Battaglia di Canne
Coordinate: 41°17′47.43″N 16°09′05.58″E / 41.2965083°N 16.15155°E
| Battaglia di Canne Parte della seconda guerra punica
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La morte del console Lucio Emilio Paolo durante la battaglia di Canne
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| Data | 2 agosto 216 a.C. | ||
| Luogo | Canne, nei pressi del fiume Ofanto, Puglia Italia | ||
| Esito | vittoria cartaginese | ||
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| voci di guerre presenti su Wikipedia | |||
| (LA)
« prope iam fessis caede magis quam pugna adiungit »
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(IT)
« furono quasi più spossati per la strage compiuta che per la fatica del combattere »
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La battaglia di Canne fu la più grande battaglia della seconda guerra punica, combattuta tra Romani e Cartaginesi. Si svolse il 2 agosto del 216 a.C. a Canne, nell'attuale agro della città di Barletta, in Puglia, nei pressi del fiume Ofanto, tra circa 86.000 Romani, suddivisi in otto legioni, quattro legioni di soldati romani e altre quattro di soldati alleati italici, e circa 50.000 cartaginesi, iberi, galli, africani e numidi[1].
La battaglia venne vinta dai Cartaginesi guidati da Annibale, uno dei più grandi condottieri della storia[2], e rappresenta uno dei migliori esempi di accerchiamento tattico completo della storia militare ed un modello ineguagliato di vittoria totale[3]. Considerata l'esempio per eccellenza di scaltrezza e abilità di manovra, è ancora oggi la battaglia più studiata da militari e esperti di tattica e strategia[4]. La battaglia di Canne rimane una delle battaglie più famose della storia e anche una dei più sanguinosi scontri campali di tutti i tempi, forse il più sanguinoso in assoluto in un solo giorno combattuto in occidente[5].
In questa battaglia perì infatti un numero elevatissimo di Romani (55.000 secondo Tito Livio, 70.000 secondo Polibio), tra i quali lo stesso console Lucio Emilio Paolo. Circa 10.000 sopravvissuti caddero prigionieri; solo circa 3.000 legionari, rimasti di guardia all'accampamento, scamparono e fuggirono nella città di Canosa. Annibale perse solo 6.000 uomini[6], per la maggior parte ibero-galli.
Annibale inizialmente ottenne notevoli risultati politico-strategici dopo la schiacciante vittoria e gran parte dell'Italia meridionale e della Sicilia abbandonò l'alleanza con Roma e collaborò con il vittorioso generale cartaginese; tuttavia negli anni seguenti i romani riuscirono a riorganizzare le loro forze, a riconquistare lentamente le posizione perdute ed a costringere Annibale ad una logorante guerra difensiva fino al suo ritorno in Africa nel 203. a.C.[7]
Indice |
[modifica] Marcia di Annibale dalla Spagna fino a Canne
[modifica] Manovre e scontri preliminari
Nel 217 a.C., dopo il termine della dittatura di Quinto Fabio Massimo, che aveva impegnato Annibale in una guerriglia logorante, i due nuovi consoli Gneo Servilio Gemino e Marco Atilio Regolo decisero di proseguire la guerra con la medesima tattica.[8] Nel 216 a.C., allo scadere del loro mandato, che era stato frattanto prolungato, vennero eletti consoli Lucio Emilio Paolo e Gaio Terenzio Varrone che forse, a differenza di Emilio Paolo, voleva riprendere una guerra combattuta in campo aperto.[9] Secondo l'uso romano, i due consoli comandavano l'esercito a giorni alterni.[10]
Nello stesso periodo Annibale stava assediando la piccola città apula di Gereonio; i viveri del suo esercito erano sufficienti per meno di dieci giorni perciò, quando scoprì che tra l'altro un contingente di Iberi meditava di disertare e che l'esercito romano si avvicinava,[11] decise di allontanarsi in direzione della città di Canne, dove erano conservate le derrate alimentari provenienti dall'Apulia destinate ai Romani.[12]
Varrone, secondo il volere suo e della maggioranza dell'esercito, inseguì Annibale fino alla pianura di Canne, dove pose l'accampamento dallo stesso lato del fiume lungo il quale c'era il campo cartaginese. Emilio Paolo, assieme ad un terzo dell'esercito, si accampò sull'altra riva dell'Aufidus.[13]
Un tranello abilmente preordinato dal condottiero cartaginese, che rischiò di esplicare i suoi rovinosi effetti per la formazione romana, uno dei cui consoli, Gaio Terenzio Varrone, intaccò il proprio prestigio di comandante per la condotta tenuta verso i suoi sottoposti.
