Storiografia

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La storiografia è in senso letterale la descrizione (in greco graphia, da graphè, "descrizione") della storia e comprende tutte le forme di interpretazione, dalla trattazione e trasmissione di fatti e accadimenti della vita degli individui e delle società del passato storico all'interpretazione che ne danno gli storici. Tra le discipline scientifiche e letterarie, la storiografia è forse quella più ostica da definire, poiché il tentativo di scoprire e conoscere gli eventi accaduti nel passato, formulandone un resoconto (logos) intelligibile, implica necessariamente l'uso e l'influsso di numerose discipline ausiliarie.

Storia e storiografia[modifica | modifica wikitesto]

Nell'uso corrente il termine storia viene usato indifferentemente per designare due insiemi che in realtà hanno significati diversi e per alcuni aspetti opposti. Per non cadere in questo equivoco occorrerebbe distinguere la storia - propriamente detta che è un insieme di fatti accaduti (res gestae) - dalla storiografia, che è un insieme di forme di interpretazione di quei fatti. Per loro natura la storia è oggettiva mentre la storiografia è soggettiva, dal momento che ognuno può dare la sua interpretazione.

Definizione di storia[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Storia.

Con il termine di "storia", nella sua più ampia accezione, si intende il complesso di tutte le vicende e trasformazioni accadute, note ed ignote, che si sono verificate nell'ultima piccolissima parte del passato. La storia infatti non corrisponde a tutto il passato compreso tra il Big Bang e il presente (13, 7 miliardi di anni), ma a quella sua piccola frazione (circa 50.000-100.000 anni) in cui si è avuta la presenza umana su questo pianeta. Per capirne le proporzioni, se tutto il passato corrispondesse a 24 ore, la storia occuperebbe solo gli ultimi 6 decimi di secondo. Purtroppo è diffusissima la supposizione errata che la storia inizi con l'invenzione della scrittura. In realtà quell'evento non ha alcun significato universale, dato che riguardò solo le culture che ne furono influenzate nell'area euroasiatica. L'errore deriva da una persistente visione eurocentrica che ha diviso la storia in periodi (periodizzamento) e che ha scelto come evento di passaggio tra la prima parte della storia (la protostoria) e la storia antica per l'appunto l'invenzione della scrittura. In tal modo si escluderebbero dalla storia non solo il lungo periodo precedente di indubbia presenza umana, ma tutti i popoli degli altri contesti e tutti coloro che non hanno utilizzato per millenni la scrittura. In proposito vale ancora la metafora efficace di Marc Bloch: "Lo storico è come l'orco della fiaba: là dove fiuta odore di carne umana, là sa che è la sua preda."[1]

La storia così intesa come insieme di eventi, è oggettiva, dato che tutti i fatti, noti e ignoti, che la compongono, cambiano la realtà precedente e sono irreversibili e irripetibili.

Volendo suddividere i fatti che la compongono, si possono individuare:

  • gli eventi: avvenimenti di breve o brevissima durata che il più delle volte hanno un'incidenza limitata, ma che a volte possono avere anche portata e ripercussioni molto persistenti (terremoti, cataclismi, grandi battaglie);
  • i fenomeni: andamenti che si svolgono durante periodi più lunghi, estesi almeno nell'arco di una generazione. Tendenze e svolgimenti di portata ampia che si svolgono prevalentemente in campo economico, sociale, demografico, culturale;
  • le evoluzioni: trasformazioni di lunghissima durata e portata amplissima. Si estendono oltre le singole epoche storiche e a volte risalgono anche a tempi precedenti alla comparsa dell'uomo (mutazioni astronomiche, geologiche, climatiche, ecc.).

La storia procede per processi di trasformazione, o evolutivi, attraverso una transizione continua, in cui evoluzioni, fenomeni ed eventi, motivazioni e accidentalità, fattori ambientali e umani, contrasti e coincidenze si intrecciano, si urtano, rimbalzano, si deformano, scompaiono e riappaiono, influenzati da rapporti di causalità, come dalle perturbazioni della causalità e si attuano secondo svolgimenti previsti e imprevedibili. Tutto ciò confluisce a formare delle congiunture, in altre parole quelle combinazioni eterogenee di situazioni e di fatti che, proprio per la loro complessità interna sono irripetibili. Ogni periodo della storia può essere visto come la combinazione di un'ampia gamma di concomitanti condizioni, circostanze, fattori, andamenti e variazioni di origine remota, recente o contemporanea.[2]

