Oracolo di Delfi

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Coordinate: 38°28′58″N 22°30′22″E / 38.482778°N 22.506111°E38.482778; 22.506111

1leftarrow.pngVoce principale: Religione dell'antica Grecia.

L'Oracolo di Delfi è l'oracolo più prestigioso della religione greca del periodo classico[1].

La storia[modifica | modifica sorgente]

La storia tradizionale dell'Oracolo di Delfi è raccontata nelle prime righe delle Eumenidi, opera di Eschilo. È lo stesso oracolo, la Pythía (Πυθία anche Pizia) a parlare:

(GRC)
« πρῶτον μὲν εὐχῇ τῇδε πρεσβεύω θεῶν
τὴν πρωτόμαντιν Γαῖαν• ἐκ δὲ τῆς Θέμιν,
ἣ δὴ τὸ μητρὸς δευτέρα τόδ᾽ ἕζετο
μαντεῖον, ὡς λόγος τις• ἐν δὲ τῷ τρίτῳ
λάχει, θελούσης, οὐδὲ πρὸς βίαν τινός,
Τιτανὶς ἄλλη παῖς Χθονὸς καθέζετο,
Φοίβη• δίδωσι δ᾽ ἣ γενέθλιον δόσιν
Φοίβῳ• τὸ Φοίβης δ᾽ ὄνομ᾽ ἔχει παρώνυμον.
λιπὼν δὲ λίμνην Δηλίαν τε χοιράδα,
κέλσας ἐπ᾽ ἀκτὰς ναυπόρους τὰς Παλλάδος,
ἐς τήνδε γαῖαν ἦλθε Παρνησοῦ θ᾽ ἕδρας.
πέμπουσι δ᾽ αὐτὸν καὶ σεβίζουσιν μέγα
κελευθοποιοὶ παῖδες Ἡφαίστου, χθόνα
ἀνήμερον τιθέντες ἡμερωμένην.
μολόντα δ᾽ αὐτὸν κάρτα τιμαλφεῖ λεώς,
Δελφός τε χώρας τῆσδε πρυμνήτης ἄναξ.
τέχνης δέ νιν Ζεὺς ἔνθεον κτίσας φρένα
ἵζει τέταρτον τοῖσδε μάντιν ἐν θρόνοις•
Διὸς προφήτης δ᾽ ἐστὶ Λοξίας πατρός.
τούτους ἐν εὐχαῖς φροιμιάζομαι θεούς.
Παλλὰς προναία δ᾽ ἐν λόγοις πρεσβεύεται•
σέβω δὲ νύμφας, ἔνθα Κωρυκὶς πέτρα
κοίλη, φίλορνις, δαιμόνων ἀναστροφή•
Βρόμιος ἔχει τὸν χῶρον, οὐδ᾽ ἀμνημονῶ,
ἐξ οὗτε Βάκχαις ἐστρατήγησεν θεός,
λαγὼ δίκην Πενθεῖ καταῤῥάψας μόρον•
Πλειστοῦ τε πηγὰς καὶ Ποσειδῶνος κράτος
καλοῦσα καὶ τέλειον ὕψιστον Δία,
ἔπειτα μάντις ἐς θρόνους καθιζάνω.
καὶ νῦν τυχεῖν με τῶν πρὶν εἰσόδων μακρῷ
ἄριστα δοῖεν• κεἰ παρ᾽ Ἑλλήνων τινές,
ἴτων πάλῳ λαχόντες, ὡς νομίζεται.
μαντεύομαι γὰρ ὡς ἂν ἡγῆται θεός. »
(IT)
« Innanzi a tutto con questa preghiera fra tutti gli dèi la prima profetessa, Terra[2], io venero. E dopo di lei Themis[3], che con la madre, per seconda -a quanto si dice- sedeva sul trono della profezia; e poi toccò per terza a un'altra Titanide -erano d'accordo, e non ci fu violenza[4]- e la figlia della Terra sedette sul trono: Febe[5]. Fu lei a concedere a Febo il potere profetico, come dono natale.
Da Febe, Febo prese il nome. A Delo lasciò il terreno palustre, lasciò gli scogli, e approdò alle coste e ai porti di Pallade[6]: giunse a questa terra e trovò dimora sul monte Parnaso.
Grande onore fecero al dio i figli di Efesto: lo accompagnarono, gli aprirono la via, e bonificarono quella terra che era selvaggia[7]. Al suo arrivo il dio fu festeggiato solennemente dal popolo e da Delfo che era il sovrano, al governo di quella terra. E Zeus insediò nel dio, nella sua mente, l'arte mantica: quarto profeta ora lui siede sul trono. E il Lossia[8] è interprete di Zeus, suo padre.
Questi dèi per primi nelle mie preghiere io voglio cantare, e poi a Pallade Pronaia[9] con le mie parole voglio rendere onore; e alle ninfe, che stanno nel roccioso antro Coricio, dove vivono gli uccelli e gli dèi tornano spesso. Bromio[10] è signore del luogo -non lo dimentico: da là il dio mosse con il suo esercito di baccanti, per straziare Penteo, braccandolo a morte come una lepre.
E le fonti del Plisto e la potenza di Poseidone[11] ancora io invoco; e l'altissimo Zeus che tutto compie: come sua interprete io siedo su questo seggio.
E ora gli dèi mi concedano fortuna, che mi vada meglio rispetto a quelli che sono entrati qui prima: se sono arrivata dei Greci, entrino tirando a sorte il loro turno, come di rito: io darò profezia come il dio mi insegna. »
(Eschilo. Eumenidi 1-34. Traduzione di Monica Centanni, in Eschilo Le tragedie, Milano, Mondadori, 2007, pp. 598-601)

