Storia della Sardegna spagnola

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La storia della Sardegna spagnola si fa comunemente iniziare dalla data di proclamazione del Regno di Spagna, nel 1479. In quell'anno, alla morte di Giovanni II di Aragona, IX re di Sardegna, gli succedeva suo figlio Ferdinando II, il cui matrimonio con Isabella di Castiglia sanciva la nascita, per unione personale dei due regni, della corona di Spagna, di cui il Regno di Sardegna entrava automaticamente a far parte. La fine del periodo spagnolo è convenzionalmente posta al momento del passaggio della corona sarda ai Savoia, con i trattati di Londra e dell'Aia (1718 e 1720).

Indice

[modifica] Ribellione e sconfitta di Leonardo di Alagon

Leonardo De Alagòn

L'anno prima della nascita del Regno di Spagna, nel 1478 dunque, si concludeva in Sardegna una fase di crisi iniziata nel 1470. Per ragioni di successione nel patrimonio dei marchesi di Oristano, eredi dei possedimenti del giudicato d'Arborea, erano venuti alle armi il viceré e marchese di Quirra Nicolò Carroz, aspirante all'eredità, e colui che tale eredità aveva acquisito, Leonardo di Alagon, il cui zio materno Salvatore Cubello era stato l'ultimo legittimo marchese di Oristano. Tanto Leonardo quanto Nicolò avevano ascendenti nella famiglia dei Bas-Serra, sovrani di Arborea. Dalla parte di Leonardo si erano schierati molti sardi che aspiravano ad una rivincita contro gli stranieri, vincitori della lunga guerra che aveva opposto sino a cinquant'anni prima regno di Arborea e regno di Aragona. A causa di queste tensioni fra opposte fazioni, ad Oristano scoppiò una rivolta capeggiata da Leonardo De Alagòn. Il 14 aprile 1470, l'esercito del viceré - che si apprestava ad occupare la città e a sedare i disordini - fu sconfitto dai rivoltosi nella battaglia di Uras.

Nicolò Carros riferì al Re di Sardegna del pericolo che il «Principe dei sardi» rappresentava, temendo che potesse scatenare una rivoluzione generale su tutta l'isola. Infatti il malcontento verso gli aragonesi aumentava tra gli arborensi che non avevano mai abbandonato il sogno di un'isola tutta indigena. Giovanni II allora, dopo aver concesso a Leonardo l'investitura del marchesato, allarmato, sentenziò nei confronti di tutta la famiglia Alagòn - una terribile condanna di morte e la confisca di tutti i beni concessi. A quel punto nel 1475, la rivolta si allargò ulteriormente e Leonardo de Alagòn, riallacciandosi alle eroiche gesta dei Giudici di Arborea, che combatterono contro il Regno di Sardegna in difesa dell'indipendenza del loro regno, radunò sotto le insegne del glorioso giudicato, tutte quelle popolazioni dell'Isola insofferenti del dominio straniero.

Dalla Spagna e dagli altri stati della Corona furono inviati rinforzi, mentre sull'isola una violenta epidemia di peste bubbonica devastava i villaggi e le città. Al grido di Arborea Arborea, insorsero contro il regno di Sardegna le regioni della Barbagia, del Goceano, il Marghine, il Mandrolisai, i Campidani, e tutta l'isola fu scossa da violenti tumulti.

[modifica] La battaglia di Macomer

La battaglia decisiva fu preceduta da sanguinosi scontri a Mores e ad Ardara. Il 19 maggio 1478, l'esercito del viceré sorprese i sardi ribelli nei pressi di Macomer. Lo scontro fu durissimo. Leonardo de Alagòn fu sconfitto dalle soverchianti forze aragonesi, formate da contingenti di spingarderos e armate con potenti artiglierie giunte dalla Sicilia. Artale, il figlio di Leonardo morì combattendo. Sul campo perirono dagli 8.000 ai 10.000 uomini.

Leonardo de Alagòn fuggi a Bosa da dove si imbarcò per raggiungere Genova. In alto mare fu però tradito, fatto prigioniero e consegnato all'ammiraglio aragonese Giovanni Villamarì che lo condusse a Valencia. Condannato a morte, successivamente la pena gli fu tramutata in carcere a vita. Fu rinchiuso nel castello di Xativa, dove morì il 3 novembre 1494.

