Regno di Sardegna
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| Regno di Sardegna | ||||||||||
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| Descrizione generale | ||||||||||
| Nome completo: | Regnum Sardiniae et Corsicae | |||||||||
| Nome ufficiale: | Regno di Sardegna | |||||||||
| Lingue: | Nel periodo catalano-aragonese: sardo, catalano, spagnolo.
Nel periodo sabaudo:italiano, francese [1],francoprovenzale, ligure, occitano, piemontese, lombardo, sardo, corso. |
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| Inno: | Inno Sardo | |||||||||
| Capitale: | Cagliari durante il periodo aragonese e spagnolo e sabaudo durante la parentesi napoleonica(1324-1720 e 1799-1814), Torino (1720-1861, eccetto 1799-1814) durante il periodo sabaudo. | |||||||||
| Forma politica | ||||||||||
| Forma di governo: | monarchia assoluta | |||||||||
| Re di Sardegna: | Dinastia Aragonese
Dinastia Asburgo d'Austria
Dinastia Casa Savoia |
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| Nascita: | 19 giugno 1324 | |||||||||
| Causa: | Incoronazione il 4 aprile 1297 di Giacomo II d'Aragona da parte di Papa Bonifacio VIII | |||||||||
| Fine: | 1861 con la creazione del Regno d'Italia | |||||||||
| Causa: | Unità d'Italia, cessione della Contea di Nizza e del Ducato di Savoia alla Francia | |||||||||
| Territorio e popolazione | ||||||||||
| Bacino geografico: | Sardegna, poi anche Piemonte, Valle d'Aosta, Ducato di Savoia, Contea di Nizza, Liguria, Lombardia Occidentale (Lomellina e Oltrepò Pavese), Alta Val Trebbia in Emilia, Capraia in Toscana | |||||||||
| Territorio originale: | Sardegna | |||||||||
| Province: | Province del Regno di Sardegna | |||||||||
| Massima estensione: | 73.810 km² nel 1859 | |||||||||
| Economia | ||||||||||
| Moneta: | lira sarda | |||||||||
| Commerci con: | Mediterraneo, Europa Occidentale. | |||||||||
| Religione e Società | ||||||||||
| Religioni preminenti: | cattolicesimo | |||||||||
| Religione di stato: | cattolicesimo [2] | |||||||||
| Religioni minoritarie: | religione ebraica, Valdesi | |||||||||
| Evoluzione storica | ||||||||||
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Il Regno di Sardegna è stato un regno creato in Sardegna da papa Bonifacio VIII nel 1297 che lo infeudò, a seguito della Guerra dei Vespri al re Giacomo II, il quale conquistò l'isola a partire dal 1324, che nel 1861 ha mutato la denominazione in Regno d'Italia con la proclamazione da parte del suo XXIV sovrano Vittorio Emanuele II di Savoia.
Il regno fu creato sulla carta da papa Bonifacio VIII nel 1297, con la denominazione di Regno di Sardegna e Corsica [3] per risolvere la crisi politica e diplomatica tra corona d'Aragona e ducato d'Angiò sulla Sicilia (la Guerra del Vespro).
La realizzazione concreta del Regno di Sardegna vedrà dapprima la guerra dei catalano-aragonesi contro i pisani [4], in alleanza col regno giudicale di Arborea. Sarà quindi a lungo contrastata dalla resistenza sull'Isola del medesimo regno di Arborea e potrà considerarsi finalmente conclusa, con la definitiva sconfitta del regno giudicale, solo nel 1420.
La lunga durata della storia istituzionale del regno e le varie fasi storiche attraversate fanno sì che comunemente in storiografia si distinguano diversi periodi in funzione dell'entità politica dominante: un periodo aragonese, uno spagnolo e uno sabaudo [5].
Con la scomparsa anche formale delle istituzioni statuali del regno (Unione Perfetta con gli stati di terraferma, 1847), l'Isola diviene una regione di un'entità statuale più ampia, che conserverà il nome di Regno di Sardegna ancora per qualche anno, finché, raggiunto ormai l'obiettivo dell'annessione degli altri stati e territori della Penisola, cambierà denominazione in Regno d'Italia [6].