L'accampamento cartaginese fu infatti apparentemente abbandonato, volendo Annibale invogliare i soldati romani a procedere al saccheggio. Un richiamo alla prudenza fu operato dal console Lucio Emilio Paolo, messo sul chi vive da un'attenta esplorazione dell'accampamento condotta dal suo sottoposto Mario Statilio con i suoi cavalieri lucani. Questi fu insospettito dall'implausibilità della presenza di troppi oggetti di valore (vasellame d'argento) che gli parvero artatamente messi in bella vista per invogliare i soldati romani ad abbandonarsi a una disordinata e dissennata azione predatoria, e riferì al console che, a suo parere, si trattava di un'insidia evidente.
La bramosia dei soldati romani fu però tale da indurli a gridare che «se non veniva dato il segnale, essi sarebbero andati senza comandanti» (ni signum detur, sine ducibus ituros). Varrone, invece di procedere severamente nei confronti di questo atto di gravissima indisciplina, fu indotto a raggiungere i suoi uomini che rifiutavano di riguadagnare il proprio accampamento malgrado il presagio negativo dei polli che l'esercito s'era portato dietro[14]. Fortuna volle che due schiavi, uno di Formia e uno sidicino (attuale zona di Teano), sfuggiti ai numidi che li avevano precedentemente fatti prigionieri, riferirono che l'esercito di Annibale era appostato in agguato dietro le vicine alture ma, come osserva Tito Livio, ormai la «sbagliata arrendevolezza» (prava indulgentia) di Varrone «aveva indebolito [...] la sua autorità presso i soldati» (primum apud eos [...] maiestatem solvisset).
[modifica] I due eserciti e gli schieramenti
[modifica] Lo schieramento e i piani dei romani
I Romani potevano contare su otto legioni, il più grande esercito messo in campo dalla repubblica[15], per un totale di 86.000 soldati.
Le otto legioni romane erano comandate il giorno 2 agosto 216 a.C. dal console Gaio Terenzio Varrone che, secondo la narrazione tradizionale che si basa principalmente su Polibio, li schierò a battaglia nonostante il parere contrario dell'altro console, Lucio Emilio Paolo[16]. Peraltro interpretazioni moderne avanzano invece l'ipotesi di una sostanziale coincidenza di vedute strategiche tra i due consoli e considerano il console Emilio Paolo pienamente partecipe della decisione di attaccare le forze cartaginesi. Forse, sulla base di un calcolo alternativo dei giorni della rotazione del comando dei consoli, il giorno della battaglia Emilio Paolo e non Varrone deteneva il comando sul campo[17].
I due consoli apparentemente erano molto fiduciosi sull'esito della battaglia e scelsero il giorno e il luogo dello scontro, a sud del fiume Aufidus, contando di far valere in modo decisivo la loro schiacciante superiorità numerica nella fanteria pesante legionaria, in grado di esercitare una pressione irresistibile, grazie al suo armamento e al suo schieramento, in caso di urto frontale[18]. Le legioni romane - due terzi dei cui effettivi erano costituiti da reclute, i cosiddetti tirones[19] ma con almeno due legioni formate da legionari esperti e preparati, provenienti dagli esercito del console del 218 a.C., Publio Cornelio Scipione[20] - si schierarono in una formazione molto compatta, con i manipoli migliori, con i centurioni più esperti, nelle prime file e nelle righe centrali dello schieramento legionario. Per incrementare al massimo la forza d'urto dell'attacco delle legioni i consoli ridussero lo spazio tra ciascun manipolo e rafforzarono le formazioni incrementandone la loro profondità in modo che ogni legionario disponeva di solo un metro di spazio sui lati e ogni manipolo occupava una linea di fronte di soli 46 metri[21]. Ogni legione si dispiegò su un fronte di sessanta uomini, ciarcun manipolo si schierò con cinque legionari di fronte e trenta legionari di profondità[22], e l'intero fronte d'attacco delle otto legioni, con una linea di circa ottocento legionari, misurava meno di mille metri con una profondità di alcune centinaia di metri[23].
