Filosofia della storia

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L'Università di Berlino nel 1900. Fu la prima università ad accogliere la disciplina della filosofia della storia. Essa fu introdotta da Hegel agli inizi del XIX secolo.

La filosofia della storia si occupa del significato spirituale della storia e di un suo possibile fine teleologico. Essa si chiede se esista un disegno, uno scopo, o un principio guida nel processo della storia, e quale ruolo l'uomo vi occupi. Altre questioni su cui si interroga questa disciplina sono se la storia consista nella realizzazione della verità o di un ordine morale, se essa è ciclica o lineare, o se esiste il concetto di progresso.

Origine e significato del termine[modifica | modifica wikitesto]

Da un punto di vista più positivista la filosofia della storia è la disciplina filosofica che studia la fenomenologia storica degli avvenimenti in base ai canoni della scienza, considerando ogni ideale ed entità metafisica come meri oggetti di studio.

Il primo ad usare il termine fu probabilmente Voltaire con il suo La philosophie de l'histoire del 1765, anche se la ricerca di un senso della storia è ben precedente.

Il termine storiosofia[1], coniato da Gershom Scholem[2] è sostanzialmente equivalente a filosofia della storia, anche se esso va più precisamente riferito all'intersezione di storia e metafisica.

La filosofia della storia si distingue inoltre dalla storiografia, che è lo studio della storia come disciplina accademica, e quindi riguarda i suoi metodi e le sue pratiche, come pure il suo sviluppo temporale come disciplina. Allo stesso tempo, la filosofia della storia va distinta dalla storia della filosofia, la quale è lo studio dello sviluppo delle idee filosofiche nella loro sequenza temporale.

Il rapporto con la filosofia generale[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Giudizio storico.

Le principali differenze che si interpongono fra la filosofia in generale e la filosofia storica sono molteplici.

Dal punto di vista metodologico, la filosofia propriamente detta utilizza procedimenti razionali e rigorosi, fondati su evidenze logico - concettuali. Le scienze "esatte" usano l'osservazione della natura, le logiche matematiche, quelle umane e oltre a questi metodi, ricorrono all’esperimento. La filosofia cerca un sapere che abbia un senso per l’uomo e per la sua vita. Platone interpreta la filosofia come scienza e saggezza nella sfera del divino e dell’umano. Nella filosofia moderna, in coincidenza con la nascita delle scienze, si trova anche un’altra interpretazione, che, a partire da Francesco Bacone, passa nel positivismo e poi nel neoempirismo: la filosofia, come “madre di tutte le scienze”, ha il compito di unificare e vagliare gli esiti e i metodi delle scienze particolari. Non lontano da questa prospettiva si pongono John Locke, David Hume, Immanuel Kant, che interpretano la filosofia come dottrina generale della conoscenza - un nuovo concetto di episteme - come indagine critica dei limiti e delle possibilità del sapere umano.

Se la filosofia si è sempre occupata

  • del problema metafisico (oggetto della filosofia teoretica, incentrato sulla determinazione della natura dell’essere e sull’indagine dei principi primi della realtà;
  • del problema morale (oggetto della filosofia morale o etica), che si occupa in particolare dell’analisi e della determinazione della natura dell’uomo, della finalità delle attività umane e dei mezzi per conseguirla;
  • del problema politico (oggetto della filosofia del diritto e della filosofia della politica), caratterizzato dallo studio dei fondamenti generali del diritto, dei rapporti fra diritto e strutture giuridiche, fra individuo e Stato, fra libertà e potere;
  • del problema scientifico (oggetto della filosofia della scienza o epistemologia), che ha per tema le strutture concettuali e gli apparati metodologici delle scienze (indipendentemente dagli oggetti specifici delle singole discipline), la verità e l’ipoteticità del discorso scientifico;
  • del problema religioso (oggetto della filosofia della religione), incentrato sul tentativo di determinare razionalmente le principali caratteristiche del fenomeno religioso;
  • del problema artistico (oggetto della filosofia dell’arte o estetica), che tenta di definire l’arte e la bellezza;

la filosofia della storia è una filosofia che, rispecchiando i canoni della scienza, trascendendo ogni ideale ed entità metafisica, ha per oggetto di studio la fenomenologia storica degli avvenimenti.