Indice |
[modifica] Il Regno di Sardegna nella corona d'Aragona
| Per approfondire, vedi le voci Regno di Sardegna (1324-1720) e Storia della Sardegna dei Giudicati. |
La prima parte della storia del Regno di Sardegna è caratterizzata dalla conquista aragonese della porzione dell'Isola già in mano a Pisa e dal lungo conflitto che oppose questo primo nucleo territoriale del nuovo stato al regno giudicale di Arborea. Solo nel 1323 Giacomo II di Aragona decise di intraprendere la conquista territoriale della Sardegna. Spingevano in tal senso gli interessi commerciali catalani e, in parte, la necessità di dare alla nobiltà aragonese l'opportunità di conquistare terre e feudi. La politica catalana di quel periodo era infatti volta all'egemonia commerciale nel Mediterraneo, attraverso la ruta de las islas, (la via delle isole), che dalle Baleari avrebbe dovuto toccare appunto la Sardegna, quindi la Sicilia, Malta, Cipro.
Controllare una simile via di mare avrebbe dovuto consentire al ceto mercantile barcellonese di acquisire una posizione dominante rispetto a Pisa, Genova e alla stessa Venezia. Effettivamente così avvenne; diverse famiglie catalane influenti come i Canelles, svilupparono importanti traffici commerciali tra la Sardegna e l'Aragona impostando nuovi rapporti enonomici nell'area del Mar Mediterraneo Occidentale.
[modifica] La lunga guerra
| Per approfondire, vedi le voci Regno di Arborea, Mariano IV d'Arborea, Eleonora d'Arborea e Storia della Sardegna dei Giudicati. |
La vita del nuovo regno fu però alquanto precaria. Sin dall'inizio l'imposizione del regime feudale a popolazioni che non l'avevano mai sperimentato e lo spostamento drastico degli interessi economici e politici verso l'esterno dell'Isola, provocarono malumori e forti resistenze, sia nei villaggi a vocazione agricola che nei ceti artigiani e commerciali delle città[7]. Ugone II d'Arborea aveva giurato sottomissione vassallatica al re d'Aragona, calcolando di diventarne una sorta di luogotenente nei territori sottratti ai pisani e contemporaneamente mantenendo i propri titoli sovrani nei possedimenti arborensi. In pratica una sorta di signoria, detenuta a vario titolo e giuridicamente non uniforme, sull'intera Isola. Tuttavia, per la corona d'Aragona, detentrice ora anche di fatto della sovranità sul Regno di Sardegna, l'Arborea non era altro che una porzione del regno medesimo, semplicemente affidata ad un vassallo della corona. Da tale equivoco nasceranno fatali incomprensioni e persino procedimenti giurisdizionali contro la casata di Arborea[8].
Nel 1347, mentre in Europa cominciava a diffondersi la terribile epidemia della Peste Nera, in Sardegna gli eventi precipitarono. I Doria, timorosi dell'egemonia aragonese, che ne minacciava i possedimenti, decisero di passare all'azione e attaccarono un esercito catalano, scatenando la guerra. Al fianco dei Doria, a sorpresa, scese in campo il nuovo sovrano di Arborea Mariano IV. Questa decisione, da parte di chi era considerato nient'altro che un vassallo della corona aragonese, venne ritenuta un tradimento.
Le sorti per il giovane Regno di Sardegna volsero rapidamente al peggio, anche per la ribellione generalizzata delle popolazioni sottomesse. Nel 1353 lo stesso re d'Aragona e di Sardegna[9], Pietro IV il Cerimonioso, dovette allestire una grande spedizione sull'Isola, ponendosi di persona al suo comando. Ottenuta una tregua dai Doria e da Mariano IV (che uscirono politicamente rafforzati dalla vicenda), Pietro IV si impossessò di Alghero, cacciandone la popolazione sarda e i commercianti genovesi che vi risiedevano e ripopolandola con famiglie catalane e valenzane [10], quindi stipulò un trattato di pace con i contendenti (a Sanluri) e, arrivato a Castel di Calari, riunì per la prima volta le cortes del regno, il parlamento in cui sedevano i rappresentanti della nobiltà, del clero e delle città del Regno di Sardegna (1355).
