Brigantaggio

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Immagine di alcuni Briganti
Immagine di alcuni Briganti

Per brigantaggio si suole definire una forma di ribellione politica e sociale sorta nel Mezzogiorno italiano durante il processo di unificazione dell'Italia e nei primi decenni del Regno.

Le parole brigante e "brigantaggio" vengono però utilizzate anche in altri contesti, in alternativa ai sinonimi bandito e banditismo.

Indice

[modifica] Etimologia e definizioni

Il termine "brigante", seppur derivi dalla parola "brigare" di cui condivise originariamente i significati di "praticare", "lavorare", "trovarsi insieme", ha assunto progressivamente, soprattutto in Francia, la connotazione di "fuorilegge", che oggi prevale.[1]

Secondo il Devoto briga è una parola gallica che indica "forza", passata poi a significare "prepotenza"[2]. È nel 1410, comunque, che si attesta il lemma francese "brigandage", ma è solo nel 1829 che viene riscontrato in Italia come neologismo.

Secondo altri, "brigantaggio" deriverebbe da un popolo della Britannia del I secolo a.C. insediato presso Eboracum (York), tristemente famoso per i romani a causa della loro riottosità[3].

L'identificazione di un determinato gruppo di combattenti e rivoltosi con termini quali brigante o bandito dipende in buona parte dal punto di vista della potenza che, detenendo il monopolio della forza e della legge, s'impone sul territorio interessato dalla ribellione, con l'obiettivo di screditarla ed isolarla dal suo tessuto sociale.

È in tal modo infatti, che, attraverso il francese, la parola "brigante" giunge in Italia poiché con tal nome erano comunemente chiamati nell'anno 1809 coloro che nelle varie nostre province si sollevarono (Giuseppe Boerio, 1829, linguista).

"Briganti" vennero detti dai francesi anche i soldati dell'esercito delle Due Sicilie (e dell'armata sanfedista riunita dal cardinale Fabrizio Ruffo), che combatterono vittoriosamente contro l'occupazione francese e contro la Repubblica napoletana del 1799 (sostenuta, ma non riconosciuta, dalla stessa Francia).

Al di fuori dei corpi militari, o comunque al di là della sfera politica, il brigante è spesso anche un contadino.
In condizioni di forte ineguaglianza sociale, in territori dove il potere si concentra nelle mani delle élite latifondiste, che mantenevano il controllo del territorio e dei propri interessi con la forza e con la collusione dei rappresentanti delle amministrazioni pubbliche, i briganti rappresentavano solitamente l'unica istanza di opposizione all'oppressione delle classi contadine.

Alcuni di questi briganti guadagnarono in alcuni casi fama e appoggio dalla popolazione assumendo, nella cultura contadina e nella letteratura, un carattere a volte leggendario, come ad esempio avvenne nel caso dei cangaçeiros, che per circa 70 anni agirono nel Nordest del Brasile.

Infine, ulteriore esempio di quanto controverso possa essere l'uso di termini come "brigante" e "bandito" è il fatto che i partigiani della Resistenza venivano comunemente definiti banditi dalle forze d'occupazione naziste, e come tali trattati.

Son stati definiti "briganti" anche i praedones della Roma repubblicana, sebbene tale parola, data la propria forte valenza storica, non appaia appropriata per quel contesto.

[modifica] Il brigantaggio post-unitario

Esecuzioni e Propaganda
Settembre 1863, un bersagliere mostra il cadavere del "brigante" Nicola Napolitano dopo la fucilazione e le sevizie.
Settembre 1863, un bersagliere mostra il cadavere del "brigante" Nicola Napolitano dopo la fucilazione e le sevizie.
Le pubbliche esecuzioni e l'esibizione esemplare dei giustiziati (pratica piuttosto diffusa nel XIX secolo) furono largamente impiegate come monito e come strumento propagandistico al fine di rendere popolare la guerra condotta dall'esercito italiano per reprimere le rivolte nel meridione.


