Carboneria

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La bandiera della Carboneria[1]

La Carboneria è stata una società segreta rivoluzionaria italiana, nata nell'allora Regno di Napoli durante i primi anni dell’Ottocento su valori patriottici e liberali.

Caratteri generali[modifica | modifica sorgente]

Diploma di affiliato alla carboneria

Il nome "Carboneria" derivava dal fatto che i settari dell’organizzazione avevano tratto il loro simbolismo ed i loro rituali dal mestiere dei carbonai, ovvero coloro che preparavano il carbone e lo vendevano al minuto.

L’organizzazione, di tipo gerarchico, era molto rigida: i nuclei locali, detti "baracche", erano inseriti in agglomerati più grandi, detti "vendite", che a loro volta dipendevano dalle "vendite madri" e dalle "alte vendite". Anche le sedi avevano naturalmente dei nomi in codice: ad esempio, una di quelle oggi più note è Villa Saffi, presso Forlì, indicata coll'esoterico nome di Vendita dell'Amaranto.

Poco altro si conosce con certezza, e il fatto che gli storici non conoscano bene le varie organizzazioni settarie dipende, ovviamente, dalla necessità per gli adepti di mantenere il più stretto riserbo, di non affidare a scritti o documenti le tracce di un'attività che, se scoperta dalla polizia, poteva portare in carcere o al patibolo.

Simbologia[modifica | modifica sorgente]

I locali nei quali si riunivano i carbonari erano detti "baracche". Di solito, al centro di questi locali era collocato un altare sul quale erano riposti una serie di oggetti che simboleggiavano i valori e gli ideali della Carboneria: il carbone ricordava la fatica; un bicchiere d'acqua che simboleggiava la purezza; il sale, che era usato per la conservazione degli alimenti, rappresentava l'incorruttibilità; un gomitolo per la solidarietà; una fascina di legno, ricordava l'unione dei membri; una corona di spine che simboleggiava le difficoltà e la sofferenza; una piccola scala che indicava il percorso per raggiungere i valori della Carboneria[2].

Il Gran Maestro presiedeva le riunioni fregiato con la fascia con il tricolore della carboneria e mantenendo in mano una scure, simbolo del proprio potere all'interno della vendita[3].

Prima pagina degli Statuti dell'Ordine

I colori della bandiera della Carboneria avevano una precisa simbologia: l'azzurro rappresentava la speranza e la volontà di raggiungere la libertà; il rosso, l'impegno necessario per il suo raggiungimento; il nero, che indicava la fede incrollabile[4].

Gli iscritti[modifica | modifica sorgente]

Gli iscritti alla Carboneria aspiravano soprattutto alla libertà politica e a un governo costituzionale: erano in gran parte intellettuali e studenti; alcune minoranze erano borghesi e classi sociali più elevate; i Carbonari si erano divisi in due settori o "logge": quella civile, destinata alla protesta pacifica e alla propaganda, e quella militare, destinata alle azioni di guerriglia.

Come in ogni società segreta, chi si iscriveva alla Carboneria non ne doveva conoscere tutte le finalità fin dal momento della sua adesione: gli adepti erano infatti inizialmente chiamati "apprendisti", diventavano "maestri" e, infine, "grandi maestri". Il Gran Maestro ricopriva il ruolo più elevato di una baracca o di una vendita locale; presiedeva agli incontri e ai giuramenti degli apprendisti[5].

Altri ruoli all'interno delle vendite erano: l'oratore, che aveva il compito di diffondere i principi della Carboneria attraverso i propri discorsi agli affiliati; il segretario che redigeva i verbali; gli assistenti, che vigilavano sugli incontri; il maestro di cerimonie che curava il cerimoniale negli incontri e nelle prove di iniziazione; i copritori erano le guardie armate che avevano il compito di mantenere la segretezza dell'incontro e di evitare infiltrazioni esterne; veniva detto terribile chi aveva il ruolo di spaventare coloro i quali volevano diventare affiliati[6]. Tutti i carbonari, indipendentemente dal loro ruolo, dovevano impegnarsi a mantenere il più assoluto riserbo, pena la morte.