Ma era inevitabile, data la situazione dell'Isola, che le ostilità riprendessero. Non erano passati dieci anni che, nonostante l'imperversare della peste, l'Arborea scese di nuovo in guerra contro il Regno di Sardegna (1364). Lo scontro assunse presto una connotazione nazionalista, contrapponendo sardi e catalani, in un conflitto che per durata, durezza e crudeltà non ebbe nulla da invidiare alla contemporanea Guerra dei Cent'anni tra Regno di Francia e Regno d'Inghilterra [11].
Per lunghi anni (a parte una parentesi tra 1388 e 1390) il Regno di Sardegna fu ridotto alle due città di Alghero e Cagliari e a poche piazzeforti assediate[12]. Finalmente, sotto il re Martino il Vecchio, i catalani ottennero la vittoria decisiva (battaglia di Sanluri) il 30 giugno 1409, e di lì a poco (1410) conquistarono Oristano (riducendo il territorio giudicale a Sassari e al suo circondario); ottennero quindi dall'ultimo sovrano arborense, Guglielmo di Narbona[13], la cessione di quanto rimaneva dell'antico regno giudicale, al prezzo di 100.000 fiorini d'oro (1420).
L'anno successivo (1421), a Cagliari si poteva riunire di nuovo il parlamento delle Cortes, che da questo momento si denomineranno Stamenti.
Tale organo di rappresentanza istituzionale finirà di funzionare di fatto alla fine del XVIII secolo[14] e verrà abolito di diritto nel 1847, insieme alle altre istituzioni del regno.
[modifica] Fine dell'egemonia catalana
| Per approfondire, vedi la voce Corona d'Aragona. |
Benché il Regno di Sardegna continui a far parte della corona aragonese, nel corso del XV secolo l'assetto istituzionale iberico subirà un'evoluzione decisiva, nella quale sarà coinvolto anche il regno sardo. In occasione della sconfitta decisiva del regno d'Arborea, nel 1409, il regno d'Aragona perse l'erede al trono, e re di Sicilia, Martino il Giovane [15]. L'anno successivo moriva senza altri eredi suo padre, Martino il Vecchio. Si estingueva così la casata dei conti-re di Barcellona, a lungo detentrice della corona aragonese. La successione al trono fu problematica. Alla fine, dopo due anni di conflitti, la spuntò la casata castigliana dei Trastamara. Da quel momento la componente catalana della corona aragonese passerà sempre più in secondo piano, con notevoli conseguenza sul piano economico, politico e culturale. Tale situazione scatenerà periodiche rimostranze da parte dei catalani ed anche vere e proprie ribellioni. Dopo la definitiva uscita di scena del regno di Arborea, in Sardegna rimanevano alcuni centri di resistenza anti-aragonese. Nel 1448 venne conquistata l'ultima roccaforte dei Doria rimasta sull'Isola, Castelgenovese (l'attuale Castelsardo), cui venne dunque mutato il nome in Castelaragonese. Negli stessi anni, sulle montagne del Gennargentu, furono represse le ultime resistenze sarde. L'Isola fu suddivisa in feudi, assegnati a coloro che avevano contribuito alla vittoriosa conquista.
[modifica] Il Regno di Sardegna nella corona spagnola
| Per approfondire, vedi le voci Regno di Sardegna (1324-1720), Storia della Sardegna spagnola e Torri costiere della Sardegna. |
L'epopea di Leonardo de Alagon segna, oltre che la fine delle speranze di indipendenza della Sardegna, anche la fine del periodo propriamente aragonese della storia del Regno di Sardegna. Alla morte di Giovanni II d'Aragona, nel 1479, gli succedette il figlio Ferdinando II, da dieci anni sposato a Isabella regina di Castiglia. L'unione personale delle due corone diede avvio formale alla corona di Spagna, di cui il Regno di Sardegna entrò dunque a far parte. L'Isola condividerà e subirà dunque le scelte politiche e gli interessi economici della corona spagnola, seguendone la parabole storica attraverso il periodo di fulgore e di egemonia europea (XVI secolo) e il declino finale (XVII secolo).