[modifica] Brigantaggio in Maremma

Altri fenomeni di brigantaggio, seppur di diversa natura, si svilupparono in Maremma tra la seconda metà dell'Ottocento e i primi anni del Novecento.

In questa area a cavallo tra la Toscana e il Lazio le cause erano da ricercare ad un forte malcontento che si era diffuso nella popolazione, nei primi anni dopo l'Unità d'Italia, quando vennero interrotti, per un certo periodo di tempo, i grandi lavori di bonifica idraulica e la riforma fondiaria. Tutto ciò determinò un nascente sentimento nostalgico diffuso per le precedenti politiche di "buon governo" dei Lorena che, nelle campagne, fu terreno fertile per la diffusione del fenomeno del brigantaggio.

Tuttavia, sia in Provincia di Grosseto che nel Viterbese, il fenomeno non è mai divenuto organizzato, in quanto ogni brigante era solitario, aveva i propri allievi, cercava di diffondere il suo stile ma non aspirava mai al controllo di un piccolo "esercito". Le scorrerie e gli atti criminali erano prevalentemente rivolti ai simboli che rappresentavano i grandi proprietari latifondisti e il nuovo Stato italiano; bersagli delle loro azioni, che non erano mai mirate verso la popolazione, erano guardiani, guardiacaccia, grandi tenute padronali e carabinieri.

Lo Stato iniziò una lotta serrata per arginare e debellare questo fenomeno criminoso, che si concluse positivamente per esso, dopo alcuni decenni, con l'inizio del Novecento. Contemporaneamente, vennero riprese sia le grandi opere di bonifica che la riforma fondiaria, elementi essenziali per il successivo sviluppo socio-economico.

[modifica] Brigantaggio nel Mezzogiorno continentale

[modifica] L'inizio della rivolta 1860-1861

Repressione e Rappresaglie
Teste mozzate di contadini esposte in gabbie di vetro nei pressi di Isernia.
Teste mozzate di contadini esposte in gabbie di vetro nei pressi di Isernia.
Tali pratiche, seppur inconsuete, furono utilizzate come monito e rappresaglia nei confronti delle comunità insorte.

Già nell'ultima fase della spedizione dei mille i Borboni, asserragliati a nord del Volturno intorno a Gaeta, avevano deciso di fare ricorso a formazioni armate irregolari a supporto delle truppe regolari ancora attive tra il Sannio e l'Abruzzo, al fine di coprire il fianco rispetto all'avanzata verso sud dell'esercito sardo, guidato dal generale Enrico Cialdini. Il periodo di più aspra lotta brigantesca si apre nel Mezzogiorno d'Italia all'indomani della spedizione dei mille e della conseguente annessione del Regno delle Due Sicilie al nascente Regno d'Italia. Le bande di briganti in questo periodo erano composte da ex soldati del disciolto esercito napoletano (rimasti fedeli alla dinastia borbonica), da contadini e pastori che lottavano contro i proprietari terrieri e i latifondisti (i quali, in continuità rispetto al dominio borbonico, continuavano a detenere gran parte della terra del meridione, rendendo i contadini di fatto servi della gleba) e da malviventi e latitanti, adusi a vivere alla macchia. Altri motivi che spingevano alla rivolta i contadini erano costituiti dalla privatizzazione delle terre demaniali e dalla leva obbligatoria introdotti (come nel resto d'Italia) dal governo unitario, oltre ad una tassazione più elevata di quella precedentemente in vigore.

Particolare importanza ebbe la diffusa delusione per il fallimento del nuovo governo nel migliorare le durissime condizioni di sfruttamento e sopraffazione, ereditate dai Borbone. Da ultimo, ma non per importanza, l'annessione al Regno d'Italia era sentita dalla popolazione come una minaccia alla propria fede e alle proprie tradizioni.