In questo senso, il teorema fondamentale della filosofia della storia è che la realtà storica non è un ente metafisico immutabile, anzi, essa è soggetta alle trasformazioni storico-politiche della sua epoca e attraverso varie epoche offre una varietà di aspetti.

Formulazioni in ambito cristiano[modifica | modifica wikitesto]

Il primo tentativo di inquadrare la storia entro una visuale filosofica e metafisica si deve alla concezione lineare e progressiva del tempo propria del cristianesimo, mentre nel mondo antico, così come nelle dottrine orientali, la via percorsa dall'uomo in un apparente progresso tornava ripetutamente sui suoi passi iniziali, in un sussegursi di avvenimenti sempre uguali, in maniera analoga al naturale corso del ciclo delle stagioni.[3] Fiducia nel progresso futuro è tuttavia espressa da Seneca, consapevole che più grande di quello posseduto in passato è il sapere posseduto nella sua epoca, destinato a sua volta ad essere superato dal sapere delle generazioni successive.[4]

Agostino di Ippona è quindi considerato il primo filosofo a introdurre la storia nella filosofia, una dimensione mai esplicitamente indagata dal pensiero greco.[5] La sua concezione si inserisce nel contesto escatologico dell'Antico Testamento, secondo cui Dio si serve della storia per realizzare i propri progetti di redenzione. Nel pensiero greco era certamente presente l'idea della contrapposizione tra bene e male, ma era assente la nozione del peccato, per cui non c'era una visione lineare della storia (come percorso di riscatto verso la salvezza),[6] e il mondo era concepito soltanto in forma ciclica.[7] Agostino invece ebbe presente come la lotta tra bene e male si svolge soprattutto nella storia. Ciò significa che Dio interviene attivamente nella vita terrena degli uomini, interessandosi a loro per educarli e liberarli dalle catene della corruzione.[8]

Secondo Agostino, tuttavia, permaneva un abisso tra Dio e il mondo. La divina provvidenza, pur guidando il cammino dell'umanità, rimane esterna e trascendente rispetto ad esso: lo guida, nel senso che l'indirizza fino al punto in cui la Storia avrà termine, per sboccare in ciò che è oltre il tempo. Principio e Fine restano pertanto al di là, su un piano trascendente.[9]

Una prospettiva escatologica si ritrova in età medioevale nelle attese di Gioacchino da Fiore, uno dei primi teologi cristiani a concepire una suddivisione della storia in tre grandi ere:[10] ad un'epoca del Padre, corrispondente all'ebraismo e all'Antico Testamento, contraddistinta da Mosé, ovvero l'ariete che distrugge il toro (episodio del "vitello d'oro"), era seguita secondo Gioacchino un'era del Figlio, in cui Gesù, simboleggiato dai pesci, s'è rivelato nel cristianesimo e nel Nuovo Testamento; sarebbe infine giunta una nuova era, quella dello Spirito.[11]

Rinascimento[modifica | modifica wikitesto]

Nel Rinascimento, la rivalutazione della figura dell'uomo favorì una nuova presa di coscienza del suo ruolo e del suo senso di responsabilità all'interno della storia. La filosofia politica del Cinquecento vide contrapporsi, in particolare, l'utopismo di Tommaso Moro da un lato, e il realismo di Machiavelli dall'altro. Quest'ultimo, primo teorico della "ragion di stato", espresse nel Principe il suo impegno finalizzato alla costruzione di un potere saldo ed efficiente, inserito nell'ideale rinascimentale di opporre la volontà e la responsabilità umane al dominio del caso e alle incognite della storia.

L'ideale machiavellico di uno stato forte, basato sulla comprensione delle leggi a cui perennemente soggiace la storia, fu tuttavia respinto da Guicciardini, secondo cui la storia politica rimaneva luogo di scontro di forze puramente individuali: di qui quel suo atteggiamento di affidarsi al proprio particulare, inteso come tornaconto e utile personale.

