Questione meridionale

Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.

« Sappiamo bene che c'era già una "Questione meridionale": ma sarebbe rimasta come una vaga "leggenda nera" dello Stato italiano, senza l'apporto degli scrittori meridionali »

La definizione questione meridionale venne usata per la prima volta nel 1873 da un deputato al parlamento italiano, intendendo con questo il divario economico che separava, allora come oggi, il nord Italia dal sud. Da allora è in corso un dibattito circa i mezzi più adatti per risolvere tale problema e rendere quanto più possibile omogenee le condizioni di vita di tutte le regioni italiane. La Questione Meridionale è stata oggetto di studi specifici da parte di studiosi e uomini politici come Giuseppe Massari, Stefano Castagnola, Pasquale Villari, Stefano Jacini, il suo omonimo nipote Stefano Jacini, Leopoldo Franchetti, Giorgio Sidney Sonnino, Enea Cavalieri, Giustino Fortunato, Benedetto Croce, Gaetano Salvemini, Francesco Saverio Nitti, Antonio Gramsci, Guido Dorso, Rosario Romeo e Paolo Sylos Labini, Nicola Zitara, Carlo Alianello, Lorenzo Del Boca.

Indice

[modifica] Storia

[modifica] La situazione prima dell'Unità

La situazione economica dell'Italia preunitaria era, in genere, caratterizzata da una situazione di svantaggio rispetto a quella di altre nazioni dell'Europa occidentale. A metà ottocento, tuttavia, in alcune regioni del paese si stava avviando un certo sviluppo industriale, sebbene con modalità alquanto disomogenee. In special modo in Lombardia, la produzione della seta greggia aveva innescato una crescita del settore legato alla meccanizzazione dei processi produttivi. Il sud aveva anch'esso imboccato la strada della industrializzazione benché la presenza di fabbriche di grande rilevanza fosse limitata ad alcune zone del casertano, della provincia di Napoli e ad alcuni impianti metallurgici in Calabria, a Mongiana e Ferdinandea. Lo stato aveva allestito lo stabilimento di materiale ferroviario a Pietrarsa, nel napoletano, per le esigenze dei trasporti via terra. Per proteggere queste prime industrie, soprattutto quelle del settore tessile, il governo borbonico adottò una politica di tipo protezionistico, alzando una vera e propria barriera daziaria contro le importazioni di merci estere. Anche per ciò che riguarda il sistema infrastrutturale i due tronconi d'Italia imboccano strade diverse. Il Piemonte, ad esempio, fece notevoli investimenti nel settore ferroviario, dotandosi di un sistema di comunicazione interno e con i paesi confinanti per facilitare i commerci. Il Regno delle Due Sicilie, invece, continuò a valorizzare il trasporto via mare. In campo marittimo le regioni meridionali avevano del resto un'antica tradizione di eccellenza, dovuta anche al fatto che il Regno disponeva di uno sviluppo costiero notevolmente superiore a quello degli altri stati pre unitari. La sua flotta mercantile era la terza in Europa per numero di navi e per tonnellaggio complessivo. L'esportazione delle materie prime meridionali (agrumi, zolfo, vini) alimentava un florido commercio. D'altro canto, un tale modello di trasporto sfavoriva le regioni dell'entroterra, dove le carenze infrastrutturali erano particolarmente gravi.

Dal punto di vista delle finanze pubbliche Il bilancio pubblico del Regno delle Due Sicilie non conosceva l'alto livello d'indebitamento in cui si trovava il Regno di Sardegna. I conti pubblici piemontesi erano stati gravemente provati dalla politica espansionistica adottata dal Cavour e anche dagli investimenti in infrastrutture (ferrovie, strade, canali d'irrigazione), resi necessari dal tentativo del regno sabaudo di modernizzare la propria economia ed inserirla nei circuiti commerciali continentali nonché di avviare una prima industrializzazione.