I consoli Varrone ed Emilio Paolo scelsero quindi coscientemente di affrontare la battaglia a sud del fiume Aufidus, schierando il loro enorme esercito a nord delle forze avversarie, con fronte a sud-sudovest e il fianco destro a contatto con il corso del fiume, e ritennero di poter minimizzare la superiorità della cavalleria nemica e l'abilità tattica di Annibale proprio grazie alla configurazione del terreno[24]. La pianura completamente scoperta e priva di vegetazione o irregolarità, ideale per spiegare la potenza delle compatte legioni romane, non si prestava infatti a nascondere le consuete insidie del generale cartaginese mentre la presenza del fiume sul fianco destro romano permetteva di limitare lo spazio di manovra della cavalleria. In questo settore Emilio Paolo schierò i suoi 1.600 cavalieri romani contando di poter resistere all'urto dei cavalieri nemici intralciati dallo scarso spazio di manovra tra il fiume e il grosso delle legioni. Sul fianco sinistro romano Varrone prese invece il comando di 4.800 cavalieri italici; la presenza di alcune colline avrebbe dovuto impedire anche in questa zona le agili manovre della cavalleria numida ed evitare manovre di aggiramento in profondità[25].
Inoltre Emilio Paolo e Varrone adottarono una formazione della cavalleria serrata e rinforzata in profondità con un fronte di schieramento di soli 600 metri sul fianco destro romano e di circa 1.700 metri su quello sinistro, lo spazio ridotto a causa delle caratteristiche del terreno e lo schieramento ravvicinato dei cavalieri avrebbe dovuto evitare, secondo le intenzioni dei due consoli, rapidi movimenti e favorire una lotta serrata e prolungata, favorevole a guadagnare tempo in attesa del successo dei legionari romani al centro del fronte[26].
[modifica] Schieramento e piani di Annibale
Annibale, nonostante la netta superiorità numerica del nemico, era assolutamente desideroso di combattere e, a dispetto dei timori e dei dubbi manifestati da alcuni suoi subordinati, mostrò fiducia e imperturbabilità di fronte all'imponente schieramento romano che si stava accuratamente posizionando di fronte alle sue truppe a sud del fiume, il mattino del 2 agosto[27]. Cosciente delle sue crescenti difficoltà logistiche e di approvvigionamento, e del rischio di un logoramento delle sue truppe e del suo prestigio in Italia ed anche nella madre patria in caso di una estenuante guerra di posizione, il condottiero cartaginese riteneva necessaria una nuova grande battaglia campale per infliggere ai romani una sconfitta decisiva con cui ottenere finalmente la disgregazione della capacità di resistenza della repubblica e del suo sistema di alleanze[28].
Pienamente consapevole delle sue superiori capacità tattico-strategiche nei confronti dei condottieri romani, Annibale architettò uno schieramento e un piano di battaglia sorprendente e rischioso da cui però, in caso di riuscita, poteva attendersi risultati decisivi sul campo di battaglia. Avendo subito compreso le intenzioni del nemico e la scarsa elasticità della sua formazione serrata in vista di un attacco frontale, Annibale previde di sfruttare queste debolezze del sistema di guerra dei romani e di impiegare le sue truppe, meno numerose, ma più esperte e più mobili, in una complessa manovra di accerchiamento globale[29].