I corsi e ricorsi storici di Vico[modifica | modifica wikitesto]

Vico

Il tentativo di coniugare il finalismo cristiano della storia con la libertà dell'uomo, e con le scelte da lui operate all'interno di essa, fu perseguito soprattutto dalle correnti neoplatoniche dell'età moderna, di cui Giambattista Vico fu uno dei maggiori rappresentanti.[12] Vico concepì la storia come uno sviluppo in divenire delle idee platoniche, verità eterne che si esplicano però nella contingenza: grazie al modo specifico che ha l'uomo di esistere e di estrinsecare le Idee divine nel mondo, queste si traducono in realtà storica.

L'uomo è il creatore della civiltà, ma al di sopra di lui vi è un principio superiore, non finalistico, che regola e indirizza la storia secondo leggi che vanno al di là, o persino contrastano con i fini che gli uomini si propongono di conseguire (eterogenesi dei fini).

« Pur gli uomini hanno essi fatto questo mondo di nazioni...ma egli è questo mondo, senza dubbio, uscito da una mente spesso diversa ed alle volte tutta contraria e sempre superiore ad essi fini particolari ch'essi uomini si avevan proposti »
(Giambattista Vico, Scienza Nuova, conclusione)

Secondo Vico il metodo storico dovrà procedere attraverso l'analisi delle lingue dei popoli antichi «poiché i parlari volgari debono essere i testimoni più gravi degli antichi costumi de' popoli che si celebrarono nel tempo ch'essi si formarono le lingue», e quindi tramite lo studio del diritto, che è alla base dello sviluppo storico delle nazioni civili.

Questo metodo consente di identificare nella storia la legge fondamentale del suo sviluppo, che procede attraverso tre età:

  • l'età degli dei, «nella quale gli uomini gentili credettero vivere sotto divini governi, e ogni cosa esser loro comandata con gli auspici e gli oracoli»;[13]
  • l'età degli eroi, dove si costituiscono repubbliche aristocratiche;
  • l'età degli uomini, «nella quale tutti si riconobbero esser uguali in natura umana».[14]

L'idea vichiana di Provvidenza, ripresa da Plotino,[15] non è da intendere come un provvedere fattivamente a qualcosa, bensì come il naturale adeguarsi della realtà alle Idee che la precedono. Ne deriva che la storia non obbedisce per necessità ad scopo deliberato, imposto ad essa dall'esterno, bensì genera soltanto le condizioni storiche e contingenti in cui l'uomo si trova ad operare: di queste l'uomo si serve come strumenti per esplicare la propria stessa libertà. Egli adopera cioè le peculiarità delle situazioni storiche come materia a cui dare una forma secondo la propria volontà. L'esistenza della Provvidenza non può pertanto impedire a volte la regressione nella barbarie, da cui si genererà un nuovo corso storico che ripercorrerà, seppure in forme nuove, quelli passati, perché sottostanno tutti agli stessi modelli eterni e atemporali, secondo un andamento ciclico.

A differenza dunque di quanto dirà Hegel, la ragione per Vico non crea la verità, poiché questa è trascendente, non il risultato di un procedere storico; e per cogliere la verità, non si può fare a meno del senso e della fantasia, senza le quali appare astratta e vuota. Il fine della storia infatti non è affidato alla sola ragione, ma alla sintesi armonica di senso, fantasia e razionalità.

Romanticismo[modifica | modifica wikitesto]

Schelling

La concezione neoplatonica di una verità assoluta che si esplica nella storia ritorna nel Romanticismo. In particolare Schelling interpreta l'Idea in senso trascendentale, come progressiva realizzazione dello Spirito nella Natura. L'idealismo trascendentale è dunque per lui la dimensione in cui consiste la filosofia della storia, parallela e complementare alla filosofia della natura, che viceversa studia il modo in cui la natura si evolve progressivamente fino a spiritualizzarsi nell'intelligenza.[16] Nel Sistema dell'idealismo trascendentale viene così descritta la graduale presa di coscienza del soggetto umano, che col suo agire pratico, attraverso tre epoche di sviluppo, si attua sempre più nella realtà oggettiva.