Diverso il racconto tradizionale dell'Inno omerico ad Apollo[12]:

(GRC)
« πρῶτον μὲν εὐχῇ τῇδε πρεσβεύω θεῶν
τὴν πρωτόμαντιν Γαῖαν• ἐκ δὲ τῆς Θέμιν,
ἣ δὴ τὸ μητρὸς δευτέρα τόδ᾽ ἕζετο
μαντεῖον, ὡς λόγος τις• ἐν δὲ τῷ τρίτῳ
λάχει, θελούσης, οὐδὲ πρὸς βίαν τινός,
Τιτανὶς ἄλλη παῖς Χθονὸς καθέζετο,
Φοίβη• δίδωσι δ᾽ ἣ γενέθλιον δόσιν
Φοίβῳ• τὸ Φοίβης δ᾽ ὄνομ᾽ ἔχει παρώνυμον.
λιπὼν δὲ λίμνην Δηλίαν τε χοιράδα,
κέλσας ἐπ᾽ ἀκτὰς ναυπόρους τὰς Παλλάδος,
ἐς τήνδε γαῖαν ἦλθε Παρνησοῦ θ᾽ ἕδρας.
πέμπουσι δ᾽ αὐτὸν καὶ σεβίζουσιν μέγα
κελευθοποιοὶ παῖδες Ἡφαίστου, χθόνα
ἀνήμερον τιθέντες ἡμερωμένην.
μολόντα δ᾽ αὐτὸν κάρτα τιμαλφεῖ λεώς,
Δελφός τε χώρας τῆσδε πρυμνήτης ἄναξ.
τέχνης δέ νιν Ζεὺς ἔνθεον κτίσας φρένα
ἵζει τέταρτον τοῖσδε μάντιν ἐν θρόνοις•
Διὸς προφήτης δ᾽ ἐστὶ Λοξίας πατρός.
τούτους ἐν εὐχαῖς φροιμιάζομαι θεούς.
Παλλὰς προναία δ᾽ ἐν λόγοις πρεσβεύεται•
σέβω δὲ νύμφας, ἔνθα Κωρυκὶς πέτρα
κοίλη, φίλορνις, δαιμόνων ἀναστροφή•
Βρόμιος ἔχει τὸν χῶρον, οὐδ᾽ ἀμνημονῶ,
ἐξ οὗτε Βάκχαις ἐστρατήγησεν θεός,
λαγὼ δίκην Πενθεῖ καταῤῥάψας μόρον•
Πλειστοῦ τε πηγὰς καὶ Ποσειδῶνος κράτος
καλοῦσα καὶ τέλειον ὕψιστον Δία,
ἔπειτα μάντις ἐς θρόνους καθιζάνω.
καὶ νῦν τυχεῖν με τῶν πρὶν εἰσόδων μακρῷ
ἄριστα δοῖεν• κεἰ παρ᾽ Ἑλλήνων τινές,
ἴτων πάλῳ λαχόντες, ὡς νομίζεται.
μαντεύομαι γὰρ ὡς ἂν ἡγῆται θεός. »
(IT)
« Di là, pieno d'ira[13] procedesti rapidamente verso la montagna,
e giungesti a Crisa, collina rivolta a occidente,
ai piedi del Parnaso coperto di neve. Su di essa
incombe una rupe, e sotto si estende una valle profonda,
scoscesa. Là Febo Apollo, il signore, decise
d'innalzare l'amabile tempio; e così disse:
"Qui io intendo innalzare uno splendido tempio
che sia oraclo per gli uomini, i quali sempre
qui mi porteranno perfette ecatombi
- quanti abitano il Peloponneso fecondo,
quanti abitano l'Europa, e le sue isole circondate dal mare-
desiderosi di consultare l'oracolo: e a tutti loro il mio consiglio infallibile
io esprimerò, dando responsi nel pingue tempio".
Così parlava Febo Apollo; e gettò le fondamenta,
ampie, profonde, compatte. Su di esse poi
innalzavano un basamanto di pietra Trofonio[14] e Agamede
figli di Ergino, cari agli dei immortali;
edificavano poi le mura del tempio infinite stirpi di uomini
con pietre saldamente impiantate, perché fosse eterno celebrato nel canto.
Lì vicino era la fonte dalle belle acque[15], ove il dio figlio di Zeus
uccise la dracèna[16] col suo arco possente:
mostro, vorace, grande, selvaggio, che molti mali
infliggeva agli uomini sulla terra; molti ad essi