[modifica] Dai catalani agli spagnoli

I catalani erano stati i protagonisti della conquista dell'Isola e della realizzazione di fatto del Regno di Sardegna. L'aristocrazia e la grande borghesia mercantile di Barcellona avevano investito uomini e risorse nell'impresa, diventando, a conquista effettuata, la classe dirigente del nuovo regno. Le città di Castel di Calari (Cagliari) e Alghero, rimaste in mano catalana anche durante gli anni di predominio dell'Arborea (tra il 1355 e il 1410), erano etnicamente catalane, mentre i compagni di ventura dei sovrani aragonesi che avevano combattuto sull'Isola erano diventati i signori dei feudi in cui il territorio era stato suddiviso. A questo si deve l'introduzione delle istituzioni feudali (nella forma del mos italicus) in Sardegna. Quando si estinse la casata dei conti-re di Barcellona, con la morte di Martino il Giovane nel 1409 e di suo padre Martino il Vecchio l'anno successivo, la corona aragonese andò alla famiglia castigliana dei Trastamara, relegando la componente catalana del regno a ruoli sempre meno importanti. Tale fenomeno si accentuerà con la nascita della corona di Spagna. I malcontenti della Catalogna saranno dunque una costante della storia iberica da allora sino ai giorni nostri. In Sardegna, invece, la componente principale dell'aristocrazia rimarrà a lungo catalana. Col passaggio alla corona di Spagna, tuttavia, le istituzioni, i documenti ufficiali e gli stessi interessi politici ed economici sardi subiranno uno spostamento del punto di riferimento del potere verso la Castiglia. Il castigliano diventerà dunque, sia pure lentamente e non ovunque allo stesso modo, la lingua ufficiale e di cultura.

[modifica] Situazione economica, demografica e culturale

La lunga guerra tra Aragona e Arborea e le pestilenze susseguitesi sin dalla metà del XIV secolo (a cominciare dalla tremenda Peste Nera del 1347) avevano devastato il tessuto socio-economico della Sardegna. A questo bisogna aggiungere che le attività commerciali e manifatturiere, fiorite soprattutto nelle città pisane di Villa di Chiesa (Iglesias) e Castel di Calari (Cagliari), la prosperità agricola di Oristano e dei Campidani e tutto il sistema di rapporti economici con l'esterno (per es. con Genova) furono sottoposti al regime feudale e agli interessi della corona, modificando alcune strutture fondamentali della società sarda, sia dal punto di vista economico che culturale. L'imposizione del feudalesimo fu una delle maggiori cause di resistenza dei sardi alla conquista iberica, tanto che ancora nel 1470 era bastato a Leonardo di Alagon di innalzare il vessillo del regno di Arborea per guadagnarsi l'appoggio della popolazione. Dal punto di vista demografico, nel giro di poco più di un secolo, c'era stata una perdita netta di popolazione difficilmente quantificabile, ma certamente cospicua, la cui misura ci viene data dal numero di villaggi censiti nel 1485: 369, contro i più di 800 ancora esistenti un secolo prima[1]. Il sistema produttivo, prostrato dal lungo periodo di crisi, stentò a riprendersi ancora per decenni. Le comunità fondarono la propria sopravvivenza sulla conservazione delle consuetudini ereditate dai secoli precedenti: usi comunitari delle terre, rotazione delle colture, pastorizia transumante.

[modifica] Il Cinquecento

Nonostante le scoperte geografiche e l'apertura delle nuove rotte oceaniche avessero sottratto al Mediterraneo gran parte dei grandi traffici marittimi, la Sardegna rimase comunque uno scalo impostante nelle rotte tra la penisola iberica, la penisola italiana e l'oriente. Inoltre, la definitiva pacificazione interna e l'accresciuta potenza esterna del regno spagnolo, diventato egemone di un impero sconfinato con Carlo I (V) d'Asburgo, favorirono un certo progresso economico e culturale anche sull'Isola.

[modifica] Il pericolo saraceno

Principale fattore di insicurezza divennero sia la continua situazione di belligeranza tra l'impero spagnolo e le potenze europee concorrenti (in special modo la Francia), sia le ricorrenti incursioni saracene. Queste ultime, partivano soprattutto dalle sedi di Tunisi e Algeri. Contro di loro Carlo V dovette allestire due grandiose spedizioni che ebbero come base di partenza la Sardegna (Alghero e Cagliari). Le spedizioni si rivelarono però fallimentari e il pericolo della pirateria musulmana dovette attendere la fine del secolo (dopo la battaglia di Lepanto, 1571) per vedere una diminuzione.

