Regno di Sardegna

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Regno di Sardegna
Regno di Sardegna – Bandiera Regno di Sardegna - Stemma
(dettagli)
Motto: FERT FERT FERT (sabaudo)
Regno di Sardegna - Localizzazione
Dati amministrativi
Nome completo (LA) Regnum Sardiniae
Nome ufficiale Regno di Sardegna[senza fonte]
Lingue ufficiali Siñal d'Aragón.svg Catalano
Spagna Spagnolo
Francia Francese
Italia Italiano
Lingue parlate sardo, catalano, spagnolo, sassarese, italiano (periodo aragonese e spagnolo)
italiano, francoprovenzale, occitano, piemontese, ligure, lombardo, sardo, corso gallurese, catalano algherese, sassarese, francese[1] (periodo sabaudo)
Inno Marcia Reale (periodo sabaudo) e S'hymnu sardu nationale del 1842
Capitale Torino[2] (dal 1847 al 1861)
Altre capitali Bonaria (dal 1324 al 1326)
Cagliari[3] (dal 1326 al 1847)
Politica
Forma di governo Monarchia pattizia
Monarchia assoluta (1720-1848)
Monarchia costituzionale (dal 1848)
Re vedi Re di Sardegna
Nascita 19 giugno 1324 con la resa di Castel di Cagliari dopo la battaglia di Lucocisterna
Causa In ottemperanza al Trattato di Anagni, incoronazione il 4 aprile 1297 di Giacomo II d'Aragona da parte di papa Bonifacio VIII
Fine Il 17 marzo 1861 con la Proclamazione del Regno d'Italia
Causa Unità d'Italia
Territorio e popolazione
Bacino geografico Piemonte, Sardegna, Valle d'Aosta, Savoia, Nizza, Liguria, Lomellina, Oltrepò Pavese, alta Val Trebbia e Capraia
Territorio originale Sardegna
Massima estensione 73 810 km² nel 1859
Suddivisione Province
Economia
Valuta Cagliarese (fino al 1813)
Scudo sardo (fino al 1816)
Scudo piemontese (fino al 1816)
Carlino
Lira sarda
Commerci con Europa e mediterraneo
Religione e società
Religioni preminenti cattolicesimo
Religione di Stato cattolicesimo[4]
Religioni minoritarie ebraismo, valdismo
Evoluzione storica
Preceduto da Flag of the Republic of Pisa.svg Possedimenti pisani

600px Quarti Blu con croce Bianca e Rosso con torre Bianca.png Repubblica di Sassari
Flag of Genoa.svg Possedimenti liguri
Albero Eradicato del Giudicato di Arborea.svg Regno di Arborea

Succeduto da bandiera Regno d'Italia
Francia Francia
Ora parte di Italia Italia
Francia Francia

Il Regno di Sardegna, in latino Regnum Sardiniae, Regnum Sardiniae et Corsicae fino al 1460[5], fu istituito nel 1297 (secondo altre fonti nel 1299) da papa Bonifacio VIII in ottemperanza al Trattato di Anagni del 24 giugno 1295, sull'isola della Sardegna, comprendente i territori dei giudicati autoctoni e i possedimenti aragonesi, pisani e genovesi. Con il passaggio del regno sardo, dopo i lunghi domini aragonesi e spagnoli, a Casa Savoia nel 1720 e l'unione dinastica con gli Stati di terraferma (come il Piemonte), spesso ci si riferì ai suoi sovrani, abitanti o alle sue forze armate come sardo-piemontesi, piemontesi o sabaudi. Ebbe termine il 17 marzo 1861 con la Proclamazione del Regno d'Italia, diretta continuazione legale del Regno di Sardegna sotto i Savoia.

Sintesi storica[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Stato sardo, Regno di Sardegna (1324-1720) e Regno di Sardegna (1720-1861).

La lunga durata della sua storia istituzionale e le varie fasi storiche attraversate fanno sì che comunemente in storiografia si distinguano tre diversi periodi in funzione dell'entità politica dominante: un periodo catalano-aragonese (1324-1479), uno spagnolo-imperiale (1479-1713) e uno sabaudo (1720-1861)[6].

Fu creato per risolvere la crisi politica e diplomatica sorta tra la Corona d'Aragona e il ducato d'Angiò a seguito della Guerra del Vespro per il controllo della Sicilia. L'atto di infeudazione, datato 5 aprile 1297 affermava che il regno apparteneva alla Chiesa e veniva dato in perpetuo ai re della Corona di Aragona in cambio di un giuramento di vassallaggio e del pagamento di un censo annuo.[7] Fu conquistato territorialmente a partire dal 1324 con la guerra mossa dai sovrani Aragonesi contro i Pisani,[8] in alleanza col Regno giudicale di Arborea.

