Granducato di Toscana

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Granducato di Toscana
Granducato di Toscana – Bandiera Granducato di Toscana - Stemma
(dettagli)
Motto: Sotto una Fede et Legge un Signor solo
Granducato di Toscana - Localizzazione
Dati amministrativi
Nome completo Granducato di Toscana e Ducati di Firenze e Siena
Nome ufficiale Magnus Ducatus Tusciae (o Etruriae)
Lingue parlate italiano
Inno La Leopolda
Capitale Firenze
Altre capitali Siena per lo Stato Nuovo
Dipendente da Sacro Romano Impero dal 1569 al 1648 e dal 1737 al 1765
Dipendenze marchesato di Groppoli, marchesato di Santa Sofia di Marecchia, feudi imperiali in accomandigia
Politica
Forma di governo Monarchia
Sua Altezza Reale il Granduca (Magnus Dux Etruriae) poi Sua Altezza Serenissima Imperiale e Reale il Granduca (dal 1737) Granduchi di Toscana
Organi deliberativi Senato e Consiglio dei Duecento
Nascita 1569 con Cosimo I de' Medici
Causa Concessione del titolo di Granduca di Toscana al Duca di Firenze Cosimo I de' Medici
Fine 1859 con Ferdinando IV di Toscana
Causa Unità d'Italia
Territorio e popolazione
Bacino geografico Italia
Territorio originale Toscana del Nord
Massima estensione ca. 21.050 km² nel 1815 (Congresso di Vienna), ca. 22.550 km², dopo l'annessione di Lucca e le revisioni territoriali con Parma e Modena nel 1848
Popolazione 2.000.000 nel 1859
Economia
Valuta Fiorino toscano, Lira toscana
Risorse Ferro, Mercurio, Marmo, Alabastro, grano, vini, olio, seta greggia
Produzioni Tessuti, metalli lavorati
Commerci con Stati Italiani, Spagna, Francia, Gran Bretagna, Levante, Crimea, America
Esportazioni Grano, vino, marmo, alabastro, ferro, olio, paglia, seta, tessuti, lana, cuoio, manufatti tessili e metallici
Importazioni derrate alimentari, prodotti coloniali
Religione e società
Religioni preminenti Cattolicesimo romano
Religione di Stato Cattolicesimo romano
Religioni minoritarie Ebraismo, Protestantesimo, Ortodossia
Classi sociali nobili e patrizi, clero, borghesi e commercianti, artigiani, mezzadri e contadini.
Evoluzione storica
Preceduto da Flag of John the Baptist.svg Repubblica fiorentina (dal 1115 al 1532)
Firenze-Stemma.png Ducato di Firenze (dal 1532 al 1569)
Vari comuni toscani
Flag of the Republic of Pisa.svg Repubblica di Pisa
Bandera de Siena.png Repubblica di Siena
Lucca-Stemma.png Ducato di Lucca
Succeduto da Flag of the Kingdom of Etruria.svg Regno d'Etruria (dal 1799 al 1814)
Bandiera del granducato di Toscana (1562-1737 ).gif Granducato di Toscana (dal 1814 al 1859)
bandiera Regno d'Italia

Il Granducato di Toscana fu uno stato indipendente esistito dal 1569 al 1859, sotto la dinastia dei Medici prima e degli Asburgo-Lorena poi. Dal 1569 al 1859 il "Granducato di Toscana" riuscì a conservare la propria indipendenza ed a svilupparsi fino ad essere uno degli stati più prosperi e moderni in Europa. Al plebiscito del 1860 per l'annessione al Regno d'Italia, in confronto con gli altri stati, fu registrato il maggior numero di voti contrari all'annessione.

Storia[modifica | modifica sorgente]

L'ascesa dei Medici: dalla repubblica al granducato[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Repubblica di Firenze e Medici (famiglia).

A partire dal 1434, anno in cui Cosimo il Vecchio fa trionfalmente ritorno dall'esilio veneziano al quale l'aveva costretto l'anno precedente il governo oligarchico reggitore della città, la famiglia Medici prende a esercitare su Firenze un potere di fatto (per il quale è stata coniata la definizione di "criptosignoria") che si consoliderà sotto Piero di Cosimo detto il Gottoso e suo figlio Lorenzo il Magnifico. Nel 1494 Piero di Lorenzo detto lo Sfortunato, incapace di opporsi efficacemente all'ingresso del re di Francia Carlo VIII in Firenze, è costretto alla fuga. In città viene restaurato il regime repubblicano, mentre la Repubblica di Pisa riacquista la propria indipendenza, che tuttavia perderà nuovamente nel 1509.

Verso il granducato[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Repubblica di Siena e Stato dei Presidi.
Stemma del Granducato dal 1562 al 1737

Il ritorno dei Medici (1512) vede al governo della città il cardinale Giulio, figlio naturale di Giuliano di Piero di Cosimo, che nel 1523 sarà eletto papa con il nome di Clemente VII. Nel 1527, tuttavia, dopo il Sacco di Roma da parte delle truppe di Carlo V, i fiorentini insorgono proclamando nuovamente la repubblica: solo l'accordo tra il papa Medici e l'imperatore consentirà la sconfitta definitiva dell'ultimo regime repubblicano, dopo un lungo assedio. Nel 1531 Alessandro de' Medici prende possesso del governo della città; l'anno dopo riceve il titolo ducale, dà vita al Senato dei Quarantotto e al Consiglio dei Dugento, riformando le antiche istituzioni repubblicane e comunali. Morirà nel 1537 per mano di Lorenzo di Pier Francesco de' Medici, meglio noto come Lorenzino o Lorenzaccio. Il governo viene dunque assunto da Cosimo, figlio di Giovanni dalle Bande Nere, discendente del ramo cadetto, e Maria Salviati, nipote di Lorenzo il Magnifico.

Il nuovo duca dà inizio a una politica espansionistica che avrà una tappa fondamentale nella conquista di Siena (1555) e nella fine della repubblica senese, ratificata da Filippo II di Spagna nel quadro del trattato di Londra (1557) che sancirà anche la costituzione dello Stato dei Presidii, posto sotto il controllo di viceré spagnoli, nell'Argentario, già area di influenza senese. Siena stessa sarà governata attraverso la costituzione di uno Stato Nuovo (o Ducato di Siena) e manterrà un'autonomia governativa e amministrativa con proprie istituzioni, rispetto al resto del granducato, seppur con burocrati e funzionari toscani graditi ai Medici.

Con la bolla emessa da papa Pio V il 27 agosto 1569 Cosimo ottiene il titolo di granduca di Toscana. Alla sua morte (1574), gli succede il figlio Francesco. La dinastia medicea reggerà le sorti del granducato fino alla morte di Gian Gastone (1737), quando la Toscana, priva di un erede legittimo, sarà concessa a Francesco III Stefano, duca di Lorena, consorte di Maria Teresa, arciduchessa d'Austria, in base ad accordi già stipulati tra le dinastie europee nel 1735.

I Lorena[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Asburgo-Lorena (Toscana), Asburgo-Lorena e Lorena (dinastia).

Il primo granduca della dinastia lorenese riceve l'investitura della Toscana con diploma imperiale del 24 gennaio 1737; destinato ad affiancare la moglie sul trono imperiale (prima coreggente, riceve la nomina a imperatore nel 1745) e affida il governo della Toscana a una reggenza presieduta da Marc de Beauvau, principe di Craon, compiendo una sola visita nella regione (1739). La Toscana, divenendo di diritto e di fatto un feudo dell'impero, è in questi primi anni una pertinenza politica ed economica della corte di Vienna. Il celebre mecenatismo dei Medici con le loro numerose e famose committenze, improvvisamente cessa: anzi il nuovo granduca ereditando le vaste e cospicue proprietà medicee, fa incetta delle imponenti collezioni raccolte nel corso dei secoli. In occasione della visita di Francesco Stefano a Firenze, vengono trasferite a Vienna numerosissime opere d'arte dei palazzi medicei, con una lunga processione di carri che per tre giorni escono da Porta San Gallo. Questo suscita lo sdegno degli stessi fiorentini che si sentono legittimi eredi e della stessa principessa elettrice palatina Anna Maria, ultima rappresentante della famiglia Medici che, alla sua morte, lascia i propri beni e collezioni private alla città di Firenze, andando così a costituire il primo nucleo della "Galleria Palatina".

Questo periodo non è caratterizzato dalla tradizionale affezione della popolazione e della dirigenza toscana verso i propri regnanti. Con l'arrivo del nuovo dinasta e della nuova classe politica lorenese che si dimostra spesso ottusa e sfruttatrice della situazione toscana crea un netto distacco con l'alta società fiorentina che si vede defraudata in parte delle antiche cariche politiche. Solo con la dichiarazione del 14 luglio 1763, il granducato, da pertinenza imperiale, viene quaificato nella dinamica dinastica come secondogenitura con la clausola che, nel caso di estinzione della linea cadetta, lo stato sarebbe ritornato tra i possedimenti imperiali. Deceduto il secondogenito Francesco, è nominato erede dello stato toscano il terzogenito Pietro Leopoldo a cui viene riconosciuta la dignità sovrana con rescritto imperiale del 18 agosto 1765.

Nelle mani di Pietro Leopoldo di Lorena (1765-1790) il granducato conosce la fase più innovativa del governo lorenese, in cui una solida politica agraria si accompagna alle riforme del commercio, dell'amministrazione pubblica e della giustizia.

Come Granduca di Toscana, Leopoldo è un chiaro esempio di "sovrano illuminato" e le sue riforme si contraddistinguono per una propensione agli scopi pratici più che a quelli teorici.

Nella sua opera riformatrice si avvale di importanti funzionari come Giulio Rucellai, Pompeo Neri, Francesco Maria Gianni, Angelo Tavanti.

Il granduca avvia una politica liberista raccogliendo l'appello di Sallustio Antonio Bandini del quale fa pubblicare l'inedito Discorso sulla Maremma, promuovendo la bonifica delle aree paludose nella Maremma e nella Val di Chiana e favorendo lo sviluppo dell'Accademia dei Georgofili. Introduce la libertà nel commercio dei grani abolendo i vincoli annonari che bloccavano le colture cerealicole, ma l'avvenimento capitale è, dopo tanti secoli, la liquidazione delle corporazioni di origine medioevale, ostacolo principale per un'evoluzione economica e sociale dell'attività industriale. Introduce poi la nuova tariffa doganale del 1781, in base alla quale vengono aboliti tutti i divieti assoluti, che sono sostituiti da dazi protettivi, tenuti, del resto, a un livello molto basso in confronto a quelli allora in vigore.

La trasformazione del sistema fiscale è da Pietro Leopoldo intrapresa fin dai suoi primi anni di regno e nel 1769 viene abolito l'appalto generale ed iniziata la riscossione diretta delle imposte. Esitante si rivela invece il sovrano fra la politica di Tavanti, che fino al 1781 attraverso il catasto, intende prendere la proprietà fondiaria come termine di misura per l'imposizione fiscale e, dopo la morte di Tavanti, nel 1781, quella di Francesco Maria Gianni, suo maggiore collaboratore dal quel momento, che concepisce un piano di eliminazione del debito pubblico attraverso la vendita dei diritti fiscali che lo stato ha sulla terra dei sudditi. Si sarebbe poi passati ad un sistema fondato esclusivamente sull'imposizione indiretta; operazione questa che, iniziata nel 1788, non è ancora ultimata nel 1790 quando Leopoldo diviene Imperatore. Riforma certi aspetti della legislazione toscana ma il suo maggior progetto, la redazione di un nuovo codice, che Pompeo Neri avrebbe dovuto realizzare, non giunge a termine per la morte del Neri stesso, mentre i progetti di costituzione non hanno seguito a causa della sua partenza per Vienna. In campo ecclesiastico Pietro Leopoldo si ispira ai principi del giurisdizionalismo, sopprimendo i conventi e abolendo i vincoli di manomorta. Inoltre l'alto clero della Toscana si volge religiosamente verso il Giansenismo, rappresentato dal vescovo di Pistoia Scipione de Ricci, tanto che il granduca gli fa organizzare un sinodo a Pistoia nel 1786 per riformare l'organizzazione ecclesiastica toscana secondo i principi giansenisti. Il programma uscito da questo sinodo, riassunto in 57 punti e frutto dell'intesa con Pietro Leopoldo, interessa gli aspetti patrimoniali e culturali e afferma l'autonomia delle Chiese locali rispetto al Papa e la superiorità del Concilio, ma le forti opposizioni del resto del clero e del popolo lo spingono a rinunciare a questa riforma. Nel periodo 1779-1782 Pietro Leopoldo avvia un progetto costituzionale che continua ulteriormente nel 1790 per fondare i poteri del sovrano secondo un rapporto contrattualistico. Anche questa politica però suscita forti opposizioni, e il granduca, che proprio in quell'anno saliva al trono imperiale è costretto a rinunciarvi. Ma la riforma più importante introdotta da Pietro Leopoldo è l'abolizione degli ultimi retaggi giuridici medievali in materia giudiziaria. All'inizio del suo regno in tema di giustizia vige la più assoluta confusione data dalla sovrapposizione incontrollata delle migliaia di norme accumulatesi nel corso dei secoli. I vari provvedimenti e leggi principesche (decreti, editti, motupropri, ordinanze, dichiarazioni, rescritti) validi in tutto il granducato incontravano eccezioni e particolarismi comunali, staturari e consuetudinari che ne limitavano grandemente l'efficacia. L'esigenza di dare una prima riorganizzazione mediante una loro raccolta sistematica è fatta dal Tavanti che collaziona tutte le leggi toscane dal 1444 al 1778. Una prima fase riguarda le abolizioni di privilegi giuridici comunali e corporativi come l'abolizione della censura ecclesiastica ed i vantaggi riconosciuti agli Ebrei di Livorno, la limitazione degli effetti del maggiorascato, del fidecommesso e della manomorta degli enti ecclesiastici. In materia penale vigevano ancora, fino alla riforma del 1786, i "quattro delitti infami" di origine medievale (lesa maestà, falso, buon costume e delitti atroci e atrocissimi). In un colpo solo Pietro Leopoldo abolisce il reato di lesa maestà, la confisca dei beni, la tortura e, cosa più importante, la pena di morte grazie al varo del nuovo codice penale del 1786 (che prenderà il nome di Riforma criminale toscana o Leopoldina). La Toscana sarà quindi il primo stato nel mondo ad adottare i principi di Cesare Beccaria, il più importante illuminista italiano che nella sua opera Dei delitti e delle pene invocava appunto l'abolizione della pena capitale.

