Castro (Lazio)

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Castro
Civiltà Etruschi
Utilizzo Città
Stile Rinascimentale
Epoca XVI - XVII
Localizzazione
Stato Italia Italia
Comune Ischia di Castro
Amministrazione
Visitabile si
sito web
Castro, da J. Blaeu, Amsterdam 1663

Castro era un'antica città nel cuore della Maremma laziale, capitale del Ducato di Castro. Fu distrutta nel 1649 dopo il saccheggio, l'assedio e la deportazione dei suoi abitanti. Oggi si trova nel territorio comunale di Ischia di Castro (VT).

La storia[modifica | modifica wikitesto]

La città sorgeva su di un costone tufaceo compreso tra il fiume Olpeta e il fosso del Filonica, a 12 km dall'odierna Farnese e a 5 km dal fiume Fiora. Le origini risalgono alla Preistoria; tracce del passaggio dell'uomo sono state rinvenute nelle località Chiusa del Vescovo e dell'Infernaccio. Poi fu sede di una non meglio identificata città etrusca, forse Statonia. Nella vicina necropoli sono presenti numerose sepolture, fra cui la famosa Tomba della Biga, rinvenuta da archeologi belgi nel 1967.

Nel Medioevo, il Castello fu dominato da una donna, e questo singolare fatto gli lasciò il nome di Castrum Felicitatis, cioè "Castello di Madonna Felicita", nome che conserverà nei secoli successivi. Il villaggio si accrebbe e divenne una città, che assunse anche qualche autonomia comunale, ma rimase fortemente sotto il controllo del Papa che la difese anche dalle mire dei vicini feudatari toscani e del Lazio. Nel 1527, una forte fazione si impossessa del potere a Castro e, per scacciarla, un gruppo di cittadini, guidato da Antonio Scaramuccia e Giacomo (Jacopo) Caronio, organizza un colpo di Stato e chiede la protezione di Pier Luigi Farnese, che accetta ed entra pacificamente in città, accolto con gioia dagli abitanti. Intanto, i Lanzichenecchi saccheggiano Roma e costringono Papa Clemente VII a fuggire ad Orvieto. Qui scopre il fatto e ordina a Pier Luigi di abbandonare subito Castro. Pier Luigi lascia la città a novembre e, subito dopo, il Papa chiede a Gian Galeazzo Farnese, cugino di Pier Luigi e signore di Latera, di infliggere ai cittadini di Castro una punizione esemplare. All'alba del 28 dicembre, giorno che per ironia della sorte è dedicato ai Santi Innocenti, Gian Galeazzo irrompe a Castro e saccheggia la città. Il saccheggio viene descritto nel 1575 dal notaio Domenico Angeli, abitante di Castro, nel De Depraedatione Castrensium et suae Patriae Historia ("Il Sacco di Castro e la storia della sua Patria").

Pier Luigi Farnese, primo duca di Castro, ritratto da Tiziano (Museo Capodimonte - Napoli).

L'Angeli fornisce una breve descrizione di Castro:

"Situata su un'altura a forma di lira, circondata da rupi scoscese, da una valle profonda e da vigneti dove gli abitanti si recano per procurare canne. Tutto intorno pascolano le greggi. [...] Il centro di Castro è rappresentato da Piazza Maggiore.
Castro prima del saccheggio era una città ricca, munita di più di sette centurie di soldati ed era la più forte tra le città del Patrimonio di San Pietro."

Secondo Domenico Angeli, Gian Galeazzo era riuscito ad entrare a Castro tramite la Porta di Santa Maria che gli abitanti usavano per raggiungere una vicina sorgente, unica fonte d'acqua della città, grazie al tradimento di alcune guardie, mercenari originari di Pitigliano e di Sorano. Infatti i Castrensi erano soliti ripetere con orgoglio che le loro mura si "potevano scalare solo con le ali".