[modifica] Il nuovo Regno

Concluso il Risorgimento, le classi dirigenti settentrionali si accorsero quasi subito di quanto il Paese appena "unito" fosse in realtà diviso al suo interno. Gli italiani erano diversi pure nel modo di parlare: l'italiano era una lingua letteraria, utilizzata solo da una ristretta minoranza della popolazione e, comunque, in ambiti molto limitati (atti pubblici, insegnamento, giornalismo e simili).

Di fronte a queste differenze, all'ostilità manifestata da importanti forze interne quali i cattolici e alle difficoltà nei rapporti con i paesi confinanti - con l'Austria soprattutto, ma anche con la Francia - il nuovo Stato reagì adottando un modello amministrativo di tipo dirigista e autoritario, in cui le autonomie locali venivano sottoposte al rigido controllo del governo centrale.

Il programma del ministero Cavour per la verità era impostato in maniera diversa. Nel marzo 1861 il ministro dell'Interno, Marco Minghetti infatti presentò un progetto di legge che prevedeva un notevole decentramento amministrativo. Di fatto però il progetto Minghetti non superò l'esame delle commissioni parlamentari e venne ritirato "temporaneamente" dal Consiglio dei ministri il 9 maggio successivo. In realtà, le istanze dei Federalisti - che volevano un maggiore rispetto per le specificità locali - vennero completamente abbandonate e l'applicazione delle leggi del Regno di Sardegna venne estesa al resto d'Italia. Il 6 giugno morì Cavour. A ottobre il nuovo presidente del consiglio Bettino Ricasoli avrebbe esteso a tutta Italia l'ordinamento locale piemontese, stabilito con il decreto legge Rattazzi del 1859. Lo stesso espansionismo piemontese era mirato in un primo tempo ad uno Stato comprendente le regioni dell'Italia settentrionale e non ad uno Stato Nazionale delle proporzioni della nuova Italia. L'annessione del Regno delle Due Sicilie era stato un fatto fortunoso e dovuto ad una serie di contingenze. Il Piemonte non aveva un ordinamento adeguato alla gestione di un paese di 27 milioni di abitanti con grandissime differenze culturali e strutturali al suo interno.

[modifica] Il Brigantaggio

Per approfondire, vedi la voce Brigantaggio.

Anche nel Sud si svolsero i plebisciti per l'annessione, le modalità di svolgimento furono invero vergognose: voto palese, seggi presidiati dall'esercito piemontese e dalla camorra, percentuali falsificate e forzature al voto, tanto da far dichiarare all'ambasciatore inglese "I risultati delle votazioni in Napoli e in Sicilia rappresentano appena i diciannove tra i cento votanti designati; e ciò ad onta di tutti gli artifizi e violenze usate" (Dispacci del Ministro d'Inghilterra a Napoli, Eliot, in data 16 ottobre e 10 novembre 1860).
Vennero comunque disattese le aspettative sia dei democratici sia dei repubblicani che pure avevano favorito l'unita', ma che auspicavano un nuovo ordinamento agrario e adeguati spazi politici nella gestione del paese, il controllo dell'ordine pubblico divenne sempre più problematico.
Molti braccianti meridionali avevano sperato che il nuovo regime assicurasse una qualche riforma agraria. Non solo le loro aspettative andarono deluse, ma il nuovo governo introdusse la leva obbligatoria ed inasprì le imposte, portando alla rovina milioni di persone. Lo scioglimento dell'esercito borbonico e di quello garibaldino mise poi in circolazione migliaia di soldati sbandati. Il malcontento, le difficili condizioni economiche sopravvenute, il durissimo atteggiamento delle truppe di occupazione piemontesi, suscitarono le ire della popolazione che sfociarono nella rivolta armata.
Molti scontri si erano già verificati in varie parti del meridione fin dalla fine del 1860, particolarmente aspri intorno alla cittadella borbonica di Civitella del Tronto. In aprile scoppiò una rivolta popolare in Basilicata. Nel corso dell'estate, in molte regioni dell'interno bande di ribelli, formate in gran parte da contadini, ex soldati borbonici, ex garibaldini delusi e persino da preti, diedero vita a forme di guerriglia violentissima, impegnando le forze piemontesi e battendole ripetutamente. In molti centri del sud fu rialzata la bandiera borbonica. Il Governo rispose in maniera spietata, ordinando esecuzioni sommarie anche di civili e l'incendio di interi paesi. Il luogotenente di Napoli, Gustavo Ponza di San Martino, che aveva tentato nei mesi precedenti una pacificazione, venne sostituito dal generale Enrico Cialdini, che ricevette dal governo centrale pieni poteri per fronteggiare la situazione e reprimere la rivolta.