Annibale pose al centro dello schieramento i contingenti degli alleati galli, combattenti fisicamente vigorosi ma quasi privi di armature e dotati di pesanti spade, ed iberici, soldati vestiti di corte tuniche bianche, agguerriti e ben armati, disponendoli a formare un arco proteso in avanti[30]. Lo scopo di questa particolare disposizione era duplice: in questo modo il condottiero cartaginese sperava di attirare al centro, contro l'apparente punto debole esposto dello schieramento cartaginese, la massa d'attacco romana; inoltre la disposizione ad arco avrebbe permesso allo schieramento degli ibero-galli, costituito da circa 20.000 uomini, di guadagnare tempo e spazio di manovra per arretrare sotto il prevedibile urto dell'attacco romano senza disgregarsi. Rifluendo indietro, ma senza perdere la coesione, gli ibero-galli avrebbero dovuto, secondo gli intendimenti di Annibale, costringere le legioni in una specie di imbuto con i due lati scoperti dove il condottiero cartaginese prevedeva di far intervenire al momento opportuno la sua fanteria pesante africana (circa 10.000 uomini), costituita dai combattenti più esperti e armati con panoplie catturate al nemico. Questa fanteria venne schierata da Annibale sui due lati in posizione più arretrata rispetto all'arco proteso in avanti degli ibero-galli, in funzione di riserva tattica da impegnare solo nella seconda fase della battaglia[31].
Ai due lati della sua fanteria Annibale schierò la numerosa ed efficiente cavalleria, più forte ed esperta di quella avversaria, su cui il condottiero cartaginese contava come arma decisiva per completare vittoriosamente il suo piano di battaglia. Sul fianco sinistro il generale punico raggruppò la cavalleria pesante ibero-gallica forte di circa 6.000 cavalieri al comando di Asdrubale con il compito, nonostante il limitato spazio di manovra disponibile a causa della presenza del corso del fiume, di sbaragliare rapidamente con l'urto e la superiorità numerica la debole cavalleria romana guidata dal console Emilio Paolo. Sul fianco destro schierò invece i 4.000 numidi guidati da Maarbale, cavalieri abili nelle improvvise manovre in velocità, in grado di agganciare e neutralizzare la cavalleria italica al comando di Varrone. Era negli intendimenti di Annibale impiegare la sua cavalleria per attaccare alle spalle, dopo aver sgominato i cavalieri avversari, le massicce legioni romane, già impegnate frontalmente e sui fianchi dalla fanteria, e completare l'accerchiamento su tutti i lati[32]
Secondo la tradizione antica Annibale inoltre, grazie allo schieramento adottato ed alla sua posizione a sud, avrebbe sfruttato anche le circostanze ambientali favorevoli: il vento Volturno che, soffiando in direzione contraria, infastidì notevolmente i romani, e la posizione iniziale del sole alle spalle dei cartaginesi che quindi per tutto il tempo della battaglia non arrivò mai di fronte alle schiere di Annibale[33].
[modifica] La battaglia
[modifica] Attacco frontale delle legioni romane
Dopo la breve fase iniziale degli scontri tra i reparti di fanteria leggera, le legioni romane, guidate dai consolari Marco Minucio Rufo e Gneo Servilio Gemino[34], diedero inizio al loro massiccio attacco frontale da cui i consoli si attendevano risultati decisivi; in formazione serrata, protetti dai lunghi scudi affiancati, con i gladi pronti sulla mano destra, i legionari si avvicinarono metodicamente alla mezzaluna formata dalla fanteria ibero-gallica urtando inizialmente sola la punta dello schieramento avversario. Con i manipoli schierati in file profonde e i legionari più esperti presenti nelle prime linee e nella zone centrali delle legioni, i romani, oltre 55.000 soldati contro circa 20.000, esercitarono un urto irresistibile contro il sottile fronte nemico[35].
Dopo meno di un'ora di scontri corpo a corpo tra gli ibero-galli e le disciplinate legioni romane, imbattibili in uno scontro frontale per la coesione dello schieramento, la capacità dei centurioni e la superiorità dell'armamento, le linee cartaginesi iniziarono a ripiegare subendo sanguinose perdite[36]. I legionari, sicuri della vittoria, proseguirono l'attacco frontale e urtarono su tutta la linee le forze nemiche in difficoltà, il cui schieramento, da semilunato in avanti, divenne nella fase di ripiegamento combattuto, prima lineare e quindi concavo. I legionari romani, alla cui guida era arrivato, dopo essere scampato allo scontro tra le cavallerie, anche il console Emilio Paolo[37], continuarono a premere incuneandosi con le righe centrali nella concavità, mentre sotto la pressione delle linee successive lo schieramento delle legioni divenne ancor più serrato, massiccio e compresso in avanti, limitando gli spazi e la libertà di movimento dei soldati[38].