La conquista fu a lungo contrastata dalla resistenza sull'isola dello stesso Giudicato di Arborea e poté considerarsi parzialmente conclusa solo nel 1420, con l'acquisto dei rimanenti territori dall'ultimo Giudice per 100.000 fiorini d'oro, nel 1448 con la conquista della città di Castelsardo (allora Castel Doria)[9]. Fece parte della Corona di Aragona fino al 1713, anche dopo il matrimonio di Ferdinando II con Isabella di Castiglia, allorquando l'Aragona si legò sotto il profilo dinastico (ma non politico-amministrativo) prima alla Castiglia, poi - in epoca già asburgica (a partire dal 1516) - anche alle altre entità statuali governate da tale Casa (Contea di Fiandra, Ducato di Milano, ecc.).

Nel 1713 subito dopo la guerra di successione spagnola, entrò a far parte dei domini degli Asburgo d'Austria che lo cedettero, dopo un fallito tentativo di riconquista da parte della Spagna, a Vittorio Amedeo II (già duca di Savoia), ricevendone in cambio il Regno di Sicilia (1720). Nel 1767-69 Carlo Emanuele III di Savoia sottrasse l'arcipelago della Maddalena al controllo genovese[10]. Nel 1847 confluirono nel Regno tutti gli altri stati della Casa Reale sabauda con la cosiddetta fusione perfetta.

Con il riordino dello Stato e la conseguente scomparsa delle antiche istituzioni, l'isola divenne una regione di uno Stato più ampio, non più limitato alla sola isola come era stato fin dalla sua fondazione, ma unitario, con un unico territorio doganale, un solo popolo, un unico parlamento ed un'unica legge costituzionale (lo Statuto Albertino), comprendente la Sardegna, la Savoia, il Nizzardo, la Liguria e il Piemonte (che ospitava la capitale Torino), conservando il nome di Regno di Sardegna ancora per qualche anno, finché, una volta raggiunta l'Unità d'Italia, con la proclamazione del Regno d'Italia, cambiò il proprio nome in Regno d'Italia.[11]

Nel 1324 il regno di Sardegna entrò a far parte del variegato complesso di Stati che formavano la Corona d'Aragona

Il Regno di Sardegna nella corona d'Aragona[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Re di Sardegna, Regno di Sardegna (1324-1720), Storia della Sardegna dei Giudicati, Storia della Sardegna signorile e comunale, Corona d'Aragona, Regno di Arborea, Mariano IV d'Arborea e Eleonora d'Arborea.

La prima parte della storia del Regno di Sardegna è caratterizzata dalla conquista aragonese della porzione dell'isola già in mano a Pisa[12] e dal lungo conflitto che oppose questo primo nucleo territoriale del nuovo Stato al regno giudicale di Arborea. Solo nel 1323 Giacomo II di Aragona decise di intraprendere la conquista territoriale della Sardegna inviando sull'isola un'armata di invasione che sconfisse i Pisani sia nell'assedio di Villa di Chiesa che nella battaglia di Lucocisterna. Spingevano in tal senso gli interessi commerciali catalani e, in parte, la necessità di dare alla nobiltà catalana ed aragonese l'opportunità di conquistare terre e feudi. La politica catalana di quel periodo era infatti volta all'egemonia commerciale nel Mediterraneo, attraverso la strategica ruta de las islas, (la via delle isole), che dalle Baleari avrebbe dovuto toccare appunto la Sardegna, quindi la Sicilia, Malta e Cipro. Controllare una simile via di mare avrebbe dovuto consentire al ceto mercantile barcellonese di acquisire una posizione dominante rispetto a Pisa, Genova[13] e alla stessa Venezia.

Eleonora d'Arborea, giudicessa reggente (1383-1404)

Effettivamente così avvenne: diverse famiglie catalane influenti come i Canelles svilupparono importanti traffici commerciali tra la Sardegna e l'Aragona, impostando nuovi rapporti economici nell'area del Mar Mediterraneo Occidentale. La vita del nuovo regno fu però alquanto precaria. Sin dall'inizio, l'imposizione del regime feudale a popolazioni che non l'avevano mai sperimentato, unito allo spostamento drastico degli interessi economici e politici verso l'esterno dell'isola, provocarono malumori e forti resistenze sia nei villaggi a vocazione agricola che nei ceti artigiani e commerciali delle città[14]. Ugone II di Arborea aveva giurato sottomissione vassallatica al re d'Aragona, calcolando di diventarne una sorta di luogotenente nei territori sottratti ai Pisani e contemporaneamente mantenendo i propri titoli sovrani nei possedimenti arborensi: in pratica una sorta di signoria, detenuta a vario titolo e giuridicamente non uniforme, sull'intera isola. Tuttavia per la Corona d'Aragona, detentrice ora anche di fatto della sovranità sul Regno di Sardegna, l'Arborea non era altro che una porzione del regno medesimo, affidata semplicemente ad un vassallo della corona. Da tale equivoco nasceranno fatali incomprensioni e persino procedimenti giurisdizionali contro la casata di Arborea[15].

