Pragmatica

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La pragmatica è una disciplina della linguistica che si occupa dell'uso della lingua come azione reale e concreta. Non si occupa della lingua intesa come sistema di segni, ma osserva come e per quali scopi la lingua viene utilizzata e in che misura soddisfi esigenze e scopi comunicativi. Più nello specifico, la pragmatica si occupa di come il contesto influisca sull'interpretazione dei significati. In questo caso, per "contesto" si intende "situazione", cioè l'insieme dei fattori extralinguistici (sociale, ambientale e psicologico) che influenzano gli atti linguistici.[1]

Oggetto della pragmatica[modifica | modifica sorgente]

La pragmatica studia in particolare gli enunciati, che si compongono a loro volta di sintagmi, solitamente nel contesto delle conversazioni.

In pragmatica si tende a fare distinzione tra significato dell'enunciato e intenzione del parlante. Il significato dell'enunciato è il suo significato letterale, mentre l'intenzione del parlante è il concetto che il parlante tenta di trasmettere.

La capacità di comprendere il significato inferito da un altro parlante viene definita "competenza pragmatica".

John Langshaw Austin ha affermato, nel 1962, che nella pragmatica si cercano risposte alla questione How to do things with words ("come fare cose con le parole"). Con enunciati linguistici non si descrive solamente uno stato di cose: si può promettere, minacciare, avvertire, affermare. Spesso non si distingue tra contenuti specialistici veri o falsi, dei quali si occupa la logica. Una domanda non è né vera né falsa.

Per comprendere natura e scopi della pragmatica linguistica è sufficiente riflettere sul fatto che, affinché la comunicazione tra utenti di una lingua riesca, non è sufficiente che gli interlocutori siano in possesso di conoscenze relative a fonetica, morfologia, sintassi, lessico di una determinata lingua. Tali conoscenze, infatti, dal punto di vista logico, non sono in grado di gestire adeguatamente precisi fenomeni linguistici di grande rilievo.[1] Tali fenomeni sono[1]:

  • l'ambiguità di singole parole o di interi enunciati, che mette in capo all'ascoltatore l'esigenza di disambiguare tra i diversi significati possibili, innanzitutto a partire da un'analisi del contesto (un fattore extralinguistico)
  • l'uso non letterale dei segni, così come questo è sviluppato nell'uso umoristico o sarcastico dei segni e in tutti i casi in cui l'intenzione comunicativa reale è diversa da quella apparente (come quando, per mera cortesia, si dice "Non mi sono spiegato", intendendo "Non hai capito", o come quando un mafioso chiede un "favore" a qualcuno, quando di fatto si tratta di un comando perentorio)
  • la necessità di un soccorso specifico da parte del mittente affinché determinate parole (egli, questo, quello etc.) acquisiscano per il ricevente un preciso referente nella realtà
  • la possibilità di emettere messaggi indiretti, per cui l'intenzione comunicativa apparente, seppur non falsa, va intesa elasticamente (come quando, dicendo "Sono rimasto senz'acqua", emetto indirettamente una richiesta, o come quando, dicendo "C'è da fare", posso intendere una richiesta di aiuto o il rifiuto di una proposta): in questi casi, la comunicazione è legata a regole di cortesia che producono eufemismi (quando chiedo "Sa l'ora?" emetto sempre una richiesta, certamente distante dal significato letterale della domanda, per cui non ci si attende un semplice "Sì.")
  • il potere di certi enunciati di determinare direttamente degli effetti nella realtà, per cui il significato "è situato [...] sul piano dell'azione"[1]: è il caso di atti perlocutivi (espressi tipicamente da verbi detti "performativi") come giurare, comandare, assolvere, benedire, maledire etc.

