Principato di Piombino

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Principato di Piombino
Principato di Piombino – Bandiera Principato di Piombino - Stemma
Principato di Piombino - Localizzazione
Dati amministrativi
Nome ufficiale Principatus Plumbinensis
Lingue ufficiali italiano, latino
Lingue parlate dialetto piombinese
Capitale Piombino
Dipendente da Sacro Romano Impero (feudo imperiale)
Dipendenze isole dell'arcipelago toscano
Politica
Forma di governo monarchia assoluta
(principato)
Signore, poi Principe Sovrani di Piombino
Organi deliberativi consiglio generale, maggiore, minore, degli anziani
Nascita 1399 con Gherardo Appiano
Causa cessione di Pisa ai Visconti
Fine 1814 con Elisa Bonaparte
e Felice Baciocchi
Causa annessione al Granducato di Toscana
Territorio e popolazione
Bacino geografico Italia centrale
Territorio originale Piombino e isole dell'arcipelago toscano
Massima estensione 552 kq circa
nel secolo XVIII
Popolazione 3000 abitanti circa
nel secolo XVIII
Economia
Valuta 1596-1603 (Appiano); 1634-1699 (Ludovisi); 1805-1813 (Bonaparte Baciocchi)[1]
Risorse ferro elbano
Commerci con Granducato di Toscana, Corsica, Stato della Chiesa, Regno di Napoli, Stato dei Presidi
Esportazioni olio, vino, seta, lana, carta, pesca, metalli
Importazioni metalli preziosi, spezie
Religione e società
Religione di Stato cattolicesimo
Classi sociali nobili, clero
minatori, contadini,
pescatori
Principato di Piombino - Mappa
Evoluzione storica
Preceduto da Bandiera repubblica di Pisa.png Repubblica di Pisa
Succeduto da Bandiera del granducato di Toscana (1562-1737 ).png Granducato di Toscana

Il principato di Piombino (già signoria, dal 1398 al 1594) fu uno Stato indipendente che annoverava terre oggi collocate amministrativamente tra le attuali province di Livorno (lembo meridionale) e Grosseto (estremità nord-occidentale), nonché le isole dell'arcipelago toscano.

Storia[modifica | modifica wikitesto]

Lo Stato di Piombino, dal 1399 al 1628, fu governato dagli Appiano, dal 1634 al 1702 dai Ludovisi, dai Boncompagni Ludovisi fino al 1801 e dai Bonaparte Baciocchi dal 1803 al 1814, quando il feudo divenne parte del Granducato di Toscana in seguito alle decisioni del Congresso di Vienna.

Il 19 febbraio 1399 Gherardo Appiano cedeva Pisa, che la sua famiglia possedeva dal 1392, ai Visconti di Milano per 200.000 fiorini, riservando per sé e i suoi successori Piombino, divenendone signore; inoltre si impossessò anche di Populonia, Suvereto, Scarlino, Buriano, Badia al Fango e delle isole di Pianosa, Montecristo, ed Elba; la capitale fu Piombino.[2]

Gherardo fece edificare la sua residenza a Piombino nella piazzetta (odierna piazza Bovio) e alla morte, nel 1405, lasciò lo Stato al figlio Jacopo II. Questi, nato nel 1400, per i primi anni fu sotto la tutela della madre, donna Paola Colonna. Durante gli anni di reggenza e dopo, la politica degli Appiano si orientò prima verso un'alleanza (ottenendo la protezione con un atto di accomandigia) con la repubblica di Firenze, poi quella di Siena, e infine nuovamente con Firenze.

Bandiera della Signoria di Piombino[3]

Morta Paola Colonna Appiano nel 1445, il potere invece che ad Emanuele Appiano figlio di Gherardo, passò a sua sorella Caterina, che contava sull'appoggio del marito Rinaldo Orsini, condottiero di ventura. Questi nel 1447 fece erigere il rivellino a maggior difesa della porta a terra (torrione), in previsione dell'attacco del cognato Emanuele, che infatti si alleò con Alfonso V, re di Aragona e di Napoli, il quale l'anno successivo assediò Piombino, anche con aiuti senesi e fiorentini: dopo quattro mesi di inutili tentativi il sovrano abbandonò l'impresa, ritirandosi nei propri territori e l'Orsini governò la signoria fino alla morte per peste nel 1450, un anno prima della moglie.[4]