Nel 1347, mentre in Europa iniziava a diffondersi la terribile epidemia della Peste Nera, in Sardegna gli eventi precipitarono. I Doria, timorosi dell'egemonia aragonese, che ne minacciava i possedimenti, decisero di passare all'azione scatenando la guerra e massacrando l'esercito dei regnicoli nella Battaglia di Aidu de Turdu. A causa della terribile pestilenza le azioni di guerra si fermarono, salvando momentaneamente i regnicoli dalla completa disfatta nel nord dell'isola, ma sei anni più tardi, nel 1353, con delibera della Corona de Logu, scese in campo a fianco dei Doria il nuovo sovrano di Arborea Mariano IV. Questa decisione, da parte di chi era considerato nient'altro che un vassallo della corona aragonese, venne ritenuta un tradimento. Le sorti per il giovane Regno di Sardegna volsero rapidamente al peggio, anche per la ribellione generalizzata delle popolazioni sottomesse. Nel 1353 lo stesso re d'Aragona e di Sardegna[16], Pietro IV il Cerimonioso, dovette allestire una grande spedizione sull'isola, ponendosi di persona al suo comando. Ottenuta una tregua dai Doria e da Mariano IV (che uscirono politicamente rafforzati dalla vicenda), Pietro IV si impossessò di Alghero, cacciandone la popolazione sarda e i commercianti genovesi che vi risiedevano e ripopolandola con famiglie catalane e valenzane[17], quindi stipulò un trattato di pace con i contendenti (a Sanluri) e, arrivato a Castel di Calari, riunì per la prima volta le cortes del regno, il parlamento in cui sedevano i rappresentanti della nobiltà, del clero e delle città del Regno di Sardegna (1355)[18]. Ma era inevitabile, data la situazione dell'isola, che le ostilità riprendessero. Non erano passati dieci anni che, nonostante l'imperversare della peste, l'Arborea scese di nuovo in guerra contro il Regno di Sardegna (1364). Lo scontro assunse presto una connotazione nazionalista, contrapponendo Sardi e Catalani, in un conflitto che per durata, durezza e crudeltà non ebbe nulla da invidiare alla contemporanea guerra dei cent'anni tra Regno di Francia e Regno d'Inghilterra[7]. Per lunghi anni (a parte una parentesi tra 1388 e 1390) il Regno di Sardegna fu ridotto alle due città di Alghero e Cagliari e a poche piazzeforti assediate[7].

Finalmente, sotto il re Martino il Vecchio, i Catalani ottennero la vittoria decisiva il 30 giugno 1409 nella battaglia di Sanluri, e di lì a poco conquistarono Oristano, riducendo così il territorio giudicale a Sassari e al suo circondario; infine, nel 1420 ottennero dall'ultimo sovrano arborense, Guglielmo III di Narbona[19], la cessione di quanto rimaneva dell'antico regno giudicale, al prezzo di 100.000 fiorini d'oro. L'anno successivo a Cagliari si poteva riunire di nuovo il parlamento delle Cortes, che da quel momento si denomineranno Stamenti. Tale organo di rappresentanza istituzionale continuò a funzionare di fatto fino alla fine del XVIII secolo[20], venendo abolito di diritto nel 1847, insieme alle altre istituzioni del regno. Benché il Regno di Sardegna continuasse a far parte della Corona aragonese, nel corso del XV secolo l'assetto istituzionale iberico subì un'evoluzione decisiva, nella quale fu coinvolto anche il regno sardo. Nel 1409, in occasione della sconfitta decisiva del regno d'Arborea nella Battaglia di Sanluri, il regno d'Aragona perse l'erede al trono nonché re di Sicilia Martino il Giovane[21]. L'anno successivo morì senza altri eredi suo padre, Martino il Vecchio: si estingueva così la casata dei conti-re di Barcellona, a lungo detentrice della Corona aragonese. La successione al trono fu problematica. Alla fine, dopo due anni di conflitti, si impose la casata castigliana dei Trastamara. Da quel momento la componente catalana della Corona aragonese passò sempre più in secondo piano, con notevoli conseguenza sul piano economico, politico e culturale. Tale situazione avrebbe scatenato periodiche rimostranze da parte dei Catalani ed anche vere e proprie ribellioni. Dopo la definitiva uscita di scena del regno di Arborea, in Sardegna rimanevano alcuni centri di resistenza anti-aragonese. Nel 1448 venne conquistata l'ultima roccaforte dei Doria rimasta sull'isola, Castelgenovese (l'attuale Castelsardo), cui venne dunque mutato il nome in Castelaragonese. Negli stessi anni, sulle montagne del Gennargentu furono represse le ultime resistenze sarde. L'isola fu suddivisa in feudi, assegnati a coloro che avevano contribuito alla vittoriosa conquista.