Definizione di storiografia e di conoscenza storica[modifica | modifica wikitesto]

La storiografia, cioè la descrizione dei fatti nella storia, è l'insieme di tutte le forme e maniere di interpretare, trasmettere, studiare e raccontare i fatti accaduti, cioè la storia propriamente detta. Dato che ogni considerazione, ricerca ed esposizione su ciò che è avvenuto deriva da interpretazioni personali, influenzate e condizionate dal clima culturale e politico in cui opera l’interprete, la storiografia è soggettiva, parziale e provvisoria. Anzi siccome ogni persona tra i miliardi di quelle viventi dispone di una personalità unica e irripetibile che ricorda, filtra e interpreta i fatti e le notizie in maniera propria e peculiare, si può affermare che di ogni fatto possono esistere tante interpretazioni storiografiche quanti sono gli esseri pensanti che lo prendano in considerazione, anche se è agli storici che si delega il compito di fornire le esposizioni più fondate e attendibili. La differenza tra storia e storiografia è quindi analoga a quella che c'è tra un fatto e il suo ricordo, tra vivere una vicenda e raccontarla. Dopo che si è attuata nei suoi tempi, nei suoi modi e con i suoi effetti oggettivi, se ne ricorda e se ne riporta solo una sintesi nella quale del reale svolgimento rimangono alcune immagini, sensazioni e prospettive, selezionate e compresse dalla nostra memoria e dalla nostra interpretazione in maniera del tutto personale e soggettiva.

Data la sua relatività, la storiografia non può produrre verità storiche, o meglio storiografiche, inamovibili e assolute, dovendosi parlare sempre di ricostruzioni, interpretazioni e conoscenze più o meno attendibili, che rimangono comunque sempre parziali e provvisorie.

Dalla storiografia deriva la conoscenza storica che può essere individuale, quando deriva dalla ricerca, dalla didattica, dall'apprendimento e dalla divulgazione, o collettiva, che deriva dalle capacità del sistema scolastico e dei mass media.

Dalla conoscenza storica dipendono la sensibilità e interesse per il Patrimonio dato dai beni ambientali e storico/artistici.[3]

Le fonti[modifica | modifica wikitesto]

Alla base della conoscenza della storia ci sono le fonti, cioè le impronte lasciate dai fatti sotto forma di manufatti, tracce, testimonianze, documenti e resti. Tutte le azioni umane e tutti i fenomeni naturali producono risultati concreti che ne divengono gli attestati; pertanto ogni essere vivente e ogni oggetto è fonte di conoscenza sugli eventi e sulle eventuali volontà che l’hanno generato e trasformato e quindi oltre che sulla sua origine, anche sulle sue motivazioni, sulla sua funzione e sui suoi contatti.

La denominazione di fonte, col suo richiamo implicito allo sgorgare, al venire alla luce e al manifestarsi dell’acqua, è particolarmente efficace per indicare queste impronte del passato. Come l'acqua sorgiva può scorrere sotterranea prima di apparire, così le fonti delle conoscenze storiche possono rimanere a lungo ignote e occultate prima di rivelarsi o essere ritrovate. Infatti esse non sono sempre rimaste note e; soprattutto tra quelle di origine più remota molte sono state perdute o nascoste o trascurate e ricompaiono o si manifestano solo in seguito al loro ritrovamento o al loro riconoscimento. A volte e sempre in maggior misura la scoperta di nuove fonti o di loro particolari aspetti prima trascurati è frutto dello sviluppo dei metodi e degli strumenti di ricerca e delle tecnologie di analisi.

Le fonti possono essere considerate le radici e i puntelli delle ricerche storiche, poiché la loro disponibilità è essenziale, ma non si traduce automaticamente in notizie e informazioni certe. Perché se ne possano dedurre conoscenze affidabili si rende necessaria un’opera di analisi e di decifrazione, dato che spesso si mostrano con un’apparenza ingannevole. Quella di saperle interpretare scoprendo ciò che di reale si nasconde dietro la loro facciata è una delle sfide più ardue che chi svolge ricerche storiche deve affrontare. Pertanto ogni oggetto, scritto o traccia può divenire testimonianza e rivelare informazioni attendibili solo in ragione delle capacità del suo interlocutore di osservarla e di interrogarla. Tale capacità si persegue attraverso la critica, tesa ad accertare cosa la fonte può o non può rivelare, e l’esegesi, cioè la decodifica, l’interpretazione, l’esposizione e il commento dei suoi contenuti.