Nel 1790, alla morte del fratello Giuseppe, privo di eredi, riceve la corona asburgica; il figlio Ferdinando divenne così Granduca in un periodo che già si presentava agitato alla luce degli avvenimenti rivoluzionari francesi.

Ferdinando III

In politica interna, il nuovo Granduca non ripudiò le riforme paterne che avevano portato la Toscana all'avanguardia in Europa, precedendo in alcuni campi persino la Rivoluzione Francese allora in corso ma cercò di limitarne alcuni eccessi, soprattutto in campo religioso, che erano stati accolti malvolentieri dal popolo. In politica estera, Ferdinando III cercò di restare neutrale nella tempesta succeduta alla Rivoluzione Francese ma fu costretto ad allinearsi alla coalizione antirivoluzionaria su forti pressioni dell'Inghilterra, che minacciava di occupare Livorno e l'8 ottobre 1793 dichiarò guerra alla Repubblica Francese. La dichiarazione non ebbe però effetti pratici ed anzi, la Toscana fu il primo stato a concludere la pace e a ristabilire le relazioni con Parigi nel febbraio 1795. La cautela del Granduca non servì però a tenere fuori la Toscana dall'incendio napoleonico: nel 1796 le armate francesi occupavano Livorno per sottrarla all'influenza britannica e lo stesso Napoleone entrava in Firenze, ben accolto dal sovrano ed occupava il Granducato, pur non abbattendo il governo locale. Solo nel marzo 1799 Ferdinando III fu costretto all'esilio a Vienna, in seguito al precipitare della situazione politica della penisola. Le truppe francesi rimasero in Toscana fino al luglio 1799, quando furono scacciate da una controffensiva austrorussa a cui diedero aiuto gli insorti sanfedisti del "Viva Maria!", partito dall'insurrezione di Arezzo (difatti l'esercito venne nominato Armata Austro-Russo-Aretina). La restaurazione fu breve; già l'anno dopo Napoleone tornava in Italia e ristabiliva il suo dominio sulla Penisola; nel 1801 Ferdinando doveva abdicare al trono di Toscana, ricevendo in compenso prima il Ducato di Salisburgo, nato con la secolarizzazione dell'ex stato arcivescovile e poi (1805), il Ducato di Würzburg, altro stato sorto con la secolarizzazione di un principato vescovile.

Il Regno di Etruria[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Regno di Etruria e Primo Impero francese.

Il 9 febbraio 1801, con il trattato di Lunéville, la Toscana viene ceduta dall'Austria alla Francia. Soppresso il Granducato di Toscana, viene istituito il Regno di Etruria, al cui comando si succedono Ludovico I di Borbone (1801-1803) e Carlo Ludovico di Borbone (1803-1807).

Nel dicembre 1807 il Regno d'Etruria viene soppresso e la Toscana è amministrata per conto dell'impero francese da Elisa Bonaparte Baciocchi, nominata a capo del restaurato Granducato di Toscana. Suddiviso amministrativamente in tre dipartimenti dipendenti ognuno da un maire (Dipartimento dell'Arno con capoluogo Firenze, Dipartimento del Mediterraneo con capoluogo Livorno e Dipartimento dell'Ombrone con capoluogo Siena), il Granducato ha rovinata la propria economia già in crisi per le lunghe guerre e invasioni. Il cosiddetto "Blocco continentale" imposto da Napoleone a tutti i territori marittimi a lui sottoposti, vede crollare quello che rimaneva dei floridi traffici che avevano caratterizzato il porto di Livorno per tutto il XVII e XVIII secolo e di conseguenza l'economia della Toscana.

La Restaurazione e lo Stato unitario italiano[modifica | modifica sorgente]

Ferdinando III tornò in Toscana solo nel settembre 1814, dopo la caduta di Napoleone. Al Congresso di Vienna, ottenne alcuni ritocchi del territorio con l'annessione del Principato di Piombino, dello Stato dei Presidii, dei feudi imperiali di Vernio, Monte Santa Maria Tiberina e Montauto e la prospettiva dell'annessione del Ducato di Lucca, seppur in cambio di alcune enclaves toscane in Lunigiana. La Restaurazione in Toscana fu, per merito del Granduca, un esempio di mitezza e buon senso: non vi furono epurazioni del personale che aveva operato nel periodo francese; non si abrogarono le leggi francesi in materia civile ed economica (salvo il divorzio) e dove si effettuarono restaurazioni si ebbe il ritorno delle già avanzate leggi leopoldine, come in campo penale. Molte istituzioni e riforme napoleoniche sono mantenute o marginalmente modificate: la legislazione con i codici di commercio, il sistema ipotecario, la pubblicità dei giudizi, lo stato civile, conferma e supera molte delle innovazioni introdotte dai francesi, tanto da rendere lo stato uno dei più moderni e all'avanguardia in materia. Da qui un orientamento indipendente dello spirito pubblico che diviene scarsamente sensibile agli appelli delle società segrete e carbonare che stanno sorgendo nel resto d'Italia. Le maggiori cure del restaurato governo lorenese furono per le opere pubbliche; in questi anni si realizzarono numerose strade (come la Volterrana), acquedotti e si diede inizio ai primi seri lavori di bonifica della Valdichiana e della Maremma, che videro l'impegno personale dello stesso sovrano. Ferdinando III pagò questo lodevole impegno personale con la contrazione della malaria, che lo condusse a morte nel 1824.

Leopoldo II di Toscana in un ritratto di Pietro Benvenuti, 1828

Alla morte del padre nel 1824 Leopoldo II assunse il potere e subito dimostrò di voler essere un sovrano indipendente, appoggiato in questo dal ministro Vittorio Fossombroni, che seppe sventare una manovra dell'ambasciatore austriaco conte di Bombelles per influenzare l'inesperto granduca. Questi non solo confermò i ministri che aveva nominato il padre ma diede subito prova della sua sincera voglia di impegnarsi con una riduzione della tassa sulla carne ed un piano di opere pubbliche che prevedeva la continuazione della bonifica della Maremma (tanto da essere soprannominato affettuosamente "Canapone" e ricordato dai Grossetani con un monumento scultoreo collocato in Piazza Dante), l'ampliamento del porto di Livorno, la costruzione di nuove strade, un primo sviluppo delle attività turistiche (allora chiamate "industria del forestiero") e lo sfruttamento delle miniere del granducato. Dal punto di vista politico, il governo di Leopoldo II fu in quegli anni il più mite e tollerante negli stati italiani: la censura, affidata al dotto e mite Padre Mauro Bernardini da Cutigliano, non ebbe molte occasioni di operare e molti esponenti della cultura italiana del tempo, perseguitati o che non trovavano l'ambiente ideale in patria, poterono trovare asilo in Toscana, come accadde a Giacomo Leopardi, Alessandro Manzoni, Guglielmo Pepe, Niccolò Tommaseo. Alcuni scrittori ed intellettuali toscani come Guerrazzi, Gian Pietro Viesseux e Giuseppe Giusti, che in altri stati italiani avrebbero sicuramente passato dei guai, poterono operare in tranquillità. È rimasta celebre la risposta del granduca all'ambasciatore austriaco che si lamentava che "in Toscana la censura non fa il suo dovere", al quale ribatté con stizza "ma il suo dovere è quello di non farlo!". Unico neo in tanta tolleranza e mitezza fu la soppressione della rivista "Antologia" di Gian Pietro Viesseux, avvenuta nel 1833 per le pressioni austriache e comunque senza ulteriori esiti civili o penali per il fondatore.

La bandiera del Granducato nel 1848: il tricolore, con sovraimpresse le armi della casata degli Asburgo-Lorena.

Nell'aprile 1859, nell'imminenza della Seconda guerra di indipendenza italiana contro l'Austria, Leopoldo II proclamò la neutralità ma ormai il governo granducale aveva i giorni contati: in Firenze la popolazione rumoreggiava e le truppe davano segni di insubordinazione. Il 27 aprile, verso le quattro, davanti ad una grande folla tumultuante per le strade di Firenze e all'aperta rivolta dell'esercito, Leopoldo II partì in carrozza da Palazzo Pitti, uscendo per la porta di Boboli, verso la strada di Bologna. Aveva appena rifiutato di abdicare a favore del figlio Ferdinando. La pacifica rassegnazione al corso della storia (il Granduca non pensò mai ad una soluzione di forza) e le modalità del commiato, con gli effetti personali caricati in poche carrozze e le attestazioni di simpatia al personale di corte, fecero sì che negli ultimi momenti di permanenza in Toscana gli ormai ex sudditi riacquistassero l'antica stima per Leopoldo: la famiglia granducale fu salutata dai fiorentini, levantisi il cappello al passaggio, con il grido "Addio babbo Leopoldo!" e accompagnata con tutti i riguardi da una scorta fino alle Filigare, ormai ex dogana con lo Stato Pontificio. Alle sei pomeridiane di quello stesso giorno, il Municipio di Firenze constatò l'assenza di alcuna disposizione lasciata dal sovrano e nominò un governo provvisorio. Rifugiatosi presso la corte viennese, l'ex granduca abdicò ufficialmente solo il successivo 21 luglio; da allora visse in Boemia, recandosi a Roma nel 1869, dove morì il 28 gennaio 1870. Nel 1914 la sua salma fu poi trasportata a Vienna per essere sepolta nel mausoleo degli Asburgo, la Cripta dei Cappuccini.

Ferdinando IV salì virtualmente al trono di Toscana dopo l'abdicazione del padre nel 1859, fu un protagonista involontario del Risorgimento in quanto fino al passaggio della Toscana al Regno d'Italia (1860) ne era diventato Granduca anche se non viveva a Firenze e non fu mai incoronato veramente. A seguito del decreto reale del 22 marzo 1860 che riuniva la Toscana al Regno di Sardegna, Ferdinando IV pubblicò a Dresda il 26 marzo successivo la sua protesta ufficiale verso tale annessione e a seguito della soppressione dell'indipendenza toscana con decreto reale del 14 febbraio 1861, pubblicò una successiva protesta del 26 marzo 1861 contestando il titolo di "Re d'Italia" a Vittorio Emanuele II. Nonostante ciò, anche dopo la soppressione del Granducato, Ferdinando, avendo mantenuta la "fons honorum" e la collazione degli Ordini dinastici, continuò ad elargire titoli e decorazioni.

Capi di Governo[modifica | modifica sorgente]

Ordini cavallereschi toscani[modifica | modifica sorgente]

Rappresentanze estere[modifica | modifica sorgente]

Il Granducato di Toscana, nel corso del XIX secolo, fu rappresentato da propri ambasciatori all'estero presso le corti dell'Impero austriaco, del Regno delle Due Sicilie, della Francia, del Belgio, della Gran Bretagna, del Regno di Sardegna e dello Stato Pontificio; in Spagna e nell'Impero ottomano era, invece, rappresentata da diplomatici austriaci.

Di contro, varie potenze estere furono accreditate presso la corte lorenese di Firenze: Austria, Due Sicilie, Francia, Regno Unito, Portogallo, Prussia, Russia, Sardegna e Stato Pontificio, Svizzera. Invece, il Belgio, il Brasile e la Russia ebbero propri ambasciatori con sede a Roma, mentre il Regno di Svezia e Norvegia aveva il proprio a Napoli.

Più numerose furono le rappresentanze consolari a Firenze, Livorno ed in altre città toscane: Amburgo, Austria, Baviera, Belgio, Brasile, Brema, Cile, Danimarca, Due Sicilie, Ecuador, Francia, Gran Bretagna, Grecia, Hannover, Lubecca, Messico, Modena e Reggio, Meclemburgo, Oldenburgo, Paesi Bassi, Parma e Piacenza, Portogallo, Prussia, Sardegna, Sassonia, Spagna, Stati Uniti d'America, Svezia e Norvegia, Svizzera, Tunisi, Turchia, Uruguay, Württemberg.

Numerosi sono, infine i consolati toscani nel mondo a dimostrazione dei vasti commerci ed affari: Aleppo, Alessandria d'Egitto, Algeri, Amburgo, Amsterdam, Ancona, Anversa, Atene-Pireo, Bahia, Beirut, Barcellona, Bastìa, Bayreuth, Bona, Bordeaux, Cadice, Cagliari, Civitavecchia, Corfù, Francoforte sul Meno, Genova, Gibilterra, Ginevra, Lima, Lione, Lisbona, Londra, Malta, Marianopoli, Marsiglia, Mobile, Montevideo, Napoli, Nizza, New Orleans, New York, Odessa, Palermo, Roma, S. Pietroburgo, Ragusa, Salonicco, Smirne, Stoccolma, Trieste, Tripoli di Libia, Tunisi, Venezia.