Aderirono alla setta, in maniera esplicita o implicita, famosi personaggi dell'Italia risorgimentale: Silvio Pellico, Antonio Panizzi, Giuseppe Mazzini da giovane, Ciro Menotti, don Giuseppe Andreoli, Nicola Longo, Emilio Maffei, Piero Maroncelli, Melchiorre Gioia, Napoleone Luigi Bonaparte, che morì a Forlì nel 1831.

Alla carboneria furono affiliate anche delle donne, che si organizzarono in un'associazione segreta, simile alla carboneria come struttura, prendendo il nome di Giardiniere.

La storia[modifica | modifica sorgente]

Nata nel Regno di Napoli, inizialmente come forma di opposizione alla politica filo-napoleonica di Gioacchino Murat, essa fece successivamente seguaci in Francia ed in Spagna, puntando sulle libertà politiche e sulla concessione di una costituzione nei paesi d'Europa.

Dopo la caduta di Murat, essa lottò contro il re Ferdinando I delle Due Sicilie. Filippo Buonarroti (che carbonaro non era, ma che con la Carboneria si identificò), contribuì, all'indomani del Congresso di Vienna del 1815, a far assumere al movimento anche un carattere patriottico e marcatamente anti-austriaco.

Così la Carboneria si diffuse anche nel Nord Italia, e soprattutto in Lombardia ed in Romagna, grazie in particolare all'opera del forlivese Piero Maroncelli.

Dopo aver raccolto il favore di molti elementi della borghesia cittadina come artigiani e mercanti (che non avevano perdonato al sovrano borbonico la sua politica favorevole ai grandi proprietari terrieri) la Carboneria iniziò ad assecondare le volontà guerresche dei suoi capi, tralasciando altri gravi problemi politico-sociali che avrebbero creato all'interno di essa stessa un'ideologia e dei percorsi politici tortuosi e spesso contraddittori: ad esempio i carbonari si dichiaravano favorevoli all'indipendenza italiana, ma non accennavano minimamente all'eventuale governo che avrebbe dovuto guidare l'Italia libera.

Gli storici riconoscono che la maggior parte degli aderenti alla Carboneria appartenevano agli impiegati e militari napoleonici, licenziati dai nuovi governi, oppure a scrittori e professionisti, avviliti dalla censura sulla stampa, o a borghesi, che si sentivano soffocati dal ritorno delle barriere dognali e dei piccoli mercati. La borghesia era particolarmente bisognosa di strutture liberali e costituì il nerbo della Carboneria. [7]

Tale ambiguità (quella cioè di non poter affermare con certezza la collocazione politica della Carboneria, che unì elementi di "destra" con altri di "sinistra" e di "centro") terminerà solo quando, a seguito di una lunga sequela di disfatte militari, alcuni carbonari ripensarono il problema della libertà con una prospettiva più ampia mirante ad una azione comune ed alla formazione di una nazione unita.

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Moti del 1820-1821.

La Carboneria passò per la prima volta dalle parole ai fatti nel 1820 a Napoli organizzando delle rivolte di carattere anti-assolutistico e liberal-costituzionale che prendevano spunto da quella effettuata a Cadice il 1º gennaio dello stesso anno: i due ufficiali Michele Morelli e Giuseppe Silvati (che avevano avuto l'adesione di generali ex murattiani, come Guglielmo Pepe) il 1º luglio marciarono da Nola e dalle cittadine vesuviane, seguiti da molti cittadini, verso la capitale alla testa dei loro reggimenti della cavalleria.

A causa della forte protesta, il re Ferdinando I accettò per primo nella Penisola di concedere una nuova carta costituzionale e l'adozione di un parlamento. La vittoria, seppur parziale, illusoria ed apparente, causò molte speranze nel resto d'Italia e a Torino i carbonari locali, guidati da Santorre di Santarosa, marciarono anch'essi verso la capitale del Regno di Sardegna ed il 12 marzo 1821 ottennero la costituzione democratica da un impaurito sovrano.

Tuttavia la Santa Alleanza non tollerò tali comportamenti e a partire dal febbraio del 1821 spedirono un esercito nel sud che sconfisse gli insorti, numericamente inferiori e male equipaggiati. Anche in Piemonte il re Vittorio Emanuele I, indeciso sul da farsi, abdicò a favore del fratello Carlo Felice di Sardegna, che chiese all'Austria di intervenire militarmente: l'8 aprile l'esercito asburgico sconfisse i rivoltosi ed i moti del 1820-1821, scatenati quasi totalmente dalla Carboneria, potevano dirsi chiusi in maniera fallimentare.