Nel corso del XVI secolo, alle incursioni dei pirati saraceni e turchi si aggiungerà per l'Isola la minaccia delle potenze europee rivali della Spagna (prima la Francia, poi l'Inghilterra). Lo stato di belligeranza quasi continuo richiederà all'Isola un certo dispendio di risorse e di uomini. Sotto Carlo V d'Asburgo e soprattutto sotto suo figlio Filippo II i litorali sardi saranno coperti da una fitta linea di torri costiere [16], come prima misura di difesa. Tuttavia, tali misure non saranno mai sufficienti ad assicurare una decisiva difesa dalle incursioni ostili.
Dal punto di vista culturale si assisterà ad un progressivo e profondo processo di ispanizzazione di tutte le strutture amministrative e sociali dell'Isola.Il tribunale dell'Inquisizione spagnola (con sede a Sassari) perseguiterà tanto le espressioni di pensiero eterodosso delle classi dominanti (famoso il processo e la condanna al rogo del giurista cagliaritano Sigismondo Arquer, nel 1561), quanto le manifestazioni della religiosità e delle tradizioni popolari (una cui porzione molto ampia era retaggio di culti e conoscenza mistico-mediche antichissime). A tale opera repressiva farà da contraltare la nuova evangelizzazione compiuta nelle campagne e nelle zone interne dai Gesuiti. Attenti alle usanze e alle lingue locali, i padri gesuiti ridisegneranno, salvaguardandole, celebrazioni, feste e pratiche liturgiche di matrice chiaramente pre-cristiana sopravvissute fino allora (e da allora fino ai nostri giorni). Sempre ai Gesuiti si deve l'erezione di collegi nelle principali città dell'Isola. Da quelli di Sassari e Cagliari si svilupperanno, nei primi decenni del XVII secolo, le due università sarde.
Nel 1566 viene fondata a Cagliari la prima tipografia del regno ad opera di Nicolò Canelles in grado di favorire il progresso culturale nell'intera isola.
Il sistema feudale, specie nel corso del XVII secolo, sarà in parte temperato dal regime pattizio che molte comunità riusciranno a imporre ai rappresentanti in loco del signore riguardo all'imposizione fiscale e all'amministrazione della giustizia, altrimenti esposte all'arbitrio del barone e degli appaltatori delle rendite. La fiscalità feudale rimarrà comunque gravosa e spesso insostenibile, specie per l'estrema variabilità dei raccolti. Periodicamente recrudescenze della peste affliggeranno la Sardegna (così come il resto dell'Europa durante l'Antico Regime): tristemente memorabile rimase quella del 1652 [17].
La seconda metà del XVII secolo sarà un periodo di crisi economica, culturale e politica. L'aristocrazia sarda, d origini catalane, si dividerà in fazioni: una filo-governativa più conservatrice, una seconda più desiderosa di autonomia politica.
Nel 1668 tali dissidi porteranno alla negazione da parte del Parlamento della tassa del donativo, evento inedito e potenzialmente eversivo [18]. Poche settimane dopo, il capo riconosciuto della fazione anti-governativa, fazione che aveva avanzato la richiesta di assegnazione delle cariche in via esclusiva ai nativi dell'Isola, verrà ucciso a tradimento. Un mese più tardi (luglio) subirà la stessa sorte, per le strade del Castello di Cagliari, nientemeno che il viceré in persona, il marchese di Camarassa. Tale susseguirsi di eventi suscitò grande scandalo a Madrid e il sospetto che in Sardegna si preparasse una rivolta generalizzata (così come era accaduto in Catalogna meno di trent'anni prima). La repressione fu severissima. Tuttavia, la popolazione rimase sostanzialmente estranea a tali eventi.
Nel 1698 si concluse l'ultima sessione deliberativa del parlamento sardo. Perché gli Stamenti tornino a radunarsi, autoconvocandosi, bisognerà attendere il 1793, in circostanze eccezionali. Alla morte dell'ultimo erede degli Asburgo di Spagna, si aprì la difficile successione al trono iberico, conteso dai Borboni di Luigi XIV di Francia e gli Asburgo d'Austria, con gli altri stati europei schierati con l'uno o con l'altro pretendente. Ne conseguirà il sanguinoso conflitto conosciuto come la Guerra di successione spagnola.