Anche Schelling si preoccupa di conciliare il finalismo della storia con la libertà dell'uomo: questi non è vincolato da una necessità naturale, e d'altra parte non è nel puro arbitrio che egli può realizzare se stesso. La storia piuttosto è paragonata da Schelling a un dramma in cui Dio è l'autore, e l'uomo l'attore che interpreta e rimodella attivamente il ruolo assegnatogli. Nell'agire umano, così, la filosofia pratica da un lato si avvicina progressivamente e indefinitamente all'assoluto, ma come già in Kant e Fichte, ha il limite di non poterlo realizzare compiutamente. Essa è una "dimostrazione" mai conclusa dell'assoluto, che come tale resta quindi ancora (seppure in forme via via minori) oggetto di fede.

La ragione assoluta di Hegel[modifica | modifica wikitesto]

Georg Wilhelm Friedrich Hegel
Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Lezioni sulla filosofia della storia.

Con Hegel si ha un capovolgimento della prospettiva precedente, e un rinnovamento radicale della filosofia della storia, concepita in forme del tutto nuove. Per Hegel non ci sono presupposti atemporali su cui basarsi per comprendere la storia, perché la conoscenza umana muta di volta in volta, e quindi non esistono verità eterne, né una ragione astorica. L'unico punto fisso a cui fare riferimento è la storia stessa, che diventa il criterio per stabilire cosa è vero e cosa è falso. Non è la realtà a procedere dall'Assoluto, ma l'Assoluto è questo stesso procedere, evolvendosi verso una sempre maggiore consapevolezza di sè. La storia del mondo è la storia del modo in cui lo Spirito prende coscienza di sè. Non si tratta di un'entità trascendente che guida la storia, ma esso stesso si realizza nella storia, tenendone i fili e parlando attraverso i suoi uomini, che sono come strumenti nelle mani di questo ineluttabile essere supremo («astuzia della ragione»).

« Fine della storia del mondo è dunque che lo spirito giunga al sapere di ciò che esso è veramente, e oggettivi questo sapere, lo realizzi facendone un mondo esistente, manifesti oggettivamente se stesso. L'essenziale è il fatto che questo fine è un prodotto. Lo spirito non è un essere di natura, come l'animale; il quale è come è, immediatamente. [...] In questo processo sono dunque essenzialmente contenuti dei gradi, e la storia del mondo è la rappresentazione del processo divino, del corso graduale in cui lo spirito conosce se stesso e la sua verità e la realizza. »
(G. W. F. Hegel, Vorlesungen über die Philosophie der Geschichte, ed. Lasson, Leipzig, 1917[17])

Poiché la verità scaturisce da un percorso dialettico e razionale, anziché sussistere in una dimensione trascendente e astorica, non ha senso per Hegel parlare di cosa è giusto o sbagliato in assoluto, ma solo in relazione ad un preciso contesto storico. Non vi sono altri criteri, al di fuori del processo storico, per valutare l'intrinseca razionalità di qualcosa.

La filosofia della storia di Hegel si pone pertanto come la sintesi di tutte le filosofie precedenti, assimilate a gradi via via superiori dello spirito, rappresentando infine se stessa come il momento in cui la stessa filosofia della storia diventa cosciente di sè. Ne consegue l'identificazione della filosofia della storia con la storia della filosofia.

Il materialismo storico di Marx[modifica | modifica wikitesto]

Marx

Contestando ad Hegel il suo spiritualismo, il fatto che questi facesse discendere la realtà dall'idea, Marx mirò a prelevarne il «nocciolo razionale» nascosto nel «guscio mistico», applicando la sua dialettica in senso materialista, sostenendo cioè che è la base materiale, economica e storica, a generare quella sovrastruttura teorica che poi, a sua volta, tornerà a modificare la prassi. Per il resto, Marx condivideva di Hegel l'assunto che le contrapposizioni della storia non trovano conciliazione in un principio superiore (come ad esempio Dio), ma nella storia stessa, il cui esito finale, secondo Marx, non trascende le umane vicende, ma è immanente allo scontro dialettico tra le classi sociali,[18] e in particolare tra la "struttura" economica (costituita dai rapporti materiali di produzione) e la "sovrastuttura" (gli apparati culturali che ne occulterebbero la vera natura). Questo modo di concepire la filosofia della storia prese il nome di materialismo dialettico.