o molti al bestiame dalle agili zampe, poiché era un sanguinario flagello. »
(Inno omerico ad Apollo 281-304. Traduzione di Filippo Cassola, in Inni omerici, Milano, Fondazione Lorenzo Valla/Mondadori, 2006, pp. 130-133)
Omphallos.jpg
Themis Aigeus Antikensammlung Berlin F2538.jpg
Il tempio di Apollo a Delfi. Collocato a 500 metri di altitudine e, in linea d'aria, a 8 km dal Golfo di Corinto, il santuario panellenico di Delfi, di cui il tempio è la principale costruzione, risale all'Età micenea anche se non si conosce con certezza quando sia avvenuta la sua attribuzione ad Apollo. Dipendente dalla città di Delfi (che decideva ad esempio la promanzia), a partire dal VI secolo a. C. il santuario passò sotto il controllo dell'Anfizionia (ἀμϕικτιονία) pilaio-delfica[17]. Intorno alla metà del VI secolo a.C. il tempio fu distrutto da un incendio. Nel 505 terminerà la sua ricostruzione, avviata grazie ai finanziamenti dei Greci e non solo (contribuì anche il faraone Amasi), e prenderà il nome di tempio degli Alcmeonidi, per via dell'importante ruolo svolto nella ricostruzione dalla famiglia ateniese degli Alcmeonidi, qui esiliata. Nel 373 a. C. il tempio venne nuovamente distrutto, questa volta quasi certamente da un terremoto. La sua ricostruzione tarderà fino al 325 a.C. per via della Terza guerra sacra (356-346). Il tempio è periptero, misura 21,64 per 58,18 metri, possiede 6 colonne doriche sulla facciata e 15 per ogni lato. Il suo interno è diviso in tre vani: il prónaos(πρόνᾱος, dal lato delle colonne ancora rimaste in piedi), il naós (νᾱός) e l'opisthódomos (ὀπισθόδομος). Il prónaos raccoglieva le "massime" dei Sette Sapienti[18]. Il naós, dalla pianta molto allungata, ospitava invece alcuni altari tra cui quello di Estia e quello di Poseidone. Un locale posto sotto il tempio fungeva da ádyton (ἄδυτον), il luogo dove la Pythía (Πυθία, anche Pizia) pronunciava gli oracoli (χρησμός, chrēsmós). A sinistra l'immagine di una copia romana dell'omphalós (ὀμφαλός), la pietra conservata nel tempio dove indicava il centro, l'"ombelico" dell'intero mondo[19][20].A destra una kylix attica a figure rosse del 440-430 a.C, opera del Pittore di Kodros, conservata presso l'Antikensammlung di Berlino. In questa immagine Egeo, il mitico re di Atene, consulta non la Pythía, ma la dea Themis, divinità della legge e in Eschilo seconda detentrice dell'oracolo, assisa sul bacile di un tripode (τρίπους) di foggia simile a quelli usati per bollire le carni sacrificali[21].