Nascita del Ducato di Castro[modifica | modifica wikitesto]

Nel 1534, fu eletto al Soglio Pontificio il cardinale Alessandro Farnese, padre di Pier Luigi, che assume il nome di Paolo III. Il 31 ottobre 1537, Paolo III istituì il Ducato di Castro e Ronciglione, che si estendeva dal Lago di Bolsena al Tirreno. Castro, situato in posizione strategica, fu proclamata capitale. Ma Castro era ancora scossa dalle devastazioni causate da Gian Galeazzo qualche anno prima. Molti abitanti erano emigrati e la città era ridotta ad essere un piccolo villaggio povero e silenzioso. Un visitatore anonimo, che vi trascorse la notte, ne ebbe un'impressione talmente negativa che la definì una “bicocca di zingari”. La ricostruzione della città, che avrebbe dovuto diventare il simbolo della potenza e del prestigio dei Farnese, venne affidata all'architetto toscano Antonio da Sangallo il Giovane, che si mette subito all'opera.

Vengono ridisegnate le mura difensive, i palazzi pubblici, le strade, le case; praticamente l'intera città divenne un cantiere e a poco a poco si trasformò in una splendida perla rinascimentale. In città, si trasferirono numerose persone, attratte dalla prospettiva di lavoro che la corte dei Farnese poteva offrire ma anche numerosi nobili che speravano di entrare così nelle grazie della famiglia e di Papa Paolo III.

Declino e fine[modifica | modifica wikitesto]

Il Ducato di Castro in un'antica mappa

Il declino della città iniziò durante il regno di Ranuccio Farnese, che riempì di debiti le vuote casse del Ducato. Il figlio Odoardo non fu migliore ed i debiti, anziché diminuire, aumentarono a dismisura. Per pagare questi debiti, il duca decise di ipotecare il Ducato e ottenne un prestito da Papa Urbano VIII. Ma la famiglia Barberini, bramosa di conquistare il Ducato, ne approfittò e cercò di forzare i Farnese al fallimento. Il Duca reagì, nel 1641, attaccando il Papa e occupando la fortezza di Acquapendente, mentre le forze pontificie avevano quindi invaso il Ducato e già si apprestavano ad assediare la capitale, quando la minaccia di un intervento congiunto di Venezia, Firenze e Modena al fianco dei Farnese spinse il Papa a ritirarsi e ad accettare un compromesso (Trattato di Roma del 31 marzo 1644).

Il 18 marzo 1649, il nuovo vescovo di Castro, il barnabita Cristoforo Giarda, mentre era in viaggio da Roma per raggiungere la sua nuova sede episcopale, venne assassinato a Monterosi, da due sicari incappucciati. Il processo si aprì due giorni dopo a Viterbo, accusando del delitto due poveri contadini che coltivavano miseri poderi sul Lago di Bolsena, e individuò come mandante dell'omicidio il duca di Castro. L'eco dei fatti arrivò a Roma, dove Papa Innocenzo X, vecchio e malato, fu abilmente manovrato dalla famiglia Barberini e da Olimpia Maidalchini, indiscussa padrona di Roma, nemici giurati della famiglia Farnese. Innocenzo X dichiarò guerra ai Farnese: in estate le truppe ducali furono sconfitte a Tuscania, a settembre Castro venne assediata ed a dicembre la città fu costretta a cedere.

Il colonnello Sansone Asinelli firmò, a nome del Duca fuggito nella più sicura Parma, la capitolazione della città. Pochi giorni dopo, le milizie pontificie cacciarono gli abitanti e distrussero la città. La sede vescovile venne spostata ad Acquapendente.

I suoi tesori artistici vennero messi all'asta o ceduti alle nobili famiglie romane. Di alcuni si è conosciuto il destino: le campane della Cattedrale si trovano oggi nel campanile della chiesa di Sant'Agnese a Roma, il simulacro di Maria Immacolata, che si trovava nel Duomo, è ospitato in una chiesa di Acquapendente. Sul colle di Castro fu posta una lapide marmorea con la celebre scritta: “Qui fu Castro”.