In questa fase critica Annibale e Magone riuscirono nel difficile compito di evitare un crollo totale delle forze ibero-galliche ed a mantenere uno schieramento difensivo che, pur subendo pesanti perdite, non si frantumò ma riuscì a ripiegare lentamente conservando la coesione e permettendo al condottiero cartaginese di completare la sua audace manovra combinata sui fianchi e alle spalle dell'enorme massa delle legioni in formazione serrata[39]. La fanteria ibero-gallo subì perdite di oltre 5.000 uomini di fronte alla micidiale potenza d'urto frontale dei legionari romani ma riuscì a guadagnare tempo e ad attirare in avanti le forze nemiche che in questo modo esposero pericolosamente i fianchi dove erano schierati i reparti meno esperti delle legioni romano-italiche[40].
Nel frattempo, la sconfitta romana si stava consumando sulle ali. Annibale, infatti, aveva disposto le sue truppe di cavalleria in una formazione asimmetrica: un'ala (a sud-est) di cavalleria numida di 3.600 unità con compiti di contenimento; l'altra, a nord-ovest di cavalleria pesante di 6.500 cavalieri con compiti di sfondamento, creando così una netta supremazia numerica e tattica sul fianco ovest, dove tra l'altro la cavalleria romana era pressata tra il fiume e le truppe romane in avanzata.
La cavalleria pesante di Annibale compì tre cariche: con la prima distrusse la cavalleria romana sull'ala ovest, convergendo poi sulla cavalleria alleata sull'ala est sgominandola definitivamente; infine, dopo essersi riunita alla cavalleria numida, chiudendo la tenaglia con un attacco alle spalle della massa della fanteria romana. Vale la pena di dire che, prima dell'inizio della battaglia, un contingente di cavalleria numida, che contava all'incirca 300 uomini, fece finta di arrendersi ai legionari romani (sotto ordine del medesimo Annibale) per farsi condurre nelle retrovie come prigioniera. Quando la battaglia raggiunse l'apice, gli stessi "prigionieri", approfittarono dello sgomento per tirare fuori dalle vesti le spade corte fino ad allora celate ai romani, cominciando a far strage tra le ultime file fino all'arrivo della cavalleria.
[modifica] Manovra d'accerchiamento di Annibale
A questo punto, Annibale fece intervenire la fanteria pesante africana (circa 10.000 uomini), che, come scrivono Polibio e Tito Livio, era equipaggiata in gran parte con armi ed armature romane strappate ai numerosissimi legionari caduti sul campo nelle battaglie del Trebbia e del Trasimeno. Gli africani si trovavano raggruppati in attesa ai due lati estremi dello schieramento di fanteria cartaginese, ed entrarono in azione per attaccare sui fianchi, eseguendo una conversione di novanta gradi, il cuneo delle legioni romane che premeva al centro contro le linee ibero-gallo. Quasi senza sforzo le truppe scelte africane di Annibale, che il condottiero cartaginese aveva addestrato a combattere in formazioni meno serrate, corpo a corpo con il gladio, rinunciando alle tattiche oplitiche[41], riuscirono ad operare un cambio di fronte che le portò a chiudere i lati dello schieramento romano. Dopo il lancio dei giavellotti i fanti africani passarono con decisione all'assalto. Colti di sorpresa dall'attacco sui fianchi delle truppe africane, equipaggiate quasi come legionari, i reparti romani sui lati, costituiti dalle forze meno esperte e addestrate, si trovarono in grave difficoltà e non riuscirono a contenere il nemico[42]. Rifluendo indietro con gravi perdite, andarono ad urtare le altre linee delle legioni, costringendole ad arrestarsi, accrescendo la confusione ed impedendo alla massa dei legionari di entrare in combattimento a causa della mancanza di spazio[43].
