Panem et circenses

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Panem et circenses, letteralmente: "del cibo e degli spettacoli",[1] è una locuzione in lingua latina molto conosciuta e spesso citata. Era usata nella Roma antica.

Contrariamente a quanto generalmente ritenuto, questa frase non è frutto della fantasia popolare, ma è da attribuirsi al poeta latino Giovenale:

(LA)
« [...] [populus] duas tantum res anxius optat
panem et circenses »
(IT)
« [...] [il popolo] due sole cose ansiosamente desidera
pane e i giochi circensi »
(Giovenale, Satira X[2])

Questo poeta fu un grande autore satirico: amava descrivere l'ambiente in cui viveva, in un'epoca nella quale chi governava si assicurava il consenso popolare con elargizioni economiche e con la concessione di svaghi a coloro che erano governati (in questo caso le corse dei carri tirati da cavalli che si svolgevano nei circhi come il Circo Massimo e il Circo di Massenzio).

La pratica di distribuire grano gratuitamente o a prezzi inferiori a quelli di mercato (frumentationes) era iniziata ai tempi della Repubblica ed era stata regolata dalle lex frumentaria. Anche in quel periodo le maggiori elargizioni di cibo furono fatte da magistrati che curarono molto anche i pubblici spettacoli. Marco Terenzio Varrone Lucullo nel 79 a.C. da semplice edile curò giochi sfarzosi e sei anni dopo fu il presentatore di una generosa lex frumentaria.

Sotto l'Impero Roma giunse ad importare 3,5 milioni di quintali di frumento, per l'epoca quantità impegnativa. Si potrebbe sostenere che l'organizzazione politica dell'Impero fu modulata sulle due esigenze di rifornire di frumento la capitale e le legioni di stanza ai confini. L'immensa quantità del frumento importato da Roma proveniva da più province, Sicilia, Sardegna, province asiatiche e africane, ma il perno dell'approvvigionamento era l'Egitto, che soddisfaceva oltre metà del fabbisogno. Anche quando il trasporto era affidato a imprenditori privati, solo il controllo statale (guerra ai pirati, organizzazione dei siti di sbarco e stoccaggio ecc.) poteva permettere un tale risultato.

Per estensione, la locuzione è stata poi usata, soprattutto in funzione critica, per definire l'azione politica di singoli o gruppi di potere volta ad attrarre e mantenere il consenso popolare mediante l'organizzazione di attività ludiche collettive, o ancor più specificatamente a distogliere l'attenzione dei cittadini dalla vita politica, in modo da lasciarla alle élite. Con intenzione simile, si è usata l'espressione Feste, farina e forca per definire la vita nella Napoli del periodo borbonico, in cui all'uso di feste pubbliche e di distribuzioni di pane si accompagnava la pratica di numerose impiccagioni pubbliche come dimostrazione della capacità del potere politico di assicurare il mantenimento della legalità.

L'espressione Panem et Circenses alludeva ad un meccanismo di potere influentissimo sul popolo romano, era la formula del benessere popolare e quindi politico; un vero bozzo/strumento in mano al potere per far cessare i malumori delle masse, che con il tempo ebbero voce proprio nei luoghi dello spettacolo. Questa locuzione ("Panem et Circenses") viene anche usata per indicare il modo di parlare nell'età romana.

Curiosità[modifica | modifica sorgente]

L'espressione viene anche usata dal personaggio Plutarch Havensbee, nel libro di Suzanne Collins, Il canto della rivolta (Mockingjay). Lo stesso stato di Panem deriva dalla prima parte della locuzione.

Troviamo un riferimento a questa locuzione anche nel brano "Giotto Beat", dell'artista italiano Caparezza: "...e non so più nemmeno da chi farmi governare, vedo circhi ma non vedo pane, dillo a Giovenale...".

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ Cf. voce in Treccani.it.
  2. ^ X, 81.

Voci correlate[modifica | modifica sorgente]