Emblema di Filippo II degli Asburgo di Spagna.

Il Regno di Sardegna sotto i Re Cattolici e gli Asburgo di Spagna[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Storia della Sardegna spagnola.
Insulae Sardiniae novae accurata descriptio - Janssonius Johannes, 1642-44

Alla fallita rivolta e mancata successione nobiliare di Leonardo de Alagon segue il tramonto di una politica autonoma della Corona aragonese a seguito dell'unione dinastica con il Regno di Castiglia. Alla morte di Giovanni II d'Aragona, nel 1479, gli succedette il figlio Ferdinando II, da dieci anni sposato a Isabella regina di Castiglia. L'unione dinastica dei due Stati non diede un avvio formale all'unificazione territoriale della Spagna, ma la Corona d'Aragona, e con essa il Regno di Sardegna che ne continuò a far parte, fu da allora coinvolta nella politica di potenza prima dei Re Cattolici, poi degli Asburgo di Spagna. La Corona d'Aragona e gli Stati che la conformavano, fra cui il Regno di Sardegna, assorbirono massicciamente un'ispanizzazione a tutti i livelli nella lingua, nella cultura, nelle mode, in quel senso di appartenenza ad un'organizzazione politica la più potente apparsa forse nel mondo fino allora, cui appartenevano popoli numerosi e diversissimi in ogni angolo del mondo, dall'Europa mediterranea a quella centrale, alle Americhe, alle colonie africane, indiane ed in estremo oriente portoghesi, alle Filippine, le Marianne, l'isola di Guam. Un sentimento di appartenenza cui anche la classe dirigente sarda aderì pienamente, anche con incarichi politici di alto prestigio, come con Vicente Bacallar Y Sanna e culturali di buon livello per "una piccola provincia di un grande impero"[22]. I sardi furono costretti a condividere, nel bene e nel male, le scelte politiche e gli interessi economici del Regno "delle Spagne", come si diceva allora, roccaforte del potere asburgico in Europa, seguendone la parabola storica attraverso il periodo di fulgore e di egemonia europea (XVI secolo) e il declino finale (seconda metà del XVII secolo).

Nel corso del XVI secolo, alle incursioni dei pirati saraceni e turchi si aggiunsero per l'isola la minaccia delle potenze europee rivali della Spagna (prima la Francia, poi l'Inghilterra). Lo stato di belligeranza quasi continuo richiese un certo dispendio di risorse e di uomini. Sotto Carlo V d'Asburgo e soprattutto sotto suo figlio Filippo II, i litorali sardi vennero coperti da una fitta linea di torri costiere[23] come prima misura di difesa. Tuttavia, tali misure non furono mai sufficienti ad assicurare una decisiva difesa dalle incursioni ostili. Dal punto di vista culturale, si assiste ad un progressivo e profondo processo di ispanizzazione di tutte le strutture amministrative e sociali dell'isola. Il tribunale dell'Inquisizione spagnola (con sede a Sassari) perseguitò tanto le espressioni di pensiero eterodosso delle classi dominanti (famoso il processo e la condanna al rogo del giurista cagliaritano Sigismondo Arquer, nel 1561), quanto le manifestazioni della religiosità e delle tradizioni popolari (una cui porzione molto ampia era retaggio di culti e conoscenza mistico-mediche antichissime). A tale opera repressiva fece da contraltare la nuova evangelizzazione compiuta nelle campagne e nelle zone interne dai Gesuiti i quali, attenti alle usanze e alle lingue locali, ridisegneranno - salvaguardandole - celebrazioni, feste e pratiche liturgiche di matrice chiaramente pre-cristiana sopravvissute fino allora (e da allora fino ai nostri giorni). Sempre ai padri Gesuiti si deve l'erezione di collegi nelle principali città dell'isola; da quelli di Sassari e Cagliari si sarebbero sviluppate, nei primi decenni del XVII secolo, le due università sarde di Sassari e Cagliari.