Da quanto affermato appare evidente che sono da considerare fonti non soltanto quelle scritte - come a volte si suppone - ma anche l’infinita varietà delle altre impronte del passato. Quelle scritte insieme a quelle cartografiche sono generalmente raccolte negli archivi pubblici e privati, civili ed ecclesiastici. Tra quelle di altra natura, alcuni oggetti e resti di particolare pregio, rarità e valore documentario sono conservati nei musei. Occorre però ricordare che abbiamo continuamente sotto gli occhi fonti ed archivi che non sono racchiusi e delimitati in alcuna sede preposta. Ogni persona e ogni paesaggio è un concentrato di fonti della sua storia. Si può affermare che il mondo intero è una grande raccolta di fonti e che pertanto ciascun ambiente, paesaggio e territorio è fonte, archivio e museo della sua storia. Le indagini storiche possono essere paragonate alle composizioni di mosaici ed essere tanto più complete e attendibili quanto più ampia è la disponibilità di notizie. Ma dato che le fonti non sono presenti in ugual misura per tutte le epoche della storia, cambia di conseguenza anche il lavoro e l’atteggiamento degli storici nei loro confronti. Per i tempi più recenti l’abbondanza delle fonti, pur consentendo ricostruzioni più particolareggiate, obbliga a selezionarle preventivamente con un lavoro di scelta che implica già un’interpretazione. Man mano si retrocede nel tempo divengono sempre più rare e oscure lasciando ampi vuoti e crescenti dubbi e costringendo i ricercatori ad attingere a indizi e sintomi, a ricorrere ad analogie, congetture e deduzioni, o addirittura a proporre ricostruzioni prevalentemente ipotetiche e indiziarie.[4]

Metodologie storiografiche[modifica | modifica wikitesto]

Le metodologie storiografiche sono costituite dai metodi di indagine, di interpretazione e di esposizione delle ricerche storiche. Le grandi discriminanti sono il rapporto con le fonti e il loro uso. Alcuni storici se ne avvalgono in maniera diretta e pertanto sono più attendibili; altri preferiscono disquisire sulle interpretazioni dei loro colleghi conferendo maggior peso al proprio pensiero.

Storia nota e ignota[modifica | modifica wikitesto]

La storia può essere indagata attraverso le tracce che hanno lasciato i suoi fatti: le fonti. Ogni cosa corporea e incorporea è fonte delle vicende che l'hanno generata e può essere interpretata. Noi stessi siamo fonti storiche. I nostri comportamenti e la nostra cultura sono frutto di una lunga evoluzione che risale ai primi esemplari della nostra specie; se fossimo in grado di interpretare il nostro patrimonio genetico tramandato nelle varie generazioni, vi potremmo leggere moltissime informazioni sul nostro passato. Se la storia è costituita da quel minimo frammento passato in cui è stata presente l'umanità, dobbiamo constatare che di questa parte così ridotta conosciamo solo una piccolissima porzione. È per questo che è utile distinguere la storia nota, che è molto limitata, da quella ignota, che è invece costituisce la stragrande porzione dell'intera storia. La storia ignota è tale o per la perdita delle sue tracce, per occultamenti volontari e involontari, o per la nostra incapacità di leggerne le fonti. Ogni volta che si recupera un reperto archeologico o che si rintraccia un documento perduto o che si utilizzano nuove tecniche per leggere le fonti si ha l'occasione di ampliare le nostre conoscenze su quanto ancora non sappiamo della nostra storia, ma sapendo comunque che non riusciremo mai a riequilibrare il rapporto tra ciò che conosciamo e ciò che ignoriamo.[5]

Finalità della storia[modifica | modifica wikitesto]

Si studia la storia per capire il presente e noi stessi. Si studia se stessi per capire la società, lo Stato, la civiltà nella quale si vive, anche, e soprattutto, in rapporto con il passato.