Evidenze archeologiche hanno dimostrato che il sito in cui era collocato l'oracolo fu luogo sacro fin dall'epoca pre-greca[22]. In epoca antica la consultazione dell'oracolo conservava una periodicità annuale avvenendo il 7 del mese di Bisio (febbraio/marzo)[23], in epoca classica tale periodicità acquisì una ordinaria cadenza mensile più le consultazioni considerate straordinarie[24]. L'organizzazione templare risultava articolata: i sacerdoti (ἱερεύς) di Apollo erano due e venivano nominati a vita, essi avevano cura del culto al dio e conservavano la sua statua; seguivano gli hósioi (Ὄσιοι) in numero di cinque, nominati anch'essi a vita controllavano il rispetto dei riti lì celebrati; i prophétes (προφήτης) assistevano invece la Pythía (Πυθία); seguiva altro personale addetto ai sacrifici (μάγειροι), alle pulizie, all'amministrazione[25]. La personalità più prestigiosa era la Pythía, la profetessa, scelta tra le donne di Delfi senza alcuna selezione in base all'età e nominata a vita. Potevano esservi più profetesse, fino a tre, la loro esistenza sacra era regolata dalla purezza rituale e dalla continenza, condizione esibita anche per mezzo di un preciso abbigliamento[26] e per un'alimentazione regolata[27]. La Pythía viveva nel santuario[28].

Nel caso delle consultazioni ordinarie (mensili), chiunque poteva chiedere responsi e il sacrificio che precedevano i riti era offerto dalla città di Delfi; per quanto attiene invece le consultazioni "straordinarie", il sacrificio che le precedeva era a spese proprie del consultante il quale, se straniero, poteva procedere solo se accompagnato da un prosseno di Delfi[29]. L'ordine della consultazione seguiva secondo alcune rigide regole: i Greci consultavano prima dei barbari, tra i Greci i cittadini di Delfi avevano la precedenza, a seguire i cittadini dell'anfizionia pilaio-delfica. Nel caso si fosse presentata la condizione di uguale diritto, allora si tirava a sorte. La città di Delfi si riservava comunque il diritto di riconoscere per decreto la promanzia (προμαντεία), ovvero la possibilità offerta a un consultante di essere ricevuto dall'oracolo prima di altri[30].

Prima di ogni singolo oracolo, il consultante doveva offrire il πέλανος (pelanós), una libagione in natura, e pagare una tassa il cui ammontare si differenziava in base al fatto se il consulto atteneva alla sfera privata ovvero a quella pubblica. Seguiva un primo sacrificio cruento detto πρόθυσις (próthysis) che corrispondeva generalmente a una capra e, infine, il consultante doveva deporre sul tavolo sacro una ulteriore parte di un'altra vittima sacrificale[31]. A questo punto si avviava la consultazione, secondo i testi la Pythía entrava nel tempio e faceva bruciare farina d'orzo e foglie di alloro sulla hestía (εστία) dal fuoco perenne[32], quindi scendeva nell'ádyton (ἄδυτον), il sacro locale posto sotto la pavimentazione del tempio, dove era collocato anche l'omphalós (ὀμφαλός), la sacra pietra che indica il centro del mondo. Lì seduta su un calderone sacrificale (lebēs, λέβης) chiuso da un coperchio e poggiato su un tripode (trípous, τρίπους), tenendo un ramo d'alloro (dáphnē, δάφνη) tagliato fresco e circondata da misteriosi vapori provenienti da una fenditura del terreno che salivano verso un'apertura verticale come quella di un pozzo[32], ella pronunciava gli oracoli che il προφήτης metteva per iscritto in esametro "omerico". Non si sa dove il consultante si collocasse, né se la sua domanda venisse o meno trascritta, ma questa domanda era proposta per mezzo di un'alternativa a cui la Pythía rispondeva[33].