Nel 1566 venne fondata a Cagliari la prima tipografia del regno ad opera di Nicolò Canelles, favorendo il progresso culturale nell'intera isola. Il sistema feudale, specie nel corso del XVII secolo, fu in parte temperato dal regime pattizio che molte comunità riuscirono ad imporre ai rappresentanti in loco del signore riguardo all'imposizione fiscale e all'amministrazione della giustizia, altrimenti esposte all'arbitrio del barone e degli appaltatori delle rendite. La fiscalità feudale rimase comunque gravosa e spesso insostenibile, specie per l'estrema variabilità dei raccolti. Periodicamente, recrudescenze della peste afflissero la Sardegna (così come il resto dell'Europa durante l'Antico Regime): tristemente memorabile rimase quella del 1652[24]. La seconda metà del XVII secolo fu un periodo di crisi economica, culturale e politica. L'aristocrazia sarda, di origini catalane, si divise in fazioni: una filo-governativa più conservatrice, una seconda guidata da Agostino di Castelvì, marchese di Laconi e primavoce dello Stamento militare, desiderosa di maggiore autonomia politica. Nel 1668 tali dissidi portarono alla negazione da parte del Parlamento della tassa del donativo, evento inedito e potenzialmente eversivo[25]. Poche settimane dopo, il marchese di Laconi, capo riconosciuto della fazione anti-governativa che aveva avanzato la richiesta di assegnazione delle cariche in via esclusiva ai nativi dell'Isola, venne ucciso a tradimento. Un mese più tardi, a subire la stessa sorte per le strade del Castello di Cagliari fu nientemeno che il viceré in persona, il marchese di Camarassa. Tale susseguirsi di eventi suscitò grande scandalo a Madrid e il sospetto che in Sardegna si preparasse una rivolta generalizzata, così come era accaduto in Catalogna meno di trent'anni prima. La repressione fu severissima; tuttavia la popolazione rimase sostanzialmente estranea a tali eventi. Nel 1698 si concluse l'ultima sessione deliberativa del parlamento sardo. Perché gli Stamenti tornino a radunarsi, autoconvocandosi, bisognerà attendere il 1793, in circostanze eccezionali. Alla morte dell'ultimo erede degli Asburgo di Spagna, si aprì la difficile successione al trono iberico, conteso dai Borboni di Luigi XIV di Francia e gli Asburgo d'Austria, con gli altri stati europei schierati con l'uno o con l'altro pretendente. Ne conseguì il sanguinoso conflitto conosciuto come la Guerra di successione spagnola.

Il Regno di Sardegna nella corona sabauda[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Regno di Sardegna (1720-1861).
Stemma del Regno di Sardegna durante la dinastia dei Savoia
Karte von den Staaten des Konigs von Sardinien - D.F. Sotzmann, Berlin, 1793 (Carta degli Stati del Re di Sardegna)

La Guerra di successione spagnola ebbe le dimensioni di una vera e propria guerra mondiale, coinvolgendo tutte le potenze europee e i rispettivi imperi coloniali. Dopo una prima conclusione, regolata dalla pace di Utrecht e dal trattato di Rastatt, il Regno di Sardegna sembrava destinato a entrare nell'Impero asburgico: gli Austriaci presero possesso dell'isola e lo tennero per tre anni. Nel 1717, tuttavia, un corpo di spedizione spagnolo, inviato dal cardinal Alberoni, potente ministro iberico, occupò di nuovo l'isola, cacciandone i funzionari asburgici. Fu solo una parentesi breve, che servì solo a rinfocolare i due partiti filo-austriaco e filo-spagnolo in cui era divisa la classe dominante sarda. Tra il 1718 e il 1720, con le trattative diplomatiche di Londra e dell'Aia, il Regno di Sardegna venne definitivamente ceduto alla Casa Savoia, già detentrice del Principato del Piemonte e di altri territori continentali. I Savoia, benché insoddisfatti del nuovo acquisto territoriale, poterono così ottenere il titolo monarchico a lungo inseguito. Vittorio Amedeo II divenne il XVII re di Sardegna.

Mentre la Sardegna veniva governata in un'ottica di sfruttamento fiscale e coloniale, tra lo scontento crescente di tutte le classi sociali,[senza fonte] la dinastia sabauda progettava e realizzava l'adeguamento istituzionale, urbanistico e artistico dei possedimenti della terraferma. Torino divenne, nel corso del XVIII secolo, una grande capitale europea. In ogni caso, i Savoia stentarono ad accettare anche solo alcuni aspetti più pratici delle nuove idee del secolo (l'Illuminismo), rimanendo ancorati anche nella gestione e nell'amministrazione dei territori del continente a modelli rigidamente conservatori. Benché tra il 1759 e il 1773, sotto il ministro per gli affari della Sardegna Giovanni Battista Lorenzo Bogino, sull'isola fosse stata tentata una razionalizzazione amministrativa e fossero state riaperte le università, la situazione si mantenne problematica.

Nel 1720 Vittorio Amedeo II di Savoia divenne il 17º re di Sardegna. L'aristocrazia era sempre esclusa dalla gestione del potere, non potendo ricoprire le cariche decisive. La borghesia nascente e il mondo produttivo era vincolato alle rigide disposizioni accentratrici del fisco e delle dogane. Il popolo delle campagne e i lavoratori più umili nelle città - ossia la maggioranza della popolazione - subivano sia il regime fiscale feudale, sia il controllo poliziesco imposto dal governo piemontese. Le brutalità del sistema giudiziario e carcerario sabaudo costituirono un elemento di forte malcontento, rimanendo a lungo nell'immaginario collettivo. Allorché la Francia rivoluzionaria, le cui idee erano ormai trapelate sull'isola[26], tentò di occupare militarmente la Sardegna, nell'inerzia del viceré piemontese, fu il Parlamento a radunarsi, raccogliere fondi e uomini e opporre una milizia sarda al tentativo di sbarco francese. Le circostanze favorirono un'imprevedibile vittoria dei Sardi e l'evento fece crescere la delusione verso il governo piemontese.