Nel 1860-61 le truppe presenti nel sud ammontavano a 22 000 unità, l'inasprirsi della guerra richiese l'invio di rinforzi. I soldati raggiunsero quota 55.000 a fine 1861, diventarono 105 000 nel 1862 ed arrivarono a 120 000 negli anni successivi.

Fu una vera e propria guerra civile, combattuta con ferocia da entrambe le parti e di cui fece le maggiori spese come sempre la popolazione civile: una triste situazione che si ripeté continuamente per tutta la durata della guerra civile era il saccheggio di un paese da parte delle bande di ribelli, seguito dall'intervento dell'esercito alla ricerca di collaborazionisti, che comportava sistematicamente un secondo saccheggio, la distruzione degli edifici che venivano dati alle fiamme, esecuzioni sommarie e spesso la dispersione dei sopravvissuti.

[modifica] Genesi della mafia

Il brigantaggio, così come espresso durante la guerra civile, fu sconfitto militarmente e dimenticato politicamente in pochi anni. Ma la massa contadina aveva dato vita ad una nuova forma di resistenza al dominio sabaudo, strutturata attorno ad alleanze di clan familiari impegnati alla reciproca assistenza, chiamati collettivamente mafia. Sebbene il termine fosse anteriore all’Unità, e benché già da prima agissero gruppi violenti dediti allo sfruttamento dei coltivatori giornalieri, fu solo durante e dopo il brigantaggio che la mafia nella sua forma attuale prese vita. I clan mafiosi di oggi sono i diretti discendenti di certe bande di briganti che, con diverse provenienze geografiche e intenti politici, finirono ben presto con integrarsi in organizzazioni ed alleanze più grandi e con abbandonare la resistenza armata in favore di attività più lucrative: il crimine privato e pubblico.

Questa specie di standardizzazione delle attività portò alla creazione, nella seconda metà dell’Ottocento, di federazioni di famiglie organizzate su base regionale, che sarebbero poi diventate: Cosa Nostra in Sicilia, la Camorra in Campania, la Sacra Corona Unita in Puglia, e la 'Ndrangheta in Calabria, dalla quale nacque, molto più tardi, il gruppo dei Basilischi centrati sulla Basilicata. Furono i clan formati da italiani espatriati negli Stati Uniti, attraverso i film che ispirarono ai produttori di Hollywood, che diffusero nel mondo intero il termine "mafia" come sinonimo di "crimine organizzato".

Con gli anni, oltre a crearsi un equilibrio sulla competenza territoriale di gruppi e famiglie, si instaurò anche un modus vivendi, che ricalcava e ricalca il despotismo feudale. Il "guardapiazza", letteralmente "colui che difende il territorio", cioè il capo patriarcale di un clan, impone con le armi il suo dominio su di un gruppo, ed il dominio di tale gruppo su una zona, e poi fornisce agli abitanti del territorio, in cambio di fedeltà e sottomissione, protezione da altri gruppi rivali. All’interno del suo feudo amministra giustizia, riscuote tributi, elimina ogni minaccia interna o esterna, assicura per lui e il suo cerchio di fedeli le migliori risorse.

In quanto centro di potere, un clan mafioso entra automaticamente in conflitto e competizione con qualunque stato che lo ospiti, sfidando apertamente il monopolio statale dell’uso legittimo della forza.