La chiesa di San Pietro a Tuscania cui forse s'ispirarono i costruttori del Duomo di Castro

Oggi, su quella collina, un bosco ha ricoperto le rovine della città. Nel mese di giugno sono visitate dai pellegrini che si recano nel vicino Santuario del Santissimo Crocefisso, una piccola cappella, l'unica costruzione della città sfuggita alla distruzione operata dall'esercito pontificio. Durante il Risorgimento, il tragico destino di Castro fu ricordato dai patrioti viterbesi che, proprio sulle rovine di Castro, lanciarono due proclami contro Pio IX e scatenarono insurrezioni popolari, al grido di “Viva Castro!”.

Il ricordo della città si è conservato nei nomi di diversi Comuni dell'ex Ducato (Montalto di Castro, Ischia di Castro, Grotte di Castro ecc.) e molti stemmi comunali riportano i tre gigli, il simbolo di Castro.

Castro prima della distruzione[modifica | modifica wikitesto]

Molti dei visitatori di Castro, tra cui il più celebre è senza dubbio, Annibal Caro, storico e letterato, rimasero colpiti dalla bellezza della città e hanno lasciato dettagliate descrizioni, grazie alle quali conosciamo come doveva essere la capitale del Ducato dei Farnese. La città sorgeva su di una collina circondata per metà dal torrente Olpeta. Per accedervi bisognava percorrere un ponte a due arcate.

Il cuore della città era rappresentato da Piazza Maggiore, al cui centro doveva trovarsi una bellissima fontana, su cui si affacciava la Zecca e l'Hostaria (chiamato dai castrensi Palazzo del Duca in Piazza), per accogliere gli ospiti illustri del Duca. Sulla piazza, o nelle sue vicinanze, si trovavano i palazzi dei cittadini più importanti. Non si sa se l'armonioso Palazzo Ducale fu mai costruito, ma doveva comunque esservi una residenza del duca; disegni del Sangallo, conservati a Firenze, presentano un'elegante reggia cittadina, con un ampio balcone al piano nobile a metà fra i palazzi-fortezza del Quattrocento e le lussuose regge del Seicento. Castro aveva, inoltre, il privilegio di avere strade e piazze mattonate, fatto rarissimo nel Cinquecento.

Papa Paolo III in un dipinto del Tiziano

A Castro erano presenti numerose chiese, circa tredici secondo alcuni documenti della Curia: la principale era certamente il Duomo, sede della diocesi, dedicato a San Savino, protettore della città, la cui festa cadeva il 3 maggio. Gli abitanti erano soliti festeggiare San Savino con una tradizionale giostra ed un palio, ovvero una corsa di cavalli tra le contrade della città che si tenevano nella piazza principale. La chiesa era in stile romanico, e venne consacrata il 29 aprile 1286, come riporta una lapide marmorea che si trovava originariamente nella facciata della cattedrale e successivamente trasferita nel Duomo di Sant'Ermete di Ischia di Castro. La lapide dichiara che la consacrazione fu effettuata dal vescovo di Castro, San Bernardo da Bagnoregio, insieme ad altri dodici prelati.

Vicina alle mura sorgeva la chiesetta medievale di San Pancrazio, costruita dagli abitanti di Vulci che, dopo che la loro città era stata distrutta dai Saraceni, si erano trasferiti a Castro. Antichissima doveva essere la chiesa della Madonna della Viola, visto che prima della costruzione della Cattedrale, era la residenza del Vescovo. Altre chiese erano quella di San Bernardo Abate, quella di Santa Lucia, San Sebastiano, la Madonna del Carmine, costruita da un militare per sciogliere un voto. Fuori dalle mura, si trovava la chiesa di Santa Maria dei Servi, nei pressi del cimitero. La chiesa di San Giovanni era collegata all'ospedale, gestito dall'omonima confraternita. Un membro laico della confraternita, un certo Luciano Silvestri, aveva edificato a sue spese un ospizio per l'assistenza alle vedove e agli orfani. In una località, nota come Prato Cotone, vicina alla confluenza dell'Olpeta nel Fiora, era stata edificata, su disegno del Sangallo, la chiesa e il convento di San Francesco, affidato ai Frati Francescani che si erano trasferiti a Castro, su invito del Duca.

