Storie (Polibio)

Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.
Se riscontri problemi nella visualizzazione dei caratteri, clicca qui.
Storie
Autore Polibio
1ª ed. originale II secolo a.C.
Genere storiografia
Lingua originale greco antico
Immagine di Polibio

Le Storie (in greco antico Ἱστορίαι) sono un'opera storiografica dell'autore greco Polibio (206-124 a.C.). Composte in prosa, erano suddivise in quaranta libri dei quali solo i primi cinque sono pervenuti a oggi nella loro interezza, e narravano la storia universale del periodo fra il 220 e il 146 a.C., con un prologo concernente il percorso di Roma verso l'egemonia sul mar Mediterraneo.

Buona parte dell'opera, fatta eccezione per il volume XL, che rappresentava l'indice, è giunta a oggi grazie alle raccolte di estratti conservati nelle biblioteche di Bisanzio. I testi di Polibio rimasero sconosciuti però in gran parte dell'Europa fino al XIV secolo; lo storico statunitense Jack H. Hexter ha suggerito che Niccolò Machiavelli potesse conoscerne alcuni passi, in particolare quelli del VI libro riguardanti la natura composita della costituzione romana.[1] Da quel momento in poi il testo divenne conosciuto in tutta l'Europa; echi delle teorie polibiane compaiono nelle opere di autori come Montesquieu, ma anche nella Costituzione degli Stati Uniti d'America.

Le Storie rappresentano inoltre un importante documento per lo studio della Grecia ellenistica e della koinè.

Contenuto[modifica | modifica wikitesto]

L'opera di Polibio presenta, oltre alle informazioni storiche, anche un discorso sulla Τύχη (Tyche) o fortuna, un discorso sulla costituzione mista della res publica romana e il tema, sotteso ad ogni passaggio dell'opera, del ruolo dello storico "pragmatico". Polibio inizia la trattazione dall'anno 264 a.C. e la termina nel 146 a.C. (era nato verso il 206 a.C. e morto nell'anno 124 a.C. circa). Oltre alla concezione pragmatica della storia, comunque, nucleo centrale delle Storie è l'ascesa di Roma da potenza locale dell'Italia centro-meridionale a potenza egemone del Mediterraneo: l'opera narra infatti con particolare attenzione i cinquantatré anni, tra il 220 e il 167 a.C., durante i quali Roma, con le vittorie nella seconda guerra punica, nelle prime tre guerre macedoniche e nella guerra contro Antioco III e lega etolica, impose il suo potere su Cartagine, sul regno di Macedonia e sull'Impero seleucide.

I primi cinque libri costituiscono sia l'introduzione che lo sfondo degli anni di cui si è occupato, includendo perlopiù le questioni del momento riguardanti le nazioni importanti dell’epoca, l'antico Egitto, la Grecia e la Spagna e tratta ampiamente della prima e della seconda guerra punica. Poi, nel libro VI, di carattere digressivo, viene descritta la costituzione dei Romani, delineando i diversi poteri dei consoli, del senato e del popolo. Polibio giunge alla conclusione, in virtù della sua concezione ellenistica, che è proprio su questa "costituzione mista" che si basano i successi dei romani.
Il resto dell’opera è un trattato delle questioni durante il suddetto periodo critico di 53 anni; dall'esame delle parti del testo giunte fino a noi, i brani di particolare interesse sono le trattazioni su Annibale e Scipione e una rilevante digressione dal suo tema, incentrata nello storico Timeo. Nel libro XII Polibio discute il valore del particolare stile storico di Timeo, ma conclude in modo sprezzante che Timeo non vale granché. In definitiva, Polibio si distingue nel trattare l'ascesa al potere di Roma in senso storico, rivelandosi utile sia per valutare la maniera ellenistica di scrivere sia come testimonianza di questo periodo ellenistico.

Polibio sulla Tyche[modifica | modifica wikitesto]

Tyche, che significa destino o fortuna, gioca un ruolo fondamentale nella comprensione della storia di Polibio ed è utile per sviluppare il modo d'intendere questo concetto nel periodo ellenistico.
Tyche assume un doppio significato nell'opera di Polibio. È prima di tutto intesa come la forza con cui le cose accadono, o la casualità o la fortuna che dir si voglia. Ma c'è anche la componente divina di Tyche, che era una convenzione ellenistica. Questa sua personificazione è particolarmente importante perché a volte Polibio la impiega per giustificare fatti tutto sommato sensati, piuttosto che considerarli come l'insieme di decisioni legittime prese da parte delle persone coinvolte a qualunque titolo. Pertanto Tyche rappresenta una forza elementare che è un modo di intendere il nesso di causalità, al tempo stesso personifica una divinità capricciosa in natura e, infine, può essere vista come una dea che dispensa castighi per le malefatte o la stupidità imputabili ai leader.

L'analisi di Tyche costituisce per Polibio l'impulso ad iniziare il suo lavoro; studiando gli eventi "fortunati", che conducono Roma alla dominazione sul mondo abitato, Polibio è indotto ad iniziarne la sua storia, componente integrante della propria comprensione di quei fatti storici. A causa di questo fatto diventa necessario per Polibio discutere la storia in modo universale, vale a dire, dedicarsi ad essa non come un insieme di eventi che avvengono qua o là, ma analizzarli tenendone presente il quadro complessivo. Questa è la caratteristica principale del vanto di Polibio riferendosi alla sua storia, la sua valenza universale nel tentativo di spiegare l'ascesa al potere di Roma.

Polibio sul governo[modifica | modifica wikitesto]

Nel libro VI Polibio fa una digressione sulla costituzione romana per dimostrarne il suo fondamento "composito". Lo scopo di ciò è insito nella natura ellenistica del suo lavoro, e in particolare nella natura dei suoi lettori, i Greci.
A quel tempo i Greci credevano che la forza di uno stato si manifestasse nella forza della sua costituzione. La "costituzione mista" è stata spacciata come la costituzione più forte dato che combina le tre componenti del governo: la monarchia, l'aristocrazia e la democrazia. Polibio distingue ulteriormente le forme di governo, includendovi le omologhe al negativo di quelle sopracitate, la tirannia, l'oligarchia, e l'oclocrazia. Questi governi si avvicendano secondo il ciclo di Polibio in un processo chiamato anaciclosi, che inizia con la monarchia e finisce con l'oclocrazia.
Il modello della Repubblica romana evita questo problema, costituendo una miscela delle tre forme di governo. I consoli rappresentano la monarchia, comandano l'esercito e governano le spese di Roma (un'eccezione di rilievo all'autorità consolare è rappresentata dai tribuni della plebe). Il Senato è responsabile per la nomina e l'elezione dei consoli e dei censori ed è la forza trainante degli affari che si svolgono in città e in materia di politica estera. Naturalmente, tutto ciò non può avvenire senza la censura del popolo e nessuno si può insediare in qualunque carica senza il voto del popolo. È in questo modo, per come viene compreso da Polibio, che la forza dello stato romano viene messa in mostra e tenuta coesa.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Polibio, Storie, VI, 11, 11-14.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]