Schiavitù nell'antica Roma

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Il mercato degli schiavi, di Gustave Boulanger
Il mercato degli schiavi, di Gustave Boulanger

In ognuna delle fasi storiche di Roma si può riscontrare il fenomeno della schiavitù. L'entità numerica e l'importanza sociale della schiavitù nella Roma antica incrementa con l'espansione dell'impero e la sconfitta di popolazioni che vengono catturate e molto spesso rese schiave. Nel tardo impero, la contrazione dei confini, l'ascesa al potere di imperatori non italici, la diffusione del Cristianesimo e la concessione della cittadinanza romana a molti popoli barbari (in seguito al loro arruolamento nelle legioni romane oppure al pagamento di tributi) porta ad un declino del fenomeno dello schiavismo.

In lingua latina, schiavo si dice 'servus' oppure 'ancillus'. I romani consideravano l'essere schiavi come un fatto infame, ed un soldato romano preferiva suicidarsi piuttosto che diventare schiavo di un qualsiasi popolo 'barbaro' (termine che significa 'non romano').

Indice

[modifica] Vita degli schiavi romani

Gli schiavi erano oggetti di proprietà assoluta del loro padrone. Non avevano dignita giuridica, non potevano possedere nè beni di proprietà e neanche una propria famiglia, dal momento che il loro matrimonio, anche se raggiunto con il consenso del padrone, si considerava come un semplice concubinato, ed i figli nati da esso erano di proprietà del padrone. Gli schiavi domestici venivano ricevuti con una cerimonia, e gli si praticava una "purificazione" versando acqua sulle loro teste.

Gli schiavi eseguivano ogni tipo di attività lavorativa immaginabile per l'epoca nelle domus, nelle ville e nelle fattorie, che non comportasse l'utilizzo di armi, la possibilità di fuga, o la gestione di beni molto costosi: agricoltore, allevatore di animali, falegname, giardiniere, domestico, muratore, ecc.

Allo schiavo venivano assegnati compiti in base al loro livello culturale e particolari competenze o inclinazioni. Nel caso fosse particolarmente colto, spesso veniva impiegato come insegnante di lingua, più spesso il greco, o, nel caso di persone molto calme e fidate, come precettore dei bambini. Raramente venivano utilizzati come scriba, compito che si preferiva affidare a professionisti romani.

Tra le mansioni di medio livello vi era la cura estetica ed il benessere fisico della persona, esistevano addetti al bagno, manicure e pedicure, massaggiatori, prostitute, truccatrici, guardarobieri con il compito di aiutare ad indossare la toga, la palla, ecc. Erano spesso incaricati di compiere funzioni di maggiordomo, ricevevano gli invitati, raccoglievano la toga ed i calzari, preparavano il bagno caldo, insaponavano risciacquavano ed asciugavano i padroni, e spesso lavavano loro i piedi.

I più belli, graziosi e gentili, erano meglio abbigliati, servivano il vino, tagliavano le vivande, porgevano i vassoi, mentre quelli incaricati di raccogliere, pulire i piatti e gettare o riciclare la spazzatura erano peggio vestiti. Spesso, nelle famiglie più ricche ad ogni invitato si aggiudicava uno schiavo "servus ad pedes" che rimaneva seduto ai piedi del triclinio. Quelli che nascevano schiavi e venivano educati, costituivano una classe privilegiata tra i servi. Non potevano assistere alle rappresentazioni teatrali.

Ovviamente, per gli schiavi esistevano mansioni di basso livello, come spurgare le fognature, buttare la spazzatura, allevare i porci, ecc. Tra queste la peggiore, un'autentica condanna a morte, era la cessione ad una scuola per gladiatori, che in molti casi portava rapidamente alla morte, e qualche volta alla gloria come gladiatore plurivittorioso, che spesso riotteneva la libertà. Gli schiavi non combattevano in guerra, perché reputati inaffidabili.

Agli schiavi spesso i padroni mettevano un collare con una targhetta o ciondolo dove si poteva leggere "tenemene fucia et revo cameadomnum et viventium in aracallisti" , che puo essere tradotto "arrestatemi se fuggo e riportatemi alla bella casa del mio padrone".