Nel momento in cui si nasce si eredita anche quella parte oscura che è il nostro passato, con cui mantiene legami tutto il nostro successivo agire. La storia può e deve integrarsi con le altre materie scientifiche attraverso studi interdisciplinari, allo scopo di illuminare il più possibile il nostro percorso evolutivo.

È la mancanza d'identità, vale a dire il difetto di conoscenza delle proprie radici, a portare l'intolleranza, che è alimentata inoltre dalla mancanza di una corretta conoscenza della storia degli altri, dell'altrui punto di vista e dello spirito di accettazione delle alterità.

Storia della storiografia[modifica | modifica wikitesto]

Tutte le interpretazioni dei fatti non possono che essere diverse, non solo perché personali e soggettive, ma anche perché a loro volta influenzate dai diversi punti di osservazione o di vista, cioè dai contesti culturali che si differenziano nello spazio e nel tempo (ad esempio: nello spazio, per le diverse aree geopolitiche attuali; nel tempo, per le correnti di pensiero e i contesti ideologici che si sono succeduti). Per questo è possibile tracciare una storia della storiografia.

Storiografia antica[modifica | modifica wikitesto]

Per gli antichi scrivere storia significava tramandare fatti realmente accaduti badando non solo a registrare gli eventi, ma a individuare le connessioni, i rapporti di causa, e possibilmente ricavandone un insegnamento. Al di là di questo intento di base abbastanza generico, che può valere anche per la storiografia di altri periodi, alcuni elementi caratterizzano più specificamente la storiografia antica:

  • l'esigenza del discernimento, che portava a selezionare i fatti importanti, da tramandare, da quelli secondari e a distinguere le cause vere dai pretesti e dalle cause occasionali;
  • l'aspirazione alla veridicità e all'imparzialità in quanto condizioni per una ricostruzione fedele degli eventi; solo per i discorsi dei personaggi era ammessa una ricostruzione approssimativa (non quello che essi avevano detto, ma quello che essi avrebbero potuto dire);
  • l'impostazione pragmatica, cioè fondata sulla concretezza dei diversi fatti militari, strategici, politico-istituzionali, ecc.;
  • la documentazione, che poteva derivare dalla testimonianza diretta (in greco autopsia, "il vedere da sé"), dallo studio dei documenti, dalla conoscenza delle dinamiche politiche;
  • la patina letteraria, tanto che lo scritto di storia era inteso come opus oratorium maxime (Cicerone), nel senso che il racconto si snodava in una prosa d'arte che, accanto ad un utile insegnamento, doveva anche offrire un piacevole intrattenimento letterario;
  • l'interesse per i personaggi, cioè il cosiddetto metodo prosopografico (dal greco pròsopon, "faccia", e gràpho, quindi "notizia di personaggi") che privilegiava le imprese di pochi protagonisti trascurando perlopiù le condizioni economiche e sociali, la mentalità popolare, la vita quotidiana;
  • l'idea che la storia sia magistra vitae in quanto consente di fare previsioni per il futuro sulla base di quello che è accaduto in precedenza: gli antichi infatti, avendo una concezione circolare del tempo, ritenevano che la storia si ripetesse e quindi l'uomo potesse trarre dagli esempi del passato una lezione su come comportarsi in analoghe circostanze. Quindi l'attività dello storico doveva avere anche lo scopo di far emergere l'insegnamento della storia.

La storiografia greca[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Storiografia greca.
Le origini e l'età classica[modifica | modifica wikitesto]

Quando, al volgere del III secolo a.C., a Roma si cominciò a sentire l'esigenza di ricostruire (e di esaltare) il proprio passato nelle forme dell'indagine storica, la storiografia greca aveva ormai alle proprie spalle tre secoli di tradizione. Preannunciata, tra la fine del VI e l'inizio del V secolo a.C. dalle ricerche geo-etnografiche o genealogiche dei primi logografi (il più famoso fu Ecateo di Mileto), la storiografia greca raggiunse la piena dignità di una consapevole riflessione sulle vicende del popolo greco, nei suoi rapporti col mondo barbarico (cioè essenzialmente con l'impero persiano), ma anche nella dinamica dei suoi rapporti interni, con l'opera di Erodoto di Alicarnasso (V secolo a.C.), fin dall'antichità considerato il vero padre della storia.