I diversi gruppi mafiosi rinunciarono ad attaccare le truppe regolari, e questo consentì la loro sopravvivenza nei primi decenni dopo la conquista del sud. Poi continuarono ad impiantarsi profondamente nel tessuto sociale, profittando della latitanza dello stato civile, che lasciò la zona priva d'istruzione, collegamenti e cibo. In seguito, dal novecento in avanti, incominciarono ad arrivare crescenti flussi di capitali che, attraverso la spesa pubblica, si riversarono nel meridione, e le organizzazioni criminali furono le prime a beneficiare di tali risorse. Le attività mafiose ebbero come principale conseguenza il sabotaggio di ogni possibile sviluppo commerciale, rendendo impraticabili le strade, pericolosi gli scambi e inoperanti i meccanismi di domanda - offerta.

[modifica] La pubblica istruzione

Le varie leggi che cercarono di istituire una, seppur minima, istruzione gratuita ed obbligatoria, trovarono un'applicazione difficile soprattutto al sud. L'onere di mantenere le scuole elementari, infatti, incombeva ai comuni, con la conseguenza che molte amministrazioni meridionali non riuscivano ad affrontare le spese necessarie. Bisognerà aspettare il fascismo per assistere ad un’istruzione di base, il secondo dopoguerra per un'istruzione di massa, e la televisione per assistere all'utilizzo dell'italiano in sostituzione dei vari dialetti.

Solamente a partire dall'epoca giolittiana il governo centrale fece prova di un primo e tentennante interessamento (positivo, è il caso di specificare) verso il meridione. Benché non abbia ridotto la povertà o l’emigrazione, nei primi anni del novecento si dotò il sud di amministrazioni pubbliche analoghe a quelle del nord, cosa che portò all’assunzione di un certo numero di impiegati statali. La cosa si accompagnò alla corruzione e al nepotismo che ancora oggi contraddistinguono l’Italia, ma si trattò pur sempre di una costante, benché modesta, somma di denaro che la fiscalità nazionale rimetteva in circolo al sud. Fu sempre merito del governo centrale se nel 1911, quando lo Stato prese in carico l’istruzione elementare, fino ad allora prerogativa dei comuni,il Mezzogiorno vide le prime, seppur rare, scuole elementari, e l’analfabetismo incominciò a diminuire anziché aumentare come avvenuto dall’Unità fino ad allora.[citazione necessaria]

[modifica] La Prima Guerra Mondiale

La Prima Guerra Mondiale vide l’Italia combattere contro l’Austria-Ungheria. Sebbene il conflitto avesse prosciugato le risorse di tutto il paese, il meridione, come al solito, ne risentì maggiormente il peso. Il relativo sviluppo del nord, fondato sull’industria, venne favorito dalle commesse belliche, mentre al sud, ad esclusiva vocazione agricola, il richiamo alle armi dei giovani lasciò nell’incuria i campi, privando le loro famiglie di ogni sostentamento. A guerra finita, poi, fu la borghesia imprenditoriale del nord a profittare dell’allargamento dei mercati e delle riparazioni di guerra.

[modifica] Il fascismo

Il fascismo ebbe un ruolo molto importante nelle vicende del Mezzogiorno. Nonostante i sui forti legami con la borghesia, lo stato fascista, ansioso di allargare il proprio consenso e interessato ad una crescita economica che sostenesse la sua politica espansionista, prese seriamente in carico il problema dello sviluppo del meridione.