Alleati con i francesi e con i pirati barbareschi tunisini e algerini guidati da Kair ed-Din (chiamato «Barbarossa»), i turchi di Solimano II il Grande razziarono costantemente le coste spagnole, italiane e sarde. Nel 1509 avevano messo a ferro e a fuoco Cabras, nel 1514 Siniscola subiva la stessa sorte e l'anno dopo ancora Cabras. Nel 1520 devastarono Sant'Antioco, Pula, Carbonara. Nel 1520 i francesi assalirono Castellaragonese (l'odierna Castelsardo), Terralba e Uras nei pressi di Oristano.

Carlo I, allora sovrano del regno di Spagna, tentò di porre rimedio al flagello dei pirati barbareschi e, radunata a Cagliari una grande flotta, nel luglio del 1535, si diresse contro la loro principale base, situata a Tunisi, senza però conseguire apprezzabili risultati visto che le scorrerie continuarono ancora.

Nel 1538 i predoni saccheggiarono Porto Torres, nel 1540 fu la volta di Olmedo. Nel tentativo di porre rimedio a questa piaga, nel 1541, fu allora allestita un'altra spedizione, avente come obiettivo di assalire Algeri, ma la flotta fu distrutta da una terribile tempesta prima ancora di raggiungere la costa magrebina.

[modifica] Frontiera tra Islam e Cristianità

Per approfondire, vedi la voce Battaglia di Lepanto.

Dopo la vittoriosa battaglia di Lepanto nel 1571 contro Alì Pascià, a cui prese brillantemente parte il Tercio de Cerdeña - sotto il comando del fratello del Re di Sardegna, Don Giovanni d'Austria - e dopo la temporanea presa di Tunisi nel 1573, dal 1577 l'importante base barbaresca venne riconquista dai musulmani e da allora la pressione turca nel Mar Mediterraneo aumentò ulteriormente. Gli spagnoli persero l'avamposto africano più orientale e furono obbligati ad arretrare la frontiera difensiva.

Il Regno di Sardegna, che fino ad allora aveva avuto un ruolo secondario nello scacchiere difensivo mediterraneo, da allora in poi divenne un avamposto contro l'espansione ottomana: nell'isola passava quel confine invisibile che costituiva la frontiera tra paesi cristiani e musulmani. Si pose allora, urgentemente, il problema del potenziamento delle difese costiere e delle tre più importanti piazzeforti marittime: la capitale del Regno, la città di Alghero e la rocca di Castellaragonese, che costituivano l'ossatura nevralgica del sistema difensivo.

[modifica] Le torri costiere

Bari Sardo - Torre costiera
Per approfondire, vedi la voce Torri costiere della Sardegna.

Le incursioni barbaresche intanto diventavano ancora più incessanti e non davano tregua. Per proteggere le popolazioni, come negli altri Stati della Corona, anche il regno di Sardegna si dotò di una rete difensiva costiera.

A partire dal 1572, sotto la direzione di Marco Antonio Camos, si iniziò la costruzione di torri di avvistamento, poste in vista una dell'altra in modo da allertare la popolazione. Alla fine del Cinquecento quelle costruite sul mare erano ben 82. Dei grandi padelloni in ferro battuto, collocati in cima alle torri, servivano da contenitori per bruciare l'erica bagnata ed il bitume: si formava così un fumo denso e scuro, ben visibile da lontano.

Ma nonostante gli sforzi sostenuti per rafforzare la sicurezza dell'isola, la difesa continuava ad essere abbastanza precaria anche perché le torri avevano il compito di segnalare l'imminente pericolo e dare l'allarme, ma gran parte di esse erano prive di adeguate guarnigioni e di armamento pesante.Si possono ancora ammirare lungo la costiera sarda un centinaio di queste torri: nella parte settentrionale da Stintino fino a Santa Teresa di Gallura, da Posada a Villasimius lungo la parte orientale, nonché da Carloforte ad Alghero, sulla costa occidentale. Restarono attive fino al 1815, quando dopo il Congresso di Vienna venne imposto agli stati barbareschi la fine della tratta degli schiavi. Furono smilitarizzate nel 1867 dal nascente Regno d'Italia.