[modifica] Il Regno di Sardegna nella corona sabauda
| Per approfondire, vedi le voci Regno di Sardegna (1720-1861), Guerra di successione spagnola e Casa Savoia. |
La guerra di successione spagnola avrà le dimensioni di una vera e propria guerra mondiale, coinvolgendo tutte le potenze europee e i rispettivi imperi coloniali. Dopo una prima conclusione, regolata dalla pace di Utrecht e dal trattato di Rastatt, il Regno di Sardegna sembrava destinato a entrare nell'impero asburgico. Gli austriaci presero possesso dell'Isola e lo tennero per tre anni.
Nel 1717, tuttavia, un corpo di spedizione spagnolo, inviato dal cardinal Alberoni, potente ministro iberico, occupò di nuovo l'Isola, cacciandone i funzionari asburgici. Fu una parentesi breve, che servì solo a rinfocolare i due partiti filo-austriaco e filo-spagnolo in cui era divisa la classe dominante sarda.
Tra il 1718 e il 1720, con le trattative diplomatiche di Londra e il L'Aia, il Regno di Sardegna verrà definitivamente ceduto alla Casa Savoia, già detentrice del Principato del Piemonte e di altri territori continentali. I Savoia, benché insoddisfatti del nuovo acquisto territoriale, potranno così ottenere il titolo monarchico a lungo inseguito. Vittorio Amedeo II sarà il XVII re di Sardegna.
[modifica] Gli altri possedimenti dei Savoia
| Per approfondire, vedi le voci Storia del Piemonte, Ducato di Savoia e Storia di Torino. |
Mentre l'Isola veniva governata in un'ottica di sfruttamento fiscale e coloniale, tra lo scontento crescente di tutte le classi sociali, la dinastia sabauda progettava e realizzava l'adeguamento istituzionale, urbanistico e artistico dei possedimenti della terraferma. Torino diventerà, nel corso del XVIII secolo, una grande capitale europea.
In ogni caso, i Savoia stenteranno ad accettare anche solo alcuni aspetti più pratici delle nuove idee del secolo (l'Illuminismo), rimanendo ancorati, anche nella gestione e nell'amministrazione dei territori del continente, a modelli rigidamente conservatori.
[modifica] La rivoluzione in Sardegna
| Per approfondire, vedi le voci Storia della Sardegna sabauda e Giovanni Maria Angioy. |
Benché tra il 1759 e il 1773, sotto il ministro per gli affari della Sardegna G.B.Lorenzo Bogino, sull'Isola fosse stata tentata una razionalizzazione amministrativa e fossero state riaperte le università, la situazione si manteneva problematica. L'aristocrazia era sempre esclusa dalla gestione del potere, non potendo ricoprire le cariche decisive. La borghesia nascente e il mondo produttivo era vincolato alle rigide disposizioni accentratrici del fisco e delle dogane. Il popolo delle campagne e i lavoratori più umili nelle città (ossia la stragrande maggioranza della popolazione) subivano sia il regime fiscale feudale, sia il controllo poliziesco imposto dal governo piemontese. Le brutalità del sistema giudiziario e carcerario sabaudo costituiranno un elemento di forte malcontento e rimarranno a lungo nell'immaginario collettivo.
Allorché la Francia rivoluzionaria, le cui idee erano ormai trapelate sull'Isola [19], tentò di occupare militarmente la Sardegna, nell'inerzia del viceré piemontese, fu il parlamento a radunarsi, raccogliere fondi e uomini e opporre una milizia sarda al tentativo di sbarco francese. Le circostanze favorirono un'imprevedibile vittoria dei sardi. L'evento fece crescere la delusione verso il governo piemontese. Il 28 aprile del 1794 furono cacciati il viceré e tutti i funzionari piemontesi e stranieri dall'Isola. Il parlamento e la Reale Udienza presero il controllo della situazione e governarono l'Isola per alcuni mesi, fino alla nomina del nuovo viceré. Nonostante ciò, ormai i problemi irrisolti emergevano prepotentemente. le città erano incontrollabili, le campagne in rivolta. L'inviato governativo a Sassari, G.M. Angioy, postosi a capo della ribellione, marciò verso Cagliari con l'intenzione di prendere il potere, abolire il regime feudale e proclamare la repubblica. Aristocrazia e clero insieme ad una parte cospicua della borghesia abbandonarono ogni velleità riformatrice e, con l'aiuto militare piemontese, bloccarono il tentativo rivoluzionario (1796) [20]. L'Angioy dovette riparare in Francia, dove morirà esule e in miseria di lì a qualche anno. Altri tentativi rivoluzionari, negli anni successivi (1802 e 1812), saranno soffocati nel sangue.