Amministrazione e Ministeri[modifica | modifica sorgente]

Con l'avvento dei Lorena l'amministrazione statale fu riorganizzata in modo più razionale e moderno. Il governo, inizialmente, in assenza del granduca, impegnato a regnare come imperatore (1745-64), fu composto da un Consiglio di Reggenza, formato da esponenti vicini alla causa lorenese e da notabili fiorentini. Nonostante nel consiglio fossero presenti uomini come Gaetano Antinori, Neri Venturi, Carlo Rinuccini e Carlo Ginori, tutti di un certo livello e rigore morale e con iniziative imprenditoriali e moderne, l'economia e il bilancio statale non decollava. I Presidenti del consiglio di Reggenza, nominati dal granduca, non furono all'altezza della situazione e si rivelarono uomini rapaci e senza scrupoli (de Craon, Richecourt) che impoverirono ulteriormente le già esauste casse statali e favorivano la nuova classe dirigente lorenese che spesso provvedeva allo sfruttamento indiscriminato. Il proliferare di nuove tasse e il dare in appalto, a far data dal 1741, a privati avventurieri francesi tutti i principali servizi pubblici (dogane, gabelle, poste, zecca, magona, ecc.) senza alcun obbligo di rendiconto, rese il governo reggente inviso alla popolazione toscana, spesso sostenuta da parte dell'antica nobiltà che non aveva gradito l'arrivo di un sovrano straniero. L'amministrazione centrale era costituita da varie Segreterie (ministeri) che dipendevano giuridicamente dalla Signoria del Consiglio dei Duecento (organo esecutivo della Reggenza), mentre l'antico Senato fiorentiono composto da 48 membri era ormai quasi completamente esautorato. Con il nuovo granduca Pietro Leopoldo il potere sovrano ritorna direttamente a Firenze. Riformatore illuminato il principe, coadiuvato da ministri dalla mentalità moderna ed aperta, procede a riformare le istituzioni dello stato, eliminando gli organi ormai desueti ed inutili e sostituendoli con uffici più moderni e aderenti alla realtà. Il primo interfento viene fatto verso le antiche magistrature fiorentine, provvedendo alla loro riorganizzazione o abolizione. Tra le sedici magistrature civili della città di Firenze, sono abolite o riformate: Commissari dei quartieri, Capitani delle quattro compagnie del Popolo e i relativi Gonfalonieri di compagnia, il Maggior Generale Sergente delle Milizie a capo della MIlizia cittadina, Proconsole delle Arti, Cinque Uffiziali Magistrati del Tribunale di Mercatanzia, Consiglio delle Sette Arti Maggiori e relativi Gonfalonieri, Consiglio delle quattordici Arti Minori e relativi Gonfalonieri, Banchi delle Corporazioni. Le Segreterie all'avvento di Pietro Leopoldo erano coordinate dalla Superiore Direzione degli Affari dello Stato ed erano quella:

  • di Stato: gestione degli affari interni
  • delle Finanze: erario statale e regie rendite (Regia Depositerìa)
  • del Regio Diritto: interpretazione ed applicazione del diritto statale
  • di Sanità: tutela della salute pubblica
  • Scrittoio delle Fabbriche: opere pubbliche
  • Scrittoio delle Possessioni: amministrazione delle proprietà granducali
  • dei Dieci Commissari di Guerra: abolita nel 1769 e ricostituito come dicastero unitario (1770)
  • degli Studi: istruzione, scuole e Università
  • del Buon Governo
  • degli Affari esteri (1770)
  • dell'Interno (1770)

In ossequio al particolarismo giuridico-amministrativo, inoltre, per il ducato di Siena vi erano proprie istituzioni.

Con la riforma del 16 marzo 1848 la Superiore Direzione degli Affari dello Stato fu ripartita in 5 ministeri poi divenuti 7. Alla vigilia della caduta dei Lorena, il governo era organizzato con i seguenti ministeri:

  • Affari Esteri: rapporti internazionali e gestisce anche l'ufficio Passaporti e visti
  • Interno: dal 1852 assorbe la sezione di Pubblica Beneficenza ed è organizzato in tre sezioni (Amministrazione ed Ordini cavallereschi, Polizia amministrativa e sanitaria, Pubblica Beneficenza); vi fa parte anche un sezione relativa ai Municipi
  • Giustizia e Grazia
  • Guerra
  • Finanze, Commercio e Lavori Pubblici: suddiviso in due sezioni (affari amministrativi e contabili della Corte dei conti, censimento, registro, poste, banche, reali possessioni, bonifiche, regia avvocatura, archivio di stato e quella degli affari generali delle dogane, marina mercantile, zecca, lavori pubblici, ferrovie, telegrafi ecc.)
  • Pubblica Istruzione: a cui dipendeva fino al 1853 la sezione di Pubblica Beneficenza
  • Affari Ecclesiastici (sezione ecclesiastica e quella di stato civile e statistica generale).

Vi era inoltre il Consiglio di Stato che andò progressivamente a sostituire il Consiglio privato del Principe con specifiche competenze amministrative e di giustizia. Con la Legge di riforma del 22 luglio 1852 fu diviso in tre sezioni (Giustizia e Grazia, Interno, Finanze). Come Consulta del Principe dava pareri negli affari a lui sottoposti (di sua volontà, su richiesta ministeriale, nei casi di legge); come Tribunale Supremo del contenzioso amministrativo era giudice inappellabile di supremo grado (ricorsi della Corte dei conti, delle Prefetture compartimentali, ricorsi dei Consigli di Prefettura in materia di appalti pubblici, sulle vertenze per le affrancazioni dell'ex principato di Piombino, sulle vertenze delle bonifiche e corsi d'acqua della Maremma pisana, sulla tassa delle macellazioni).

L'amministrazione locale gestiva le varie comunità toscane con rappresentanti del governo centrale fiorentino per i centri più importanti (governatori e capitani) e dai magistrati delle comunità che variavano per ogni centro in base alle tradizioni storiche delle proprie istituzioni. Infatti ogni città e centro toscano, anche dopo la conquista fiorentina, aveva generalmente mantenuto le proprie magistrature, usi ed organizzazioni. Ricorrenti, nelle varie comunità, erano tuttavia il Consiglio degli Anziani ed il Gonfaloniere togato, avente poteri analoghi a quelli degli odierni sindaci. Il governo era perifericamente rappresentato dai vari Governatori, Capitani, Vicari e podestà che esercitavano anche attività giurisdizionali, sanitarie, di polizia. La figura del Commissario regio aveva funzioni straordinarie e temporanee per particolari situazioni con l'accentramento di tutti i poteri statali a livello locale (legislazione, sanità, polizia).

Al fine di uniformare le datazioni degli atti ufficiali con gran parte delle altre potenze europee, nel 1750 il calendario toscano fu riformato. Fino a tale data si faceva infatti uso del cosiddetto "stile fiorentino" per il quale la datazione andava dal 25 marzo "ab incarnatione", primo giorno dell'anno toscano, variando così il computo degli anni rispetto al calendario gregoriano.

Confini e ripartizione amministrativa[modifica | modifica sorgente]

Cippo di confine tra il Granducato di Toscana ed il Ducato di Parma e Piacenza presso Miscoso. Nel 1847 il confine tra i due stati scomparve e il territorio venne annesso al Ducato di Modena e Reggio.

La Toscana granducale aveva i confini diversi da quelli regionali attuali, anche se al momento dell'Unità d'Italia nel 1859 erano ormai assai simili, cioè seguendo indicativamente quelli naturali.

Nel periodo pre-napoleonico, a nord c'erano le due exclave della Lunigiana con Pontremoli e Fivizzano e la piccola porzione di Albiano Magra e Caprigliola nella valle del Magra, separate dal resto della Toscana dal Ducato di Massa. Sulla costa versiliese l'exclave di Pietrasanta e Seravezza, mentre nella valle del Serchio il piccolo distretto del Barghigiano (Barga). Il corpo principale del granducato abbracciava grosso modo l'intera regione. Ne era esclusa la provincia attuale di Lucca, che allora costituiva una repubblica e poi dal 1815 un ducato indipendente (eccetto la Garfagnana che era sotto il dominio estense), ed a sud il principato di Piombino con l'isola d'Elba e lo Stato dei Presidii. Ad est lo stato toscano abbracciava anche i territori appenninici del versante romagnolo (Romagna granducale) fin quasi alle porte di Forlì, comprendendo i centri di Terra del Sole, Castrocaro, Bagno di Romagna, Dovadola, Galeata, Modigliana, Portico e San Benedetto, Premilcuore, Rocca San Casciano, Santa Sofia, Sorbano, Tredozio, Verghereto, Firenzuola, Marradi, in gran parte sottratti nel 1923. Sul Marecchia comprendeva l'enclave di Santa Sofia di Marecchia e quella di Cicognaia, oggi Ca' Raffaello. Rimanevano esclusi i feudi imperiali di Vernio, di Santa Maria Tiberina e di Sorbello, rispettivamente contea dei Bardi e e marchesati dei Bourbon del Monte fino alle soppressioni napoleoniche ed alla conseguente annessione toscana.

Nel periodo post napoleonico e pre-unitario, furono ceduti ai ducati di Parma e di Modena i feudi della Lunigiana. Il principato di Piombino l'Elba e lo Stato dei Presidii furono annessi dopo il congresso di Vienna nel 1815. Dal 1847 fu acquisito il Ducato di Lucca.

Lo stato toscano, unificato dai Medici, era suddiviso amministrativamente in Ducato vecchio o fiorentino, ducato nuovo o senese e la provincia pisana come parte integrante del ducato vecchio. Il ducato nuovo, annesso con la caduta dell'antica repubblica di Siena, aveva proprie magistrature e proprie istituzioni, in una sorta di unione personale del granduca con quello fiorentino. Questo stato di cose rimase sostanzialmente immutato fino alla seconda metà del XVIII secolo con la nuova dinastia lorenese. Il Granducato così, fino alle riforme amministrative del granduca Pietro Leopoldo, era ripartito in:

  • Stato fiorentino (Ducato Vecchio) con capitale Firenze (centro politico di tutto il Granducato). Questo era distinto in contado fiorentino (la campagna circostante la città), e suddiviso ed amministrato nel quartiere di San Giovanni con il vicariato di Pontassieve e Rignano da cui dipendevano varie podesterie, il quartiere di Santa Croce con i vicariati di S. Giovanni in Valdarno e di Radda da cui dipendevano varie podesterie, il quartiere di Santa Maria Novella con il capitanato di Prato e il vicariato di Scarperia e numerose podesterie, il quartiere di Santo Spirito con il capitanato di San Miniato al Tedesco, il vicariato di Certaldo e alcune podesterie.

Molti dei comunelli della campagna, che raggruppavano le piccole comunità, erano spesso aggregati in leghe rurali. Molte di queste avevano origini antichissime e gestivano gli interessi comuni che rappresentavano. Tra le più note si ricordano:

Vi era poi il vasto distretto fiorentino che, pur non facente parte della campagna di Firenze, godeva di alcune prerogative ed esenzioni fiscali concesse dalla "Dominante", come era soprannominata la capitale. Il distretto era ripartito nei contadi di Pistoia (Cortine delle porte Carratica, Lucchese, al Borgo, San Marco), cui faceva capo il capitanato omonimo con i vicariati di San Marcello e Cutigliano, Pescia, Montecarlo e varie podesterie. Ne facevano parte anche il Casentino con il vicariato di Poppi da cui dipendevano varie podesterie, la Romagna toscana con i capitanati di Castrocaro e Terra del Sole, Portico e San Benedetto in Alpe, Palazzuolo e Marradi, Rocca San Casciano ed i vicariati di Sorbano, Firenzuola e Montagna fiorentina, Verghereto, Bagno di Romagna e Val di Sarnio, dai quali dipendevano le podesterie di Galeata, Modigliana, Dovadola, Tredozio, Premilcuore ed infine il contado della Val di Chiana costituito dal capitanato di Arezzo con i vicariati di Pieve Santo Stefano e di Monte San Savino ed alcune podesterie, il capitanato di Sansepolcro con i vicariati di Sestino e Massa Trabaria, Badia Tedalda, il capitanato di Montepulciano con il vicariato di Anghiari e il capitanato di Cortona con i vicariati di Valiano e di Monterchi.

Facevano parte del distretto fiorentino anche varie exclaves territoriali: il capitanato di Livorno e del Porto con la podesteria di Crespina, il capitanato dipendente da Livorno di Portoferraio nell'Elba, il capitanato della Versilia con Pietrasanta e le podesterie di Seravezza e di Stazzema, il capitanato di Pontremoli ed il capitanato di Bagnone, Castiglione e del Terziere in Lunigiana con il vicariato di Fivizzano, Albiano e Caprigliola e varie podesterie (poi uniti nel governatorato della Lunigiana, il vicariato di Barga con il suo distretto (Barghigiano), il vicariato di San Gimignano con la podesteria di Colle Valdelsa. Infine il feudo allodiale mediceo di Santa Sofia di Marecchia, concesso ai milanesi Colloredo.

Parte integrante dello Stato fiorentino, ma esclusa dai privilegi concessi al distretto, era la Provincia pisana, cioè il territorio già appartenuto all'antica repubblica di Pisa al momento della sua annessione: capitanato di Pisa con i vicariati di Vicopisano e di Lari da cui dipendevano numerose podesterie, i capitanati di Volterra, di Bibbona, di Campiglia, di Castiglione della Pescaia da cui dipendevano varie podesterie, e il capitanato del Giglio con sede nel castello dell'isola.