Le difficoltà sui fianchi sotto l'urto della fanteria pesante africana, costrinse anche le prime linee centrali ad interrompere la loro pressione contro le forze ibero-galliche che, sfruttando la situazione, riorganizzarono le loro fila e passarono al contrattacco; in questo modo il massiccio quadrato delle legioni romane si trovò attaccato su tre lati, rinserrato in uno spazio sempre più ristretto, con solo le prime file anteriori e laterali in combattimento e con la massa centrale praticamente bloccata dalla calca e sempre più disordinata.
[modifica] Ecatombe di legionari romani
La battaglia terminò con un ecatombe di legionari romani. Come riferì lo storico Livio i fanti africani, ibero-galli e la cavalleria cartaginese cessarono il massacro solo quando «furono più spossati dal far strage che dalla fatica del combattere» (prope iam fessis caede magis quam pugna adiungit).
Era dai tempi della Battaglia del fiume Allia, che precedette il sacco di Roma da parte dei Galli di Brenno nel 386 a.C., che un esercito romano non subiva una disfatta tanto catastrofica. Tito Livio racconta che, al termine della battaglia, gli anelli d'oro strappati dai vincitori alle dita dei cadaveri degli equites equo publico costituirono un'agghiacciante quanto eloquente collinetta oscillante da una a più di tre "moggia", vale a dire da 9 a più di 27 litri volumetrici. Magone, fratello d'Annibale, s'incaricò di portarli a Cartagine, versandoli nel vestibolo della curia cartaginese.[44].
[modifica] Conseguenze della battaglia
I Romani, persuasi che una simile catastrofe potesse essere imputata solo all'ira degli dei contro la città, riesumarono tradizioni arcaiche e riti religiosi barbarici per cercare di placare le divinità e salvare Roma; i cittadini, guidati dal ceto politico senatorio in cui era ritornato a dominare Quinto Fabio Massimo, oltre ad ascoltare il responso dei Libri Sibillini e predisporre un ver sacrum, procedettero dopo la sconfitta all'ultimo sacrificio umano della loro storia[45].
[modifica] Controversie
Il luogo della battaglia è controverso: sebbene la gran parte degli storici lo identifichino con Canne nell'attuale agro della città di Barletta, in Puglia, nei pressi del fiume Ofanto, alcuni studiosi, di cui Antonio Fratangelo[46] è il massimo rappresentante, - sulla base dei documenti storici e dei rilevamenti archeologici - sostengono sia da identificarsi più a nord, sulla riva destra del fiume Fortore[47] (in questo caso gli eventi si sarebbero svolti al confine tra le attuali Puglia e Molise, con la battaglia decisiva sulla sponda pugliese). Altri storici localizzano la battaglia nella valle del Celone presso Castelluccio Valmaggiore[48]. I sostenitori di queste teorie, però, presentano a loro volta parziali motivazioni che non hanno un valore storico oggettivo. Non ci sono dubbi sul fatto che l'odierno Ofanto sia l'antico Aufidus e ciò è dimostrato da più prove oggettive, cito le principali. Polibio scrive nel libro III (capitolo 110, paragrafo 9) delle sue Storie che l'Aufidus sorge nella parte tirrenica dell'Appennino: l'Ofanto presenta questa caratteristica, mentre il Fortore no, nasce nella parte adriatica dell'Appenino.Un'altra prova che smentisce i sostenitori che reputano controversa l'identificazione dell'antico fiume è la Tabula Peutingeriana, una copia del XII-XIII secolo di un'antica carta romana che mostrava le vie militari dell'Impero. Sulla mappa si vede chiaramente il corso dell'Aufidus ed è segnato il Pons Aufidus (questo ponte