[modifica] Cause della condizione di schiavo

  • Nascita da una madre a sua volta schiava in una domus (erano chiamati verna)
  • Perdita della propria condizione di libero:
    • bambino esposto alle intemperie in campagna, salvato da briganti ed allevato per essere venduto come schiavo, spesso in località lontane;
    • cittadino non romano fatto prigioniero di guerra dai romani;
    • cittadino straniero catturato dai pirati (come capitò a Gaio Giulio Cesare), incapace di pagare il proprio riscatto, poco noto, incapace di dimostrare la propria identità, successivamente venduto in terra straniera;
    • individui condannati a pena giudiziaria comportante la perdita definitiva della libertà personale;
    • debiti: molti cittadini divenivano proprietà del creditore in seguito alle leggi ferree che tutelavano i creditori.

[modifica] Repubblica Romana

Nella Repubblica Romana e nei primi secoli dell'Impero Romano il 15%-20% circa della popolazione era costituito da schiavi. Inizialmente, ad essi non era garantito nessun basilare diritto, tanto che un padrone poteva uccidere uno schiavo nel pieno rispetto della legge (ius vitae ac necis). Nel I secolo a.C., però, vennero istituite leggi a favore degli schiavi: la legge Cornelia, dell'82 a.C. proibì che il padrone potesse uccidere lo schiavo e la legge Petronia, del 32, rimosse l'obbligo dello schiavo di combattere nel Circo se richiestogli dal proprietario.

[modifica] Impero Romano

Comunque l'uccisione degli schiavi era un evento molto raro dato che gli schiavi erano un bene molto costoso e capace di generare rendite. Di Publio Vedio Pollione, un cittadino di Roma, si dice che alimentasse le aragoste ed i pesci del suo acquario con i corpi dei suoi schiavi. Graziano, un imperatore romano del quarto secolo, promulgò una legge secondo la quale ogni schiavo che accusasse il suo padrone di un crimine doveva essere immediatamente bruciato vivo. Gli schiavi romani che partecipavano a rivolte erano spesso crocefissi lungo le vie consolari.

Tuttavia la situazione degli schiavi migliorò. Claudio stabilì che se un padrone non dava cure ad uno schiavo e questo veniva ricoverato da altri presso il tempio di Esculapio, se guariva era libero, e se moriva il padrone poteva essere condannato per omicidio. Domiziano vietò la castrazione degli schiavi, pur lasciando liberi la vendita e l'importazione degli eunuchi. Adriano, oltre a riconfermare le leggi Cornelia e Petronia, decretò che gli schiavi maltrattati dal proprietario ottenevano la libertà. Antonino Pio punisce l'uccisione dello schiavo da parte del padrone al pari di quella operata dal terzo e dispone che lo schiavo maltrattato dal padrone debba essere da questi venduto se si rifugia sotto la statua dell'imperatore. A partire dal III secolo una persona libera non poteva ridursi in schiavitù per debiti né altri potevano ridurcela.

[modifica] Collegamenti all'infanticidio ed all'abbandono dei neonati nei boschi

Nei tempi classici greco-romani, la schiavitù ebbe un certo collegamento con la pratica dell' infanticidio o dell'abbandono di minori. Neonati considerati deformi, malaticci o indesiderati, venivano esposti all'interperie nei boschi, dove potevano morire o essere adottati; questi erano spesso salvati dai mercanti di schiavi, che li allevavano per farli diventare loro schiavi. Il martire San Giustino, nella sua Prima Apologia, difendeva la pratica cristiana di non esporre gli infanti soltanto per la ragione secondaria che il bambino poteva morire; non per prevenire che potesse essere messo in stato di schiavitù.

« Ma per noi, che siamo stati educati (dai Padri della Chiesa) al fatto che l'esporre all'interperie bambini neonati sia un azione da uomini stregati dal male; e ci hanno insegnato che la cosa ultima che potremmo fare a qualcuno sia di ferirlo o danneggiarlo in qualche modo, nel caso più fortunato staremmo peccando contro Dio, in primo luogo, perché possiamo ben capire che quasi tutti coloro che vengono esposti (non soltanto le bambine, ma anche i maschietti) vengono poi allevati per essere indotti alla prostituzione »

[modifica] Miglioramento della condizione a partire dall'epoca proto-cristiana

Con l'avvento del cristianesimo, compreso il periodo paleocristiano, anche se si può pensare il contrario, non si registrò mai una chiara condanna della schiavitù da parte dei Padri della Chiesa (anche se in effetti divenne pontefice il liberto Callisto).