I maggiori centri dello Stato erano distinti in città, terre e borghi. Tra le città si ricordano:

  • Firenze, capitale dello Stato detta "La Dominante" che continua a godere di privilegi ed esenzioni fiscali; alla metà del XVIII secolo aveva circa 73.950 abitanti, ponendosi come ottava città per sviluppo demografico, seguendo Napoli, Palermo, Venezia, Milano, Roma, Torino, Genova.
  • Pisa, capoluogo della Provincia Pisana e principale centro universitario dello Stato; verso il 1750 ha circa 9.000 abitanti e la città è in netta decadenza economica.
  • Siena, capoluogo dello Stato Senese, dalla sua conquista medicea è oppressa da leggi e vincoli economici e fiscali pur mantenendo un proprio governo e proprie magistrature cittadine; a metà del XVIII secolo ha circa 18.000 abitanti.
  • Livorno, città dal 1606 è il maggior porto dello Stato ed è un centro cosmopolita caratterizzato da un vivace sviluppo demografico, economico e culturale; verso il 1750 ha circa 41.000 abitanti ed è la seconda città toscana e dodicesima italiana per sviluppo demografico dopo Firenze, Bologna, Catania e Messina.
  • Pistoia, sotto i Lorena ritrova un notevole sviluppo economico per la produzione di lana, seta e ferriere.
  • Prato, in concorrenza con la vicina Pistoia per la produzione di lana e panni, diviene città nel 1653 ed è famosa sin dal Medioevo per la sua Fiera annuale di settembre.
  • Arezzo, è il principale centro agricolo e politico della Toscana orientale e della Val di Chiana in corso di bonifica.
  • Cortona, antichissima città etrusca e principale centro della Val di Chiana è nota come centro culturale archeologico; nel 1799 capeggia con Arezzo la rivolta delle popolazioni contro i Francesi ("Viva Maria").
  • Borgo San Sepolcro, è un importante centro della valle tiberina toscana, noto per la sua vita economica e la produzione di merletti.
  • San Gimignano, cittadina fortificata ha perso ogni importanza dopo le guerre regionali e subisce un grave crisi economica provocata anche dall'assenza di strade carrozzabilic praticabili, decadendo al grado di castello.
  • San Miniato al Tedesco, città dal 1612, domina la strada maestra del medio Valdarno che da Firenze conduce a Pisa e al mare; ha una certo rilievo culturale e qui vi ha origine la famiglia dei Buonaparte.
  • Volterra, antichissima città, è possente fortezza e nota per la produzione dell'allume e dell'alabastro.
  • Montalcino, centro della Valdorcia, fu l'ultima roccaforte senese a resistere ai Medici.
  • Montepulciano, domina parte della Valdichiana e ha perso di importanza dopo lo smantellamento della sua fortezza.
  • Colle Val d'Elsa, centro agricolo della Val d'Elsa e centro amministrativo della zona al confine amministrativo con lo stato senese.
  • Pescia, città dal 1699, è strategicamente importante essendo sul confine lucchese.
  • Portoferraio, acquistata nel 1559, diviene città nel 1637 ed è, dopo Livorno, la piazzaforte più munita dello Stato e base navale dal 1751 di quello che resta della flotta militare toscana.
  • Grosseto, capoluogo della Maremma senese, è in piena decadenza economica e demografica, anche a causa della malaria che minaccia tutta la zona, tanto che in estate rimane praticamente spopolata trasferendosi a Scansano perfino gli organi amministrativi (estatatura); nel 1750 ha circa 1.500 abitanti.
  • Massa di Maremma, altra città della zona in netta decadenza; verso il 1750 ha circa 600 abitanti.
  • Pontremoli è annessa nel 1650 e diviene città nel 1778; è capoluogo della Lunigiana granducale e progressivamente ha una buona vita culturale ed economica, essendo sulla direttrice commerciale per la Lombardia.

Dopo le riforme leopoldine, che crearono la Provincia inferiore senese con Grosseto (1766; capitanati di Grosseto, Massa Marittima, Sovana, Arcidosso e le podesterie di Scansano, Giglio, Castiglione della Pescaia, Pitigliano, Sorano, Santa Fiora, San Giovanni delle Contee, Castell'Ottieri) ed istituirono le comunità (1774), e superata la suddivisione napoleonica nei tre Dipartimenti d'Arno (Firenze), Ombrone (Siena), Mediterraneo (Livorno) ognuno suddiviso in prefetture, con la restaurazione si ricreò in parte l'antica organizzazione amministrativa.

Intorno al 1820 lo stato toscano era diviso amministrativamente nelle quattro Province di Firenze con Livorno e il Porto, Pisa, Siena, Grosseto, con quattro governatorati (Firenze, Livorno, Pisa, Siena), sei commissariati regi (Arezzo, Pistoia, Pescia, Prato, Volterra, Grosseto), trentasei vicariati nella provincia fiorentina, cinque in quella pisana, sette in quella senese e nove in quella grossetana con un centinaio di podesterie.

A) Provincia Fiorentina (Campagna, Montagna, Romagna, Lunigiana, Valdarno, Versilia, Porto)

  • Governo di Firenze: vicariati di Pontassieve, San Giovanni Valdarno, Radda e Chianti, Scarperia e Mugello, Firenzuola, Fucecchio, San Miniato, Empoli, Certaldo, Colle Valdelsa, Barga, Pietrasanta, Bagno di Romagna, Rocca San Casciano, Modigliana, Marradi, Pontremoli, Fivizzano, Bagnone;
    • Commissariato di Arezzo e Valdichiana: vicariati di Monte San Savino, Montepulciano, Cortona, Castiglion Fiorentino, Valiano, Anghiari;
    • Commissariato di Pistoia: vicariato di San Marcello e Cutigliano;
    • Commissariato di Pescia: podesterie di Borgo a Buggiano, Montecarlo;
    • Commissariato di Prato: podesteria di Carmignano;
  • Governo di Livorno e Porto: vicegoverno di Portoferraio;

B) Provincia Pisana (Campagna, Volterrano, Maremma, Principato di Piombino)

  • Governo di Pisa: vicariati di Vicopisano, Lari e, più tardi, Pontedera,
    • Commissariato di Volterra: vicariati di Campiglia, Piombino; podesterie di San Giuliano, Vicchio, Palaia, Peccioli, Pomarance, Rosignano, Castagneto, Monteverdi;

C) Provincia Senese (Interna, Maremmana)

  • Governo di Siena: vicariati di Casole, Pienza, Radicofani, Asinalunga, Montalcino, Abbadia San Salvatore, Chiusi; podesterie di Radicondoli, Chiusdino, Sovicille, Torrita, San Quirico, San Casciano dei agni, Piancastagnaio, Asciano, Rapolano, Murlo, Castelnuovo della Berardenga, Monticiano, Montieri, Buonconvento, Sarteano, Chianciano, Cetona;
    • Commissariato di Grosseto: vicariati di Scansano, Massa di Maremma, Pitigliano, Orbetello, Arcidosso, Castiglione della Pescaia, Manciano: podesterie di Monticello, Roccastrada, Campagnatico, Gavorrano, Monterotondo, Sorano, San Giovanni d'Asso, Magliano, Montiano, Giglio Castello, Castel del Piano, Cinigiano, Santa Fiora, Roccalbegna, Montepescali, Capalbio.

Una sostanziale riforma amministrativa del territorio si ebbe nel 1849 con l'applicazione del regio decreto del 9 marzo 1848 che istituì sei compartimenti (Compartimento di Firenze, Compartimento di Pistoia, Compartimento di Arezzo, Compartimento di Pisa, Compartimento di Siena, Compartimento di Grosseto) e due governi (Governo di Livorno, Governo dell'Isola d'Elba). Alle precedenti province, divenute prefetture, furono aggiunte Lucca e l'Isola d'Elba, quest'ultima dipendente da Livorno che aveva un governatore civile e militare. I circondari di Prefettura erano suddivisi in delegazioni di prima, seconda e terza classe.

Nel 1850 furono istituite alcune sottoprefetture: Pistoia, San Miniato, Rocca San Casciano, Volterra, Montepulciano, Portoferraio, mentre rimasero delegazioni di governo di prima classe solo quelle di Firenze (quartieri di San Giovanni, Santa Croce, Santo Spirito, Santa Maria Novella) e di Livorno (terzieri del Porto, San Marco, San Leopoldo). Tale situazione rimarrà sostanzialmente immutata fino alla sua abolizione con la Legge del 20 marzo 1865 del nuovo Regno d'Italia.

Feudi[modifica | modifica sorgente]

Come ogni stato costituitosi nell'Ancien Regìme anche la Toscana con la signoria granducale medicea aveva sviluppato la propria feudalità. Lo stato toscano, pur formalmente feudo immediato dell'impero, aveva la possibilità per mezzo dei propri granduchi di esercitare quella podestà feudale tipica dei sovrani del tempo.

A partire dal XVII secolo, con Ferdinando I si cominciarono a concedere i primi feudi a famiglie che si erano dimostrate particolarmente vicine alla casa medicea, assicurandosene la fedeltà con la concessione di vaste terre in forma di vassallaggio feudale.

Tra i primi feudi concessi vi fu la contea di Santa Fiora, presso il Monte Amiata; contea sovrana di un ramo degli Sforza (poi Cesarini Sforza) che aveva ceduto i propri poteri sovrani al granduca, il quale la restituì alla famiglia sotto forma di feudo granducale. A partire dalla fine degli anni venti del XVII secolo tali concessioni divennero sempre più numerose e frequenti. Tale situazione rimase pressoché immutata fino alla legge sull'abolizione dei feudi, promulgata dalla Reggenza toscana nel 1749 cui seguì la promulgazione della Legge del 1º ottobre 1750 che disciplinò le regole della nobiltà toscana. Di fatto, tuttavia, molti feudi continuarono a sopravvivere fino quasi alla fine del regno di Pietro Leopoldo. I feudi erano distinti in marchesati e contee ed erano classificati in feudi granducali (di nomina granducale), misti (di origine imperiale o pontificia), autonomi (in accomandigia).

Tra i marchesati si ricordano:

Le contee erano:

Altri feudi vassalli con autonomia:

Vi erano inoltre alcuni feudi imperiali che, seppure sovrani e autonomi, erano posti sotto il protettorato toscano (accomandigia). Erano questi molti dei marchesati della Lunigiana (Mulazzo, Groppoli, Tresana, Olivola, ecc) e le contee di Vernio e di Santa Maria in Val tiberina.

Comunicazioni e trasporti[modifica | modifica sorgente]

Strade[modifica | modifica sorgente]

La cattiva amministrazione del territorio degli ultimi Medici aveva generalmente reso inagibile la già insufficiente viabilità della Toscana, aggravata anche dal fenomeno del brigantaggio nelle zone più remote dello stato come la Valdichiana e la Maremma. Tracciate senza pianificazione, prive di regolamenti e di manutenzione, le strade toscane erano in stato di semi abbandono, risultando spesso dei semplici sentieri appena visibili per scomparire in pantani o nella polvere, interrotte da torrenti o guadi privi di segnalazioni. Specie nella stagione invernale divenivano in gran parte del tutto impraticabili per la pioggia. Con l'avvento dei Lorena si avvertì l'esigenza, già sotto la Reggenza, di potenziare e risarcire la rete viaria non solo per usi militari, ma anche e principalmente per sviluppare il commercio dei prodotti agricoli e delle derrate. La necessità di rendere le strade non più tratturi o sentieri per i trasporti di merci "con il basto a soma" ma anche ad uso dei barrocci, carriaggi e diligenze, andò di pari passo con la liberalizzazione del commercio interno a cominciare da quello delle granaglie della Maremma senese. Occorreva ristrutturarne i tracciati, aprirne di nuovi, regolamentare il loro uso. Nel 1769 la competenza della loro manutenzione e controllo fu tolta ai "Capitani di Parte Guelfa" sottoposti al magistrato dei "Nove Conservatori" per passare con la riforma del 1776 alla cura delle comunità che venivano attraversate dalle strade regie postali.

Il primo regolamento organico per il servizio di posta dei corrieri, procaccia e vetturini risale al 1746, con il quale la figura professionale del procaccia fu l'unica abilitata a condurre le diligenze fuori città. Le strade erano classificate in base alla competenza amministrativa per la loro gestione: maestre o regie postali (di lunga comunicazione a cura del governo), comunitative (collegavano le varie città o paesi, a cura dei comuni), vicinali (tra varie proprietà, a cura dei proprietari che le usavano).

La loro tecnica costruttiva variava secondo le esigenze distinguendole in lastricate (solo per le vie delle grandi città), selciate (fatte con pezzi di macigno; erano le più conosciute), alla "rinfusa" con pietre a secco o con calcina per resistere all'erosione. In pianura invece erano semplicemente massicciate di terra battuta. Le strade maestre erano principalmente adibite al trasporto della posta e dei viaggiatori con le diligenze e come tali erano servite da luoghi di sosta per il cambio dei cavalli e il ristoro dei passeggeri con osterie e locande. Nel piano lorenese di recupero della rete stradale ovviamente i maggiori sforzi si orientarono verso le strade postali maestre.

Tra le principali strade maestre di età medicea poi divenute in età lorenese "Regie Maestre Postali" si ricordano:

  • via Bolognese (oggi SS. 65): conduceva da Firenze, uscendo da Porta San Gallo (Firenze) a Bologna, attraverso il Passo della Futa; fu la via postale più antica tracciata nell'Appennino tosco-emiliano. Da mulattiera fu trasformata in carrozzabile con la costruzione del nuovo tratto osteria di Novoli-Pietramala e poi da Porta San Gallo oltre le Filigare fino al confine pontificio. I lavori durarono dal 1749 al 1752, mentre in territorio papale dal 1759 al 1764 a causa delle difficoltà nelle trattative tra i due governi per aprire una comunicazione più agevole e le frequenti proteste delle comunità di Scarperia e Firenzuola che si videro così tagliate fuori dalla direttice commerciale. Nel tratto toscano furono aperte sei poste per il cambio dei cavalli: Fontebuona, Cafaggiolo, Montecarelli, Futa (sede di dogana), Covigliaio, Scaricalasino, la Posta di Filigare;
  • via Romana (oggi SS. 2, Cassia): andava da Firenze (Porta Romana) fino a Siena (Porta Camollia) per uscire di nuovo da Porta Romana e correre fino a Radicofani, Ponte Centino sul torrente Evella ed entrare in territorio papale. Nel 1757 il reggente Antoniotto Botta-Adorno decise di ristrutturarla senza modificarne il tracciato; i lavori continuarono dal 1759 fino al 1763, finché nel 1783-90, furono costruiti i ponti in muratura sui vari fiumi e torrenti che attraversava (Ombrone, Orcia). Nei confini toscani furono aperte 15 poste per il cambio: Galluzzo, San Casciano, Tavarnelle, Poggibonsi, Staggia, Castiglioncello di Monteriggioni, Siena, Monteroni d'Arbia, Buonconvento, Torrenieri, La Poderina, Ricorsi, Le Conie, Radicofani, Torricella;
  • via Aretina (oggi SS. 69 e 71): andava da Firenze (Porta La Croce, Pontassieve, Incisa, San Giovanni Valdarno, Figline Valdarno fino ad Arezzo, passava sotto Cortona (Camucia) ed entrava nei territori papali presso il lago Trasimeno. I primi lavori di ristrutturazione furono iniziati nel 1761 da Porta San Niccolò al borgo di Incisa, tagliando fuori l'antico tratto che partiva da Firenze uscendo da Porta San Nicolò per San Donato in Collina, Bagno a Ripoli, Incisa, per essere terminati sotto Pietro Leopoldo; aveva le poste di Pontassieve, Incisa, Figline, San Giovanni, Montevarchi, Lèvane, Ponticino, Arezzo, Puliciano, Castiglion Fiorentino,Camicìa, Terontola;
  • via Pisana (oggi SS. 67): iniziava da Firenze (Porta San Frediano) per arrivare lungo il Valdarno inferiore alla Porta Fiorentina a Pisa. Da qui si diramava (Porta Santa Maria) per Pietrasanta a nord e a sud (Porta a Mare)per Livorno(Porta a Pisa). Diversi restauri con varianti di tracciato si ebbero negli anni 1754-1757 e poi nel 1771 al confine con la provincia pisana (ponte alla Cecinella) e alla macchia di Tombolo a nord di Livorno (1777). Furono costruiti anche numerosi ponti sui torrenti che attraversava; aveva molte fermate di posta: Lastra a Signa, Montelupo, Cortenuova, Scala, San Romano, Castel del Bosco, Pontedera, Cascina, Riglione, Pisa, verso nord al confine lucchese con Torre del lago, verso sud San Piero a Grado e Livorno;
  • via Lucchese: da Pisa (Porta a Lucca) andava ai Bagni di San Giuliano e passando "sotto monte" raggiungeva Rigoli, Ripafratta per entrare nello stato lucchese presso Cerasomma a 4 km dalla città con le poste di San Giuliano, Ripafratta. Si denominava via Lucchese anche la strada che da Firenze (Porta al Prato) conduceva al confine lucchese presso Pescia con le poste di Castello, Sesto fiorentino, Calenzano, Prato, Agliana, Pistoia (Porta Fiorentina) e con la variante Peretola, San Piero, Poggio a Caiano, Olmi, Pistoia;
  • via Versiliese (oggi SS. 1 e 62): coincideva con la via pisana fino a Pietrasanta (exclave toscana) per andare poi, presso il Lago di Porta a Montignoso ed entrare nel Ducato di Massa. Superata Avenza entra in territorio genovese. Una diramazione da Sarzana portava in Lunigiana e Pontremoli, divenendo una mulattiera. Solo nel 1809 fu iniziata una carrozzabile per la Cisa che fu completata solo nel 1859;
  • via Traversa (oggi SS. 429): si diramava dalla strada pisana presso la località "Osteria bianca" a Ponte a Elsa, vicino Empoli, risaliva la Valdelsa fino a Poggibonsi dove si ricongiungeva con la Romana. Fu tracciata in età medicea per il trasporto delle derrate, attraversando i vari borghi agricoli da Castelfiorentino a Certaldo fino a Poggibonsi;
  • via del Littorale o dei Cavalleggeri (oggi SS. 1 e via della Principessa): partiva da Livorno (Porta ai Cappuccini) e seguiva la linea della costa fino a Torre Nuova dopo San Vincenzo, presso il confine con il Principato di Piombino. Aveva funzioni eminentemente militari, ad uso dei Cavalleggeri della costa. Era percorribile solo a cavallo, ma dal 1776 è inclusa nelle "Strade Regie o Maestre" con la costruzione di numerosi ponticelli per l'attraversamento dei torrenti. A Torre Nuova un imbarco portava a Portoferraio;
  • via Lauretana: restaurata e rettificata da Pietro Leopoldo;
  • via Grossetana: andava da Siena (Porta San Marco) fino a Paganico, Batignano, e Grosseto. Detta anche "consolare grossetana" ed era in uso dal 1626. Anche tale strada fu restaurata nel 1765, con la sostituzione di ponti di legno con quelli di muratura;
  • via dell'Abetone (oggi SS. 12 e 66): fu tracciata con scopi militari e strategici per volontà del governo austriaco che voleva unire i propri stati con i feudi imperiali di Mantova, Modena e la Toscana. Il tratto modenese fu aperto nel 1777 da Pistoia (Porta al Borgo), risalendo verso le Piastre, Campo Tizzoro, San Marcello Pistoiese, Pianosinatico fino Boscolungo presso il valico dell'Abetone dove tuttora due piramidi in pietra segnavano i confini degli stati modenese e toscano. Nel 1778 divenne carrozzabile con inaugurazione della strada nel 1781. L'opera fu considerata ciclopica per il tempo essendo per molti tratti scavata nella roccia e con la costruzione di due arditi ponti sulla Lima e sul Sestaione, quest'ultimo con un'altezza di 28 metri;
  • via Pistoiese: andava da Pistoia al valico di Serravalle e discendeva nella Val di Nievole fino a Borgo a Buggiano;
  • via della Valdinievole: risarcita con nuovi tratti ed unioni con strade preesistenti, fu aperta nel 1783. Andava da Pistoia (Porta Lucchese) a Serravalle, Borgo a Buggiano, Bellavista, Poggio di San Colomba (Santa Maria a Monte)e Pescia fino al confine lucchese (dogana del Cardino);
  • via della Romagna: iniziata nel 1783 come barrocciabile partiva da Firenze per arrivare a Pontassieve e, risalendo la valle, raggiungeva San Godenzo, quando nel 1788 i lavori di prosecuzione verso le valli romagnole fu interrotta. Il tratto da Ponticino a Castrocaro Terme e Terra del Sole fino al confine pontificio fu terminato nel 1836.

Dal 1825 sono tracciate nuove strade regie per migliorare i traffici dello Stato: la Firenze-Pontassieve-Incisa, la Sarzanese, la Pisa-Pistoia, Pisa-Piombino, delle Colmate o Arnaccio; sono aperti nuovi passi appenninici (Muraglione, 1835, Porretta, 1847, Cerreto, 1830, Cisa, 1859).

Di maggiore uso furono invece le cosiddette "vie d'acqua". I fiumi ed i canali erano per il tempo più pratici e rapidi per gli spostamenti di persone e merci. Quelli più noti furono:

  • Arno: fino al XX secolo il suo corso era in gran parte navigabile dalla foce fino al porto di Signa, alle porte di Firenze, dove le merci scaricate, proseguivano via terra. Era percorso dai caratteristici navicelli, imbarcazioni larghe a basso pescaggio che potevano portare fino a 140 sacchi di grano;
  • canale dei Navicelli: fu scavato entro il 1575 per congiungere il porto di Livorno con Pisa (Porta a Mare); qui passata la dogana, con una serie di chiuse il naviglio veniva immesso in Arno. Era molto usato anche dai viaggiatori per evitare il tratto della strada pisana, disastrato e paludoso del Tombolo. Partito da Livorno il navicello impiegava quasi 5 ore per arrivare a Pisa;
  • Fosso del Mulino: a Pisa ci si imbarcava dalla cosiddetta "Darsena delle gondole" presso Porta di Santa Marta e si arrivava a Ripafratta presso il Serchio, dova iniziava il Canale Ozzeri in territorio lucchese che portava fino a Lucca attraverso il canale della Formicola che arrivava al porto fluviale della città a San Concordio (Il Fiumicello) ed al lago di Sesto e di nuovo in Arno;
  • canale Maestro della Chiana: scavato per drenare la Valdichiana dalle vaste paludi che la ricoprivano, col tempo divenne un canale ad uso commerciale essendo navigabile per circa 30 miglia. Vi si affacciavano i porti di Torrita di Siena, di Cortona e scalo di Foiano (località Ponte presso Foiano), il porto di Brolio, quello di Cesa, quello di Puliciano, di Pieve al Toppo, di Ponte alla Nave ove le merci erano sbarcate e spedite a soma via terra ad Arezzo e Firenze;
  • canale del Terzo: emissario del Padule di Fucecchio era percorso dai navicelli che dall'Arno lo risalivano fino al padule ai porti delle Case e delle Morette. Da qui una mulattiera, poi barrocciabile (1783) conduceva a soma le merci fino a Monsummano Terme e Pistoia.
  • Ombrone: il fiume maremmano era parzialmente navigabile con i navicelli dalla foce fino alla dogana di Torre della Trappola e da qui la merce prendeva la via di terra fino a Grosseto.

Per le Ferrovie vedi Ferrovie toscane.

Demografia[modifica | modifica sorgente]

Con il Rinascimento e il risorgere delle attività economiche riacquistano importanza numerosi centri rurali posti lungo le principali direttive commerciali. Le città poste sulle strade che da nord scendono verso Roma si sviluppano nuovamente. Sono dissodate e colonizzate nuove terre con i primi tentativi di bonifica e tra il secoli XVII e XVIII prende progressivamente forma il tipico paesaggio toscano.

Dai primi censimenti documentati si rileva che nel 1552 il granducato raggiungeva la stima di circa un milione di abitanti, mentre verso il 1745 sono aumentati di circa 200.000 unità. Secondo fonti più precise nel 1738 vi sono circa 890.600 sudditi e nel 1765 circa 945.000. La densità della popolazione si ritiene che ammonti nel corso del XVIII secolo a circa 110 abitanti per chilometro quadrato con punte minime di 17 abitanti nel Senese e di 9 abitanti nel Grossetano (4% della popolazione). La più alta densità si trova nel Valdarno e nelle campagne circostanti Firenze e Pisa. Il maggiore incremento demografico si rileva nelle campagne, nonostante le periodiche carestie che ne falcidiano la popolazione. Quella dal 1764 è particolarmente terribile con folle di poveri affamati che accorrono nelle città o si aggirano nella campagna mangiando erbe, ghiande e cortecce degli alberi. Tale crisi demografica fu accentuata anche dal concomitante arruolamento forzato imposto ottusamente dal reggente Antoniotto Botta Adorno, facendo fuggire molti contadini dalla Toscana. Anche la politica liberistica dei primi Lorena favorì il ripopolamento delle zone rurali; determinante fu la legge sulla libera circolazione dei grani della Maremma (1739), restaurando così una certa libertà di commercio che soffriva dei pesanti vincoli doganali e fiscali interni allo stato. Anche la legge del 1749 sull'abolizione dei feudi, favorisce una parcellizzazione delle proprietà terriere ed una maggiore diffusione della ricchezza immobiliare e liberando le comunità municipali da tutte le imposizioni feudali che le opprimevano.

Con il nuovo secolo la popolazione nel 1801 raggiunge il 1.096.641 abitanti, arrivando nel 1814 a 1.154.686 e nel 1836 1.436.785. La capitale Firenze è seguita per densità demografica da Livorno che nel 1836 ha 76.397 abitanti e da Pisa che raggiunge i 20.943 a fronte della sua provincia che assomma 329.482 abitanti. Seguono Siena con 139.651 (18.875 in città), la città di Pistoia con 11.266 abitanti, Arezzo con 228.416 (di cui 9.215 in città), e Grosseto con 67.379 abitanti (2.893 in città). La popolazione toscana nel 1848 ha un totale di 1.724.246 abitanti ripertiti per compartimenti (province):

Società[modifica | modifica sorgente]

Anche in Toscana si erano andate formando nei secoli le classi sociali che caratterizzano gli stati dell'ancient regime (nobiltà, clero e popolo). La corte fiorentina era il fulcro della società e della politica toscana ed anche quando ai Medici si sostituirono i Lorena, la reggia di palazzo Pitti, sebbene privata fino al 1765 di un reale granduca, continuò ad essere considerata il centro ideale dello stato insieme al Palazzo vecchio. All'antica nobiltà medicea, in gran parte conservatrice e bigotta, cominciò ad affiancarsi una nuova dirigenza lorenese spesso costituita non solo da nobili fedeli alla casa lorenese, ma anche avventurieri e sfruttatori della nuova situazione politica toscana a loro favorevole. Tuttavia, questo scontro che ben presto si verificò tra la classe dirigente medicea, austera ed immobilista e la nuova dirigenza più moderna ed imprenditoriale rinnovò la stasi sociale che era andata creandosi negli ultimi decenni della dinastia toscana.

Fino al 1750 la Toscana non ha un proprio diritto nobiliare, continuando ad avvalersi del diritto comune e delle norme relative all'Ordo decurionum introdotto nei municipi del basso impero romano. La "Legge per Regolamento della nobiltà e cittadinanza" promulgata a Vienna il 31 luglio 1750 si richiama in gran parte agli Statuti ed alla giurisprudenza dell'Ordine di Santo Stefano del 1748. Per l'occasione è creata una "Deputazione sopra la nobiltà e cittadinanza" composta da 5 deputati di nomina granducale cono lo scopo di identificare e riconoscere le famiglie aventi diritto a far parte del patriziato e della nobiltà. Con questa legge si dettano i principi generali per riconoscere ad un soggetto la dignità di nobile ed entrare a far parte della nobiltà civica: il godimento della cittadinanza da lungo tempo in una della "Patrie nobili" distinguendo quelle antiche in cui vi sono patrizi, cioè nobili che hanno diritto al cavalierato dell'Ordine di Santo Stefano e i semplici nobili, cioè quelli che possono dimostrare patenti di nobiltà da almeno 200 anni - o come a Firenze prima del 1532 - (Firenze, Siena, Pisa, Pistoia, Arezzo, Volterra, Cortona) da quelle nuove cui vi appartengono i semplici nobili (Montepulciano, San Sepolcro, Colle Valdelsa, San Miniato, Prato, Livorno, Pescia), avere un ricco patrimonio anche con feudi nobili, appartenere ad uno degli ordini nobili, aver ricevuto diploma di nobiltà dal sovrano, vivere con decoro proporzionato alle proprie entrate o esercitare la mercatura o professione nobile, essere o appartenere a famiglia che ha rivestito la carica di Gonfaloniere della città (nobiltà civica). La legge per porre fine alla confusione e gli arbitri del passato pone come fonte legittimante per lo status di nobile il solo atto del sovrano. Il loro riconoscimento ne permette l'iscrizione nel "libro d'oro" della propria città. Succede di un anno la precedente legge del 15 marzo 1749 "Sopra i feudi ed i feudatari" che a sua volta riorganizza i poteri feudali in Toscana. La classe aristocratica toscana basava fondamentalmente la propria ricchezza sulle rendite fondiarie. Era rappresentata dalla nobiltà locale che godeva dei numerosi privilegi, specialmente fiscali concessi dai granduchi per comprarsi la loro fedeltà e servigi. I suoi esponenti, proprietari terrieri ascendevano alle più alte magistrature dello stato ed entravano nel cavalierato dell'ordine toscano di Santo Stefano spesso di diritto se residenti nelle "Patrie Nobili", che a sua volta godeva di uno status privilegiato in tema di riscossioni ed esenzioni da tributi. La nobiltà oltre a possedere un proprio patrimonio privato (beni allodiali) poteva riceve l'investitura di feudi dello stato, spesso dietro versamento di somme alla cassa granducale, da cui ricevevano ulteriori introiti. Solo con la legge del 1749 sull'abolizione dei feudi e dei relativi diritti feudali sulla terra si pone un freno al potere economico che aveva assunto la classe aristocratica. La legge promulgata dal granduca-imperatore tramite il segretario della giurisdizione granducale Giulio Rucellai, riduce il potere politico dei feudatari, proibisce la loro ingerenza sulle entrate delle comunità, equiparandoli in materia fiscale a tutti gli altri sudditi. Le lunghe controversie e resistenze condotte dalla nobiltà portano solo alla fine del secolo alla progressiva nascita di una media borghesia terriera che si svilupperà solo nel secolo successivo. La stessa legge disciplina i casi di esclusione dei soggetti e loro successori dallo status di nobile (delitto di lesa maestà, esercizio di arti vili come il commercio al minuto, notariato, medicina, meccanica), mentre altre attività artistiche come pittura e scultura non sono cause ostative. Questo permette l'iscrizione nel libro d'oro di Firenze di 267 famiglie nobili, a Siena di 135 famiglie (103 patrizie e 32 nobili), a Livorno di 46 famiglie nobili.

