXIII, 21.7.
  8. ^ Livio, XXIII, 32.18.
  9. ^ Livio, XXIII, 34.11-15.
  10. ^ Livio, XXV, 2.3.
  11. ^ Periochae, 25.3
  12. ^ Livio, XXV, 5.3-4.
  13. ^ Periochae, 25.4
  14. ^ Periochae, 25.7.
  15. ^ Livio, XXVI, 8.1-3.
  16. ^ Livio, XXVI, 8.5-8.
  17. ^ Livio, XXVI, 8.9-11.
  18. ^ Polibio, IX, 6.5-9.
  19. ^ Polibio, IX, 7.1-3.
  20. ^ Polibio, IX, 7.7.
  21. ^ Polibio, IX, 7.10; Livio, XXVI, 12.1-2.
  22. ^ Livio, XXVI, 14.7-9.
  23. ^ Livio, XXVI, 15.1-6.
  24. ^ Livio, XXVI, 15.7-9.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

Fonti primarie
Fonti storiografiche moderne

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

Predecessore Fasti consulares Successore Consul et lictores.png
Tiberio Sempronio Gracco
e
Publio Valerio Falto
(237 a.C.)
con Lucio Cornelio Lentulo Caudino
Publio Cornelio Lentulo Caudino I
e
Gaio Licinio Varo
I
Lucio Emilio Papo
e
Gaio Atilio Regolo
(224 a.C.)
con Tito Manlio Torquato II
Gaio Flaminio Nepote
e
Publio Furio Filo
II
Quinto Fabio Massimo
e
Tiberio Sempronio Gracco II
(212 a.C.)
con Appio Claudio Pulcro
Publio Sulpicio Galba Massimo I
e
Gneo Fulvio Centumalo Massimo
III
Marco Valerio Levino II
e
Marco Claudio Marcello IV
(209 a.C.)
con Quinto Fabio Massimo Verrucoso V
Marco Claudio Marcello V
e
Tito Quinzio Peno Capitolino Crispino
IV