Il 13 settembre 1821 con la bolla Ecclesia a Iesu Christo di papa Pio VII la carboneria fu condannata come società segreta di tipo massonico e i suoi aderenti furono scomunicati. Lo stesso anno nel Ducato di Modena e Reggio a seguito della scoperta di una congiura carbonara, fu imprigionato il sacerdoteGiuseppe Andreoli, quindi condannato a morte e giustiziato per decapitazione l'anno seguente.

Tra i principali capi della Carboneria, Morelli e Silvati furono condannati a morte; il Pepe andò in esilio mentre il Boccia venne incarcerato, come Confalonieri, Pellico e Maroncelli.

I moti del 1831 e la fine della Carboneria[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Moti del 1830-1831.

Sconfitti ma non battuti, i carbonari parteciparono nel 1830 alla rivoluzione di luglio che sostenne la politica del re liberale Luigi Filippo di Francia: sulle ali dell'entusiasmo per la vittoriosa sollevazione parigina, anche i carbonari italiani presero le armi contro alcuni stati centro-settentrionali ed, in particolare, lo Stato Pontificio ed a Modena.

Nel capoluogo emiliano fu Ciro Menotti a prendere in mano le redini dell'iniziativa, cercando di trovare il sostegno del duca Francesco IV di Modena, che fece finta di rispondere positivamente in cambio della concessione del titolo di re dell'Alta Italia: tuttavia il duca fece il doppio gioco e Menotti, rimasto praticamente inerme, fu arrestato il giorno prima della data stabilita per la sollevazione. Francesco IV, su suggerimento dello statista austriaco Klemens von Metternich, fece condannare a morte lui e molti altri tra i suoi alleati.

Nello stato della Chiesa, invece, la rivolta partì nel febbraio del 1831 su impulso di alcune città quali Bologna, Reggio Emilia, Imola, Faenza, Ancona, Ferrara e Parma dove i cittadini, aiutati dai carbonari, innalzarono la bandiera tricolore e stabilirono un governo provvisorio. Un corpo di milizia volontaria, che avrebbe avuto nell'intenzione dei carbonari il compito di marciare su Roma, fu massacrato dalle truppe austriache chiamate in soccorso da Papa Gregorio XVI. Anche questa sollevazione, quindi, fu soffocata nel sangue.

Questa ulteriore sconfitta fece capire a molti carbonari che militarmente, soprattutto se da soli, non avrebbero potuto competere con l'Austria, una delle più grandi potenze del Vecchio Continente: Giuseppe Mazzini, uno dei carbonari più acuti, fondò una nuova società segreta chiamata Giovine Italia nella quale sarebbero confluiti molti ex aderenti alla Carboneria che, ormai quasi senza sostenitori, cessò praticamente di esistere, anche se la storia ufficiale di questa importante società si sarebbe protratta stancamente fino al 1848.

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ Giovanni La Cecilia, Storie segrete dei Borboni di Napoli.
  2. ^ Raffaele Macina, Modugno nell'età moderna, Modugno, Arti grafiche Ariete, 1993, p. 125.
  3. ^ Raffaele Macina, Modugno nell'età moderna, Modugno, Arti grafiche Ariete, 1993, p. 127.
  4. ^ Raffaele Macina, Modugno nell'età moderna, Modugno, Arti grafiche Ariete, 1993, p. 125.
  5. ^ Raffaele Macina, Modugno nell'età moderna, Modugno, Arti grafiche Ariete, 1993, p. 127.
  6. ^ Raffaele Macina, Modugno nell'età moderna, Modugno, Arti grafiche Ariete, 1993, p. 127.
  7. ^ Carmelo Bonanno, L'età contemporanea nella critica storica, Liviana editrice, Padova, 1973, vol. 3, pag. 44

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

  • Renato Soriga, «Carboneria», la voce nella Enciclopedia Italiana, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, 1930. Versione online sul sito Treccani.it.
  • Giuseppe Mazzatinti, I moti del 1831 a Forlì, Roux Frassati e C., Torino 1897
  • Raffaele Macina, Modugno nell'età moderna, Modugno, Arti grafiche Ariete, 1993.

Voci correlate[modifica | modifica sorgente]

Collegamenti esterni[modifica | modifica sorgente]

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