Marx disse dei filosofi finora succedutisi che avevano soltanto interpretato il mondo in diversi modi, sulla base di verità astratte e atemporali; ma si trattava ora di trasformarlo.[19] Presentandosi come "socialismo scientifico", in forma di scienza che abbia scoperto le leggi del divenire storico, ma anche come ideologia che prospetta tale divenire orientato verso un fine, il marxismo ha ricevuto su questo punto le critiche di diversi studiosi e filosofi, tra cui Hans Kelsen,[20] Max Weber,[21] Karl Popper,[22] i quali gli contestarono di avere mescolato e contaminato in tal modo, senza avvedersene, scienza e ideologia. Notevole danno hanno prodotto, secondo Popper, il pensiero hegelo-marxista e il materialismo nel ritenere che ogni verità sarebbe relativa all'epoca storica che la produce, ragion per cui si avrebbero anche più verità in contrasto tra loro che, anziché escludersi, convivrebbero in forma "dialettica": un pensiero foriero di relativismi che contraddice il canone principale della ricerca scientifica, che è quello di accettare le confutazioni.[23]

Storicismo e positivismo[modifica | modifica wikitesto]

Dai sistemi di Hegel e di Marx si evolve il concetto di storicismo (o "istorismo"[24][25], termini entrambi derivati dal tedesco Historismus[26]) nato nella cultura romantica tedesca,[27] per sottolineare la natura storica e progressiva della manifestazione della verità, frutto di una lenta maturazione che procede secondo una precisa logica di sviluppo. Il primo autore che presenti un simile modello teorico è Johann Gottfried Herder nel mondo tedesco, mentre in quello latino fu attribuito a Giambattista Vico.

A differenza della dialettica hegelo-marxista, basata su bruschi passaggi da una tesi a un'antitesi, il positivismo sviluppa una visione lineare della storia come accrescimento costante, pur sempre in un'ottica decisamente immanente. Comte avanza una «legge dei tre stadi», che riguardano sia lo sviluppo dell'individuo che quello dell'umanità intera, mettendo a punto una teoria sull'evoluzione della società nella storia, che è anche evoluzione del pensiero, delle facoltà dell'uomo e della sua organizzazione di vita: con la sua legge egli prefigura l'avvento dell'era positiva in cui la scienza avrebbe avuto un posto centrale nella vita degli uomini. Anche la scienza attraversa tre fasi di sviluppo in base alla sua complessità sino a giungere allo stato positivo. Tale meta viene raggiunta seguendo un criterio preciso: la semplicità o altrimenti detta generalità. Comte vuol dimostrare con questa classificazione che il pensiero positivo, che si è sviluppato dapprima nelle materie semplici, prima o poi dovrà necessariamente estendersi ad altre materie quali la politica, giungendo così alla nascita di una scienza positiva della società, la sociologia.

Al concetto di progresso viene quindi affiancata sempre più spesso la teoria darwiniana della evoluzione che viene applicata alla storia umana considerata come completamento della evoluzione biologica.

L'autore che rappresenta meglio questa concezione è Herbert Spencer che vede la storia umana come una continua progressiva evoluzione delle fasi che attraversa, anche di quelle fallite, momentaneamente negative, ma inevitabilmente superate verso il raggiungimento della piena felicità.[28]

L'escatologia di Heidegger[modifica | modifica wikitesto]

Heidegger

Nel Novecento, con l'opera di Heidegger, si è avuto un ritorno ad una visione escatologica e religiosa della storia, concepita, secondo echi della teologia negativa neoplatonica-cristiana, come l'orizzonte temporale in cui l'essere «si disvela». Heidegger riprende la verità nel significato etimologico di non-nascondimento (a-letheia),[29] andando alla ricerca di nuove forme di rivelazione: Essere è ad esempio l'infinito di «è», ed è proprio nel modo indicativo che esso viene reso di frequente, il che ne evidenzia la natura in atto. L'essere infatti, secondo Heidegger, «accade».