Il 28 aprile del 1794 furono cacciati il viceré e tutti i funzionari piemontesi e stranieri dall'isola. Il parlamento e la Reale Udienza presero il controllo della situazione e governarono l'isola per alcuni mesi, fino alla nomina del nuovo viceré. Nonostante ciò, ormai i problemi irrisolti emergevano prepotentemente. Le città erano incontrollabili, le campagne in rivolta. L'inviato governativo a Sassari Giovanni Maria Angioy, postosi a capo della ribellione, marciò verso Cagliari con l'intenzione di prendere il potere, abolire il regime feudale e proclamare la repubblica. Aristocrazia e clero, insieme ad una parte cospicua della borghesia, abbandonarono ogni velleità riformatrice e nel 1796, con l'aiuto militare piemontese, bloccarono il tentativo rivoluzionario[27]. L'Angioy dovette riparare in Francia, morendovi esule e in miseria di lì a qualche anno. Altri tentativi rivoluzionari, negli anni successivi (1802 e 1812), furono soffocati nel sangue. Nel 1799, dopo che le armate napoleoniche, si erano impossessate dell'Italia settentrionale, l'intera corte dei Savoia dovette riparare a Cagliari. L'estensione del Regno di Sardegna in tale periodo coincise con i confini dell'isola. Il soggiorno della famiglia reale in Sardegna durò fino al 1814 e le spese di mantenimento della corte e dello stuolo di funzionari al seguito aggravò di molto la già precaria situazione delle casse del regno.

La Restaurazione e le riforme[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Congresso di Vienna e Napoleone Bonaparte.
I territori del Regno di Sardegna dopo il 1815.

Con la fine dell'epopea napoleonica e il Congresso di Vienna, i Savoia, rientrati a Torino, ottennero la Repubblica di Genova, senza un plebiscito che sancisse tale annessione[28]. Gli interessi della casa regnante erano sempre più rivolti alla Lombardia e all'Italia settentrionale, ma ancora senza collegamenti con le nascenti richieste di liberazione e di unità nazionale italiana. Benché avversa a qualsiasi innovazione radicale delle istituzioni, nel periodo della Restaurazione la casa regnante promosse un certo rinnovamento legislativo.[29][30][31] Nel 1820 in Sardegna venne emanato dal re Vittorio Emanuele I un editto che consentiva a chiunque di diventare proprietario di un pezzo di terra che fosse riuscito a cingere: era il famigerato Editto delle Chiudende[32]. Nel 1827 il re Carlo Felice estese alla Sardegna il nuovo codice civile, abrogando così l'antica Carta de Logu, legge di riferimento generale per tutta l'isola sin dai tempi di Eleonora d'Arborea, mantenuta in vigore da Catalani e Spagnoli. Tra il 1836 e il 1838, il re Carlo Alberto infine abolì il sistema feudale.

La bandiera adottata dal Regno di Sardegna (poi dal Regno d'Italia dal 1861) su decisione di Carlo Alberto nel 1848

Il riscatto monetario dei territori sottratti all'aristocrazia e all'alto clero fu fatto gravare, sotto forma di tributi, sulle popolazioni. Col ricavato, molte famiglie aristocratiche poterono addirittura ricomprare in proprietà piena una larga parte dei terreni feudali. Questa serie di misure legislative, apparentemente volta a favorire il progresso economico dell'agricoltura e quindi dell'intera economia sarda, si rivelò in buona parte controproducente, perché le nuove proprietà fondiarie, non più destinate agli usi comunitari, furono destinate all'affitto per il pascolo, meno costoso e più remunerativo della messa a coltura, favorendo la rendita passiva rispetto alle attività produttive. Mentre sui possedimenti sabaudi del continente si avviava il decisivo processo di modernizzazione, in Sardegna crescevano gli squilibri sociali ed economici e le risorse dell'isola (miniere, legname, saline, produzione lattiero-casearia) venivano appaltate e date in concessione per lo più a stranieri, in un ciclo economico di stampo coloniale. La situazione sarda rimase dunque stagnante, con periodiche ribellioni popolari e alimento dell'atavico banditismo[33].