romano sorgeva in località Santa Venere nel comune di Rocchetta Sant'Antonio), il fiume corrisponde di tutto punto all'odierno fiume Ofanto. L'ultima prova è data da Quinto Orazio Flacco, il famoso poeta latino che nacque e visse la propria adolescenza a Venusia, ovvero l'odierna città lucana di Venosa. Orazio più volte menziona l'Aufidus nelle sue liriche (almeno tre volte) e nel libro terzo delle Odi si esprime dicendo longe sonantem natus ad Aufidum, l'attuale Ofanto dista solamente pochi chilometri da Venosa mentre il Fortore dista poco meno di un centinaio di chilometri. Dopo la battaglia, Annibale si spostò con tutto l'esercito a Compsa (attuale Conza della Campania) e proprio nei pressi di questa rocca irpina nasce il fiume Ofanto; inoltre i pochi sopravvissuti alla battaglia, tra i quali Publio Cornelio Scipione, ripararono a Canusium (attuale Canosa di Puglia) città dove tuttora sorge un bellissimo ponte romano che valica le acque placide dell'odierno Ofanto, inoltre Terenzio Varrone si rifugiò a Venusia. Lo stesso Strabone, spesso citato dai sostenitori della teoria di Fratangelo, nella sua Geografia (libro VI, capitolo III e paragrafo 9) afferma che sull'Aufidus a circa 90 stadi sorge l'emporio (il porto) dei Canusiti: ἐκ δὲ Βαρίου πρὸς τὸν ποταμὸν Αὔφιδον, ἐφ᾽ ᾧ τὸ ἐμπόριον τῶν Κανυσιτῶν, τετρακόσιοι: ὁ δ᾽ ἀνάπλους ἐπὶ τὸ ἐμπόριον ἐνενήκοντα. πλησίον δὲ καὶ Σαλαπία τὸ τῶν Ἀργυριππίνων ἐπίνειον. Come si può vedere anche le rocche coinvolte nel 'dopo battaglia' sono prossime all'Ofanto e non al Fortore. Se mai ci possa essere una controversia sull'ubicazione della battaglia essa può essere sul luogo esatto, ma sul fiume la controversia non ha modo di esitere: l'antico Aufidus è l'attuale Ofanto che con i suoi 170 km è il maggiore fiume del Mezzogiorno dopo il Volturno.
[modifica] Note
- ^ M. Bocchiola - M. Sartori, Canne. Descrizione di una battaglia, p. 90.
- ^ T. Mommsen, Storia di Roma antica, Volume I, tomo 2, p. 707.
- ^ G. Granzotto, Annibale, p. 186.
- ^ M. Bocchiola - M. Sartori, op. cit., p. 5. La battaglia assunse un ruolo "mitico" anche nella scienza strategica degli eserciti moderni e in particolare lo stato maggiore tedesco-prussiano considerò costantemente lo schema strategico della battaglia di Canne come un punto di arrivo ideale da ricercare costantemente in guerra, in K. Christ, Annibale, pp. 106-108.
- ^ M. Bocchiola - M. Sartori, op. cit., p. 4.
- ^ Tito Livio, Storie, a cura di P. Ramondetti, Torino, UTET, vol. 3 (libri XXI-XXV), libro XXII, sub anno 216, p. 365.
- ^ K. Christ, op. cit., pp. 109-146.
- ^ Livio, Ab urbe condita, XXII, 32
- ^ Livio, Ab urbe condita, XXII, 38
- ^ Polibio, Storie, III, 110
- ^ Livio, Ab urbe condita, XXII, 40
- ^ Livio, Ab urbe condita, XXII, 43
- ^ Livio, Ab urbe condita, XXII, 44
- ^ Prima dell'attacco si dava da mangiare al pollame e se questo beccava svogliatamente (come a Canne), ciò era ritenuto di pessimo auspicio per le sorti della battaglia.
- ^ Polibio, op. cit., III, 107
- ^ T. Mommsen, op. cit., Volume I, tomo II, p. 746, che si basa principalmente su Polibio, op. cit., III 110-113.
- ^ M. Healey, op. cit., pp. 69-71.
- ^ M. Healey, op. cit., pp. 73-80.
- ^ ... duas prope partes tironum militum in exercitu esse (Tito Livio, op. cit., libro XXII, 42, pp. 338-339).
- ^ M. Healey, op. cit., p. 76.
- ^ Ibidem.
- ^ Ibidem.
- ^ M. Bocchiola - M. Sartori, op. cit., pp. 134-136.
- ^ M. Healey, op. cit., p. 73.
- ^ M. Healey, op. cit., p. 73.
- ^ M. Healey, op. cit., pp. 73-76.