Questa guerra civile interessò tutta la Basilicata e le regioni limitrofe. L'alveo delle forze dei briganti divenne il Vulture ed il suo capo più rappresentativo fu Carmine Donatelli Crocco di Rionero in Vulture. Fuoriuscito dall'esercito borbonico perché reo d'aver ucciso un compagno, Crocco aveva partecipato ai moti unitari del '60 ma non avendo ottenuto l'amnistia preferì al processo la strada dei boschi. Crocco riuscì ad aggregare un esercito di oltre duemila uomini, la maggior parte dei quali contadini disillusi e minacciati dalle ordinanze del Governo. A Crocco si unì il generale Borjes inviato dal re di Spagna. Dopo aver fallito il tentativo di occupare Potenza nel novembre del 1861, lo spagnolo fu disarmato ed allontanato da Crocco, morendo poi fucilato dai bersaglieri presso Tagliacozzo.

Proprio in quel periodo, tramite la mediazione di autorevoli esponenti della borghesia locale si era giunti ad un accordo con Crocco ed altri cinquecento briganti, convinti ad abbandonare il campo con promessa di rifugio sicuro su un'isola. Questa ipotesi venne scartata aprioristicamente dal governo che confermava invece la linea dura, accusando anche di complicità coloro che avevano intentato la trattativa e, ignorando qualsiasi forma di mediazione, approntò la legge Pica con la quale si istituivano i tribunali militari e si autorizzavano fucilazioni immediate. L'opposizione alla Camera fu serrata da parte di tutta quella parte democratica del governo che aveva dato credito alle conclusioni della Commissione Parlamentare d'Inchiesta, inviata in Basilicata per cercare una soluzione al problema, e che aveva terminato la sua esposizione dichiarando che la ribellione dei briganti era in fondo "la protesta selvaggia e brutale della miseria contro antiche e secolari ingiustizie". Nonostante l'opposizione del Massari e del De Sanctis, la legge Pica venne approvata ottenendo il doppio risultato di affermare l'egemonia delle forze conservatrici rispetto a quelle democratiche e di accrescere la violenza dei briganti, contro i quali il governo dovette impegnare complessivamente 120.000 soldati in una guerra costosissima per il paese, sul piano sia economico che morale. Il comando delle truppe venne affidato al generale Pallavicini, lo stesso che aveva fermato Garibaldi sull'Aspromonte, mentre il Prefetto di Potenza Veglio completava la linea telegrafica di collegamento tra il capoluogo e Tricarico, Matera, Melfi e Lagonegro.

Il 13 marzo del 1864 veniva catturato e fucilato presso Avigliano il comandante dei briganti Ninco Nanco mentre per la defezione di Giuseppe Caruso, il Pallavicini riuscì a sorprendere la banda di Crocco sull'Ofanto, il 25 luglio. Ciò nonostante l'imprendibile Crocco riuscì a fuggire con undici dei suoi ed a raggiungere incolume i territori dello Stato pontificio credendosi in salvo. Ma così non fu, il clima politico era cambiato e proprio "quel Gran Pio IX", come egli stesso testimoniò più avanti, dopo la cattura avvenuta a Veroli per mano delle truppe pontificie, lo fece rinchiudere nelle carceri nuove di Roma. Così terminavano gli anni più accesi della lotta brigantesca e Carmine Donatelli detto Crocco, condannato a morte a Potenza l'11 settembre del 1872, riuscì a scontare il carcere a vita nel bagno di Portoferraio dove divenne uomo di lettere e dettò le sue memorie. Le svolte del governo sui temi di politica interna e di ordine pubblico in quel primo decennio unitario, da Rattazzi a Minghetti, determinarono le coordinate di un irreversibile declino sociale ed economico del Meridione.

Il brigantaggio si contrappose, anzitutto, con le milizie civiche, armate dai notabili e dai possidenti meridionali, che più ebbero a soffrire della stagione di violenze eppoi all'esercito italiano, generalmente indicato come 'piemontese'. Ma ormai il Regno d'Italia era succeduto al cessato Regno di Sardegna e il suo esercito arruolava in grande maggioranza Lombardi, Emiliani, Romagnoli, Toscani, Marchigiani, Umbri: infatti i due comandanti militari della repressioni erano Cialdini, modenese, e Pallavicino, genovese, e il redattore della legge contro il brigantaggio, Pica, era abruzzese. È chiaro che con piemontese si venne a indicare semplicemente un esponente del nuovo governo unitario.
L'azione delle bande, diffusa un po' in tutto il territorio continentale appartenuto all'ex-Regno delle Due Sicilie, è stata definita, a seconda del punto di vista: brigantaggio (appunto), rivolta, più equanimemente ovvero, da un punto di vista maggiormente ostile alla unità d'Italia, resistenza.