In Erodoto il peso della tradizione logografica si fa ancora sentire, specialmente nella prima parte dell'opera, nell'impostazione per singoli lògoi, cioè per sezioni su base etnica e territoriale, anche se essa appare contemperata dall'esigenza di presentare un evento come le guerre tra Greci e Persiani (combattute fra il 490 ed il 478 a.C.) nel contesto di una visione generale dell'uomo e della storia. Un primo enunciato di metodo si incontra nel proemio delle Storie:

« Questa è l'esposizione delle ricerche [historìes] di Erodoto di Alicarnasso, perché le imprese compiute da parte degli uomini non siano con il passare del tempo dimenticate; né le opere grandi e meravigliose compiute sia da Elleni sia da barbari restino prive di gloria; e inoltre per mostrare per quale causa combatterono fra loro »
(Erodoto di Alicarnasso, Storie, I proemio)

In questo breve proemio, la comparsa del termine historìes (da connettere con la radice id- di "vedere", il cui perfetto òida assume il significato di "ho visto", quindi "conosco", "so") rende l'idea di una ricerca condotta in preparazione dell'opera: una ricerca che poteva abbracciare avvenimenti, tradizioni etnografiche, resoconti di viaggi, notizie geografiche, ma che, per il fatto stesso di sussistere, prendeva le distanze dall'oralità dei rapsodi e dei poeti lirici. Anche i rapsodi ed i poeti erano animati dal desiderio di non lasciare che si oscurasse la fama delle gesta compiute, ma la memoria collettiva tramandata da Erodoto è frutto di una indagine razionale che, pur non escludendo la dimensione religiosa del mito, pur registrando tradizioni e notizie stravaganti, ha messo in salvo una quantità enorme di preziosi materiali che costituiscono ancora oggi la fonte principale per lo studioso delle guerre persiane. Di questa attitudine documentaria apparirà consapevole Erodoto stesso, quando, dopo aver presentato le origini mitiche del conflitto tra Greci e popoli dell'Asia, esprimeva una prima professione di imparzialità nel narrare gli avvenimenti:

« [3] Queste cose raccontano i Persiani e i Fenici. Ma io non intendo parlare di queste cose, se cioè questi fatti si siano svolti in questo modo o diversamente, ma dopo avere indicato colui del quale so che fu il primo a compiere azioni ingiuste contro i Greci, continuerò nel racconto, trattando ugualmente delle città piccole e grandi degli uomini. [4] Infatti quelle che anticamente erano grandi sono perlopiù diventate piccole, mentre quelle che ai miei tempi erano grandi erano prima state piccole. Sapendo dunque che la prosperità non resta mai nel medesimo luogo, ricorderò ugualmente le une e le altre. »
(Erodoto di Alicarnasso, Storie, I 5, 3-4)

Il definitivo superamento della tradizione logografica si ebbe, alla fine del V secolo a.C., con le Storie che l'ateniese Tucidide dedicò ai primi vent'anni alla guerra del Peloponneso (431-411 a.C.), facendovi precedere una breve sintesi della più antica storia del mondo greco (la cosiddetta archeologia) e un'ampia trattazione delle cause del conflitto, attraverso una dettagliata indagine del cinquantennio precedente. Tucidide si proponeva di ricostruire, attraverso un'indagine molto rigorosa, i fatti nella loro effettiva realtà, escludendo il favoloso e il soprannaturale e rifiutando programmaticamente ogni abbellimento retorico, fatta eccezione per discorsi fittizi, nei quali cercò di ricostruire il senso generale delle parole effettivamente pronunciate. In questo modo egli fondò la cosiddetta storiografia pragmatica, che non intendeva fornire semplicemente un'interpretazione del passato, ma, pretendendo di avere individuato una serie di costanti nella natura umana e nel suo operato, si autoproclamava un'acquisizione per sempre, ossia un mezzo valido per comprendere ogni realtà futura e agire di conseguenza.