[modifica] Ripresa culturale e Controriforma cattolica

Col tempo, si creò in Sardegna una classe aristocratica locale, sia pure in gran parte di origine catalana, nonché un ceto di intellettuali e funzionari sardi, impegnati nell'amministrazione del regno o in quella feudale. Le città (Cagliari, la capitale, e ancora: Iglesias, Oristano, Bosa, Alghero, Sassari e Castelaragonese), sottratte al regime feudale, godevano di larghi privilegi (doganali, commerciali, giurisdizionali), dipendevano direttamente dall'amministrazione reale (per questo si chiamavano “città regie”) e mandavano loro propri rappresentanti alle Cortes (il parlamento)[2]. Nel 1543 si formalizza la parificazione davanti alla legge dei sardi con i sudditi di origine iberica del Regno di Sardegna. Evento che sanciva l'abbandono da parte dei sardi di qualsiasi velleità di rivincita e la diffusa rassegnazione al dominio iberico. Storici e letterati sardi tenteranno, nel corso del secolo, di riscattare la lingua e la storia dell'Isola dalla condizione di inferiorità in cui il prevalere dell'uso ufficiale prima del catalano, poi del castigliano, le aveva relegate. Figure emblematiche di tale movimento furono: Giovanni Francesco Fara, storico; Proto Arca e Giovanni Arca, storici; Girolamo Araolla, letterato. Il risveglio culturale venne però in buona parte soffocato dall'azione della Controriforma cattolica, seguita alla Riforma protestante e al Concilio di Trento. In particolare, fu l'azione dell'Inquisizione spagnola, alla cui giurisdizione la Sardegna era sottoposta, a imporre un pesante controllo delle vita culturale sarda, sia tra la classe dominante, sia a livello popolare. Episodio simbolo di questa fase storica fu la vicenda di Sigismondo Asquer, giudice della Reale Udienza (il supremo organo giurisdizionale del regno), intellettuale e discendente di una grande famiglia catalana. Accusato di simpatie per il luteranesimo, fu processato e messo a morte sul rogo come eretico nel 1571.

[modifica] Istituzioni e assetti sociali

Con l'istituzione nel 1564 della Reale Udienza come supremo organo giurisdizionale del regno, si completò l'assetto istituzionale del regno. L'organizzazione politica era la stessa del periodo aragonese.

  • Al vertice c'era il viceré con i funzionari governativi a lui sottoposti. Il Capo di Sopra, il cui capoluogo era Sassari, era sottoposto ad un governatore, seconda carica, per importanza, dopo il viceré. Al potere viceregio erano naturalmente associate importanti facoltà in ogni ambito, da quello normativo a quello militare, essendo una diretta proiezione della potestà regale.
  • La rappresentanza di nobili, ecclesiastici e città era garantita dall'istituzione parlamentare delle Cortes, i cui bracci o stamenti si riunivano all'incirca ogni dieci anni per discutere le questioni politiche, economiche e soprattutto fiscali del regno. In tali occasioni veniva stabilito, tramite una sorta di pattuizione, l'ammontare della tassa generale dovuta alla corona, il c.d. donativo.
  • Al vertice dell'apparato giurisdizionale, al cui primo grado stava la giurisdizione baronale, c'era la Reale Udienza. Tuttavia, la giurisdizione era complicata dai privilegi aristocratici, da quelli ecclesiastici, dalla vigenza come legge generale comune della Carta de Logu del regno di Arborea e dalla presenza del tribunale dell'Inquisizione (la cui sede sarda era a Sassari). La difficoltà di districarsi tra consuetudini antichissime e normative diverse e spesso contrastanti lasciava ampio spazio all'arbitrio della classe baronale. Esso poté essere temperato, col tempo, grazie agli accordi che le comunità riuscirono a strappare ai rappresentanti in loco dei signori[3].

Dal punto di vista economico, sociale ed anche politico acquistarono grande rilevanza le associazioni degli artigiani e di certi gruppi di lavoratori, le corporazioni dette gremi, le quali regolavano con propri statuti l'attività dei propri associati e gestivano eventi molto rilevanti dal punto di vista sociale e culturale come le grandi feste cittadine e comunitarie[4]. Nelle campagne prevalevano ancora strutture e ordinamenti ereditati dal passato e adeguati alle nuove condizioni scaturite dall'imposizione del regime feudale. Gli usi comunitari, le consuetudini, il patrimonio di credenze e conoscenze magiche e simboliche. Contro quest'ultimo si scaglierà a più riprese l'opera di repressione dell'Inquisizione[5].