All'estremo sud continua a resistere, e lo farà sino alla primavera del 1861, la cittadella di Messina (che, già nel luglio 1860 aveva smesso di combattere, pattuendo di liberare la città e di non ostacolare Garibaldi nel passare lo stretto) e solo il 20 marzo 1861, tre giorni dopo la proclamazione dell'Unità d'Italia, si arrese la guarnigione della cittadella di Civitella del Tronto, al confine tra Abruzzo e Marche.

A seguito della partenza dei Borbone di Napoli, dopo la sfortunata conclusione della battaglia del Volturno e dell'Assedio di Gaeta, il partito legittimista prese ad organizzarsi per tentare di cacciare l'invasore (supportati dai Borbone di Napoli, esuli a Roma, un poco dai Borbone di Spagna, dalla nobiltà legittimista e da una parte del clero).

Nelle formazioni irregolari, che la popolazione locale denominava masse, affluirono migliaia di uomini: ex soldati dell'esercito sconfitto e disciolto, coscritti che rifiutavano di servire sotto la bandiera italiana, popolazione rurale, banditi di professione e briganti stagionali, che si dedicavano già alle grassazioni nei periodi nei quali non potevano trovare impiego in agricoltura.

Si registravano sollevazioni diffuse, seguite dal rovesciamento dei comitati insurrezionali, sostituiti con municipalità legittimiste. A Napoli, l'ex-capitale travagliata da una grave crisi economica, agiva la propaganda del comitato borbonico della città, che riuscì, perfino, a organizzare una manifestazione pubblica a favore della deposta dinastia. Nel mese di aprile venne sventata una cospirazione anti-unitaria e arrestate oltre seicento persone, fra cui 466 ufficiali e soldati del disciolto esercito borbonico.

Nella primavera del 1861 la rivolta divampava ormai in tutto il Mezzogiorno continentale, assumendo spesso le forme di estese jacquerie contadine e, come tali, votate alla sconfitta nel loro impari confrontarsi con un moderno esercito calato in forze a combatterle. Si materializzava, tuttavia, il rischio concreto di un collegamento di tutte le formazioni della rivolta, dalla Calabria alle province contigue allo Stato Pontificio, dove risiedeva il re deposto, Francesco II, con un'azione centrata fra Irpinia e Lucania, ciò che condusse ad un incremento notevole sia delle forze impegnate, sia della ferocia con la quale la repressione delle insorgenze fu attuata.


FENOMENO SOCIALE DEL BRIGANTAGGIO IN BASILICATA
E intorno a noi il timore e la complicità di un popolo. Quel popolo che disprezzato da regi funzionari ed infidi piemontesi sentiva forte sulla pelle che a noi era negato ogni diritto, anche la dignità di uomini. E chi poteva vendicarli se non noi, accomunati dallo stesso destino? Cafoni anche noi, non più disposti a chinare il capo. Calpestati, come l'erba dagli zoccoli dei cavalli, calpestati ci vendicammo. Molti, molti si illusero di poterci usare per le rivoluzioni. Le loro rivoluzioni. Ma libertà non è cambiare padrone. Non è parola vana ed astratta. È dire senza timore, È MIO, e sentire forte il possesso di qualcosa, a cominciare dall'anima. È vivere di ciò che si ama. Vento forte ed impetuoso, in ogni generazione rinasce. Così è stato, e così sempre sarà...Carmine Crocco