Il Sangallo aveva inoltre progettato le mura difensive della città e l'entrata principale, chiamata Porta Lamberta, edificata come un arco di trionfo, che raffigurava gli episodi più gloriosi della storia della famiglia Farnese. Non sappiamo molto sugli edifici effettivamente realizzati ma anche in questo caso dobbiamo basarci sui disegni di Antonio ancora oggi conservati; alcuni progetti di fortificazioni di sua mano, tra i più innovativi della sua opera, che prefigurano l'utilizzo di un fronte tanagliato invece del tipico tracciato sangallesco a cortine e bastioni, sono generalmente visti come progetti per le mura di Castro.

Gli abitanti di Castro patirono molto la scarsità d'acqua del territorio. Per molto tempo si servirono di una sorgente nei pressi della Porta di Santa Maria, ma dopo che quest'ultima fu chiusa per motivi di sicurezza, (chiamandosi da allora Porta Murata), fu costruito un pozzo, con scale a chiocciola, (simile a quello di San Patrizio a Orvieto) detto "Pozzo di Santa Lucia" per la vicinanza a questa chiesa.

Lo stemma[modifica | modifica wikitesto]

Lo stemma araldico della città di Castro, ricostruito dagli studi pazienti di Romualdo Luzi, uno dei più grandi studiosi di Castro, raffigura: un leone rampante bianco, sormontato da tre gigli gialli su sfondo azzurro. Sotto lo stemma, fu aggiunto nel 1537 la scritta "Castrum Civitas Fidelis" (Castro Città Fedele), in segno di gratitudine alla famiglia Farnese.

Il Santissimo Crocifisso di Castro[modifica | modifica wikitesto]

I soldati che demolivano Castro, poco fuori di quella che era stata la Porta del Ghetto, risparmiarono una cappellina che aveva dipinta l'immagine del Crocifisso, della Madonna del Carmine e di Sant'Antonio da Padova. Per secoli l’edicola del Crocifisso di Castro fu sempre al centro della devozione popolare, nonostante si trovasse in aperta campagna, e gli abitanti di Castro, dispersi nei paesi vicini, e poi i loro discendenti, all’inizio della bella stagione venivano in pellegrinaggio ai piedi della città distrutta e sostavano in preghiera davanti all’edicola del Crocifisso.

Nel 1871 fu edificato un Santuario tuttora meta di pellegrinaggi nel mese di giugno.

Intorno al Crocifisso di Castro nacquero diverse leggende: si disse che era stato risparmiato perché i soldati che volevano demolirla furono paralizzati da una forza misteriosa. Anche analoghi tentativi di demolire la cappella con le mine fallirono.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • R. Luzi Qui fu Castro.
  • R. Luzi Storia di Castro e della sua distruzione.
  • R. Luzi L'inedito "Giornale" dell'assedio, presa e demolizione di Castro (1649) dopo l'assassinio del Vescovo barnabita Mons. Cristoforo Giarda. Roma 1985
  • R. Luzi La produzione della ceramica d'ingobbio nella distrutta città di Castro: un fenomeno d'arte popolare d'intensa diffusione.
  • G. Gavelli La città di Castro e l'opera di Antonio da Sangallo, Ed. Ceccarelli Grotte di Castro (VT) 1981
  • A. Cavoli, La Cartagine della Maremma, Roma 1990
  • Mons. E. Stendardi, Memorie Storiche della Distrutta città di Castro, Ed. Fratelli Quattrini, Viterbo 1955
  • Studio della città di Castro - Tesi di laurea in Architettura 2005 [1]
  • G. Contrucci, "Le monete del ducato di Castro",Comune di Ischia di Castro, 2012.

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]