[modifica] Il Seicento

Nel XVII secolo la Sardegna fu ancora coinvolta nelle vicende dell'Impero spagnolo, subendone il declino. I conflitti con le altre potenze europee e le incursioni saracene e turche, come nel secolo precedente, esposero l'Isola ad una mobilitazione militare quasi continua, richiedendo l'impiego cospicuo di risorse e uomini[6]. A ciò si aggiunse una serie di nuove ondate di peste, che colpirono duramente la popolazione. Tristemente famosa la recrudescenza del 1652. I voti fatti allora per invocare l'aiuto dei santi protettori nelle città e nei villaggi sono alla base di molte feste patronali che si celebrano ancora oggi in tutta l'Isola. Ma la situazione economica e demografica risentì del ciclo negativo. Le zone spopolate ai quattro angoli dell'Isola (da nord-ovest in senso orario: Nurra, Gallura, Sarrabus, Sulcis-Iglesiente) furono in qualche modo ripopolate, tramite l'incentivazione di forme di colonizzazione, a volte regolata dall'alto, a volte spontanea. Tale processo di ripopolamento proseguirà ancora a lungo fino all'epoca sabauda, con esiti diversi, ma nell'insieme non decisivi[7]. Il Seicento (el siglo de oro, il secolo d'oro, per la cultura e l'arte spagnola) è però la fase di declino definitivo della potenza iberica. Il continuo stato di guerra, le carenze strutturali interne e la pesante rivolta catalana del 1640 indebolirono le fondamenta di un impero sterminato, difficile da tenere insieme, per di più con mezzi e decisioni di politica economica spesso inadeguati e controproducenti. La Sardegna, inserita a pieno titolo in tale contesto, ne subirà in buona misura la sorte. Le più importanti famiglie dell'aristocrazia sarda saranno protagoniste delle vicende del secolo, traendone vantaggi e titoli e accendendo aspre rivalità al proprio interno. Rivalità che finiranno per avere esiti politici molto gravi nel corso del secolo.

[modifica] Le università

Tuttavia, è innegabile il tentativo da parte delle autorità iberiche di adeguare la situazione isolana al mutare dei tempi. Alla necessità di formare funzionari e impiegati nell'amministrazione regia fu risposto per un certo periodo con l'emigrazione accademica verso la Spagna e l'Italia (Salamanca e Pisa erano le mete più ricercate). Infine, negli anni Venti del secolo, vennero fondate le due università di Sassari e Cagliari. Da qualche decennio operavano sull'Isola i collegi dei gesuiti, che già fungevano da centri di studio e di formazione per l'intellettualità sarda. La loro riforma e ristrutturazione diede vita ai due atenei. Il loro non fu mai un livello di eccellenza, ma si mantenne buono per molti decenni, fino alla fine del secolo, quando la crisi generale delle istituzioni iberiche travolse anche quelle sarde.

[modifica] La nuova evangelizzazione

Agli inizi del secolo, scoppiò tra Cagliari e Sassari una violenta polemica a causa del rinvenimento presso il capoluogo settentrionale delle spoglie di alcuni martiri sardi. A Cagliari si rispose con la scoperta (vera o architettata) di altrettante reliquie. La rivalità, sempre forte e latente per ragioni politiche, culturali ed economiche tra i due maggiori centri sardi, trovò materia per alimentarsi in questa contesa di carattere religioso. Sempre nel corso del Seicento, ad opera dei gesuiti (presenti sull'Isola dalla fine del secolo precedente), riprendeva l'opera di evangelizzazione dei sardi, caratterizzati da una religiosità molto fervida, ma ancora legata a culti antichissimi di matrice prettamente pre-cristiana. Tale opera si affiancò al controllo e alla repressione messi in atto dall'Inquisizione spagnola. I padri gesuiti, spesso sardi, riuscirono a inserirsi a pieno titolo nella vita delle comunità, divenendone spesso interpreti e custodi, adeguando i riti e la liturgia alle conoscenze ed alla lingua delle popolazioni. Soprattutto in quest'ultimo ambito, quello della conservazione ed evoluzione della lingua sarda, l'opera dei gesuiti nel corso del seicento e del primo Settecento fu senz'altro rilevante[8].

[modifica] Trame politiche

Sebbene la Sardegna non si sollevasse in rivolta generalizzata come aveva fatto la Catalogna nel 1640, la situazione nell'Isola non era del tutto pacifica. Al diffuso malcontento della popolazione, specie nei momenti di maggiore crisi, si aggiungeva la sempre più marcata rivendicazione aristocratica di cariche e posti di potere, di solito appannaggio di funzionari mandati dalla Spagna. Nella seconda metà del secolo l'aristocrazia sarda si divise chiaramente in due fazioni, una decisamente filo-spagnola, l'altra più critica e desiderosa di conquistare uno spazio di potere autonomo. Dal conflitto tra i due partiti, che si caratterizzò per congiure e agguati anche mortali, scaturì una serie di eventi che minacciarono di travolgere l'assetto politico e istituzionale del regno. Nel 1668, nel corso della riunione del parlamento che doveva decidere sull'ammontare del donativo, gli stamenti, e in particolare quello militare (in cui sedevano i rappresentanti della nobiltà) rifiutarono di accollarsi il tributo, pretendendo che le cariche fossero affidate a nativi dell'Isola. Poco dopo venne ucciso in un agguato il capo della fazione anti-governativa, Agostino di Castelvì, marchese di Laconi. Come rappresaglia, un mese dopo, moriva in un agguato per le vie del Castello di Cagliari lo stesso viceré, marchese d Camarassa. Dall'episodio, che suscitò enorme scandalo a Madrid e venne interpretato come il probabile inizio di una rivolta generalizzata, nacque una feroce repressione. Furono inviate truppe, istruiti processi, spesso sommari, attirati in trappola e uccisi, chi in combattimento, chi dal boia, i presunti capi della congiura. Tuttavia, la reale portata degli avvenimenti rimase limitata alle fazioni interne dell'aristocrazia sarda. Non ci fu alcuna conseguenza presso le popolazioni, che non furono affatto coinvolte.