« L'essere accade [ereignet], e al tempo stesso fa accadere, istituisce, l'essere è evento. L'essere, nel consegnare all'orizzonte della temporalità l'uomo come progetto-gettato, "accade" esso stesso, nella misura in cui tale progetto istituisce un'apertura che è la libertà del rapporto tra l'uomo e il suo mondo. »
(Martin Heidegger[30])

In opposizione al neopositivismo, all'empirismo logico e al neokantismo, Heidegger afferma che l'essere si manifesta attraverso il linguaggio, soprattutto poetico. Un'altra prospettiva in cui l'essere può manifestarsi è quella del tempo, poiché la parola stessa ha dimensione temporale e ci parla della storicità dell'essere, che «si dà» e si nasconde attraverso le epoche. Anche qui l'analisi della temporalità dell'essere si fonda su un'indagine linguistica, in questo caso della parola greca epoché, «sospensione». Ogni epoca indica una particolare modalità di sospensione dell'essere, il quale, se per un verso «si dà» e si disvela, per l'altro rimane sempre in qualche misura in sé stesso, appunto, in sospensione, ossia nascosto.

In queste analisi Heidegger vedeva la conferma di come il singolo uomo non possa decidere arbitrariamente del proprio operato rispetto al mondo, ma si trovi inevitabilmente condizionato da situazioni storico-linguistiche fuori dal suo controllo.

« Ciò che accade all'uomo storico risulta di volta in volta da una decisione sull'essenza della verità che non dipende dall'uomo, ma è già stata presa in precedenza. »
(Martin Heidegger, cit. da La dottrina di Platone sulla verità, in Gesamtausgabe [Opere Complete], 9, Wegmarken, pag. 237, Klostermann, Frankfurt am Main 1976.[31])

Autori[modifica | modifica wikitesto]

Di seguito un elenco dei principali autori di una filosofia della storia, o che hanno sviluppato riflessioni ad essa attinenti:

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Cf. (EN) Historiosophy.
  2. ^ Cf. (EN) Stanford Encyclopedia of Philosophy.
  3. ^ Ubaldo Nicola, Atlante illustrato di filosofia, pag. 173, Firenze, Giunti Editore, 2000.
  4. ^ «Verrà un giorno in cui il passare del tempo e l'esplorazione assidua di lunghi secoli porterà alla luce ciò che ora ci sfugge. [...] Verrà il giorno in cui i nostri posteri si meraviglieranno che noi ignorassimo cose tanto evidenti» (Seneca, Naturales Quaestiones VII 25, 4-5, trad. di P.Parroni.
  5. ^ Salvatore Federico, Sommario di Filosofia, pag. 96, Youcanprint, 2014.
  6. ^ Tra gli altri, Heidegger ha evidenziato come la filosofia greca fosse incapace di pensare il concetto cristiano dell'eschaton.
  7. ^ «In epoca cristiana l'antica idea della ciclicità della storia del mondo si evolve in quella di una dimensione lineare [...]. Con l'ammissione del tempo lineare e della sua data centrale, sono di massima escluse dalla coscienza cristiana antiche concezioni, quale per esempio quella dell'intero ritorno di tutte le cose» (Ernst G. Hoffmann, Platonismo e filosofia cristiana, trad. it., Bologna, Il Mulino, 1967, p. 158 [Stuttgart-Zürich, 1960]).
  8. ^ a b Tema da lui affrontato nella Città di Dio (413-426).
  9. ^ La filosofia della storia di Agostino è quindi antitetica a quella di Hegel, che concepiva il Logos immanente o identico alla storia; o di Karl Marx, secondo cui il fine della storia si compie "dentro" la storia.
  10. ^ Ida Tiezzi, Il rapporto tra la pneumatologia e l'ecclesiologia, pag. 86, Roma, Pontificia Università Gregoriana, 1999.
  11. ^ Roris, L'alchimia del terzo millennio, pp. 87-103, Mediterranee, 1999.
  12. ^ Luigi Bellofiore, La dottrina della provvidenza in G. B. Vico, pag. 214, CEDAM, 1962.
  13. ^ «L'età degli dei nella quale gli uomini gentili credettero vivere sotto divini governi, e ogni cosa esser loro comandata con gli auspici e gli oracoli, che sono le più vecchie cose della storia profana: l'età degli eroi, nella quale dappertutto essi regnarono in repubbliche aristocratiche, per una certa da essi rifiutata differenza di superior natura a quella de' lor plebei; e finalmente l'età degli uomini, nella quale tutti si riconobbero esser uguali in natura umana, e perciò vi celebrarono prima le repubbliche popolari e finalmente le monarchie, le quali entrambe sono forma di governi umane» (G. Vico, Scienza Nuova, Idea dell'Opera).
  14. ^ G. Vico, ibidem.
  15. ^ Vittorio Mathieu, Come leggere Plotino, pag. 82, Milano, Bompiani, 2004.
  16. ^ «Come la scienza della natura ricava l'idealismo dal realismo, spiritualizzando le leggi naturali in leggi dell'intelligenza, ossia accoppiando al materiale il formale; così la filosofia trascendentale ricava il realismo dall'idealismo, in quanto materializza le leggi dell'intelligenza in leggi naturali, ossia aggiunge al formale il materiale» (Friedrich Schelling, cit. in Ciro Roselli, Breve storia della filosofia dall'antichità ai giorni nostri, pp. 473-474, Lulu Press, 2010).
  17. ^ Trad. it. Lezioni sulla filosofia della storia, pag. 61, Firenze 1941.
  18. ^ Liberi contro schiavi, patrizi contro plebei, baroni contro servi della gleba, membri di corporazioni contro artigiani, nobili contro borghesi, ed infine borghesi contro proletari: «in breve oppressore ed oppresso» (K. Marx, F. Engels, Manifesto del Partito comunista, 1848).
  19. ^ Storia della filosofia:Marx. URL consultato il 6 marzo 2008.
  20. ^ H. Kelsen, La teoria comunista del diritto, Milano 1956, pag. 68.
  21. ^ Su Weber Karl Löwith ha osservato che «nel marxismo, in quanto socialismo scientifico, Weber non avversa il fatto che esso in genere si regga su ideali scientificamente indimostrabili, ma che dia alla soggettività dei suoi presupposti fondamentali l'apparenza di una validità oggettiva e universale, confondendo l'una con l'altra e restando, nelle sue intenzioni scientifiche, prevenuto dai propri giudizi di valore e dai propri pregiudizi» (K. Löwith, Critica dell'esistenza storica, Napoli 1967, pag. 25).
  22. ^ Karl Popper, La società aperta e i suoi nemici. Hegel e Marx falsi profeti (1945), vol. II, Roma, Armando ed., 1973-74.
  23. ^ Karl Popper, La società aperta e i suoi nemici, op. cit.
  24. ^ Karl R. Popper (2002).
  25. ^ Fulvio Tessitore (2000), p. 15.
  26. ^ Eugenio Garin, Storicismo in Enciclopedia del Novecento, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, 1984. URL consultato il 23 ottobre 2014.
  27. ^ Il primo autore ad aver impiegato il termine è Novalis.
  28. ^ Spencer, Primi principi, (1862).
  29. ^ Termine composto, nel greco antico, da alfa privativo (α-, cioè «non»), più λέθος, lèthos («nascondimento»), quindi propriamente eliminazione dell'oscuramento, ovvero disvelamento (cfr. Martin Heidegger, Dell'essenza della verità, conferenza del 1930 pubblicata nel 1943, in Segnavia, trad. it. a cura di Franco Volpi, Milano, Adelphi, 1987, 5ª ed.: 2008 ISBN 9788845902635).
  30. ^ Cit. in Martin Heidegger e Hannah Arendt. Lettera mai scritta, a cura di Pio Colonnello, pag. 50, Guida, Napoli, 2009.
  31. ^ Trad. it. in Segnavia, pag. 191, Adelphi, Milano 1988.
  32. ^ Autore dell'opera di filosofia politica Il Leviatano.
  33. ^ L'attenzione di Kant alla filosofia della storia è testimoniato da diverse sue opere, come La fine di tutte le cose (1794), Per la pace perpetua (1795).
  34. ^ Autore di una Teoria e storia della storiografia (1917), ed altri saggi quali La storia come pensiero e come azione (1938), Perché non possiamo non dirci "cristiani" (1942).
  35. ^ Autore del saggio filosofico Il tramonto dell'Occidente (1918).
  36. ^ Ha esposto riflessioni di carattere storico ed esistenzialista nel saggio Nuovo Medioevo (1923).
  37. ^ Autore del saggio politico Fine della storia (1992).

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]

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