Attraverso vari organismi quali l’I.R.I. (Istituto per la Ricostruzione Industriale) e l’I.M.I. (Istituto Mobiliare Italiano), il governo promosse numerose opere pubbliche che dotarono di infrastrutture le aree più depresse del paese, diedero lavoro a numerose persone, e favorirono commerci ed investimenti. Vennero migliorati i porti (come a Napoli e Taranto), costruite strade e ferrovie (tra cui il tratto marittimo adriatico, iniziato sotto i Borboni ed abbandonato per quasi un secolo), furono bonificate paludi e acquitrini (prime fra tutte le Paludi Pontine, dove fu fondata Littoria, poi ribattezzata Latina), creati canali e acquedotti (come quello del Tavoliere Pugliese), razionalizzate e meccanizzate certe colture (come quelle dell’uva e delle olive in Sicilia). Vennero presi anche diversi provvedimenti per migliorare le condizioni di vita della popolazione attraverso la creazione di un embrione di uno stato sociale: venne data un’istruzione elementare ai bambini, nacquero le prime pensioni di anzianità, vennero favorite, anche se non ancora finanziate direttamente, le assicurazioni mediche, venne tutelata e incentivata la maternità. Dopo la crisi di Wall Street, quando tutti gli stati occidentali incominciarono ad intervenire pesantemente nell’economia, il fascismo aumentò ulteriormente il suo impegno economico nel meridione: venne finanziata la creazione di industrie, lo stesso stato ne fondò diverse (soprattutto belliche), vennero acquistati macchinari agricoli per meccanizzare l’agricoltura, l’impiego pubblico raddoppiò i propri salariati.

La politica bellica e coloniale ai danni di Africa, Albania e Spagna portarono alla conquista di nuovi mercati ma soprattutto di nuove terre, cosa che permise di indirizzare verso rotte migratorie utili alle finanze del regno l’enorme massa di emigranti che ogni anno lasciava l'Italia, la crescita dell’esercito fornì un’occupazione a molti giovani, e le rimesse di coloni e soldati diedero un mezzo di sussistenza alle rispettive famiglie.

Il fascismo fu anche l’unico governo italiano che cercò seriamente di sradicare la mafia. Benito Mussolini mal tollerava altri centri di potere all’infuori della propria persona, e così diede guerra senza quartiere alla malavita organizzata, spesso guidando personalmente le operazioni. Per farlo si servì di metodi già noti: tortura, esecuzioni di massa, leggi speciali. Celebre fu la nomina di Cesare Mori, che venne poi chiamato "Prefetto di ferro" per i suoi metodi brutali, al posto di prefetto di Palermo con poteri straordinari su tutta l'isola. Tuttavia la mafia non fu sradicata, e questo conflitto la portò ad allearsi agli anglo-americani durante la Seconda Guerra Mondiale.

[modifica] La Seconda Guerra Mondiale

La Seconda Guerra Mondiale, esattamente come la Prima, sfavorì più il sud che il nord. Ma questa volta le disparità che ne risultarono, più che economiche, furono di carattere politico. Nel 1943 gli alleati stavano preparando lo sbarco in Sicilia per invadere l’Italia, e, tramite i clan operanti negli Stati Uniti, trovarono un’alleata nella mafia, che si offrì di fornire informazioni strategiche e legittimazione morale agli invasori in cambio del controllo civile del sud Italia. Il comando alleato accettò, e così le zone via via conquistate da questi passarono sotto il controllo dei vari clan mafiosi, che approfittarono della fase per consolidare, anche militarmente, il loro potere. Al crollo dell'apparato repressivo statale conseguì il ritorno del problema del banditismo, soprattutto in Sicilia, dove certi suoi esponenti si collegarono ai movimenti politici indipendentisti, che chiedevano l’indipendenza dell'isola o l'annessione come 49° stato agli Stati Uniti.