[modifica] Tentativo d'invasione francese del 1637

Iniziata in Boemia nel 1618 tra cattolici e protestanti, la guerra dei Trent'anni fu trasformata dal cardinale Richelieu in lotta politica contro la dinastia degli Asburgo di Spagna e d'Austria. Durante questo conflitto, una flotta di quarantasette vascelli, al comando di Enrico di Lorena, conte di Harcourt, il 21 febbraio 1637, sbarcò nei pressi di Oristano e saccheggiò la città per circa una settimana.

Non volendo poi affrontare le milizie del Regno di Sardegna che arrivavano in soccorso della città assalita, i francesi si ritirarono precipitosamente, abbandonando anche gli stendardi che oggi sono custoditi nella cattedrale di Oristano. Dopo questo tentativo di invasione, si rese necessario ed urgente munire il regno di una flotta navale di difesa, ma le galee varate negli anni successivi furono solamente tre.

[modifica] La crisi finale

Sul finire del XVII secolo era ormai chiara la crisi generale dell'impero spagnolo. La stessa dinastia degli Asburgo di Spagna era prossima ad estinguersi. Queste circostanze mobilitarono le diplomazie europee e gli appetiti delle potenze maggiori. In particolare la Francia di Luigi XIV, potenza egemone di quel periodo, desiderava mettere sul trono spagnolo un Borbone, così da assicurare una asse privilegiato, diplomatico-militare, ma anche economico, tra la Francia e l'immenso impero iberico. La lunga crisi politica della Spagna si rifletteva sulla vita dei sudditi sardi, le cui condizioni alla fine del secolo erano decisamente peggiorate. Le istituzioni, anche quelle culturali come le università, erano in decadenza; l'economia languiva e rimaneva esposta alle fluttuazioni produttive tipiche dell'Antico Regime; le popolazioni erano sempre più esposte alla prepotenza baronale. Quando morì l'ultimo rappresentante degli Asburgo spagnoli, si aprì la grande crisi diplomatica che di lì a poco sfociò nella Guerra di Successione spagnola, uno dei più grandi conflitti della storia, prima delle guerre mondiali del XX secolo. In Sardegna, in proposito, circolavano i versi popolari (in gallurese) secondo cui

« Pa' noi non v'ha middori
né importa qual ha vintu
sia ellu Filippo Quintu
o Càralu imperadori
[Per noi non c'è migliore
né importa chi abbia vinto
Che sia Filippo V(di Borbone)
o Carlo l'imperatore (d'Asburgo)] »

Il che stava a significare l'assoluta indifferenza del popolo verso l'esito del conflitto, che non avrebbe certo modificato gli assetti di dominio del tempo. Nobiltà e clero dal canto loro si divisero nei partiti filo-spagnolo e filo-austriaco.

[modifica] La Guerra di Successione spagnola e i passaggi della corona

Per approfondire, vedi la voce Guerra di successione spagnola.

Agli inizi del XVIII secolo, quasi tutte le case regnanti in Europa erano unite tra di loro da legami di parentela. Quando un sovrano moriva senza lasciare eredi, si aprivano dure lotte per la successione al trono, lotte che spesso sfociavano in vere e proprie guerre: una di queste fu la guerra di successione spagnola che vide Spagna e Francia affrontare Austria, Prussia, Inghilterra, Portogallo, Olanda e gli Stati Sabaudi. La guerra scoppiò nel 1700 quando, a 39 anni, Carlo II di Spagna morì senza figli che potessero succedergli. Prima di morire, nelle sue ultime volontà, indicò come erede il duca d'Angiò, suo nipote. Ciò provocò le preoccupazioni delle altre potenze europee che temevano l'unione delle corone di Spagna e Francia e proposero come erede l'arciduca d'Austria, Carlo d'Asburgo.