Morta Caterina, gli Anziani della città proclamarono signore Emanuele che, come i suoi discendenti, guidò il feudo con una valida alleanza con Napoli e provvide al benessere dei sudditi incentivando l'industria e la costruzioni di nuovi edifici. Per conto di Jacopo III, nuovo signore di Piombino, Andrea Guardi, architetto e scultore fiorentino tra il 1465 e il 1470, eseguì molti lavori che mutarono l'aspetto della città: la cittadella, con al suo interno il palazzo residenziale Villanova in sostituzione del vecchio palazzo Appiani, la cappella, la cisterna (pozzo a pianta quadrangolare in marmo); inoltre realizzò anche il chiostro e la fonte battesimale nel duomo di Sant'Antimo.[5]

Carta del regno di Etruria,
creato da Napoleone I
Piombino in un'incisione secentesca

A Jacopo III succedette il figlio Jacopo IV che, tra il 1501 e il 1503, perse la signoria ad opera di Cesare Borgia, che occupò Piombino: nel 1502 suo padre papa Alessandro VI visitò per alcuni giorni la città.

Con la morte di Alessandro VI, Cesare Borgia restò privo del potere ottenuto e Piombino tornò a Jacopo IV: questi, consigliato dai fiorentini, ospitò Niccolò Machiavelli in qualità di consulente strategico, il quale invitò Leonardo da Vinci per studiare in modo ottimale le difese cittadine. Leonardo fece molti studi sulla città e il castello, dando vita a progetti mai realizzati, contenuti in manoscritti conservati oggi alla Biblioteca Nazionale di Madrid. Jacopo IV nel 1509, per maggior sicurezza, si pose sotto l'egida imperiale reclamando un'investitura principesca da parte dell'imperatore Massimiliano I.[6]

A Jacopo IV succedette Jacopo V. Ospitò nella sua corte famosi artisti, quali Il Sodoma[7] e Rosso Fiorentino. Questi operò a Piombino nel periodo 1516-1520 e, anche secondo il Vasari, realizzò un Cristo morto bellissimo[8] e raffigurò le sembianze di Jacopo (da identificarsi presumibilmente con il Ritratto di giovane uomo, esposto a Berlino nella Gemäldegalerie).[9] Alla sua morte gli subentrò Jacopo VI sotto la tutela della madre Elena Salviati. Nel 1548 il signore abbandonò Piombino, ceduta da Carlo V a Cosimo I de' Medici, in virtù dell'investitura di mezzo secolo prima: l'imperatore era rimasto negativamente impressionato dalle scorrerie turche sull'isola d'Elba, mal difesa dagli Appiano, e sollecitato dal granduca di Toscana, desideroso di ampliare i propri domini, l'affidò al giovane duca che stava allestendo una potente flotta. Tra il 1548 e il 1557 Piombino appartenne ai Medici, e, nel 1553 e nel 1555, la flotta franco-ottomana guidata dall'ammiraglio Dragut assediò la città, venendone respinta. Cosimo I, dopo le guerre contro senesi e franco-turchi e la relativa vittoria delle armate imperiali e toscane, rinunciò a Piombino, in cambio di Siena e Cosmopoli, l'odierna Portoferraio.[10]

Jacopo VI, in rotta con i suoi sudditi per la mancanza di fedeltà, smise di curarsi di loro e divenne ammiraglio della flotta medicea, lasciando che il figlio illegittimo Alessandro Appiano governasse lo Stato e, dopo essere stato legittimato dall'imperatore, gli succedette. Fu lui a realizzare l'intervento urbanistico per la costruzione del nuovo borgo di Belvedere (1560), sopra Suvereto. Alessandro, uomo dissoluto, attirò la disapprovazione delle più influenti famiglie dell'isola, che congiurarono contro di lui, e lo uccisero in un agguato in via Malpertugio nel 1590, ed affidarono Piombino allo spagnolo Felix d'Aragona, comandante del presidio.[11]

La minore età del successore Jacopo VII fece temere un'annessione spagnola, pericolo che si ripeté alla morte del giovane principe nel 1603: iniziò così un periodo trentennale estremamente agitato e confuso in cui l'influenza degli spagnoli si fece più marcata, fino all'occupazione militare di Piombino e dell'isola d'Elba, con la costruzione del forte Longone o forte San Giacomo a protezione del golfo. Dopo che un Appiano di un ramo collaterale aveva invaso preteso il potere, fu la sorella di Jacopo VII, Isabella Appiano, sposata ad un nobile iberico, che governò lo Stato, finché una rivolta alimentata sia dalla Spagna che dai Medici la depose nel 1628.[12]