- ^ M. Healy, op. cit., pp. 76-77. In questa fase preliminare della battaglia Plutarco colloca l'episodio dello scambio di battute tra un sarcastico Annibale e il suo luogotenente Gisgone, impressionato dal numero dei romani.
- ^ G. Granzotto, op. cit., pp. 172-173.
- ^ G. Granzotto, op. cit., pp. 180-182.
- ^ M. Bocchiola - M. Sartori, op. cit., pp. 114-116.
- ^ M. Bocchiola - M. Sartori, op. cit., pp. 132-133 e 140.
- ^ M. Healy, op. cit., p. 77.
- ^ M. Bocchiola - M. Sartori, op. cit., pp. 140-141, che citano Tito Livio e Niccolò Machiavelli.
- ^ M. Healey, op. cit., p. 76.
- ^ M. Bocchiola - M. Sartori, op. cit., pp. 153-158.
- ^ M. Bocchiola - M. Sartori, op. cit., pp. 160-162.
- ^ M. Healey, op. cit., p. 84.
- ^ M. Bocchiola - M. Sartori, op. cit., pp. 174-180.
- ^ G. Granzotto, op. cit., pp. 183-184.
- ^ M. Bocchiola - M. Sartori, op. cit., pp. 180-182.
- ^ T. Mommsen, op. cit., vol. I, tomo 2, pp. 738-739.
- ^ M. Bocchiola - M. Sartori, op. cit., pp. 205-207.
- ^ T. Mommsen, op. cit., vol. I, tomo 2, p. 748.
- ^ Tito Livio, op. cit., vol. 3 (libri XXI-XXV), libro XXIII, sub anno 216, p. 429.
- ^ Tito Livio riporta che il sacrificio fu decretato dai decemviri sacrorum dopo una loro consultazione dei Libri Sibillini (libri fatales). In base al responso di procedere a sacrificia, aliquot extraordinaria, furono seppelliti vivi nel Foro Boario un uomo e una donna celtici e due greci. Prima di tali cruenti riti, Plutarco ricorda come nel 228 a.C., si fosse già proceduto ad analoghi sacrifici umani prima della guerra contro gli Insubri. Cfr. Tito Livio, op. cit., libro XXII, 57, p. 375.
- ^ Antonio Fratangelo, "La Battaglia di Canne: sull'Ofanto o sul Fortore?", 1991, editore Rufus Antonio Fratangelo, "Canne sul Fortore", 1995, editore Molise Scuola Antonio Fratangelo, "Molise Punico", 1999, editore Annibal Puteqa Antonio Fratangelo, "Dizionaretto Punico Molisano", 2000, editore Annibal Puteqa Antonio Fratangelo, "Cento domande su Canne", 2005, editore Annibal Puteqa Antonio Fratangelo, "Il dopo Canne", 2007, editore Annibal Puteqa
- ^ La battaglia di Canne
- ^ Storia Capitanata,pag.4:reciproca.it/turismo/varie/storia.htm
[modifica] Bibliografia
[modifica] Primarie
[modifica] Moderne
- Massimo Bocchiola - Marco Sartori, Canne. Descrizione di una battaglia, Mondadori, Milano, 2008
- Giovanni Brizzi, Il guerriero, l'oplita, il legionario, il Mulino, Bologna, 2002
- Gianni Granzotto, Annibale, Mondadori, Milano, 1983
- Mark Healy, Cannae 216 BC. Hannibal smashes Rome's army, Osprey, London, 1997
- Philip Matyszak, I grandi nemici di Roma antica, Newton & Compton, Roma, 2005
- Theodor Mommsen, Storia di Roma antica, Volume I, tomo 2, Sansoni, Firenze 2001
- Gregory Daly, Cannae: The Experience of Battle in the Second Punic War, Routledge, London, 2002
[modifica] Voci correlate
[modifica] Altri progetti
Wikimedia Commons contiene file multimediali su Battaglia di Canne
[modifica] Collegamenti esterni
- Analisi critica del luogo della battaglia, a cura dell'ing. Giuseppe De Marco
- la tattica della battaglia
- La battaglia di Canne sul sito Hannibal Barca and the Punic wars