Il clero che sotto gli ultimi Medici dominava la corte, continua ad influenzare la politica del periodo della Reggenza lorenese. Analogamente ai nobili, prelati e preti continuavano ad avere molti privilegi di natura fiscale e giuridica, esentandoli dagli obblighi dell'autorità statale (privilegia canonis, fori, immutatis, competentiae).

La borghesia è la classe emergente ed eterogenea che ha sempre caratterizzato la società cittadina toscana. Il medio ceto mercantile, professionista, artigiano e finanziario si avviava a divenire anche proprietario fondiario. Dal periodo medievale continuava ad essere suddivisa in base al mestiere svolto. Continuava a sussistere l'antica struttura corporativa con le sette Arti Maggiori (giudici e notai, mercanti di Calimala, cambiatori e banchieri, mercanti della lana, mercanti della seta, medici e speziali), le cinque arti medie (beccai, fabbri, calzaioli, maestri di pietre e legnami, galigai) e le nove arti minori (vinattieri, fornai, oliandoli, chiavaioli, linaioli, legnaioli, corazzai e armieri, vaiai e cuoiai, albergatori). Queste corporazioni avevano propri privilegi con magistrati civili e penali, statuti e propri tribunali, propri consoli che ne rappresentavano l'autonomia e la rappresentanza, ne facevano uno stato nello stato.

  • Contadini

La società rurale era in maggioranza costituita dai contadini, generica categoria che non era neppure considerata come classe sociale, comprendendovi anche i piccoli proprietari coltivatori diretti ed i salariati vincolati alla terra da contratti id mezzadria. L'incertezza giuridica e l'assenza di reali tutele sociali tenevano il contadino in una prevalente condizione di instabilità e povertà finanziaria. Contro le angherie e i privilegi dei padroni terrieri non vi era possibilità d'appello. Indipendentemente dalla produzione annuale, la metà del ricavato dal podere andava al proprietario terriero spesso riducendo il contadino e la sua famiglia alla "miserabile condizione di consumarsi di stento e di fame". Inoltre erano obbligati a pagare del proprio la metà della "decima parrocchiale" sul fondo coltivato. Nonostante il grave sfruttamento, l'ignoranza, l'alta mortalità, il grave indebitamento, la denutrizione e la drammatica vita itinerante per le frequenti disdette annuali delle mezzadrie, la popolazione rurale non abbandona le campagne incrementando anzi lo sviluppo demografico. Prima delle riforme leopoldine che portarono a vasti appoderamenti moderni delle campagne, i mezzadri vivevano in capanne di legno con il tetto di paglia con famiglie di 10-15 membri in stretta promiscuità, spesso in compagnia di animali. Vi erano inoltre su quasi un milione di abitanti nello stato circa 40.000 disoccupati e mendichi. I disoccupati si arrangiavano facendo i "pigionali" rurali, cioè braccianti che prestavano occasionalmente la propria mano d'opera (ad opra) nei campi per lavori straordinari o le raccolte.

Economia[modifica | modifica sorgente]

Le riforme lorenesi sono tese a risanare con una politica economica programmatica la situazione disastrosa ereditata dagli ultimi Medici. Favorendo la libera iniziativa privata ed il libero sviluppo della produzione i governi lorenesi spingono le innovazioni in tre principali settori: l'agricoltura valutata come principale attività economica del paese, il commercio e l'attività manifatturiera, la realizzazione di opere pubbliche tesa ad agevolare una più agile circolazione del commercio e dare lavoro ai sudditi, migliorandone così il tenore di vita. A queste Pietro Leopoldo vi affianca le importanti riforme civili, amministrative, giudiziarie e sociali, portando così il Granducato a raggiungere l'avanguardia europea in molti settori. Una caratteristica dell'economia rurale toscana è l'istituto di origini comunali della mezzadria che coinvolge la popolazione contadina nella produzione terriera dei grandi proprietari. Il podere, inteso come fondo terriero organizzato (culture, allevamento, casa colonica, approvvigionamento idrico, ecc.) diviene elemento essenziale del mondo contadino del tempo. Si ritiene che all'avvento di Pietro Leopoldo i poderi toscani siano circa 48.000, benché la maggior parte di essi non assicurassero una piena sussistenza ai coloni e alle loro famiglie. La proprietà fondiaria è distribuita tra il patrimonio della Corona (Possessioni granducali), costituito da palazzi, tenute, bandite di caccia, residenze, fattorie e poderi che assicuravano le rendite alla famiglia regnante, patrimonio privato delle grandi famiglie nobili e dai feudi concessi loro, dal patrimonio ecclesiastico dei vari ordini religiosi, enti, pievi e ospedali, vincolato dalla manomorta, dal patrimonio di ordini laicali e di altre istituzioni (ordini cavallereschi, Opere pie, ospedali laici). La nobiltà locale a lungo contrasterà la spinta governativa dell'abolizione dei feudi e privilegi terrieri (1749-1783). Tra le famiglie possidenti, si stima che alla metà del XVIII secolo, i marchesi Riccardi fossero i più facoltosi. Benché l'80% della popolazione si dedichi all'agricoltura, per i suddetti limiti, la produzione spesso non è sufficiente al fabbisogno interno statale. Durante le frequenti carestie si devono così importare granaglie dal Levante e poi dalla Crimea russa. Le prime bonifiche in Valdichiana e nella Maremma Pisana danno però già un primo incremento frumentario, passando dai 5.200 quintali del 1765 ai 90.900 del 1783 a seguito delle nuove terre messe a cultura. Apprezzabile è anche la produzione dell'olio un po' su tutto il territorio, mentre la produzione di vino raggiunge una produttività e qualità apprezzabili solo nel corso del XIX secolo, tale da renderlo prodotto di esportazione. Altre forme di produzione rurale sono i foraggi e il bestiame nella Maremma.

Molto ricca invece la produzione di legname ricavato dalle foreste della catena appenninica. I tagli sono ben regolamentati e periodici o a rotazione, impedendo l'impoverimento del manto forestale in gran parte di proprietà demaniale o ecclesiastica. Il legname era usato per gli arsenali navali di Pisa e Livorno o per i carbonai. L'attività manifatturiera, benché inizi a svilupparsi e ad assumere connotati industriali solo dalla metà del XIX secolo, già dal secolo precedente si ha la produzione della paglia per fabbricarne i famosi "cappelli di Firenze" poi esportati in tutto il mondo (New York, 1822; Vienna, 1836; Australia, 1855). La produzione tessile ed in particolare della seta, benché abbia perso la prosperità dei secoli passati e venga fatta in condizioni di arretratezza dei telai continua a sussistere, sebbene con la grave limitazione del divieto di esportazione della c.d. "seta soda" (seta greggia); analogamente l'industria del cotone eè ormai limitata alle attività domestiche e rurali dei telai casalinghi, se si considera che al tempo di Pietro Leopoldo in Toscana vi sono appena 4.000 telai sparsi nelle comunità rurali. Più rilevante la produzione delle porcellane di Doccia ad opera di Carlo Ginori, le terrecotte dell'Impruneta. Tra le attività estrattive gran parte delle miniere sono quasi esaurite per il secolare sfruttamento: in Maremma le principali materie sono lo zolfo di Pereta ed il marmo di Campiglia, la pietra serena di Firenzuola, Gonfolina e Fiesole, il raro rame che viene ricavato a Montecatini in Val di Cecia, le allumiere di Volterra e di Montioni, il mercurio presso Montaione, il marmo statuario di Serravezza, le saline di Livorno e Portoferraio con tutte le limitazioni di natura giuridica che ancora il diritto romano in uso riconosce al proprietario terrierio che continua ad avere il dominio assoluti "dal cielo all'inferno", avendo così la facoltà di impedire l'escavazione delle miniere sottostanti le sue proprietà. Anche l'estrazione del ferro continua ad avere un certo rilievo benché la proprietà delle miniere elbane sia dei principi di Piombino. La lavorazione del ferro (le Magone) è localizzata sulla costa maremmana con forni e ferriere (una dal 1577 a Follonica poi specializzata nella ghisa, una a Valpiana presso Massa Marittima dal 1578 e l'altra al Fitto di Cecina dal 1594), sul lago dell'Accesa (1726), già usufruito in età etrusca, e ancora in Versilia, nella Montagna pistoiese ricca di carbone di legna e di acqua dove il materiale ferroso viene faticosamente portato attraverso il mare fino a Livorno, i canali e l'Arno fino al porto di Signa e da qui fino a Pistoia su carri per proseguire con i muli fino alla montagna (Pracchia, Orsigna, Maresca, Mammiano, Sestaione, Cutigliano e la stessa Pistoia).

Sanità e assistenza sociale[modifica | modifica sorgente]

Dopo la grande pestilenza del 1630, il governo granducale rafforzò le proprie misure sanitarie non solo sulle frontiere terrestri ma soprattutto su quelle marittime. Livorno fu sede del dipartimento di Sanità Marittima con un'importante capitaneria di portocon giurisdizione su tutto il mare toscano, isole comprese. Vi facevano capo sia i comandi della Marina militare che di quella Mercantile, l'Ufficio di Ispezione di Sanità da cui dipendevano anche le amministrazioni dei Lazzeretti portuali. Altre deputazioni di sanità, riorganizzate con la riforma del 1851 erano distinte per ordine di giurisdizione e d' importanza in tre classi: Portoferraio, Porto Longone (Porto Azzurro), Porto S. Stefano, Viareggio (Uffici di sanità e della marina mercantile) appartenevano alla 1ª classe, Talamone, Port'Ercole, Castiglione della Pescaia, Piombino-porto appartenevano alla 2ª classe ed infine alla 3ª classe Porto Vecchio di Piombino, Rio Marina, Marciana Marina, Marina di Campo. Vi erano inoltre degli uffici distaccati di sanità per il controllo della costa (Pianosa, scalo di Follonica, Baratti, Giglio porto, scalo di Bocca d'Arno, scalo di Forte dei Marmi. La popolazione quando non era curata ed assistita nelle proprie abitazioni, condizione questa per le classi più agiate, era ricoverata in ospedali ed asili, generalmente gestiti da Opere Pie di beneficenza pubblica. Tra questi si ricordano a Firenze l'Arcispedale di Santa Maira Nuova, il San Bonifazio e Santa Lucia, lo Spedale degl'Innocenti, la Casa Pia del Lavoro (1815), l'orfanatrofio del Bigallo (per i bambini abbandonati e gli orfani tra i 3 e i 10 anni), gli ospizi di S. Onofrio, i due notturni, di S. Domenico, e di S. Agnese. Nelle altre città tra i principali nosocomi si ricordano gli Spedali di S. Antonio e della Misericordia a Livorno, la Casa di Carità, le Case Pie e del Refugio, a Lucca lo Spedale civile e l'ospizio di maternità, il manicomio di Fregionaia, a Pisa gli Spedali Riuniti di S. Chiara e dei trovatelli, la Pia Casa della Misericordia, e ancora gli Spedali Riuniti di Siena, gli Spedali di S. Maria sopra i ponti ad Arezzo, la Pia Casa di mendicità, gli Spedali Riuniti di Pistoia e quello di Grosseto. In particolare, le varie confraternite laicali, ed in particolare quelle della arciconfraternita della Misericordia che si diffusero, grazie anche alla benevolenza e gli aiuti economici dati dagli stessi granduchi, in tutta la regione erano particolarmente attive nell'assistenza alle classi meno abbienti. Proprietarie di chiese, ospedali, istituti di cura, asili, camposanti assistevano gli abbandonati ed i mendicanti, curavano i malati poveri ed i pellegrini, assistevano carcerati e tumulavano con esequie religiose i giustiziati a morte ed i deceduti per le pubbliche strade, distribuivano viveri e vestiario o assegnavano doti alle ragazze indigenti. Il loro vasto patrimonio fu in gran parte incamerato dallo stato a seguito delle soppressioni leopoldine del 1785. Al momento delle soppressioni si stima che solo a Firenze e suo distretto vi fossero circa 398 istituti laici di carità.

Cultura[modifica | modifica sorgente]

Istruzione[modifica | modifica sorgente]

Fino alla prima metà del XIX secolo non vi è una vera istruzione pubblica, le classi più agiate istruiscono i figli o con insegnanti privati (maestri e precettori) o presso istituti tenuti da religiosi (Barnabiti, Scolopi, Gesuiti). Le poche scuole vivono con i sussidi dello Stato o di qualche benefattore e sono male organizzate.

Le materie insegnate sono suddivise in vari corsi (umanità, retorica, filosofia, geometria, grammatica, teologia morale, fisica, latino, greco, ecc.). Dalla metà del XVIII secolo si cominciano ad organizzare anche Scuole femminili pubbliche per l'insegnamento del leggere, scrivere, fare di conto, arti femminili (cucito, ricamo, cucina, ecc.), doveri sociali, religione, grammatica italiana, francese, geografia, musica, disegno, ballo. Ma con le riforme leopoldine molti istituti furono soppressi e le scuole riorganizzate e aggregate tra loro.