I contadini lucani nella loro secolare storia hanno avuto tre guerre collocate nel tempo, la prima delle quali fu contro i greci che conquistarono queste terre. Da un lato c’erano gli eserciti organizzati degli Achei con le loro armi; dall' altro i contadini con le loro scuri, le falci e i coltelli. La seconda guerra fu quella contro i Romani che permise la diffusione della teocrazia statale con tutte le sue incomprensibili leggi. Infine la terza e ultima fu quella dei briganti: i contadini non avevano cannoni come "l'altra Italia" che li stava sottomettendo, ma avevano la rabbia dovuta alla povertà, all'emigrazione, all'ingiustizia sociale che il nuovo stato savoiardo stava perpetrando nelle terre meridionali. ( Carlo Levi , Cristo si è fermato a Eboli )

Questo momento storico è fondamentale per la comprensione del fenomeno sociale detto “Brigantaggio”. Infatti ormai la storiografia ufficiale sta finalmente considerando il fenomeno con una valenza storiografica-sociale che invece prima era oscurata dalla storia retorica del risorgimento, in cui i Savoia erano i”buoni” mentre i briganti erano solo dei criminali. Ora si pone l'attenzione più verso le cause che hanno determinato l'evento e soprattutto nel fatto di considerarlo una reazione partita dal basso, senza bandiere o padroni, che si prefiggeva come scopo la liberazione dai soprusi che il nuovo ordine politico stava effettuando nell'Italia unificata. La reazione dei contadini che vivevano in una società funzionale, in una burocrazia giusta, un' economia basata su piccole industrie, un'agricoltura arretrata ma che garantiva una vita adeguata, andò contro uno stato Savoiardo amministrativamente arretrato che non fece altro che smontare letteralmente tutte le aziende meridionali, confiscare la flotta navale napoletana, istituire tasse come quella sul macinato, istituire la leva militare obbligatoria. Dalle terre lucane partì dunque la rivolta dei contadini che tenne in scacco l'esercito piemontese per oltre un quinquennio. (Giuseppe Ressa e Alfonso Grasso , Il Sud e l'Unità d'Italia)


[modifica] La repressione di Cialdini 1861-1864

« Questa è Africa! Altro che Italia! I beduini, a riscontro di questi cafoni, sono latte e miele. »
(Enrico Cialdini, luogotenente del re Vittorio Emanuele II a Napoli,citato in G. Di Fiore, 1861: Pontelandolfo e Casalduni. Un massacro dimenticato, Grimaldi, Napoli, 1998, pag. 33.)

Nell'agosto 1861 venne inviato a Napoli il generale Enrico Cialdini, con poteri eccezionali per affrontare l'emergenza del brigantaggio. Egli seppe rafforzare il partito sabaudo, arruolando militi del disciolto esercito meridionale di Garibaldi e perseguendo il clero e i nobili legittimisti.

In una seconda fase, comandò una dura repressione messa in atto attraverso un sistematico ricorso ad arresti in massa, esecuzioni sommarie, distruzione di casolari e masserie, vaste azioni contro interi centri abitati: fucilazioni sommarie ed incendi di villaggi in cui si rifugiavano i briganti erano all'ordine del giorno, restano tristemente famosi il cannoneggiamento di Mola del 17 febbraio 1861, e gli eccidi di Casalduni e Pontelandolfo, nell'agosto 1861.

L'obiettivo strategico consisteva nel ristabilire le vie di comunicazioni e conservare il controllo dei centri abitati. Le forze a sue disposizione consistevano in circa ventiduemila uomini, presto passate a cinquantamila unità nel dicembre del 1861.

Gli strumenti a disposizione della repressione venivano, nel frattempo, incrementati, con la moltiplicazione delle taglie e l'istituto delle deportazioni (questa era la forma reale del domicilio coatto).

Nell'agosto 1863 venne emanata la "famigerata" legge Pica. Tale legge, contraria a molte disposizioni costituzionali, colpiva non solo i presunti briganti, ma affidava ai tribunali militari anche i loro parenti e congiunti o semplici sospetti.