Il palazzo dei principi di Piombino in un'immagine degli anni trenta

Dopo alcuni anni di governo spagnolo, nel 1634, nonostante le proteste della linea cadetta degli Appiano, Piombino fu assegnata al principe Niccolò I Ludovisi, genero di Isabella Appiano: egli ed i suoi successori, legati politicamente al re Filippo IV, si occuparono poco del principato che, dal 1646 al 1650, fu addirittura occupato dai francesi per ordine del cardinale Mazarino. A causa dell'estinzione dei Ludovisi nei Boncompagni, questi assunsero il governo di Piombino: fu questo il periodo dei Boncompagni-Ludovisi, che trascurarono lo Stato lasciando venisse conquistato, negli anni delle guerre di successione, da francesi, imperiali, spagnoli e napoletani. I principi, duchi di Sora e d'Arce e Grandi di Spagna, risiedevano a Roma o a Isola del Liri e raramente visitavano il principato.[13] Dal 1735 Piombino cessò di essere feudo dell'impero e diventò vassallo del regno di Napoli, essendo i suoi sovrani sudditi di quel re. Dopo la pace di Aquisgrana la situazione si calmò e i principi, data la loro lontananza, lasciarono che fossero le magistrature locali, in primis gli anziani, a governare in loro nome. Un censimento del 1746 contò 1935 sudditi nella terraferma e 6345 nell'isola d'Elba, a causa dell'alto numero dei lavoratori delle miniere di ferro.

Dal 1796 ripresero le invasioni francesi (che costituirono una breve repubblica), ma gli inglesi e i napoletani tennero l'isola d'Elba. Dopo la battaglia di Marengo furono le truppe napoleoniche ad annettere Piombino alla Francia. Per volere di Napoleone I il 23 giugno 1805 venne creato il principato di Lucca e Piombino, assegnato alla sorella Elisa Bonaparte ed al marito Felice Baciocchi: durante il loro governo furono emanate alcune buone leggi ed un codice rurale molto importante; venne, altresì, fatta costruire, in soli due anni (1804-1805), la strada di collegamento tra Piombino e le aree a nord, ancora oggi nota come Strada provinciale 23 della Principessa.[14]

Caduto Napoleone I, il Congresso di Vienna sancì la fine dell'indipendenza del principato. Con l'"Atto finale generale" del Congresso, all'art. 100, nonostante le proteste del principe Luigi Maria Boncompagni Ludovisi, discendente degli antichi sovrani, fu stabilito che i territori dell'ex principato passassero sotto la sovranità del granducato di Toscana insieme allo Stato dei Presidi, l'isola d'Elba e sue pertinenze; ai principi Boncompagni Ludovisi furono riconosciute solo le proprietà private che vi possedevano comprese le miniere, le saline ed i forni, il diritto di pesca e la totale esenzione dai dazi per l'esportazione dei prodotti minerari e di tutte le altre necessità da imporre per il lavoro delle miniere, oltre a vari indennizzi di rendite. La famiglia che reggeva il principato prima dell'arrivo dei francesi, fu costretta a piegarsi e rinunciare a Piombino, aprendo tuttavia un contenzioso per le compensazioni in danaro, che si concluse il 26 aprile 1816 con una convenzione che la indennizzò da parte del governo toscano. Intanto, nell'aprile 1815, il cavaliere Federigo Capei aveva preso possesso dell'ex principato in nome del granduca Ferdinando III, facendone parte integrante del granducato.[15]

L'attuale pretendente al principato sovrano di Piombino è Niccolò Boncompagni Ludovisi, discendente da Antonio I. Dopo la rinuncia di Luigi nel 1816, doveva subentrare "de jure" nella pretensione il ramo secondogenito non rinunciatario dei principi Boncompagni-Ottoboni duchi di Fiano (tuttora rappresentati), discendenti da Pier Gregorio Boncompagni Ludovisi dei principi di Piombino.[16]

Signori e principi di Piombino (1399-1815)[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Sovrani di Piombino.

Territorio e ripartizione amministrativa[modifica | modifica wikitesto]