Centro di cultura europea per tutto il Rinascimento, il Granducato eredita e sviluppa l'enorme patrimonio artistico ed intellettuale anche nei secoli successivi, sia pure in forma più dimessa e circoscritta. Con i Lorena viene rivivacizzata l'attività artistica e viene ricostituito una classe dirigente di intellettuali toscani che insieme all'attività economica è l'aspetto più vistoso dello Stato in tutto il panorama ristagnante dell'Italia del Settecento. Viene rinnovata e ridata dignità agli Studi universitari de "La Sapienza" di Pisa, famosa per l'insegnamento del diritto e de "Lo Studio" di Siena, divenendo i centri dell'illuminismo toscano e italiano, mentre a Firenze c'è una nota scuola chirurgica presso Santa Maria Novella. Da questi centri di cultura si formano uomini come Bernardo Tanucci, Leopoldo Andrea Guadagni, Claudio Fromond, Paolo Frisi, Antonio Cocchi, Leonardo Ximenes.

Con l'abolizione della censura ecclesiastica (1754) si passa al giusnaturalismo che libera in molti aspetti la cultura toscana dal controllo della Chiesa e dall'aristotelismo. Questo permette una maggiore libertà nel transito delle idee e delle correnti culturali, in forma diversa, ma complementare, attraverso due centri importanti: Firenze, raccordi dei contatti di tipo continentale del mondo mitteleuropeo e francese e Livorno, ceentro portuale e mercantile cui affluiscono le tendenze anglosassoni. Per tuttoo il XVIII secolo, infatti, nel giudizio comune britannico, Livorno costituisce un riferimento economico importante come si rileva anche dai registri dei Lloyds di Londra.

Accademie e società culturali[modifica | modifica sorgente]

Aspetto caratteristico toscano furono le numerose Accademie e Società fondate per scopi letterari o scientifici. A Firenze si ricordano:

  • Accademia Fiorentina (1549) per la purezza della lingua fiorentina sugli altri dialetti toscani;
  • Accademia della Crusca (1583) per la purezza della lingua letteraria italiana del XIV e XV secolo, curando la pregevole pubblicazione periodica ed aggiornata di un apposito Vocabolario;
  • Accademia degli Apatisti (1635) con finalità letterarie e fusa nel 1783 a quella della Crusca e Fiorentina;
  • Accademia dei Georgofili (1753) fondata per iniziativa del conte Ludovico Fantoni e dell'abate Ubaldo Montelatici per lo studio delle coltivazioni e dell'agricoltura intesa come primario lavoro produttivo;
  • Accademia Etrusca (1727), fondata a Cortona per lo studio dei reperti archeologici etruschi che andavano acquistando sempre più interesse e riviviscenza per gli studi antiquari;
  • Accademia delle Arti e del Disegno (1563) per l'insegnamento delle Belle Arti e il controllo critico nel campo della figurativa tradizionale;
  • Accademia degli Intronati (1460) fondata a Siena con scopi scientifico-letterari;
  • Accademia dei Fisiocritici (1691), fondata a Siena per l'arte medica;
  • Accademia dei Dubbiosi (1644), fondata a Livorno per scopi letterati e storici;
  • Accademia Labronica, fondata ancora a Livorno per interessi letterari;
  • Acccademia Società Letteraria La Colombaria (1735) fondata a Firenze come centro studi di scienze morali e letterarie; ne fu socio lo stesso Ludovico Antonio Muratori;
  • Società Botanica (1716) a Firenze per lo studio della botanica e sua raccolta sistematica in un museo, divenendo presto un centro di ricerche sistematiche dipendente dallo Studio fiorentino di scienze mediche dell'Ospedale di Santa Maria Nuova.

Divertimenti[modifica | modifica sorgente]

Nelle classi più agiate, dove il tempo libero era maggiore, sono diffusi i giochi di società come quelli delle carte, gli scacchi, il biliardo. Dalla Francia, sin dalla fine del '600 comincia ed essere in uso la "pallacorda" con l'apertura di ambienti per tale gioco in varie città, mentre dal '700 entrano in uso, per l'influenza inglese, le prime corse ippiche che godono della partecipazione di molti cittadini. Continuano ed essere diffusi i vari giochi e gare popolari come espressione del folclore cittadino. È il caso del calcio fiorentino che viene occasionalmente giocato anche in altre città, del gioco del ponte a Pisa, del palo della cuccagna, o del palio marinaro a Livorno.

Le occasioni di divertimento erano poi offerte dalla "villeggiatura" nei mesi estivi che, nata per sfuggire il pericolo di epidemie, più frequenti nella stagione calda, porta le classi ricche a trascorrere lunghi periodi nelle residenze di campagna facendone una vera moda . Nel XVIII secolo riacquista una certa importanza anche l'attività termale di cui la Toscana è ricca di centri. Già il granduca Giangastone de' Medici amplia e sviluppa le antiche terme pisane di San Giuliano, già note a Carlomagno. Ma è con Pietro Leopoldo che, con l'apertura delle nuove terme di Montecatini, l'attività termale acquista rinomanza e caratteri di una moda che coinvolgerà presto tutta l'alta società europea, creando i presupposti per un vero turismo in senso moderno che caratterizzerà tutto l'800. Tra i maggiori centri termali si ricordano, oltre quelli già citati, Uliveto Terme, Bagno a Ripoli, San Casciano Val di Pesa, Poggibonsi, Casciana Terme, Caldana, Monsummano, Chianciano, Rapolano Terme, Bagno Vignoni, Saturnia.

Stato e Chiesa[modifica | modifica sorgente]

Benché la religione di Stato sia quella cattolica romana, i Medici hanno sempre favorito la tolleranza verso altre religioni in particolare nella loro nuova città di Livorno. Per ragioni di natura economico-demografica è incoraggiata la presenza di comunità straniere anche acattoliche come quella ebraica (comunità di Firenze, Livorno, Pisa, Pitigliano) o quelle di varia fede protestante (anglicani, calvinisti, luterani), per arrivare ai Greci e Russi ortodossi e ai musulmani.

Su tale situazione la Santa Inquisizione vigila attentamente, intervenendo presso il governo nei casi che ritiene opportuni. Il clero, specie con i Gesuiti introdotti sotto Cosimo III, domina l'ambiente della corte fiorentina. Gode da tempo di molti privilegi ed immunità di origine medievale e feudale come l'esenzione dagli obblighi verso l'autorità civile (esonero dal giudizio dei Tribunali di stato, speciale tutela penale, esenzioni fiscali, ecc.). Con il fenomeno della manomorta il clero è in possesso di vaste proprietà immobiliari con una rendita annua che sotto la Reggenza ammonta ad oltre 1.700.000 scudi contro la rendita statale di 335.000 scudi. Tale situazione non più tollerabile sotto il governo illuminato dei Lorena viene progressivamente smantellata con l'abolizione delle prigioni dell'Inquisizione (1754) e la chiusura di molti suoi uffici periferici, fino alle più drastiche riforme leopoldine che eliminarono i Tribunali del S. Uffizio (1782) e gran parte dei privilegi ecclesiastici, seguiti da tutta una serie di limitazioni sulle forme esteriori di religiosità, l'interdizione delle sepolture nelle chiese, fino ad arrivare ad un tentativo di costituire una propria Chiesa nazionale toscana con l'aiuto di Scipione de' Ricci, vescovo di Pistoia. Nel 1749 sono regolamentate le feste di precetto:

  • quelle riferite alla vita di Cristo (Natale, Circoncisione, Epifania, Ascensione, Corpus Domini);
  • quelle riferite alla vita di Maria (Concezione, Natività, Annunciazione, Purificazione, Assunzione o Dormizione);
  • tutte le domeniche, e le feste dei SS. Pietro e Paolo, Ognissanti, dei patroni delle varie città.

Lo stato è ripartito in tre Province ecclesiastiche:

  • Provincia Florentina
    • Arcidiocesi di Firenze
    • Fiesole
    • Pistoia e Prato (1653)
    • San Miniato (1622)
    • Borgo San Sepolcro (1520)
    • Colle (1592)
  • Provincia Pisana
    • Arcidiocesi di Pisa e Corsica
    • Pescia (1726)
    • Pontremoli (1787)
    • Pietrasanta e Versilia (1787)
    • Livorno (1806)
  • Provincia Senensis
    • Arcidiocesi di Siena (1459)
    • Chiusi
    • Grosseto (1138)
    • Massa di Maremma (1110)
    • Sovana
    • Pitigliano

Vi sono poi Diocesi dipendenti direttamente dalla Provincia Romana della Santa Sede:

  • Arezzo
  • Cortona (1325)
  • Pienza (1462)
  • Montalcino (1462)
  • Montepulciano (1561)
  • Volterra

Oltre al clero ordinario anche le numerose famiglie religiose possiedono vaste proprietà e privilegi. Tra i maggiori ordini religiosi distribuiti nello stato vi sono:

  • gli Agostiniani, in ordini maschile e femminile e terziario (priorato di San Giovanni)
  • i Domenicani, proprietari di molti conventi (Fiesole, Livorno), in decadenza per la politica ostile del governo toscano nei loro riguardi
  • i Carmelitani scalzi, organizzati nella Congragazione di San Elia (1599)
  • i Francescani distinti nelle famiglie dei Minori, Cappuccini e Conventuali
  • i Fatebenefratelli, con la stessa regola degli agostiniani
  • i Barnabiti, che godettero di grande prestigio specie sotto i Medici che li incoraggiarono ad aprire scuole ed istituti per l'educazione dei giovani fino alle soppressioni leopoldine
  • i Teatini, che ebbero il loro centro principale al santuario mariano di Montenero (Livorno) fino al loro allontanamento nel 1791
  • i Benedettini, proprietari di vaste tenute ed eremi erano distinti in Camaldolesi, feudatari delle foreste appenniniche della zona di Badia Prataglia con sedi a Camaldoli, Monte Corona (sede principale fino al 1861), Buonsollazzo e San Lorenzo in Firenze, Certosini con le certose del Galluzzo (1344), della Gorgona (1705-1776), di Calci (1366), di Maggiano (fino al 1785), Pontignano (1343-1782) e Belriguardo (1345-1782) tutte a Siena, i Vallombrosani, con i centri di Vallombrosa, San Salvi a Firenze, Passignano, San Trinita a Firenze, Montenero dal 1791, e i feudi della contea di Magnale e marchesato di Monteverdi e Canneto,Olivetani, con centro a Monte Oliveto
  • i Serviti, della regola agostiniana, con centro a Montesenario
  • i Gesuiti, dapprima molto influenti, decaddero per le ostilità governative fino alla loro cacciata e soppressione nel 1773.

Esercito e Marina[modifica | modifica sorgente]

Esercito[modifica | modifica sorgente]

Dal XVII secolo il granducato è ormai privo di ambizioni espansionistiche. Dopo le lunghe guerre che portarono Firenze all'annessione di gran parte dell'odierna Toscana e con l'ultima grande guerra contro Siena, il governo mediceo e poi lorenese mantennero un esercito composto da poche unità di mercenari e da veterani che spesso svolgevano solo un controllo interno sul territorio per l'assoluta assenza di nemici limitrofi. Le uniche fortezze che continuarono ad assolvere un rilievo militare e difensivo furono le piazzeforti di Livorno e di Portoferraio per la sicurezza del mare e delle coste, continuamente minacciata dai corsari barbareschi magrebini e turchi. Per tale ragione fu costituita nel corso del XVI secolo una linea difensiva di torri costiere con circa 81 località fortificate.

Sotto la Reggenza nel 1738 si procede alla sua riforma, costituendo a fianco della struttura per bande con reclutamento locale, introdotta da Cosimo I, un Reggimento di Guardie lorenesi ed uno toscano. Nel 1740 i Reggimenti divengono tre: Capponi, poi denominato Lunigiana, Pandolfini poi divenuto Romagna ed uno squadrone di cavalleria. Con legge del 13 settembre 1753 sono abolite le bande locali e mantenuti i soli tre reggimenti regolari. Fu introdotto nuovamente il servizio militare obbligatorio. Per il suo totale disuso da lungo tempo e fattosi gravoso durante la guerra dei Sette Anni (1756-1763), ci furono molte diserzioni e fughe delle popolazioni specialmente rurali nei vicini Stati della Chiesa. Nel 1756 i tre battaglioni di oltre 3.000 toscani sono mandati alla guerra e nel 1758 con l'accordo "per sussidi di soldati all'impero" questi sono posti al servizio di Maria Teresa d'Asburgo.

Verso il 1820 l'apparato militare dello Stato dipendeva dal Dipartimento della Guerra, diretto dal ministro Vittorio Fossombroni, segretario di stato. Il Comandante Supremo delle truppe era il generale Jacopo Casanuova, mentre capo dello Stato Maggiore era il colonnello Cesare Fortini. Le piazze militari ereano: Firenze con le fortezze da Basso e di Belvedere, Livorno, Portoferraio, Pisa, Siena, Grosseto, Volterra, Arezzo, Pistoia, Prato, isola del Giglio, isola di Gorgona e successivamente Orbetello, Follonica, Monte Filippo, Talamone, Porto Santo Stefano, Lucca, Viareggio L'esercito era composto da:

  • Battaglione d'artiglieria
  • Battaglione dei Granatieri
  • Fanteria suddivisa dei reggimenti "Regio Ferdinando" e "Regio Leopoldo" e da tre battaglioni
  • Cacciatori a cavallo "Dragoni" suddivisi in:
    • Regia Guardia del Corpo o Guardia Nobile
    • Regia Guardia degli Anziani
    • Corpo degli Invalidi
    • Corpo dei Veterani
    • Granatieri
    • Fucilieri (fanteria di linea)
    • Squadroni di Dragoni (Firenze, Siena, Pisa, Livorno)
  • Artiglieria da fortezza e costa: cannonieri guardiacoste dell'Elba (4 Compagnie)
  • Battaglione dei Coloniali
  • Cacciatori Volontari della costa in tre Battaglioni a Pisa, Cecina, Grosseto e Compagnia cacciatori Versilia.