A cavallo degli anni 1862 e 1863 le truppe dedicate alla repressione vennero aumentate sino a centocinquemila uomini (circa i due quinti delle forze armate italiane del tempo) ed il generale Cialdini poté riassumere l'iniziativa, giungendo ad eliminare le grandi bande a cavallo ed i loro migliori comandanti e, soprattutto, ad estinguere il cosiddetto "focolaio lucano".

[modifica] La continuazione sporadica della rivolta 1865-1870

Michelina de Cesare, brigantessa uccisa dalle truppe italiane nel 1868
Michelina de Cesare, brigantessa uccisa dalle truppe italiane nel 1868

Con le sue azioni, il Cialdini aveva raggiunto l'obiettivo strategico principale contro il brigantaggio, cancellando le premesse per una possibile sollevazione generale delle province meridionali: la rivolta non era ancora terminata, ma era venuto meno qualsiasi carattere di azione collettiva, si affievoliva l'appoggio popolare.

La resistenza degenerò così, sempre più spesso, in mero banditismo.

Solo nel 1867, infatti, Francesco II delle Due Sicilie sciolse il governo borbonico in esilio. Continuava l'azione di poche ed isolate bande di irriducibili ma, vista l'impossibilità di ottenere risultati politici e per non logorarsi in un'eterna guerra civile, la spinta insurrezionale volgeva gradualmente al termine.

Nel gennaio 1870 il governo italiano soppresse le zone militari nelle province meridionali, sancendo così la fine ufficiale del brigantaggio.

[modifica] Esito e conseguenze

Secondo le stime di alcuni giornali stranieri che si affidavano alle informazioni "ufficiali" del nuovo Regno d'Italia, dal settembre del 1860 all'agosto del 1861 vi furono nell'ex Regno delle Due Sicilie 8.964 fucilati, 10.604 feriti, 6.112 prigionieri, 64 sacerdoti, 22 frati, 60 ragazzi e 50 donne uccisi, 13.529 arrestati, 918 case incendiate e sei paesi dati a fuoco, 3.000 famiglie perquisite, 12 chiese saccheggiate, 1.428 comuni sollevati; poiché ufficiali c'è da considerare che come tali queste cifre furono sicuramente sottostimate dal ministero della guerra, nonostante si riferissero ad un solo anno.

I problemi che avevano originato il brigantaggio e che, in gran parte, risalivano alla responsabilità del governo borbonico, restavano però irrisolti e, in seguito, per molti abitanti del Sud l'unica speranza di sopravvivenza fu legata all'emigrazione. Lo squilibrio strutturale tra nord e sud d'Italia verrà affrontato in modo più organico dalla classe dirigente italiana e prese avvio il dibattito sulla questione meridionale, nei termini sociali ed economici in cui la conosciamo ancora oggi.

[modifica] Citazioni

« Lo stato italiano[4] è stato una dittatura feroce che ha messo a ferro e fuoco l'Italia meridionale e le isole, squartando, fucilando, seppellendo vivi i contadini poveri che scrittori salariati tentarono d'infamare col marchio di briganti. »
« Si sostenne, oltre alle guerre, la lunga e dolorosa guerriglia del brigantaggio, inacerbitosi nell'Italia meridionale, come di solito nelle rivoluzioni e nei passaggi di governo, e che fu domato finalmente e per sempre: cosicché la parola 'brigantaggio' poté a poco a poco dissociarsi dal nome del paese d'Italia, al quale era stata congiunta forse più che ad altra parte di Europa, almeno nei tempi moderni. »
(Benedetto Croce, “Storia d'Italia dal 1871 al 1915”, Napoli 1927)
« I militari solitamente così avari di immagini, rivelano un'improvvisa prodigalità fotografica durante la repressione del brigantaggio, negli anni successivi all'incontro di Teano. Ecco che d'un tratto l'impassibilità distante e oggettuale, la veduta silente, sono messe da parte, e i cadaveri prima nascosti vengono ostentati. Ufficiali e soldati collaborano a mettere in posa i fucilati davanti all'obiettivo, organizzano messe in scena in cui gli ancora vivi recitano la parte del brigante. Una folla di contadini meridionali e centrali si affaccia in questo modo macabro alla storia della nazione. »
( Giulio Bollati, L'Italiano, Einaudi, Torino, 1983, pp. 142-143.)
« ... Il brigantaggio non è che un accesso di eroica follia, e di ferocia disperata: un desiderio di morte e distruzione, senza speranza di vittoria. ... »
( Carlo Levi )

