Pasquale Stanislao Mancini

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Pasquale Stanislao Mancini

Pasquale Stanislao Mancini (Castel Baronia, 17 marzo 1817Roma, 26 dicembre 1888) è stato un giurista e politico italiano.

Indice

[modifica] Biografia

Figlio dell' avvocato e conte Francesco Saverio Mancini dei marchesi di Fusignano e di Maria Grazia Riola, studiò presso il Seminario di Ariano Irpino, poi all'Università di Napoli. Nel 1840 sposò Laura Beatrice Oliva ed ebbe undici figli, tra i quali Francesco Eugenio, ufficiale dei bersaglieri, Angelo, Grazia, Leonora, Rosa e Flora.

Fu più volte Ministro dell'Istruzione Pubblica del Regno d'Italia, Ministro degli Esteri e primo presidente dell'Institut de droit international, fondazione internazionale che ottenne il Premio Nobel per la pace nel 1904.

Si impegnò nella propaganda a favore dell'espansione coloniale italiana in Africa alla fine del XIX secolo e per l'abolizione della pena di morte, che fu poi attuata con il Codice Penale approvato nel 1889.

È considerato il padre della scuola italiana del diritto internazionale privato, la cui ratio consiste - a suo modo di vedere - nella ricerca di principi in base ai quali si può decidere, agevolmente, quale legislazione debba applicarsi a ciascuna specie di rapporti di diritto. I tre fondamentali criteri, da lui indicati, per attuare la scelta della legislazione applicabile sono: il criterio della nazionalità (riferito alla disciplina dei rapporti di famiglia, della condizione delle persone e delle successioni), il criterio di libertà (per la disciplina delle fattispecie per le quali il legislatore non ha interesse a introdurre con proprie leggi limitazioni alla libertà dello straniero) ed il criterio di sovranità (assoggettamento dello straniero alle leggi penali, di ordine pubblico e di diritto pubblico dello Stato).

Da Ministro guardasigilli (1878) si dedicò - oltre all'abolizione della prigionia per debiti e dei privilegi ecclesiastici - all'attuazione del primo codice civile del Regno d'Italia, che aveva contribuito a creare vent'anni prima quando aveva rivolto ai ministri Poggi e Ricasoli la "Relazione intorno all’assimilazione legislativa della Toscana al Piemonte" del 27 ottobre 1859.

[modifica] L'idea di Nazione

Nel gennaio 1851 pronuncia la prolusione accademica “Del principio di nazionalità come fondamento del diritto delle genti”, cioè il diritto internazionale che regola i rapporti tra le nazioni. Per Mancini la nazione è un soggetto necessario e originario, che non è mai stato creato, non ha avuto un inizio e non avrà una fine, le nazioni costituiscono una dimensione naturale e necessaria della storia umana, la cui vitalità storica dipende tuttavia dalla loro libertà e indipendenza. Non è stata creata su un patto tra gli uomini (origine contrattualistica della nazione). La nazione è sempre esistita, magari anche solo nella coscienza degli uomini; è una componente necessaria, gli uomini hanno bisogno della nazione. Ma aggiunge che, se è vero che la nazione vive indipendentemente dalle scelte degli uomini, è anche vero che una nazione per vivere come entità storicamente vitale e dinamica ha bisogno di leggi e di governo, ha bisogno di agire come un corpo politico; sono gli uomini che la compongono a darle leggi e istituzioni consentendole di darsi un corpo politico sovrano. La nazione esiste in natura, ma come corpo inerte e inanimato, ha bisogno quindi delle leggi e istituzioni: le leggi rappresentano la voce della nazione, le istituzioni sono gli arti. L’uomo non crea e non distrugge una nazione, ma è solo grazie all’intervento dell’uomo che la nazione si dota di leggi e istituzioni, per affermarsi come soggetto storicamente dinamico. La nazione per Mancini non è un mero aggregato di fattori naturali e storici, ma un corpo politico che possiede un governo, una volontà giuridica e leggi proprie. Senza la conquista, attraverso lo Stato, dell’unità e dell’indipendenza, la nazione rischia di restare un corpo inanimato, una realtà naturale e come tale inestirpabile, ma privo di vitalità storica.

[modifica] Curiosità

Nella sua attività di avvocato, assistette Giuseppe Garibaldi per la causa di annullamento del suo secondo matrimonio, con la marchesa Giuseppina Raimondi.

[modifica] Bibliografia

[modifica] Voci correlate

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