Nel 1836 l'esercito era composto da 7.600 uomini di cui 2.560 nei due reggimenti di fanteria, 3.200 in tre reggimenti di fucilieri, 880 nel battaglione d'artiglieria, 360 in un battaglione pistoiese, 300 nei fucilieri a cavallo e 300 nei cavalleggeri del Littorale. Nella seconda metà del XIX molti reparti militari furono riformati:

  • Reggimento dell'Imperiale e Regia Gendarmeria, istituito con decreto dle 24 ottobre 1849 e riformato il 10 aprile 1856 in reggimento di Stato Maggiore e di Stato Minore, due battaglioni con 4 compagnie ciascuno e uno squadrone di cavalleria (1800 uomoni con 160 cavalieri);
  • Corpo degli Ingegneri militari, istituito il 28 dicembre 1849 per i lavori alle fortezze e fabbriche militari, ripartito nelle 5 direzioni di Firenze, Livorno, Lucca, Portoferraio, Orbetello;
  • Real Corpo d'Artiglieria, istituito il 10 agosto 1853 in sostituzione del Reggimento d'Artiglieria, con due compagnie di campo e na da piazza, 2 battaglioni di cannonieri e 4 compagnie di Guardiacoste continentali;
  • Cacciatori a cavallo, il cui reggimento sciolto il 13 maggio 1852 è sostituito da una divisione in stato maggiore e minore e 2 squadroni con 260 uomini e 234 cavalli;
  • Fanteria di linea, distinta dal 13 maggio 1852 in 8 battaglioni, ognuno con 618 uomini e ripartita in 2 brigate da 4 battaglioni, divenendo poi 11 battaglioni (veliti, bersaglieri);
  • Bsttsglione di cannonieri guardacoste insulari, dal 8 giugno 1856, in 4 compagnie per un totale di 402 uomini;
  • Cacciatori Volontari di costa e di frontiera, distinti in 6 battaglioni (Pisa, Volterra, Orbetello, Arezzo, Firenze, Pistoia);

Marina[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Marina del Granducato di Toscana.

Grazie all'Ordine di Santo Stefano il granducato poté usufruire sin dalla sua costituzione e per incremento degli stessi sovrani di una propria flotta militare. La sede della flotta divenne il porto di Livorno che custodiva al sicuro nelle sue darsene le galee o galere stefaniane. Base della marina militare toscana, Livorno fu fino a metà del XVIII secolo, il porto di partenza della guerra di corsa dei cavalieri di Santo Stefano che nelle loro "caravane" annuali andavano a contraccambiare le scorrerie dei corsari ottomani e barbareschi. Al riguardo, tra le varie imprese militari si ricordano la difesa di Malta dall'invasione ottomana del 1565, con l'invio di quattro galee nell'isola assediata, la spedizione di 15 unità navali contro Tunisi nel 1573, la partecipazione alla battaglia di Lepanto con 12 galere guidate dall'ammiraglia "La Capitana" e condotta da Cesare Canaviglia e Orazio Orsini. Oltre alla "Capitana", parteciparono alla battaglia di Lepanto sotto le insegne pontificie, la "Grifona", la "Toscana", la "Pisana", la "Pace", la "Vittoria", la "Fiorenza", la "San Giovanni", la "Santa Maria", la "Padrona", la "Serena" e "Elbigina". In questa fase, la bandiera da guerra era rossa bordata di giallo su tre lati (escluso quello dell'asta) con al centro una croce di Malta in un disco bianco[1]

Nel 1604 la flotta era costituita dalle grosse galere la "Capitana", "Padrona", "Fiorenza", "Santa Maria", "Siena", "Pisana" e "Livornina" con un equipaggio composta da 1055 schiavi imbarcati. Nel 1611 la flotta fu incrementata da nuove grosse galere: "San Cosimo", "Santa Margherita", "San Francesco", "San Carlo", "Santa Cristina", con un totale di 1400 schiavi imbarcati. La flotta toscana raggiunge così nel 1615 un totale di dieci grosse galere, due galeoni, e vari vascelli e navicelli, rendendola rispettata e temuta in tutto il Mediterraneo occidentale.

La politica di neutralità toscana che i Medici decisero di assumere negli anni successivi, portò nel 1649 alla cessione dell'intera flotta alla Francia, mantenendo solo quattro galee per il servizio di controllo della costa (Capitana, Padrona, San Casimio, Santo Stefano) con un equipaggio che nel 1684 raggiungeva i 750 schiavi imbarcati.

Le nuove acquisizioni territoriali del congresso di Vienna e le scorrerie barbaresche portano Ferdinando III nel 1814 a richiedere all'Austria le navi della flotta ex-napoleonica, ma senza esito, e quindi vengono messe in cantiere alcune imbarcazioni di stazza non elevata (una galeotta e un felucone), e successivamente altre unità minori, un brigantino, una goletta, uno sciabecco, quattro cannoniere e tre speronare[2]. Nel 1749, con la sottoscrizione di pace con la Porta Ottomana e le Reggenze barbaresche di Tripoli, Tunisi e Algeri, il governo lorenese ritenne non più necessario mantenere una base militare navale e una numerosa flottiglia[2]. Così dal 1751 le tre galere rimaste furono trasferite a Portoferraio che divenne la nuova base della flotta. In questo periodo la sua marina ammonta a circa 200 unità con 12 ufficiali inglesi e vari sottufficiali. Verso il 1749, con l'ascesa al trono di Francesco II, granduca di Toscana e marito di Maria Teresa d'Asburgo, venne adottata la bandiera asburgica, con aquila bicipite nera coronata e spada nelle due zampe su sfondo giallo, che venne sostituita nel 1765[1].

Flotta commerciale[modifica | modifica sorgente]

La Toscana non ha mai avuto una vera flotta commerciale propria, né propri equipaggi. I bastimenti toscani si riducevano a navigli di piccola stazza con vela latina, dove la presenza di marinai toscani era minima. Molto diffusi erano i navicelli a vela latina, usati principalmente per il trasporto di merci e derrate sull'Arno fino al porto fluviale di Porto di Mezzo, nei pressi Lastra a Signa, mentre lungo le coste per il piccolo cabotaggio erano in uso la tartana e il leuto di proprietà di alcuni elbani.

Fino alla pace con l'Impero ottomano il commercio marittimo era poco sicuro e i commercianti toscani non si sentivano sicuri ad affidare le proprie merci a navi toscane, la cui bandiera non poteva essere efficacemente difesa a livello internazionale. Veniva perciò fatto frequentemente uso di navi appartenenti alla marina commerciale della Repubblica di Ragusa, repubblica marinara dalmata neutrale e posta sotto il protettorato degli Ottomani. I Lorena per primi incoraggiarono dalla seconda metà del XVIII secolo la creazione di una piccola marina mercantile toscana. Il porto di Livorno divenne nuovamente un importante punto strategico e si tentò di favorire proprio qui la costituzione di una flotta mercantile per creare un commercio autonomo attivo con l'"Editto di Marina e di Navigazione mercantile toscana" del 10 ottobre 1748.

La preoccupazione maggiore fu di formare uno specifico ceto di marinai locali, quando la maggior parte di essi erano stranieri (francesi, corsi, napoletani, britannici, danesi, genovesi, greci), stabilitisi a Livorno nel corso del Settecento.

Nel 1750 dagli Arsenali di Pisa uscirono tre grandi vascelli, armati con 50 cannoni e 300 soldati per il trasporto di mercanzie fino a Costantinopoli. Ultimo intervento temporale per incoraggiare il commercio marittimo toscano fu la nascita nel 1786 della "Compagnia di commercio toscana" per le rotte con le Americhe.

Monete e Misure[modifica | modifica sorgente]

Il sistema toscano monetario e di misura si basava sull'antichissimo sistema duodecimale di origini etrusco-romane. La moneta di cambio per eccellenza era il Fiorino d'oro, conosciuto ed apprezzato in tutta Europa per il suo valore aureo intrinseco ed oggetto di numerose falsificazioni ed imitazioni da parte di altre potenze. Ovviamente il valore di cambio delle monete toscane mutava nel corso dei secoli. Al momento dell'Unità italiana la moneta di conto base del granducato era la Lira toscana o fiorentina, equivalente ad 84 centesimi di lira italiana del tempo. Una Lira era costituita da 20 soldi toscani. La zecca era a Firenze e a Pisa. Le unità di misura, richiamandosi alle loro origini medievali, in particolare quelle agrarie, potevano variare da città a città, anche se diventavano sempre più di uso comune quelle fiorentine. Di seguito le monete di corso e di conto in circolazione nel Granducato.

  • 1 Leopoldino d'oro = 200 Paoli = 133,33 lire toscane = 80 fiorini d'oro
  • 1 Ruspone d'oro = 60 Paoli = 40 Lire toscane = 24 Fiorini = 3 Zecchini
  • 1 Zecchino o Fiorino d'oro = 20 Paoli = 13,33 Lire = 8 Fiorini
  • 1 Francescone d'argento = 10 Paoli = 1 Scudo o Piastra = 6,66 Lire = 4 Fiorini (5,60 lire italiane)
  • 1 Franceschino d'argento o 1/2 Francescone = 5 Paoli = 1/2 Scudo
  • 1 Paolo = 40 Quattrini = 0,4 Fiorini = 8 Crazie (0,56 lire italiane)
  • 1 Lira = 20 soldi = 1,50 Paoli = 0,60 Fiorini (0,84 lire italiane)
  • 1 Testone = 3 Paoli = 2 Lire
  • 1 Crazia = 5 quattrini o 1 soldo e 8 denari = 0,125 Paoli = 0,083 Lire (7 centesimi italiani)
  • 1 Fiorino toscano = 100 quattrini = 2,5 Paoli = 1,66 Lire (1,40 lire italiane)
  • 1 Soldo = 3 quattrini = 12 denari = 0,075 Paoli = 0,05 Lire = 0,03 Fiorini
  • 1 Quattrino = 4 Denari = 0,025 Paoli = 0,0155 Lire = 0,01 Fiorini

Le unità di misura più diffuse:

  • 1 miglio toscano = 1,660 km
  • 1 braccio fiorentino = 0,583 m
  • 1 pertica = 3 m
  • 1 canna = 2,92 m
  • 1 passetto = 1,167 m
  • 1 denaro = 0,24 m
  • 1 quattrino = 0,944 cm
  • 1 scrupolo = 8,744 m²
  • 1 staio = 1703 m² (equivalente alla superficie seminata con uno staio di grano)
  • 1 stioro o staioro = 525 m²
  • 1 pertica agraria = 600 m²
  • 1 tavola = 340,619 m²
  • 1 quadrato di 10 tavole = 3406,19 m²
  • 1 staioro a corda = 525 m² (in pianura)
    • a Pisa:
  • 1 moggiola = 525 m²
  • 1 stioro = 562,02 m²
    • a Livorno:
  • 1 pertica = 52 m²
  • 1 saccata = 2 ettari
    • a Siena:
  • 1 staio = 1300,91 m²
  • 1 quartuccio = 0,38 litri aridi per cereali
    • a Grosseto:
  • 1 staio = 1300,90 m²
  • 1 moggio = 31221,82 m² e 584,70 litri aridi
  • 1 oncia = 28,16 g
  • 1 denaro = 2,35 g (1/12 di oncia)
  • 1 grano = g 0,058 (1/24 di denaro)
  • 1 granetto = 1/24 di grano
  • 1 libbra = 333,33 g (circa 1/3 kg.)
  • 1 scrupolo = 1,175 g = 20 grani
  • 1 boccale = 1,140 l
  • 1 quartuccio = 0,28 l di vino, 0,26 di olio
  • 1 fiasco = 2,279 l
  • 1 barile = 45,58 l di vino, 33,43 di olio (a Pisa = 32,68 l)
  • 1 moggio = 585 l
  • 1 staio = 24,36 litri aridi (per granaglie)
  • 1 sacco = 3 staia
  • 1 moggio = 24 staia

Bandiera e stemma di stato[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Bandiera del Granducato di Toscana.

La bandiera del granducato si identificò sotto i Medici con il loro stemma di famiglia su sfondo, dapprima tripartito di rosso con fascia bianca poi solo bianco. Con il cambio dinastico bandiera di stato e stemma si fecero più complessi. La bandiera, dapprima avente l'aquila bicipite dell'impero sopra quattro fasce orizzontali in campo oro, fu sostituita con Pietro Leopoldo da un tricolore rosso e bianco a fasce trasversali, analogo a quello dell'Austria, su cui campeggiava lo stemma dei Lorena. L'arma granducale era quindi costituita da uno stemma inquartato. Il primo quarto era partito a quattro fasce rosse in campo bianco (pretensione degli Angiò di Napoli) e la croce di Lorena in oro, il secondo quarto era costituito da un leone rampante in oro, coronato in campo azzurro, il terzo quarto era tripartito in bande azzurre su campo bianco e un palo rosso, il tutto bordato da gigli d'oro in campo azzurro, il quarto quarto rappresentava due barbi d'oro addossati in campo azzurro, seminato da quattro croci in oro ai lati (pretensione del Ducato di Bar). Sopra tutto campeggiava uno scudo al centro sormontato dalla corona granducale, interzato in palo: nel primo una banda in rosso caricata da tre alerioni d'argento (Lorena), nel secondo o centrale, interzato di rosso con fascia bianca (Medici e Asburgo), nel terzo cinque palle di rosso disposte a cinta, sormontate da una più grande d'azzurro, caricata da tre gigli d'oro (Medici), il tutto su campo d'oro. Al grande scudo sono accollate le insegne degli ordini di Santo Stefano, del Toson d'oro e poi di San Giuseppe. Il grande stemma è sovrastato dalla grande corona granducale e accolto nel manto principesco rosso foderato di ermellino.

Cronotassi dell'espansione fiorentina e toscana[modifica | modifica sorgente]

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ a b Toscana su rbvex.it. URL consultato il 3 agosto 2011.
  2. ^ a b Marina Militare

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

Voci correlate[modifica | modifica sorgente]

Altri progetti[modifica | modifica sorgente]