[modifica] I Savoia riparano in Sardegna
Nel 1799, dopo che le armate napoleoniche, si erano impossessate dell'Italia settentrionale, l'intera corte dei Savoia dovette riparare a Cagliari. L'estensione del Regno di Sardegna in tale periodo coincise con i confini dell'Isola. Il soggiorno della famiglia reale in Sardegna durò fino al 1814. Le spese di mantenimento della corte e dello stuolo di funzionari al seguito aggravò di molto la già precaria situazione delle casse del regno.
[modifica] La Restaurazione e le riforme
| Per approfondire, vedi le voci Casa Savoia, Editto delle chiudende e Rivolta de Su Connottu. |
Con la fine dell'epopea napoleonica e il Congresso di Vienna, i Savoia, rientrati a Torino, ottennero (senza aver fatto votare alcun plebiscito e contro il parere contrario del popolo, e di conseguenza illegalmente [21]) la Repubblica di Genova. Gli interessi della casa regnante erano sempre più rivolti alla Lombardia e all'Italia settentrionale, ma ancora senza collegamenti con le nascenti richieste di liberazione e di unità nazionale italiana. Benché avversa a qualsiasi innovazione radicale delle istituzioni, la casa regnante, nel periodo della Restaurazione, promosse un certo rinnovamento legislativo.[22][23][24] Nel 1820 in Sardegna venne emanato dal re Vittorio Emanuele I un editto che consentiva a chiunque di diventare proprietario di un pezzo di terra che fosse riuscito a cingere: era il famigerato Editto delle Chiudende [25].
Nel 1827 il re Carlo Felice estese alla Sardegna il nuovo codice civile, abrogando così l'antica Carta de Logu, legge di riferimento generale per tutta l'Isola sin dai tempi di Eleonora d'Arborea, mantenuta in vigore da aragonesi e spagnoli. Nel 1836-8, il re Carlo Alberto infine abolì il sistema feudale. Il riscatto monetario dei territori sottratti all'aristocrazia e all'alto clero fu fatto gravare, sotto forma di tributi, sulle popolazioni. Col ricavato, molte famiglie aristocratiche poterono addirittura ricomprare in proprietà piena una larga parte dei terreni feudali.
Questa serie di misure legislative, apparentemente volta a favorire il progresso economico dell'agricoltura e quindi dell'intera economia sarda, si rivelò in buona parte controproducente, perché le nuove proprietà fondiarie, non più destinate agli usi comunitari, furono destinate all'affitto per il pascolo, meno costoso e più remunerativo della messa a coltura, favorendo la rendita passiva rispetto alle attività produttive.
Mentre sui possedimenti sabaudi del continente si avviava il decisivo processo di modernizzazione, in Sardegna crescevano gli squilibri sociali ed economici e le risorse dell' isola (miniere, legname, saline, produzione lattiero-casearia) venivano appaltate e date in concessione per lo più a stranieri, in un ciclo economico di stampo coloniale. La situazione sarda rimarrà dunque stagnante, con periodiche ribellioni popolari e alimento dell'atavico banditismo[26].
Il processo di riforma si concluderà, su pressione delle borghesie cittadine, con la concessione da parte del re Carlo Alberto dell'Unione o Fusione Perfetta con gli stati del continente. La Sardegna perderà ogni forma residuale di sovranità e di autonomia statuale per confluire nei confini di uno stato più grande e il cui centro degli interessi risultava naturalmente radicato sul continente. L'Unione Perfetta non apportò alcun vantaggio all'Isola, né dal punto di vista economico, né da quelli politico, sociale e culturale. Tale esito fallimentare, ben chiaro sin dai primi anni dopo l'avvenuta fusione istituzionale, darà adito alla prima stagione del pensiero autonomista sardo (Giorgio Asproni, Giovanni Battista Tuveri, ecc.).