Complessivamente, dunque, esistono delle "convenzioni comunicative" che integrano i messaggi e sono indispensabili per l'effettività della comunicazione. La somma di competenza pragmatica e di competenza linguistica produce la cosiddetta "competenza comunicativa".[1]

Storia della disciplina[modifica | modifica sorgente]

La pragmatica moderna nasce nel XX secolo. Charles W. Morris la distingue da sintattica e semantica in Foundations of the Theory of Signs (Lineamenti di una teoria dei segni) del 1938 e in Sign, Language, and Behavior (Segni, linguaggio e comportamento) del 1946. Secondo Morris, sintattica, semantica e pragmatica sono le tre parti di cui si compone la semiotica (o teoria dei segni): la sintattica studia il rapporto tra i segni, la semantica studia il rapporto tra segni e referenti, la pragmatica studia il rapporto tra i segni e gli utenti della lingua.[2] Se la fortuna della pragmatica in ambito filosofico è inquadrata negli anni cinquanta (come risposta al positivismo logico), è con gli anni settanta, in reazione al chomskismo, che essa si afferma in ambito squisitamente linguistico.[3]

Antecedenti possono essere rintracciati in Aristotele, nella filosofia stoica, in John Locke e in Ludwig Wittgenstein. Importante è poi il ruolo di John Langshaw Austin e John Searle. Nel campo linguistico Wilhelm von Humboldt, Philipp Wegener e soprattutto Karl Bühler possono essere considerati i suoi eminenti fondatori.[senza fonte]

Negli anni settanta la disciplina ha visto i contributi di Dieter Wunderlich e Utz Maas[2]. Esiste poi un ramo della psicologia che si è interessata fortemente dell'influenza della comunicazione sul comportamento: in questo ambito, uno dei massimi studiosi della pragmatica della comunicazione umana è stato Paul Watzlawick (Pragmatic of Human Communication del 1967[4]).[2]

I diversi metodi e approcci non sono facilmente riconducibili ad un minimo comune denominatore. Tra le più note correnti e oggetti di ricerca vi sono la Teoria degli atti linguistici di Austin e Searle, la teoria delle massime conversazionali di Paul Grice, la pragmatica universale di Jürgen Habermas e la pragmatica funzionale riconducibile a Karl Bühler. L'analisi conversazionale orientata e costruttiva di Harvey Sacks e della fenomenologia viene tradizionalmente annoverata nella pragmatica, anche se l'azione non occupa un posto centrale. Nella pragmatica funzionale è decisiva la categoria dello scopo di un'azione. L'agire è ripartito socialmente in modelli di attività finalizzati ad uno scopo (per esempio domanda-risposta, complicazione-soluzione), ai quali corrisponde una specifica azione dell'attante. Lo scopo del modello della domanda è infatti il superamento delle lacune nella conoscenza enciclopedica del parlante.

Nel complesso, la pragmatica è una disciplina recente, che coinvolge filosofia, linguistica, psicologia e antropologia, e il cui oggetto non è distintamente definito.[3]

Rapporto con altre discipline dal punto di vista semiotico[modifica | modifica sorgente]

La pragmatica si occupa essenzialmente dell'utilizzo della lingua, in contrapposizione alla semantica, che si concentra sulle condizioni di verità e sul significato delle parole indipendentemente dal contesto. Il linguista americano Gerald Gazdar definisce la pragmatica come "meaning minus truth conditions" (significato meno condizioni di verità). Una precisa distribuzione delle competenze di entrambi i campi non è tuttavia nella maggior parte dei casi possibile. Ecco perché per molti linguisti la semantica è parte della pragmatica: il suo significato è il suo uso, secondo una frase di Wittgenstein. Per questo la pragmatica solleva questioni anche nel campo della sociolinguistica, che considera l'uso della lingua come un fattore sociale e culturale.

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ a b c d e Alberto Sobrero, «Pragmatica», cit., pp. 403-406.
  2. ^ a b c Gian Luigi Beccaria (a cura di), Dizionario di linguistica, ed. Einaudi, Torino, 2004, ISBN 978-88-06-16942-8, ad vocem, p. 598.
  3. ^ a b Alberto Sobrero, «Pragmatica», cit., p. 406, nota 3.
  4. ^ Watzlawick P., Beavin J.H., Jackson D.D., Pragmatica della comunicazione umana. Astrolabio-Ubaldini, Roma 1971.

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

  • Domaneschi F., Introduzione alla pragmatica. Carocci, Roma, 2014
  • Bertuccelli Papi M., Che cos'è la pragmatica. Bompiani, Milano, 1993
  • Bianchi C., Pragmatica del linguaggio. Laterza, Bari, 2003
  • Alberto Sobrero, «Pragmatica», in Alberto Sobrero (a cura di), Introduzione all'italiano contemporaneo. Le strutture, ed. Laterza, Roma-Bari, 1993 (11ª edizione: 2011), ISBN 978-88-420-4309-6

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