[modifica] Il dibattito storiografico

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In parte è in corso una rivendicazione del ruolo svolto dal sud come finanziatore dello sviluppo industriale del Regno d'Italia; in altra parte viene accentuato un discorso di storia economica e monetaria come elemento chiave per capire gli squilibri nord-sud. È in questo periodo che il sistema bancario si struttura in modo simile a oggi: un meridione con poche tasse e alta raccolta di risparmi che non vengono investiti nel territorio, ma finanziano le industrie del nord Italia.

La tassazione imposta dal Regno d'Italia, la stessa del nord estesa al nuovo regno, ulteriori aggravi come la tassa sul grano ma soprattutto le politiche protezioniste adottate per favorire lo sviluppo dell'economia industriale del Settentrione colpirono duramente il Mezzogiorno, causando la massiccia emigrazione che si verificò dopo l'unità d'Italia.

L'afflusso di risparmi dagli emigranti (compresi moltissimi Veneti, Romagnoli, Liguri e Piemontesi) alle famiglie fu un importante ammontare di riserve di valuta estera (che valeva molto rispetto alla moneta italiana dell'epoca) che si sommava alle riserve auree (443 milioni di Lire-oro, all'epoca corrispondenti ad oltre il 60% del patrimonio di tutti gli Stati italiani messi insieme) integrate (dopo il loro fallimento) con l'acquisizione nella futura Banca d'Italia delle banche del sud.

Taluni critici e storici interpretano il brigantaggio come un sintomo del processo di trasferimento di ricchezza dal Meridione verso il Nord.

[modifica] Briganti famosi

La banda del brigante Chiavone nel refettorio dell'Abbazia di Trisulti
La banda del brigante Chiavone nel refettorio dell'Abbazia di Trisulti

[modifica] Bibliografia

  • Aldo De Jaco, Il brigantaggio meridionale: cronaca inedita dell'Unità d'Italia. Editori Riuniti, 1969
  • Aldo De Jaco, Briganti e piemontesi: alle origini della questione meridionale. Rocco Curto Editore, 1998
  • Aldo De Jaco, Dopo Teano. Storie d'amore e di briganti. Lacaita, 2000
  • Lorenzo Del Boca, Maledetti Savoia!. Edizioni Piemme 2003 ISBN 88-384-7040-5
  • Giovanni Saitto, La Capitanata fra briganti e piemontesi, Edizioni del Poggio 2001
  • Mack Smith, Storia d'Italia, Giuseppe Laterza e figli, Roma-Bari, 2000 ISBN 88-420-6143-3
  • Agnoli Francesco Maria, Dossier Brigantaggio.

Viaggio tra i ribelli al borghesismo e alla modernità. Napoli, Controcorrente, 2003

