Alterità
| (FR) « Je est un autre » |
(IT) « Io è un altro » |
| (Rimbaud, lettera a Georges Izambard; Charleville, 13 maggio 1871 e, due giorni dopo, lettera a Paul Demeny[1]) | |
Alterità, come sinonimo di diversità, indica la differenza tra due entità. Derivato dal latino alter, diverso, il termine in ambito filosofico significa l'opposto di identità.
Indice |
Platone [modifica]
Platone concepisce l'alterità come uno dei cinque "generi sommi" [2] rigettando l'identificazione tra essere ed identità che caratterizzava la filosofia eleatica per cui l'essere come attributo va riferito alle molteplici idee le quali sono perciò altre, diverse, le une dalle altre.
L'unità di sistema [modifica]
Nasceva quindi per Platone il problema di come la molteplicità delle idee potesse conservare, escludendo il divenire, il carattere di unicità, immutabilità che contraddistingueva il mondo ideale eterno da quello altrettanto molteplice, e perciò mutevole, terreno.
Una prima soluzione di carattere morale, era quella per cui si introduceva tra le molteplici idee un'unità di sistema, nel senso che in tutte le diverse idee circolava, come elemento unificatore, l'idea di bene che faceva sì che, pur rimanendo diverse le une dalle altre, ognuna di esse era "buona" accomunandosi per questo valore a tutte le altre.
Così come tutte le diverse parti, ad esempio, di un orologio, si unificano come sistema nell'orologio stesso.
Non essere come "essere diverso" [modifica]
Un'altra soluzione di carattere logico-linguistico era quella per cui ogni idea era se stessa e, nello stesso tempo, non era tutte le altre: questa presenza dell'essere e del non-essere però non implicava la realtà del divenire, inteso come mescolanza di essere e non essere, che avrebbe inficiato l'immutabilità delle idee, poiché, sosteneva Platone, quel "non essere" non voleva dire non esistere, per cui ne sarebbe derivato l'insanabile contrasto di una stessa cosa che era, esisteva, e non era, non esisteva, ma voleva semplicemente dire che ognuna di esse era diversa da tutte le altre, conservando in questo modo la caratteristica dell'essere, dell'unicita e immutabilità.[3]
Aristotele [modifica]
Aristotele distingue l'alterità (intesa genericamente come diversità, per cui tutte le cose sono in genere diverse) dalla differenza che è la diversità tra cose dello stesso genere.
Hegel [modifica]
| Per approfondire, vedi Logica hegeliana. |
Per il filosofo dell'idealismo, il qualcosa, l'essere caratterizzato qualitativamente, è in una contrapposizione logica negativa con l'"altro" da sé stesso, non è l'altro e quindi ne subisce il limite ma, nello stesso tempo, questa sua limitatezza dà il via a un percorso progressivo di alterazione delle proprie qualità all'infinito (come per esempio accade nei fenomeni chimici).
Esistenzialismo [modifica]
| Per approfondire, vedi Alienazione. |
Il termine alterità si trova spesso nell'esistenzialismo intesa come alienazione, estraneazione dell'individuo da sé stesso.
Lévinas [modifica]
| Per approfondire, vedi Emmanuel Lévinas. |
Al contrario, per filosofi come Emmanuel Lévinas (1905-1995) l'alterità non solo non è un disvalore, ma è il valore etico più elevato.
Natoli [modifica]
| Per approfondire, vedi Magnanimità e Parole della filosofia, o dell'arte di meditare. Capitolo 7: Responsabilità/Alterità. |
Altrettanto favorevole a valutare positivamente l'alterità è Salvatore Natoli (1942) che, rielaborando il concetto aristotelico di magnanimità, giudica il considerare il bene dell'altro la migliore delle virtù: «Il magnanimo non guarda gli altri non perché li sottovaluta, ma perché trova nel compito che si è prefisso la propria misura»[4] e «In questo padroneggiarsi ci si rende, paradossalmente, più disponibili nei confronti degli altri, si diventa indirettamente generosi, dal momento che bonum est diffusivum sui.»[5]
Note [modifica]
- ^ Cfr. la doppia occasione su books.google.it.
- ^ Cfr. Platone, Fedro
- ^ Cfr. G. Calogero, Studi sull'eleatismo, Roma 1932; (2ª edizione Firenze 1977)
- ^ Cf. S. Natoli, Parole della filosofia o Dell'arte di meditare, Milano, Feltrinelli, 2004, p. 133. ISBN 88-071-0365-6; ISBN 978-88-0710-365-0. 4ª ed. 2010. ISBN 88-079-4452-9; ISBN 978-88-0794-452-9.
- ^ Ibidem.
Bibliografia [modifica]
- N. Abbagnano, Dizionario di filosofia, UTET, Torino 1971 (seconda edizione).
- F. Brezzi, Dizionario dei termini e dei concetti filosofici, Newton Compton, Roma 1995.
- Centro Studi Filosofici di Gallarate, Dizionario dei filosofi, Sansoni, Firenze 1976.
- Centro Studi Filosofici di Gallarate, Dizionario delle idee, Sansoni, Firenze 1976.
- Enciclopedia Garzanti di Filosofia, Garzanti, Milano 1981.
- E.P. Lamanna / F. Adorno, Dizionario dei termini filosofici, Le Monnier, Firenze (rist. 1982).
- L. Maiorca, Dizionario di filosofia, Loffredo, Napoli 1999.
- D.D. Runes, Dizionario di filosofia, 2 voll., Mondadori, Milano 1972.
- G. Calogero, Studi sull'eleatismo, Roma 1932; (2ª edizione Firenze 1977)
- G. Calogero, Storia della logica antica,La struttura del pensiero arcaico, Firenze 1968
- G. Giannamtoni, La filosofia greca dal 6. al 4. secolo, Padova: Piccin, c1983.
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