[modifica] Il Risorgimento italiano e la fine formale del Regno di Sardegna
| Per approfondire, vedi le voci Risorgimento, Storia d'Italia e Cavour. |
Sin dai primi anni dopo la Restaurazione, nella penisola italiana le borghesie liberali e gran parte del ceto intellettuale dei vari stati italici cominciarono a coltivare progetti politici di unificazione nazionale, alimentati dalla crescente presa delle idee romantiche.
Intorno alla metà del secolo, a partire dal 1848, anno di rivoluzioni in tutta Europa, si avviò concretamente con la prima guerra di indipendenza il processo di unificazione territoriale della penisola. A capo del processo politico così avviato era appunto il Regno di Sardegna guidato dai Savoia. Nel medesimo 1848 Carlo Alberto concesse lo Statuto [27], prima costituzione del regno (rimasta formalmente in vigore fino al 1948, data di promulgazione dell'attuale Costituzione repubblicana).
Tra 1859 (seconda guerra di indipendenza) e il 1861 (dopo la spedizione garibaldina dei Mille, 1860), la penisola italica fu quasi totalmente annessa[28] al regno sabaudo, con la scomparsa degli altri stati.
Nel 1861 dunque il XXIV re di Sardegna, Vittorio Emanuele II, proclamò la nascita del Regno d'Italia.
[modifica] Cronologia dei Re di Sardegna
| Per approfondire, vedi la voce Lista dei re di Sardegna. |
[modifica] Note
- ^ ex art. 62 Statuto Albertino, la lingua ufficiale delle Camere era l'italiano, con possibilità dell'uso del francese per membri, che appartengono ai paesi, in cui questa in uso, od in risposta ai medesimi
- ^ ex art. 1 Statuto Albertino
- ^ L'intitolazione relativa alla Corsica scomparirà dalle monete e dai documenti di cancelleria aragonesi già nel corso del XIV secolo (vedi: F. Sedda, La vera storia della bandiera dei sardi, Cagliari, 2007, p. 55 e segg.) e definitivamente anche dalle intitolazioni regie allorché il regno di Aragona si unirà a quello di Castiglia nella corona di Spagna, nel 1479
- ^ Possessori all'epoca di un terzo circa della Sardegna: la somma dei territori dei due regni giudicali di Gallura e di Calari
- ^ Circa l'epoca sabauda, le cose si complicano dal punto di vista storiografico, sia perché il Regno di Sardegna si inserisce istituzionalmente nel complesso processo di unificazione territoriale del nuovo Stato italiano (cfr. Storia d'Italia, Casa Savoia, Risorgimento), sia perché i re di Sardegna non sono detentori di altri titoli monarchici (come erano stati i re di Sardegna aragonesi e spagnoli) e questo comporta confusioni nell'inquadramento storico di eventi e processi. I Savoia agivano come re di Sardegna anche quando si occupavano dei loro stati di terraferma e quando intervenivano a livello internazionale, perché quello monarchico sardo era il loro titolo più alto. Perciò bisognerebbe tener presenti due ambiti storiografici circa la vicenda del Regno di Sardegna sabaudo: quello propriamente sardo e quello relativo alla politica complessiva dei re di Sardegna. Vedi: storia della Sardegna sabauda e Regno di Sardegna (1720-1861)
- ^ Su tale fase conclusiva della storia del regno di Sardegna si vedano: G. Sotgiu, Storia della Sardegna sabauda, Roma-Bari, 1984, e Id., Storia della Sardegna dopo l'Unità, Roma-Bari, 1986; F.C. Casula, La storia di Sardegna, Sassari-Pisa, 1994;
- ^ Cfr. M. Tangheroni, Medioevo tirrenico, cit.; F.C. Casula, Profilo storico della Sardegna catalano-aragonese, Cagliari, 1982; Id., Sardegna aragonese. La nazione sarda, Sassari, 1990
- ^ Cfr. F.C. Casula, Profilo storico della Sardegna catalano-aragonese, cit. e Id.,La storia di Sardegna, Sassari-Pisa, 1994
- ^ In questo periodo era già scomparsa dai documenti di cancelleria e dalle monete l'intitolazione relativa alla Corsica. Cfr. F.C. Casula, Sardegna aragonese, Vol. 1, pag. 405; F. Sedda, La vera storia della bandiera dei sardi, cit., pp. 55, 56, 68
- ^ Da allora Alghero è stata ed è ancora in buona parte una città etnicamente catalana, riconosciuta tra le minoranze linguistiche dello Stato italiano con la L. 482 del 1999
- ^ Cfr. F.C. Casula, Storia di Sardegna, cit.