Il processo di riforma si concluse, su pressione delle borghesie cittadine, con la concessione da parte del re Carlo Alberto dell'Unione o Fusione Perfetta con gli stati del Continente. La Sardegna perse ogni forma residuale di sovranità e di autonomia statuale per confluire nei confini di uno Stato più grande e il cui centro degli interessi risultava naturalmente radicato sul Continente. L'Unione Perfetta non apportò i vantaggi auspicati all'isola, dal punto di vista economico, politico, sociale e culturale. Tale esito deludente, ben chiaro sin dai primi anni dopo l'avvenuta fusione istituzionale, diede adito alla prima stagione del pensiero autonomista sardo (Giorgio Asproni, Giovanni Battista Tuveri, ecc.). Pur tuttavia, durante l'intero periodo di governo Sabaudo, dal 1720 al 1861, la popolazione della Sardegna crebbe dai 312.000 del 1728 ai 609.000 del 1861 con un incremento del 95 %, segno di un lento ma graduale miglioramento della struttura economica e delle condizioni sanitarie.

Il Risorgimento italiano e la fine formale del Regno di Sardegna[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Risorgimento, Storia d'Italia, Cavour e Regno d'Italia (1861-1946).
I confini del Regno di Sardegna nel 1860

Sin dai primi anni dopo la Restaurazione, nella penisola italiana le borghesie liberali e gran parte del ceto intellettuale dei vari stati italici cominciarono a coltivare progetti politici di unificazione nazionale, alimentati dalla crescente presa delle idee romantiche.

Intorno alla metà del secolo, a partire dal 1848, anno di rivoluzioni in tutta Europa, si avviò concretamente con la prima guerra di indipendenza il processo di unificazione territoriale della Penisola.

A capo del processo politico così avviato era appunto il Regno di Sardegna guidato dai Savoia. Nel medesimo 1848 Carlo Alberto concesse lo Statuto[34], prima costituzione del regno, rimasta formalmente in vigore fino al 1948, data di promulgazione dell'attuale Costituzione repubblicana italiana.

Tra il 1859 (seconda guerra di indipendenza) e il 1861 (dopo la spedizione garibaldina dei Mille, 1860), l'Italia raggiunse l'unità[35] sotto le insegne del regno sabaudo, con la conseguente scomparsa degli altri stati.

Il 17 marzo 1861 il XXIV re di Sardegna, Vittorio Emanuele II, proclamò la nascita del Regno d'Italia.

Ordini cavallereschi[modifica | modifica wikitesto]

Mappe del processo di unificazione[modifica | modifica wikitesto]

Il regno di Sardegna tra il 1324 e il 1720[modifica | modifica wikitesto]