Anche sotto i principi la città di Piombino continuò ad avere alcune autonomie municipali con proprie magistrature civili che di fatto amministravano lo Staterello: Parlamento o Consiglio Generale, Consiglio Maggiore (40 Signori), Consiglio Minore (8 Signori), Consiglio degli Anziani (4 Signori), Priori semestrali (eletti dagli Anziani), vari ministri e funzionari (Peschieri, Approvatori dei libri, Consoli di Mare, Viarii, Stimatori del Piano, Stimatori delle Vigne, Avvocato dei poveri, Soprastanti ai matrimoni, Soprastanti all'osteria, Riveditori di Scuola, Provveditori).[17] Il suo territorio si estendeva a sud dell'antico lago costiero di Rimigliano, comprendendo il golfo di Baratti con la soprastante rocca di Populonia e l'intero promontorio del Monte Massoncello fino al porti di Piombino. Verso est la linea di di confine con la Toscana si estendeva sul vasto padule di Caldana nella Valle della Cornia per risalire le alture dei borghi di Riotorto, Montioni, quest'ultimo a lungo conteso dai vescovi di Massa Marittima tanto da provocarne la temporanea scomunica agli Appiani, ed a nord sulle colline di Suvereto e del borgo di Belvedere, il cui nucleo risale ai primi anni del XVII secolo.[18] La striscia costiera verso sud comprendeva l'approdo di Follonica, sviluppatosi per l'attività di fusione del ferro estratto dalle miniere elbane ed in parte in condominio con la Toascana. La sovranità del principato comprendeva ancora il borgo di Scarlino con il relativo scalo marittimo fino all'odierna Punta Ala, allora conosciuta come Capo della Troia. Dalla valle dell'Alba si spingeva verso l'interno fino a Tirli, Buriano e la Badia dell'isola che si affacciava sul vasto padule di Castiglione della Pescaia. Lo stato principesco possedeva anche l'isola d'Elba (con l'esclusione dei distretti di Portoferraio della Toscana e di Porto Longone dello Stato dei Presidi), le isole di Pianosa e di Montecristo e gli altri isolotti del Canale di Piombino.[19] Il territorio era amministrativamente suddiviso in commissariati e vicariati:

Difesa del territorio[modifica | modifica wikitesto]

Come il resto della costa tirrenica, anche i principi di Piombino, di fronte alle continue incursioni dei pirati barbareschi ed ottomani, si videro costretti dal XVI secolo a creare una linea difensiva e di avvistamento costiera. Fu rafforzata la rocca di Populonia con la costruzione di un possente bastione verso il mare ed il rafforzamento della preesistente torre di avvistamento, mentre fu costruita una torre nel porto di Baratti. Più a sud sulla costa del Massoncello furono aperti i ridotti militari di Rio Fanale e del Falcone presso Salivoli, furono restaurate e rafforzate le mura della città di Piombino, il suo porto interno fu munito di batterie da artiglieria, mentre furono rafforzate le difese costiere del Castelletto presso l'antica foce del Cornia, quelle di Torre del Sale, di Torre Mozza e Follonica e ancora più a sud il ridotto militare di Portiglioni, la Torre del Barbiere, la Torre civette. Nell'interno furono rafforzate le mura dei borghi di Montioni, Valle, Suvereto, Scarlino e Buriano. Analoghi interventi furono fatti in territorio elbano presso Rio, Capoliveri e Marciana e nelle isole minori.[20]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Le monete di Piombino.., p. 15
  2. ^ Cappelletti, p. 35
  3. ^ Dalla rivista Vexilla Italica, numero 54, 2º Semestre 2002
  4. ^ Carrara, p. 16
  5. ^ Il potere e la memoria, p, 12
  6. ^ Il potere e la memoria, p. 18
  7. ^ Cardarelli, p. 12
  8. ^ Valle, p. 67
  9. ^ Valle, p. 23
  10. ^ Carrara, p. 22
  11. ^ Carrara, p. 23
  12. ^ Cappelletti, p. 82
  13. ^ Il potere e la memoria, p. 20
  14. ^ Le monete di Piombino.., p. 86
  15. ^ Cappelletti, p. 277
  16. ^ Si veda "Pretendente al trono"
  17. ^ Canovaro, p. 17
  18. ^ Cappelletti, p. 50
  19. ^ Cappelletti, p. 64
  20. ^ Cappelletti, p. 71

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • AA. VV., Il potere e la memoria. Piombino Stato e città nell'età moderna, Edifir, Firenze 1995.
  • AA. VV., Le monete di Piombino dagli etruschi ad Elisa Baciocchi, Pacini, Pisa 1987.
  • Umberto Canovaro, La giurisdizione penale nell'antico Stato di Piombino, Bandecchi & Vivaldi, Pontedera 1999.
  • Licurgo Cappelletti, Storia della Città di Piombino, Forni Editore, 1988 (ristampa ed. Livorno, 1897).
  • Romualdo Cardarelli, Jacopo V d'Appiano e il Sodoma, Centro Piombinese di Studi Storici, Piombino 1994.
  • Mauro Carrara, Signori e Principi di Piombino, Bandecchi & Vivaldi, Pontedera 1996.
  • Goffredo Ademollo Valle, Rosso Fiorentino a Piombino. Il ritratto di Jacopo V Appiani, TraccEdizioni, Pontedera 1994.

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

Altri progetti[modifica | modifica wikitesto]