Barbaro

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La entrada de los Hunos en Roma dello spagnolo Ulpiano Checa, 1887.

Barbaro (in greco βάρβαρος, passato in latino come barbarus) è la parola onomatopeica con cui gli antichi greci indicavano gli stranieri (letteralmente i "balbuzienti"), cioè coloro che non parlavano greco, e quindi non condividevano la cultura greca.

I barbari nella cultura classica[modifica | modifica sorgente]

La stessa sillaba ripetuta che forma la parola (bar-bar) fa riferimento ad un suo altro significato affine: balbettante, a riprodurre quelli che agli ellenofoni (pur mancando l'unità politica tra le poleis, i Greci si consideravano un'unica entità culturale proprio sulla base della lingua condivisa) sembravano dei versi inintelligibili ed addirittura animaleschi; ad esempio, Erodoto usa per descrivere la lingua di un popolo Etiope il verbo "τρίζειν", normalmente usato per riferirsi al verso del pipistrello. Da qui nacque la distinzione tra Grecia e barbari.
Si ritiene inoltre che i popoli detti "semibarbari" venissero così classificati a causa della particolarità delle loro lingue, differenti dal greco soprattutto nella pronuncia.
È interessante ricordare che gli sciti erano considerati dai greci come il più barbaro tra i popoli, anzi il popolo barbaro per eccellenza (occasionalmente sostituiti in quest'ultimo ruolo dai Persiani, soprattutto quando il Barbaro veniva presentato come minaccia).
Il carattere prettamente linguistico della "grecità" si accentua con l'ellenismo, quando ogni uomo che parla, legge e scrive in greco è membro, oltre che partecipe, del mondo e della cultura greca.

Il termine assunse un significato più strettamente correlato all'aspetto etnico ed ideologico nella Roma repubblicana, in cui veniva accentuata, rispetto all'uso greco, la "missione civilizzatrice" del popolo romano (In età monarchica, invece, Roma era ancora difficilmente riconoscibile nell'eterogenea miriade di popoli del tempo, in cui ogni civiltà era profondamente influenzata da quelle dei vicini).
In età imperiale il vocabolo avrebbe riassunto il significato ellenistico, con l'aggiunta di una certa sfumatura anche culturale (ad esempio, la mancanza di leggi scritte, di un alfabeto, ecc., erano le prerogative principali del barbaro, unite ad un fermo e testardo rifiuto dell'ordine romano, simboleggiato dal sistema legislativo romano).

Nel mondo greco-romano, insomma, il termine "barbaro" era uno strumento essenziale che i popoli greci, prima, e romani, poi, utilizzavano per definire sé stessi, prendendolo come pietra di paragone, in quanto "anormale" rispetto agli standard, per poter definire la "normalità". Tale caratteristica non fu mai esclusiva del pensiero mediterraneo, o anche semplicemente europeo, ma fu il risultato del naturale etnocentrismo di varie civiltà del mondo antico, e in certi casi anche cronologicamente successivo.

Il Cristianesimo ha utilizzato il termine barbaro nella sua accezione ellenica: l'apostolo Paolo lo usa nel Nuovo Testamento (Lettera ai Romani 1:13) per indicare i non-greci o chi semplicemente parla una lingua diversa (Prima lettera ai Corinzi 14:11).
Greci e barbari per Paolo si distinsero rispettivamente per sapienza ed insipienza, ma Taziano pone in rilievo la superiorità della cultura dei barbari rispetto a quella vana dei filosofi greci.

Poiché con il IV secolo l'Impero Romano cominciò a divenire cristiano, barbaro cominciò ad assumere il significato di non romano (giacché non cristiano).
In questo periodo barbare per antonomasia furono quelle popolazioni (Vandali, Eruli, Unni, Visigoti, Ostrogoti, Goti, ecc.) che dalle loro terre di origine, solitamente localizzate nell'Europa settentrionale, scesero a ondate nell'Impero.

Questi barbari approfittarono della crisi in cui già versava l'Impero e ne accelerarono la decadenza fino alla dissoluzione: oltre alle guerre, ai saccheggi e alle distruzioni, finirono con il fondare dei veri e propri stati, spezzando l'antica unità dell'Impero e dando inizio ai regni romano-barbarici.

I barbari nella cultura giapponese[modifica | modifica sorgente]

Una nave di mercanti portoghesi sbarca in Giappone. L'immagine risale al XV secolo.

Anche il Giappone aveva l'abitudine di definire i popoli stranieri "balbuzienti". Ad esempio, gli europei che giunsero in giappone erano chiamati Nanban, letteralmente Barbari dal sud, perché le navi portoghesi vi giunsero proprio veleggiando da sud. Si può anche far notare che nella mitologia giapponese viene spesso citata la razza dei Tengu, creature semi-umane riconoscibili per un naso lungo, barba rossa e fisico corpulento. È ben facile capire che essi siano soltanto la miticizzazione di popolazioni indoeuropee che, attraversando la Siberia, arrivarono sulle coste del Mar del Giappone, entrando in contatto con le popolazioni locali.

I barbari nella cultura moderna[modifica | modifica sorgente]

Nelle storie fantasy e nei giochi di ruolo i barbari sono solitamente rappresentati come dei guerrieri coraggiosi e non civilizzati che attaccano con una furia. Tra questi Conan il Barbaro è certamente il più noto.
L'ammirazione contemporanea per questi barbari della fantasy può essere fatto risalire all'illuminismo che tendeva ad idealizzare il buon selvaggio (vedi anche la figura di Tarzan).

Oggi la parola barbaro è normalmente utilizzata nel senso di "selvaggio".
Il sostantivo "barbarismo", invece, stigmatizza l'uso inutile di una parola straniera nel parlare o scrivere. Non va quindi confuso con solecismo che indica una violazione delle regole della grammatica.

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

  • Gumilev Lev N., Gli Unni. Un impero di nomadi antagonista della Cina, Einaudi 1972 (orig. Khunnu, 1960).
  • Anonimo, I Briganti, a cura di Franz Kuhn, Einaudi, 1956 (ultima edizione 1995).

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