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ «il supremo oracolo della Grecia in età classica» William Keith Chambers Guthrie. Dizionario di antichità classiche (Oxford Classical Dictionary ), pp. 617 e sgg..
  2. ^ È la dea Gaia (Γαῖα), la prima profetessa (πρωτόμαντιν protómantis)
  3. ^ Θέμις, figlia dell'unione di Gaia con Urano in Esiodo Teogonia 133-138
  4. ^ Forse è un richiamo ad altre tradizione che vogliono un'eredità conquistata con la violenza come il combattimento tra Apollo e il mostro Pitone presente nell'inno "omerico" ad Apollo, cfr. Pauline Schmitt Pantel. Delfi, gli oracoli, la tradizione religiosa in Storia Einaudi dei Greci e dei Romani, vol.5, p. 252.
  5. ^ Φοίϐη, anche lei, come Themis, figlia dell'unione i Gaia con Urano in Esiodo Teogonia 133-138
  6. ^ Da Delo, Apollo giunse ad Atene.
  7. ^ Indica l'arrivo di Apollo a Delfi.
  8. ^ Λοξίας, epiteto di Apollo, la divinità oracolare "dai responsi ambigui".
  9. ^ Atena Pronaia (προναία, davanti al tempio), il cui tempio a Delfi era posto di fronte al tempio di Apollo, cfr. Erodoto I,92.
  10. ^ Epiteto di Dioniso, Βρόμιος: il "rumoroso".
  11. ^ Il cui culto a Delfi era antichissimo, cfr. Pausania, X,24.
  12. ^
    « Apollo apprese la mantica da Pan, figlio di Zeus e di Ibris, e si recòa Delfi; là in quel tempo vaticinava Temi. Poiché il guardiano dell'oracolo il serpente Pitone, gli impediva di avvicinarsi alla fenditura, egli lo uccide e si impadronisce dell'oracolo. »
    (Apollodoro, Biblioteca, IV,1 e sgg.; Traduzione di Paolo Scarpi, p.18-19)
    Ma anche:
    « E quel drago di fosche strie,/che gli alberi/di riflessi di porpora/ombravano,/ mostro immane a guardia di mantiche sedi,/ era lì./ Ancora bambino cingevano te/ quelle braccia materne, e tu, balzando,/morte per lui fosti, Febo, e poi dell'oracolo re./Ivi sul tripode stai nell'oro, e del veridico/trono oracoli doni agli uomini,/ da quell'adito presso la fonte Castalia, e domini/ della terra il centro./Respinta poi Temi fu,/ figlia di Gea, dalle sue mantiche sedi dal dio./ La Terra allora creò/quelle notturne visioni di sogno/ che rivelavano cose passate,/ cose future ai mortali, nei bui/giacigli, che visitavano/ sonni ctonî. »
    (Euripide. Ifigenia in Tauride 1245 e sgg.; traduzione di Filippo Maria Pontani, in Euripide, Le tragedie vol. II, Milano, Mondadori, 2007 p.433)
  13. ^ Apollo è irato per aver incontrato lungo il cammino la città dei Flegii, "uomini empi che vivevano sulla terra senza darsi pensiero di Zeus". I Flegi, popolo mitico, sono nemici di Apollo, praticanti il ladrocinio, il loro eroe eponimo è Flegyas (Φλεγύας) figlio del dio Ares.
  14. ^ Τροφώνιος è una divinità ctonia piuttosto antica, venerata nella località beota di Lebadeia dove possedeva un famoso oracolo.
  15. ^ Probabilmente intende la fonte Castalia (Κασταλία).
  16. ^ δράχαινα, dragonessa, in quanto "serpente" di grandi dimensioni. In altre fonti tale mostro è presentato di sesso maschile e i suoi nomi sono Delphynes (ad es. Apollonio Rodio, II, 706 o scolio a Callimaco A Delo 91 e Ad Apollo 100-1) o Python (ad es. Eforo, 70 o Jacoby, fr. 31).
  17. ^ Lega di dodici popoli che risiedevano nei pressi del santuario di Demetra ad Antela e di quello di Apollo a Delfi; tale lega nominava un consiglio di 24 (due per ogni popolo) ieromnemoni (ἱερομνήμονες), assistiti dai pilagori (πυλαγόρας), che garantivano sugli eventuali conflitti, il finanziamento del santuario e le gare pitiche.
  18. ^ Pausania X,24.
  19. ^ L'originale è andato perduto, cfr. Georges Roux, Delphes son oracles et ses dieux, Belles Lettres, Parigi, 1976, p. 131.
  20. ^ Sul suo risultare il "centro" della terra, cfr. Pindaro Pitiche IV, 73-74:«E giunse raggelante un responso al suo animo saggio,/articolato presso l'ombelico (ὀμφαλός) della madre fiorente di alberi.» Traduzione di Franco Ferrari, in Pindaro, Pitiche, Milano, Rizzoli, 2008, p.117
  21. ^ Mircea Eliade e Ioan P. Couliano. Religioni della Grecia, in Religioni. Milano, Jaca Book,1992, p. 310.
  22. ^ William Keith Chambers Guthrie. Op.cit. p.617
  23. ^ Plutarco Quaestiones graecae (Αἴτια ἑλληνικά), 292d.
  24. ^ Pauline Schmitt Pantel. Op.cit. p.262
  25. ^ Pauline Schmitt Pantel. Op.cit. p.263
  26. ^ Il suo abito era quello di una fanciulla, cfr. Diodoro Siculo, XVI, 26.
  27. ^ Pauline Schmitt Pantel. Op.cit. p.263
  28. ^ Pauline Schmitt Pantel. Op.cit. p.263.
  29. ^ Pauline Schmitt Pantel. Op.cit. p.262.
  30. ^ Pauline Schmitt Pantel. Op.cit. p.262.
  31. ^ Pauline Schmitt Pantel. Op.cit. p.262-3.
  32. ^ a b Walter Burkert. La religione greca, p.245.
  33. ^ Pauline Schmitt Pantel. Op.cit. p.262

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