Nel 380, l'imperatore Flavio Graziano (che aveva promulgato la già menzionata legge contro gli schiavi) emette l'editto di Tessalonica che dichiarava il cristianesimo religione di Stato. Dietro l'influenza di Ambrogio, vescovo di Milano, ordinò la soppressione dei collegi sacerdotali pagani (382) e la rimozione della statua della dea Vittoria (382).

Nonostante questa indifferenza, la schiavitù finì per esaurirsi progressivamente, senza che sia mai stato proclamato un editto o proclama imperiale abolizionista della schiavitù, grazie alla decadenza dell'antica religione romana, al diffondersi dell'umanitarismo cristiano ed all'entrata nella "forma mentis" corrente della dottrina di Gesù Cristo.

Il filosofo ispano-romano Lucio Anneo Seneca (non cristiano, di epoca neroniana, contrario anche ai giuochi gladiatorii) [1], esortava a non maltrattare né uccidere gli schiavi, sottolineando come questo comportamento non comportasse un'infrazione della legge romana.

[modifica] Prevalenza della schiavitu nell'Antica Roma

Le stime degli storici riguardo la percentuale di schiavi nell'Impero Romano variano molto. Alcuni storici ritengono che circa il 30% della popolazione dell'Impero nel primo secolo sia stata costituita da schiavi. [2] Certamente l'economia romana dipendeva pesantemente dallo schiavismo, ma non era (come molto spesso, a torto si ritiene come fatto storico assodato) la cultura con la maggiore dipendenza dal lavoro degli schiavi. Questa prerrogativa probabilmente appartiene agli spartani, dove si verificava che il numero di iloti (termine spartano per schiavo) superasse il numero degli spartani in una proporzione di circa sette a uno (Erodoto; libro IX, cap. 10).

La piu probabile proporzione doveva essere all'incirca una media del 20% per l'intero Impero Romano, pari a circa 12 milioni di persone, ma non si possono scartare grandi margini di incertezza in questa percetuale, (oltre al fatto che il numero diminuiva in tempo di pace). Dal momento che si verificavano periodiche carenze di lavoratori, specialmente durante il tardo Impero, progressivamente si trasformo la schiavitu in servitu, vincolando i lavoratori a professioni ereditarie, e nel caso dei contadini, legandoli alle terre dove erano nati, impedendo il loro maltrattamento o uccisione, ma rendendoli sostanzialmente poco piu che schiavi, con un salario di sussistenza, oppure in mezzadria col signore feudale, pratica che costituisce uno dei cardini dell'economia nel periodo medioevale.

[modifica] Calo del numero di schiavi sul mercato durante il tardo impero

A mano che l'Impero Romano cominciava a contrarsi, calò enormemente il numero dei soldati nemici e delle popolazioni catturate, gli eserciti dei barbari spesso negoziavano i loro prigionieri con quelli romani, ed in generale le persone si servivano di ogni risorsa legale o sociale per non essere fatte schiave.
Allora la schiavitù venne quasi del tutto sostituita dalla servitù ad un datore di lavoro, in cambio di denaro o altri beni e servizi, e diventò un mezzo di produzione marginale e desueto perché molto limitato numericamente (gli schiavi divennero una merce rara e molto costosa).

Un'altra ragione che portò alla scomparsa della schiavitù potrebbe essere la diffusione delle prime macchine semplici, come mulini ad acqua oppure mossi da animali. Come dimostra la macchina di Anticitera, gli scienziati del mondo classico conoscevano i meccanismi ad ingranaggio, anche abbastanza complessi. È quindi probabile che durante il tardo impero siano state impiegate in modo diffuso queste macchine [senza fonte], nella macina del grano, oppure nella siderurgia aiutata dalla ventilazione ottenuta con mantici mossi da ingranaggi, come può notarsi in Toscana, negli scavi archologici di Cosa vicino ad Ansedonia.

[modifica] Affrancamento degli schiavi

Per approfondire, vedi la voce Liberto.

[modifica] Lista di alcuni tra i più famosi schiavi nell'antica Roma

[modifica] Note

  1. ^ Lucio Anneo Seneca, Epistola 47 ad Lucilium
  2. ^ Welcome to Encyclopædia Britannica's Guide to History

[modifica] Bibliografia

  • Polibio, Storie (a cura di D. Musti, trad.: M. Mari), BUR Rizzoli, Milano, 1993.
  • Indro Montanelli, Storia di Roma, 1959, Rizzoli, p. 190.

[modifica] Film che trattano della schiavitù nell'antica Roma

[modifica] Voci correlate

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