  • Alianello Carlo, La conquista del Sud - Il Risorgimento nell'Italia Meridionale - Milano, Rusconi, 1998
  • Anonimo, Briganti, arrendetevi!....'. Ricordi di un antico bersagliere - Prefazione di F. Mirizzi - Venosa (PZ), Osanna Venosa, 1996
  • Barra Francesco, Cronache del Brigantaggio Meridionale 1806 - 1815 - Salerno, S.E.M.
  • Bojano Alberico, "Briganti e senatori". Alfredo Guida Editore, Napoli, 1997.
  • Borges José, "Don Josè Borges, generale catalano e guerrigliero borbonico, Diario di guerra - A cura di Valentino Romano - Bari, Adda, 2003
  • Borjes Josè, Con Dio e per il Re. Diario di guerra del generale legittimista in missione impossibile per salvare il Regno delle Due Sicilie. - Napoli, Controcorrente, ottobre 2005
  • Borjes José, La mia vita tra i Briganti. - A cura di Tommaso Pedio. - Manduria (TA), Lacaita
  • Bourelly Giuseppe, Il Brigantaggio dal 1860 al 1865. - Venosa (PZ), Osanna, 2004
  • Capuana Luigi, La Sicilia e il brigantaggio, a cura di Carlo Ruta, Edi.bi.si., Messina 2005
  • Ciano Antonio, I Savoia e il massacro del Sud - Roma, Grandmelò,1996
  • Carmine Donatelli Crocco, Come divenni brigante - Autobiografia - A cura di Mario Proto - Manduria, (TA) Lacaita, 1995
  • Coppola Carlo Controstoria dell'Unita' d'Italia, ribellione popolare e repressione militare 1860-1865 - Lecce, MCE Editore, 2003
  • Coppola Carlo Il Brigantaggio nel Salento - Matino, Tipografie S. Giorgio, 2005
  • Crocco Donatelli Carmine, Memorie - La mia vita da brigante - A cura di Valentino Romano - Bari, Adda, 1998
  • De Leo Antonio, Carmine Crocco Donatelli. Un Brigante guerrigliero - Cosenza, Pellegrini, 1983
  • De Matteo Giovanni, Brigantaggio e Risorgimento - Legittimisti e Briganti tra i Borbone e i Savoia - Napoli, AGE, 2000
  • Di Fiore Gigi, Pontelandolfo e Casalduni, un massacro dimenticato - Napoli, Grimaldi & C. editori 1998
  • Di Fiore Gigi, Controstoria dell'unità d'Italia- fatti e misfatti del Risorgimento - Milano, Rizzoli 2007
  • Molfese Franco, Storia del brigantaggio dopo l’Unità - Nuovo Pensiero Meridiano, s.l., 1983
  • Monnier Marc, Il Brigantaggio da Fra’ Diavolo a Crocco - Lecce, Capone
  • Moschitti Pierluigi, Briganti e musica popolare dal nord del Sud - Gaeta, Sistema Bibliotecario Sud Pontino
  • Nigro Raffaele, Giustiziateli sul campo - Letteratura e banditismo da Robin Hood ai giorni nostri

Milano, Rizzoli, 2006

  • Nigro Raffaele, I fuochi del Basento. Milano, Camunia, 1987
  • Nitti Francesco Saverio, Eroi e briganti - Venosa (PZ), Osanna Venosa, 2000
  • Romano Valentino, "Brigantesse". Donne guerrigliere contro la conquista del Sud, Crontrocorrente, Napoli, 2007
  • Scarpino Salvatore, La guerra "cafona" - Il brigantaggio meridionale contro la Stato unitario - Milano, Boroli Editore, 2005
  • Timoteo Galanti, Dagli sciaboloni ai piccioni" - Il "brigantaggio" politico nella Marca pontificia ascolana dal 1798 al 1865 - Sant'Atto di Teramo, Edigrafital, 1990
  • Vaiana Salvatore, Una storia siciliana fra Ottocento e novecento. Lotte politiche e sociali, brigantaggio e mafia, clero e massoneria a Barrafranca e dintorni, Barrafranca (en), Salvo Bonfirraro editore, 2000
  • Vaiana Salvatore, La repressione del brigantaggio a Canicattì e dintorni da Francesco Bonanno a Cesare Mori, in "Canicattì nuova", Canicattì (Ag), 2002

[modifica] Filmografia

[modifica] Note

  1. ^ Dizionario etimologico Zanichelli
  2. ^ Giacomo Devoto, Dizionario etimologico
  3. ^ Franco Cardini e Marina Montesano, Storia medievale, Firenze, Le Monnier Università, 2006. ISBN 8800204740 pag. 69
  4. ^ Il brano, scritto nel 1920, si riferisce al Regno d'Italia costituito sotto la monarchia Sabauda.

[modifica] Voci correlate

[modifica] Collegamenti esterni

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