Il governo provvisorio decise di non reprimere il movimento, che peraltro non aveva contenuti o rivendicazioni sociali, ma di corromperlo. Grosse quote del piano Marshall furono dirottate verso le zone in fermento, e la protesta venne privata dell’interessamento attivo della popolazione. I capi banda vennero pagati per deporre le armi, e, attraverso manovre politiche complesse, si convinsero alcune delle bande rimaste, pagandole, a compiere attentati contro la popolazione civile, che finì per isolare i gruppi armati. Parallelamente si scatenò una campagna stampa denigratoria nei confronti degli insorti.[citazione necessaria] Per finire la nuova costituzione repubblicana concesse una certa autonomia alla Sicilia, cosa che privò gli ultimi ribelli di ogni legittimazione politica. Le poche bande rimaste vennero individuate ed eliminate nell’indifferenza della popolazione. Come ottant’anni prima, però, la mafia aveva già preso le distanze dai gruppi armati, ritornando in clandestinità e confondendosi fra la popolazione. Parte integrante di questa strategia è la collaborazione della gente ordinaria, particolarmente attraverso l'omertà, ovvero il fatto di ostacolare la forza pubblica nascondendo o tacendo informazioni sensibili.

[modifica] La Prima Repubblica

Dopo la guerra la mafia acquistò un enorme potere nel sud Italia, particolarmente in Sicilia.

A varie riprese il governo destinò fondi allo sviluppo del meridione, e creò pure un istituto finanziario chiamato Cassa del Mezzogiorno per gestirne i flussi. La mafia dal canto suo investì i propri proventi in attività legali. Ma tali movimenti erano destinati, rispettivamente, a dirottare denaro pubblico e a riciclare i proventi di crimini, e non a finanziare imprese produttive. Nel migliore dei casi gli investimenti statali vennero utilizzati male, e servirono a creare industrie sovradimensionate, in aree mal servite dalle infrastrutture, con una sede dirigenziale situata spesso lontano dagli impianti di produzione. Certi gruppi privati furono incitati tramite sovvenzioni pubbliche a stabilirsi nel sud, ma tali scelte si rivelarono antieconomiche, e gran parte di questi esperimenti fallirono in breve tempo. Le aziende facevano ricorso a prassi clientelari nelle assunzioni, e non venne mai messa nessuna enfasi sulla produttività o sul valore aggiunto dalle attività imprenditoriali.

Queste pratiche corporative ebbero come conseguenza la profonda alterazione delle leggi di mercato e l’aborto di ogni possibile sviluppo economico delle aree depresse del paese. I capitali privati, italiani come stranieri, evitavano di impiantarsi nel Mezzogiorno, considerando che ogni investimento effettuato in chiave produttiva fosse destinato alla perdita a causa di tali prassi. Benché oggigiorno la situazione sia sensibilmente diversa, atteggiamenti clientelari e nepotisti perdurano ancora.

Quando il governo si ritrovò a prendere provvedimenti legislativi o a negoziare accordi internazionali in ambito economico, l’attenzione si diresse, ancora, alle industrie del nord. Per esempio, quando negli anni '40 e '50 emigranti italiani, soprattutto meridionali, incominciarono a raggiungere massivamente le miniere del Belgio, il governo italiano chiese e ottenne da quello fiammingo una tonnellata di carbone all’anno per ogni lavoratore espatriato, ma questo approvvigionamento non beneficiò ai minatori o alle loro regioni d’origine, fu invece destinato alle fabbriche settentrionali. L’antenato dell’Unione Europea, la Comunità Europea del Carbone e dell'Acciaio, era un accordo finalizzato sempre ad incentivare la manifattura.

Negli anni '60 e '70 il nord visse un altro periodo di sviluppo economico, incentrato sull’esportazione di prodotti finiti, impropriamente chiamato miracolo “italiano”. Il fenomeno attirò manodopera dal Mezzogiorno, e la disparità dei due livelli di vita diventò evidente e largamente discussa. In reazione, gli emigranti inviarono rimesse alle loro famiglie rimaste nel sud, e lo stato dedicò importanti risorse allo sviluppo dei servizi essenziali, ma queste risorse non erano in grado di essere reinvestite in circoli produttivi, e rinforzarono al contrario i meccanismi di quello che diventerà noto col termine dispregiativo di assistenzialismo: un innalzamento limitato delle condizioni di vita attraverso sussidi esterni, così da aumentare le attese della popolazione e necessitante di continui finanziamenti per restare in funzione.