Il IV secolo a.C.[modifica | modifica wikitesto]

Tutta la storiografia successiva si muove nel solco tracciato da Erodoto e Tucidide. A Erodoto (senza peraltro condividerne la curiosità antropologica) si richiamava formalmente, per la presenza di singoli excursus sui popoli stranieri venuti a contatto con la grecità, Eforo di Cuma, autore di una storia generale del mondo ellenico ampiamente basata sulla compilazione di fonti precedenti, della quale possediamo solo frammenti. Diversi autori scrissero storie del mondo greco che si ponevano consapevolmente come continuazione dell'opera storica di Tucidice, bruscamente interrotta al 411, in pieno svolgimento della guerra del Peloponneso: nacquero così le Elleniche di Senofonte e quelle, per noi perdute, di Teopompo di Chio che narravano rispettivamente gli eventi dal 411 al 362 a.C. e dal 411 al 394 a.C.; di autore anonimo sono le cosiddette Elleniche di Ossirinco (dal nome della località egiziana del ritrovamento papiraceo che le ha parzialmente restituite), la cui parte conservata concerne l'anno 396/395 a.C. Nella sua vasta e poligrafica attività letteraria, Senofonte diede vita anche ad altri filoni storiografici o di genere affine alla storiografia: con l’Anabasi, resoconto dell'avanzata all'interno dell'Asia, e della successiva avventurosa ritirata, di un esercito di mercenari greci di cui Senofonte stesso si trovò ad assumere il comando, egli creò il genere della memorialistica militare, che eserciterà un incerto influsso sui Commentarii cesariani; con la Ciropedia, biografia romanzata e agiografica di Ciro il Grande, fondatore dell'impero persiano, presentato come modello di monarca ideale, diede vita alla storia romanzata e con l'Agesilao, re spartano pure vagheggiato come modello, creò l'archetipo della biografia encomiastica. Con le Storie filippiche di Teopompo, che esponevano gli eventi del mondo greco dal 359 al 336 a.C. ponendo al centro dell'interesse la figura di Filippo II, re di Macedonia), nasce la monografia storica, incentrata su una singola personalità e di conseguenza su un limitato periodo di tempo. Con il riassunto, dovuto allo stesso Teopompo, delle Storie di Erodoto, prende corpo il filone dell'epitome, destinato a grande successo:)

L'età ellenistica[modifica | modifica wikitesto]

La fase più antica della storiografia ellenistica concentrò la sua attenzione sull'impresa orientale di Alessandro Magno, sul disfacimento del suo impero, sulla conseguente formazione delle monarchie greco-macedoni e successivamente sulla storia dei loro rapporti (per esempio Clitarco, Ieronimo di Cardia, Duride di Samo, Filarco). La storiografia di questo periodo, in buona parte perduta, appartiene in prevalenza al filone patetico o drammatico: essa mirò a suscitare nel lettore intense emozioni attraverso artifici (come gli imprevisti, le peripezie, i colpi di scena) paragonabili a quelli della tragedia classica. Questo tipo di rappresentazione tragica degli avvenimenti caratterizzò tanto la storiografia incentrata sulla figura di Alessandro Magno, quanto quella successiva, che andava spostando il proprio baricentro verso Occidente, in quanto diventava ormai inevitabile fare i conti con una nuova potenza e con la sua rapida ascesa: Roma aveva cominciato ad affacciarsi sullo scenario del Mediterraneo.

La storiografia romana[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Storiografia romana.

Le origini[modifica | modifica wikitesto]

Quando Polibio scriveva le sue Storie, la storiografia aveva da tempo fatto il suo ingresso nella letteratura latina. Era inevitabile, a ogni modo, che i primi storici latini si confrontassero con i modelli greci - come del resto accadde negli altri generi letterari, vista la recenziorità della letteratura latina. I cosiddetti annalisti della prima generazione, Quinto Fabio Pittore e Lucio Cincio Alimento, se da un lato cercarono un modello strutturale nella tradizione indigena degli Annales pontificum (o Annales maximi), cioè nelle cronache annualmente compilate e affisse a cura del pontefice massimo (il presidente del collegio sacerdotale dei pontefici) per informare la comunità sui principale avvenimenti, dall'altro non si limitarono a desumere dagli storici greci l'interesse per la ricerca delle cause o la datazioni per olimpiadi o una serie di notizie sulla storia stessa di Roma, ma si spinsero fino a utilizzarne la lingua. La rinuncia alla creazione di un linguaggio storiografico latino può essere stata determinata da un senso di frustrazione di fronte al secolare prestigio della storiografia greca, ma anche e soprattutto dal desiderio di farsi capire, attraverso l'uso di una sorta di lingua franca della cultura, dal consesso internazionale degli intellettuale, e cioè in sostanza dal mondo greco o ellenizzato, nel quale proprio sullo scorcio del III secolo a.C. si era fatto sempre più forte l'interesse per Roma e la sua storia, ma andava anche crescendo la diffidenza verso la nuova potenza. In particolare, Quinto Fabio Pittore nella sua opera intendeva controbattere, secondo Polibio, l'interpretazione filocartaginese della sua prima guerra punica che era stata fornita dallo storico greco Filino di Agrigento.