Il regno di Sardegna tra il 1720 e il 1861[modifica | modifica wikitesto]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ ex art. 62 Statuto Albertino, la lingua ufficiale delle Camere era l'italiano, con possibilità dell'uso del francese per membri, che appartengono ai paesi, in cui questa in uso, od in risposta ai medesimi
  2. ^ In realtà il governo effettivo del Regno era a Torino fin dal 1720, ma ufficialmente Ducato di Savoia (di cui Torino era capitale) e Regno di Sardegna erano due Stati distinti, uniti solamente dal dominio personale del Duca di Savoia (che assumeva anche il titolo di Re di Sardegna). L'unione dei domini di Casa Savoia ebbe luogo solo con la fusione perfetta del 1847, perciò soltanto da tale data in poi si può affermare che, anche formalmente, Torino fu capitale del Regno.
  3. ^ in essa risiedeva il viceré, si adunavano le Cortes (il parlamento) e la suprema magistratura, la Reale Udienza; i sovrani non risiedettero mai nell'isola, se non in un breve periodo durante le guerre napoleoniche; durante le dinastie iberiche le sedi preferite furono Barcellona, Valladolid, El Escorial e Madrid; durante la dinastia sabauda i sovrani risiedettero nei palazzi di Torino, oggi Patrimonio dell'Umanità UNESCO.
  4. ^ ex art. 1 Statuto Albertino
  5. ^ da quell'anno la monarchia aragonese riconobbe di fatto il dominio genovese sulla Corsica, mantenendo però il titolo nominale di Rex Corsicae
  6. ^ Circa l'epoca sabauda, le cose si complicano dal punto di vista storiografico, sia perché il Regno di Sardegna si inserisce istituzionalmente nel complesso processo di unificazione territoriale del nuovo Stato italiano (cfr. Storia d'Italia, Casa Savoia, Risorgimento), sia perché i re di Sardegna non sono detentori di altri titoli monarchici (come erano stati i re di Sardegna aragonesi e spagnoli) e questo comporta particolare attenzione nell'inquadramento storico di eventi e processi. Prima della Fusione Perfetta (1847) i Savoia agivano come re di Sardegna anche quando si occupavano dei loro stati di terraferma e quando intervenivano a livello internazionale perché quello monarchico sardo era il loro titolo più alto. Perciò bisognerebbe tener presenti due ambiti storiografici circa la vicenda del Regno di Sardegna sabaudo: quello propriamente sardo e quello relativo alla politica complessiva dei re di Sardegna. Vedi: Storia del Regno di Sardegna dal 1720 al 1848 e Storia della Monarchia Sabauda dal 1720 al 1861
  7. ^ a b c F. C. Casula, Storia di Sardegna, cit.
  8. ^ i Pisani all'epoca erano possessori di un terzo circa della Sardegna: la somma dei territori dei due regni giudicali di Gallura e di Calari
  9. ^ Francesco Cesare Casula, La Storia di Sardegna, Sassari, Carlo Delfino Editore, marzo 1998, p. 389, ISBN 88-7741-760-9.
  10. ^ Francesco Cesare Casula, La Storia di Sardegna, Sassari, Carlo Delfino Editore, marzo 1998, p. 464, ISBN 88-7741-760-9.
  11. ^ Su tale fase conclusiva della storia del regno di Sardegna si vedano: G. Sotgiu, Storia della Sardegna sabauda, Roma-Bari, 1984, e Id., Storia della Sardegna dopo l'Unità, Roma-Bari, 1986; F. C.Casula, La storia di Sardegna, Sassari-Pisa, 1994;
  12. ^ Giuseppe Meloni, La Sardegna nel quadro della politica mediterranea di Pisa, Genova, Aragona, in Storia dei Sardi e della Sardegna, II, Il Medioevo dai giudicati agli Aragonesi, Milano, 1988
  13. ^ Giuseppe Meloni, Genova e Aragona all'epoca di Pietro il Cerimonioso, I (1336-1354), II (1455-1360), III (1361-1387), Padova, 1971, 1976, 1982.
  14. ^ M. Tangheroni, Medioevo tirrenico, cit.; F. C. Casula, Profilo storico della Sardegna catalano-aragonese, Cagliari, 1982; Id., Sardegna aragonese. La nazione sarda, Sassari, 1990
  15. ^ F. C. Casula, Profilo storico della Sardegna catalano-aragonese, cit. e Id.,La storia di Sardegna, Sassari-Pisa, 1994
  16. ^ In questo periodo era già scomparsa dai documenti di cancelleria e dalle monete l'intitolazione relativa alla Corsica. Cfr. F. C. Casula, Sardegna aragonese, Vol. 1, pag. 405; F. Sedda, La vera storia della bandiera dei sardi, cit., pp. 55, 56, 68
  17. ^ Da allora Alghero è stata ed è ancora in buona parte una città etnicamente catalana, tuttora riconosciuta tra le minoranze linguistiche dello Stato italiano con la L. 482 del 1999
  18. ^ Giuseppe Meloni, Il Parlamento di Pietro IV d'Aragona (1355), I ed., Sassari, 1993. II ed., Firenze, 1993.
  19. ^ Sulle intricate vicende successorie che condussero il visconte di Narbona Guglielmo III al titolo giudicale, vedi: F.C. Casula, Storia di Sardegna, cit.
  20. ^ Il parlamento degli Stamenti avrà un ruolo decisivo nel corso della stagione rivoluzionaria sarda degli anni 1793-1796. Vedi: storia della Sardegna sabauda
  21. ^ Martino il Giovane morì di malaria il 25 luglio 1409, a nemmeno un mese dalla decisiva vittoria di Sanluri. Il suo mausoleo si trova nel transetto sinistro della cattedrale di Cagliari
  22. ^ Francesco Manconi, Una piccola provincia di un grande impero. La Sardegna nella monarchia composita degli Asburgo (secoli XV - XVIII), CUEC, Cagliari, 2010
  23. ^ In massima parte ancora ben visibili su tutta la linea costiera sarda
  24. ^ [1] Jorge Aleo, 1637-1672 Storia cronologica e veridica del Regno di Sardegna
  25. ^ Nel periodo spagnolo il Parlamento si riuniva all'incirca ogni dieci anni per discutere delle questioni più rilevanti del regno e per stabilire, negoziandolo, l'ammontare dell'imposta generale da versare al Re, il cosiddetto donativo, appunto
  26. ^ Cfr, F. Francioni, Vespro sardo, Cagliari, 2001
  27. ^ Vedi G. Sotgiu, Storia della Sardegna sabauda, cit.; F. Francioni, Vespro sardo, cit.
  28. ^ Plebisciti di annessione ai Savoia
  29. ^ Vedi:Raccolta delle leggi civili e criminali del Regno di Sardegna per ordine di re Carlo Felice (1821).[2]
  30. ^ Regio editto sul servizio delle strade. Cagliari Stamperia Reale, 1827, Regio editto sul servizio delle strade.[3]
  31. ^ Regio Editto sul censimento della popolazione del Regno, 1823
  32. ^ Vedi storia della Sardegna sabauda
  33. ^ A. La Marmora,Itinerario dell'isola di Sardegna, Torino, 1860; G. Sotgiu, Sardegna sabauda, cit.
  34. ^ Testo dello Statuto Albertino
  35. ^ Facevano ancora eccezione Veneto e Friuli (1866), il Lazio (1870), la Venezia Giulia, l'Istria e il Trentino-Alto Adige (1919)

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

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