- ^ Cfr. F.C. Casula, Storia di Sardegna, cit.
- ^ Sulle intricate vicende successorie che condussero il visconte di Narbona Guglielmo III al titolo giudicale, vedi: F.C. Casula, Storia di Sardegna, cit.
- ^ Il parlamento degli Stamenti avrà un ruolo decisivo nel corso della stagione rivoluzionaria sarda degli anni 1793-6. Vedi: storia della Sardegna sabauda
- ^ Morì, per malaria, il 25 luglio 1409, a nemmeno un mese dalla decisiva vittoria di Sanluri. Il suo mausoleo si trova nel transetto sinistro della cattedrale di Cagliari
- ^ In massima parte ancora ben visibili su tutta la linea costiera sarda
- ^ [1] Jorge Aleo, 1637-1672 Storia cronologica e veridica del Regno di Sardegna
- ^ Nel periodo spagnolo il Parlamento si riuniva all'incirca ogni dieci anni per discutere delle questioni più rilevanti del regno e per stabilire, negoziandolo, l'ammontare dell'imposta generale da versare al Re, il c.d. donativo, appunto
- ^ Cfr, F. Francioni, Vespro sardo, Cagliari, 2001
- ^ Vedi G. Sotgiu, Storia della Sardegna sabauda, cit.; F. Francioni, Vespro sardo, cit.
- ^ Si veda qui per più dettagliate informazioni sui plebisciti in Italia.
- ^ Vedi:Raccolta delle leggi civili e criminali del Regno di Sardegna per oridine di re Carlo Felice (1821).[2]
- ^ Regio editto sul servizio delle strade. Cagliari Stamperia Reale, 1827, Regio editto sul servizio delle strade.[3]
- ^ Regio Editto sul censimento della popolazione del Regno, 1823[4]
- ^ Vedi storia della Sardegna sabauda
- ^ Cfr. A. La Marmora,Itinerario dell'isola di Sardegna, Torino, 1860; G. Sotgiu, Sardegna sabauda, cit.
- ^ Testo dello Statuto Albertino
- ^ Facevano ancora eccezione Veneto e Friuli (annessi nel 1866) e il Trentino (annesso insieme al Süd-Tirol tedesco dopo la prima guerra mondiale)
[modifica] Bibliografia
- MANNO, G., Storia di Sardegna, Torino, 1825-7
- MANNO, G., Storia moderna della Sardegna dal 1793 al 1799, Torino, 1842
- CASALIS, G. - ANGIUS, V., Dizionario geografico, storico, statistico, commerciale degli stati di S. M. il Re di Sardegna, Torino, 1855
- LA MARMORA, A., Itinerario dell'isola di Sardegna, Torino, F.lli Bocca, 1860
- TOLA, P., Codex Diplomaticus Sardiniae, Torino, 1861-8, in Historiae Patriae Monumenta, Tomi X-XII
- BAUDI DI VESME, C., Codex Diplomaticus Ecclesiensis, Torino, Fratelli Bocca, 1877, in Historiae Patriae Monumenta, Tomo XVII
- BOSCOLO, A., Il feudalesimo in Sardegna, Cagliari, 1967
- LE LANNOU, M., Pastori e contadini di Sardegna, Cagliari, Della Torre, 1979
- SORGIA, G., La Sardegna spagnola, Sassari, Chiarella, 1982
- CASULA, F.C., Profilo storico della Sardegna catalano-aragonese, Cagliari, CNR, 1982
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[modifica] Voci correlate
- Regno d'Italia
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