Quinto Fabio Pittore e Lucio Cincio Alimento furono entrambi attivi al tempo della seconda guerra punica: dopo la rotta di Canne (216 a.C.), Fabio cappeggiò, forse in ragione della sua dimestichezza col greco, la delegazione inviata a consultare l'oracolo di Apollo a Delfi; Cincio, pretore nel 210 in Sicilia, fu poi catturato da Annibale. Entrambi scrissero in greco una storia di Roma dalle origini leggendarie e dalla fondazione (che posero rispettivamente nel 747 e nel 729 a.C.) fino all'età contemporanea, cioè fino alla seconda guerra punica, inserendo anche riferimenti autobiografici (come poi farà lo stesso Catone) ed esponendo i fatti anno per anno. L'opera di Fabio, indicata dalle fonti come Annales, trattava più dettagliatamente il periodo più antico e quello più recente della storia di Roma ed era volta ad esaltare, attraverso le figure dei suoi eminenti rappresentanti, il ruol avutovi dall'antichissima gens aristocratica dei Fabii, dando vita così a una storiografia individualista e filopatrizia, in cui la storia era vista come il prodotto di singole grandi personalità appartenenti alla nobilitas.

All'impostazione cronachistica, individualista e filopatrizia dei primi annalisti, nonché all'uso della lingua greca, si oppose vigorosamente, negli ultimi anni della sua lunga e operosa esistenza, Marco Porcio Catone, cui spetta il merito di aver fondato, con le Origines, una storiografia nazionale in lingua latina, in cui la storia di Roma era inserita nel contesto di quella dei popoli italici e vista come il risultato dell'agire di un'intera comunità. Con la storiografia di Catone nasceva un genere di importanza assolutamente fondamentale. Al ruolo di documentazione culturale che è proprio di tutti gli altri generi letterari la storiografia aggiunge infatti un valore specifico, nel senso che proprio agli scritti degli storici noi dobbiamo la conoscenza dell'antichità. Ebbene, questo filone interrotto che dall'età arcaica giunge alla tarda antichità fa capo proprio a Catone, il cui esempio fu assolutamente determinante sul piano della lingua: dopo i lui, i cosiddetti annalisti della seconda generazione o annalisti di mezzo, attivi nella seconda metà del II secolo a.C., rinunciarono infatti definitivamente a scrivere in greco.

Tra la fine del II e la prima metà del I secolo a.C., per quanto il tradizionale modello annalistico delle storie generali continuasse a mostrarsi vitale (sono di questo periodo gli Annales di Claudio Quadrigario e di Valerio Anziate), si manifestò una tendenza a ridurre la trattazione entro limiti cronologici o temetici più ristretti, anche inaugurando nuove forme di narrazione storica, come quella dei commentarii - a metà strada tra autobiografia, memorialistica e storiografia - che trovarono la migliore espressione in Cesare, o come le monografie tematiche di Sallustio.

Storiografia moderna[modifica | modifica wikitesto]