Il conflitto investì anche il Regno di Sardegna e nel 1708, una flotta anglo-olandese, composta da quaranta vascelli, si presentò nel golfo di Cagliari. La capitale del Regno, dopo un furioso bombardamento navale, si arrese il 13 agosto, aprendo le porte alla conquista dell'isola. Gli Alleati, dopo una serie di rovesci iniziali, vinsero battaglie decisive in Germania ed in Italia. Nel 1706 Torino, (per la difesa della quale Pietro Micca perse la vita in un eroico gesto), fu salvata dall'assedio francese da Eugenio di Savoia. L'Inghilterra dominava in lungo e in largo nel Mediterraneo arrivando ad occupare Gibilterra e riuscendo a sbarcare a Barcellona.

In seguito agli aggiustamenti territoriali seguiti alla pace firmata a Utrecht nel 1713, il duca di Savoia, Vittorio Amedeo II, ottenne il Regno di Sicilia con il relativo titolo regio.

Successivamente, la Spagna riprese le ostilità nel tentativo di riappropriarsi della Sicilia e della Sardegna. Comandata dall'ammiraglio Stefano Mari, una flotta di centodieci navi cannoneggiò Cagliari, mentre 8000 soldati sbarcarono sulla spiaggia del Poetto. Il 29 agosto 1717 la città si arrese. Un anno dopo gli spagnoli riuscirono a prendere anche la Sicilia, ma la guerra si risolse in un disastro e furono sconfitti dall'Alleanza composta da Inghilterra, Savoia, Austria e Olanda.

Il Regno di Sardegna, conteso tra Francia e Spagna, alla fine del conflitto, a causa del rovesciamento delle alleanze iniziali, col Trattato di Rastatt del 1714 viene inizialmente assegnato agli Asburgo d'Austria, legati da parentela con gli Asburgo spagnoli. L'occupazione dell'Isola da parte delle forze armate e dei funzionari austriaci fu breve, ma rapace. L'imposizione fiscale e il controllo militare diventarono ferrei e capillari.

Alla fine dell'estate del 1717, però, una spedizione spagnola inviata dal potente cardinale Alberoni occupò nuovamente Cagliari e riprese possesso dell'isola. Fu una parentesi breve, perché già l'anno successivo, con le trattative avviate a Londra, e poi nel 1720 col trattato sottoscritto a L'Aia il Regno di Sardegna passava definitivamente nelle mani dei Savoia[9].

[modifica] Il Regno di Sardegna ai Savoia

I territori del Regno di Sardegna nel 1839.
Per approfondire, vedi le voci Regno di Sardegna (1720-1861) e Storia del Piemonte.

Seguì un nuovo trattato di pace (trattato di Londra del 1718), nel quale fu convenuto - tra l'altro - che il re Vittorio Amedeo II cedesse la Sicilia all'Austria in cambio della Sardegna. In ottemperanza al trattato di Londra, fu sottoscritto all'Aja l'8 agosto 1720 l'accordo che sanciva il passaggio del Regno di Sardegna ai Savoia.

Il titolo regio fu per l'antica casata la realizzazione di un obiettivo antichissimo, perseguito con costanza e tenacia attraverso i secoli. D'ora in avanti tutti gli stati appartenenti a Casa Savoia formeranno il «Regno di Sardegna» o «Regno sardo»: l'amministrazione statale utilizzerà l'aggettivo «sardo», dove richiesto, per tutti gli atti del Regno e la cittadinanza dei sudditi sarà quella «sarda», fino a quando non sarà sostituita con il termine «italiana» nel 1861.

[modifica] Considerazioni finali

Sebbene la Spagna uscisse allora per sempre dalla storia della Sardegna, il lungo contatto dei sardi con la cultura prima catalano-aragonese e poi spagnola lasciò tracce durature. Per molti decenni e almeno sino all'età della Restaurazione fu difficile per i governanti sabaudi estirpare usi e forme culturali profondamente radicati, specie tra la classe aristocratica, ma anche nella popolazione rurale. Nella lingua sarda, poi, l'impronta lessicale spagnola è ancora evidente, così come nei costumi, nelle grandi feste religiose e in molte forme di socializzazione. In questo senso, benché il periodo spagnolo sia diffusamente considerato quello più buio della storia dell'Isola, bisogna ammettere che una parte cospicua del patrimonio culturale sardo ancora oggi rivela vincoli profondi di affinità e condivisione con quello della penisola iberica[10].