Sebbene alcuni caratteri della storiografia antica persistano, spesso con adeguamenti, nella storiografia moderna, tuttavia è chiaro che, proprio per le leggi della storia stessa, il presente è diverso dal passato e così la più recente concezione storiografica è sostanzialmente diversa da quella antica. La differenza più importante dipende dal fatto che la storiografia moderna è figlia del metodo scientifico: essa non è una scienza esatta, ma della scienza condivide l'obiettivo di cercare la verità sulla base di un metodo razionale. Una condizione di questa ricerca della verità è l'obiettività dello storico. Anche l'obiettività, come la verità storica, rappresenta una meta a cui tendere più che un obiettivo sistematicamente raggiungibile. È già uno stadio importante del processo che mira all'obiettività l'onestà intellettuale dello storico, che deve mirare veramente alla ricerca della verità e non a somministrare al suo pubblico verità intenzionalmente deformate o stravolte da preconcetti ideologici oppure deturpate dalla volontà di offrire un piacevole intrattenimento. I racconti deformati da una storiografia politicamente militante o romanzati da un giornalismo storiografico di carattere commerciale, le notizie a effetto, le accentuazioni arbitrarie di aspetti sensazionali sono sottoprodotti della storiografia che la moderna società della comunicazione produce incessantemente e che rischiano di contaminare la nostra conoscenza storica. Un importante antidoto per evitare tali deformazioni può essere gretuito dall'autonomia dello storico, che deve poter esercitare la propria ricerca in serenità, senza dipendere da padroni né da poteri forti. D'altra parte lo storico deve essere consapevole che la storiografia è imprescindibile dall'intervento dello storico. Anche le testimonianze, per quanto abbiano un'esistenza oggettiva, sono comunque selezionate, gerarchizzate, interpretate dallo storico; ancora una volta l'esperienza dell'informazione contemporanea dimostra quanto si possa influenzare l'opinione pubblica semplicemente disponendo i fatti in un certo ordine, così da valorizzarne alcuni a svantaggio di altri. Anche lo storico moderno ritiene di esercitare un mestiere utile, ma in un senso diverso da quanto pensavano gli antichi in base alla concezione della storia come magistra vitae. Secondo gli storici moderni la storia ha una duplice utilità: innanzitutto permette di conoscere se stessi attraverso la conoscenza del passato spinta fino alle proprie origini; inoltre consente di mettersi in guardia dal ripetere errori che sono già stati commessi in passato, senza però poter arrivare ad insegnare come effettivamente comportarsi in quanto le circostanze storiche non si ripetono mai uguali in epoche e contesti diversi.[senza fonte]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Marc Bloch, L'apologia della storia o mestiere di storico, Einaudi, Torino, 1998.
  2. ^ Rolando Dondarini, "Materiali di metodologia della ricerca storica", sito docente Unibo.
  3. ^ Rolando Dondarini, Per entrare nella Storia, Bologna, CLUEB, 1999.
  4. ^ Rolando Dondarini, "L'albero del tempo", Bologna, Patron, 2007.
  5. ^ Rolando Dondarini, "L'albero del tempo", Bologna, Patron, 2007.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Johann Jakob Bachofen, Le leggi della storiografia, Napoli, Guida, 1999.
  • Marc Bloch, Apologia della storia o mestiere di storico, Torino, Einaudi, 1969.
  • Fernand Braudel, Storia, misura del mondo, Bologna, Il mulino, 2002.
  • Fernand Braudel, Scritti sulla storia, Milano, Bompiani, 2003.
  • Delio Cantimori, Storici e storia, Torino, Einaudi, 1971.
  • Charles Olivier Carbonell, L' historiographie, Paris, Presses universitaires de France, 1981.
  • Federico Chabod, Lezioni di metodo storico, Roma-Bari, Laterza, 1993.
  • Benedetto Croce, Teoria e storia della storiografia, Bari, Laterza, 1917.
  • Rolando Dondarini, Per entrare nella Storia, Bologna, CLUEB, 1999.
  • Lucien Febvre, Problemi di metodo storico, Torino, Einaudi, 1976.
  • Eduard Fueter, Geschichte der neueren Historiographie, Muenchen-Berlin, 1911 (trad. it. Storia della storiografia moderna, Milano-Napoli, R. Ricciardi, 1970).
  • François Furet, Il laboratorio della storia, Milano, Saggiatore, 1985.
  • Giuseppe Giarrizzo, La scienza della storia: interpreti e problemi, Napoli, Liguori, 1999.
  • Georges Lefebvre, Riflessioni sulla storia, Roma, Editori riuniti, 1976.
  • Jorge Lozano, Il discorso storico, Palermo, Sellerio, 1991.
  • Henri-Irénée Marrou, La conoscenza storica, Bologna, Il Mulino, 1954.
  • Arnaldo Momigliano, Problemes d'historiographie ancienne et moderne, Paris, Gallimard, 1983.
  • Leopold von Ranke, Zur kritik neuerer geschichtschreiber, Leipzig und Berlin, G. Reimer, 1824.

Borghi Beatrice, Le fonti della storia tra ricerca e didattica, Patron editore, Bologna, 2009

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