[modifica] Note

  1. ^ Cfr. G. Serri, La penuria d'uomini, in F. Manconi (a cura di), La società sarda in età spagnola, Cagliari, 1992-3; J. Day, Uomini e terre nella Sardegna coloniale, Torino, 1987
  2. ^ Il parlamento sardo, istituto di antico regime, perciò da non confondere con gli omonimi organi rappresentativi contemporanei, era formato da tre “stamenti” (detti anche “bracci”, quando era riunito in seduta plenaria), in rappresentanza delle città (stamento reale), della nobiltà (stamento militare) e dell'alto clero (stamento ecclesiastico)
  3. ^ Vedi: A. Mattone, le istituzioni e le forme di governo, in Anatra, Mattone, Turtas, Letà moderna. Dagli aragonesi alla fine del dominio spagnolo, Milano, 1989; F.C. Casula, Storia di Sardegna, Sassari-Pisa, 1994
  4. ^ Ricordiamone alcune che ancora oggi scandiscono il corso delle stagioni in Sardegna: La Sartiglia di Oristano, i riti della Settimana Santa, la discesa (faradda) dei Candelieri, a Sassari
  5. ^ Rimangono a testimoniarlo gli atti dei sinodi vescovili sardi e dei processi intentati a presunte fattucchiere o stregoni. In proposito si vedano; D. Turchi, Maschere, miti e feste della Sardegna, Roma, 1990; Ead., Lo sciamanesimo in Sardegna, Roma, 2001
  6. ^ In proposito: A. Mattone, La Sardegna nel mondo mediterraneo e Id., Le istituzioni militari in Anatra, Mattone, Turtas, L'età moderna, cit.
  7. ^ In proposito: M. Le Lannou, Pastori e contadini di Sardegna, Cagliari, 1979; J. Day, Uomini e terre nella Sardegna coloniale, cit.
  8. ^ Si veda in proposito: R. Turtas, La chiesa durante il periodo spagnolo, in Anatra, Mattone, Turtas, L'età moderna”cit.
  9. ^ In merito: A. Mattone, La cessione del regno di Sardegna, in “Rivista storica italiana”, 1992
  10. ^ In merito: J. Arce, España en Cerdeña, Madrid, 1960; G. Sotgiu, Storia della Sardegna sabauda, Roma-Bari, 1984; F. Manconi, L'”ispanizzazione” della Sardegna: un bilancio, in Brigaglia, Mastino, Ortu (a cura di), Storia della Sardegna, Roma-Bari, 2002

[modifica] Bibliografia

  • ARCE, J., España en Cerdeña, Madrid, 1960
  • BOSCOLO, A., Il feudalesimo in Sardegna, Cagliari, 1967
  • LE LANNOU, M:, Pastori e contadini di Sardegna, Cagliari, Della Torre, 1979
  • SORGIA, G., La Sardegna spagnola, Sassari, Chiarella, 1982
  • ANATRA B. - DAY J. - SCARAFFIA L., La Sardegna medievale e moderna, Torino, UTET, 1984, in AAVV. (direzione di G. Galasso), Storia d'Italia, 1979-1995, vol. X
  • DAY, J., Uomini e terre nella Sardegna coloniale. XII-XVIII secolo, Torino, Einaudi, 1987
  • ANATRA, B. - MATTONE, A. - TURTAS, R., L'età moderna. Dagli aragonesi alla fine del dominio spagnolo, Milano, Jaca Book, 1989, III vol. della collana Storia dei sardi e della Sardegna, a cura di Massimo Guidetti
  • FOIS, B., Lo stemma dei quattro mori. Breve storia dell'emblema dei sardi, Sassari, G. Delfino, 1990
  • TURCHI, D., Maschere, miti e feste della Sardegna, Roma, Newton-Compton, 1990
  • MATTONE, A., La cessione del regno di Sardegna. Dal trattato di Utrecht alla presa di possesso sabauda, in “Rivista storica italiana”, 1992, fasc. I, pp. 5-89
  • AAVV. (a cura di F. Manconi), La società sarda in età spagnola, Cagliari, Consiglio Regionale della Sardegna, 2 voll., 1992-3
  • CASULA, F.C., Storia di Sardegna, Sassari-Pisa, C. Delfino-ETS, 1994
  • TURCHI, D., Lo sciamanesimo in Sardegna, Roma, Newton-Compton, 2001
  • BRIGAGLIA, M. - MASTINO, A. - ORTU, G.G., Storia della Sardegna. 1.Dalle origini al Settecento, Roma-Bari, Laterza, 2002
  • SEDDA, F., La vera storia della bandiera dei sardi, Cagliari, Condaghes, 2007

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[modifica] Collegamenti esterni

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