Negli anni settanta in Italia operarono numerosi gruppi terroristici di estrema sinistra, e lo stato moltiplicò i mezzi umani, finanziari e legislativi della magistratura per combatterli. Uscito di scena il terrorismo rosso, l’organo giudiziario cercò un altro compito, e si focalizzò sulla criminalità organizzata. Evoluzioni sociali come l’individualismo e la spettacolarizzazione della vita pubblica contribuirono a creare condizioni tali per cui il sistema di potere utilizzato dalla classe dirigente incominciò a rivelare delle crepe. Varie leggi rinforzarono la lotta contro la corruzione e la criminalità: una che confermava la separazione del potere giudiziario da quello esecutivo, un’altra che istituiva sconti di pena e altri vantaggi agli accusati che collaborano con le indagini in corso, ed infine una che individuava nell'appartenenza ad un'associazione mafiosa un reato più grave rispetto alla semplice associazione per delinquere. Tutto questo permise negli anni Ottanta di arrivare ad ottenere dei primi progressi nella lotta antimafia.

[modifica] La Seconda Repubblica

L’equilibrio che emerse da questi cambiamenti venne chiamato Seconda Repubblica, un periodo caratterizzato dall’instabilità politica e dai cambiamenti istituzionali. In questo periodo venne intrapreso un parziale risanamento del debito pubblico accumulato dalle amministrazioni precedenti, impresa che si accompagnò a riduzioni e razionalizzazioni della spesa pubblica. La fine di sovvenzioni pubbliche significò la chiusura di molte imprese nel sud Italia, ma anche la timida emergenza di una mentalità imprenditoriale inedita.

L’Unione Europea accompagnò parzialmente questo processo finanziando progetti imprenditoriali a carattere sociale, ecologico o culturale, ma queste iniziative non erano di natura tale da creare meccanismi di auto finanziamento, e i vantaggi derivati furono molto ridotti.

[modifica] Analisi

[modifica] Studi

Vari studiosi hanno affrontato la Questione meridionale cercando le cause dell’arretratezza del sud. Ecco i più noti.

Giuseppe Massari (1821 - 1884) e Stefano Castagnola (1825 - 1891) furono due deputati italiani che diressero una commissione parlamentare d'inchiesta sul brigantaggio fra il 1862 ed il 1863. Sebbene parziale e puramente descrittivo, il loro lavoro espose bene come la miseria e l’invasione sabauda avessero un ruolo capitale nella nascita della rivolta.

Pasquale Villari (1827 - 1917) passò tutta la vita a studiare il fenomeno. Ne concluse che il Mezzogiorno era affetto da una serie di handicap: non aveva terre pianeggianti, scarseggiava d’acqua, i collegamenti erano difficili, era più affetto da malattie e il sole toglieva ogni energia ai suoi abitanti. Prese seriamente in conto il carattere caotico dell’evoluzione della sua economia, e sottolineò forse più di ogni altro intellettuale il peso che la criminalità organizzata costituiva per lo sviluppo della regione.

Stefano Jacini (1827 - 1891), a lungo ministro dei lavori pubblici, si interessò alla necessità di costruire infrastrutture e creare una classe di piccoli proprietari terrieri.

Stefano Jacini (1886 - 1952), suo nipote, constatò due generazioni dopo che la situazione non era cambiata, e riprese le stesse posizioni.

Leopoldo Franchetti (1847 - 1917), Giorgio Sidney Sonnino (1847 - 1922) ed Enea Cavalieri (1848 - 1929) realizzarono nel 1876 una celebre e documentata inchiesta sulla Questione meridionale, nella quale mettevano in luce i nessi fra l’analfabetismo, il latifondo, la mancanza di una borghesia locale, la corruzione e la mafia, sottolineando la necessità di una riforma agraria.

Giustino Fortunato (1848 - 1932), uomo politico conservatore, effettuò vari studi in materia, e pubblicò nel 1879 il più conosciuto di essi, in cui esponeva gli svantaggi fisici e geografici del sud, i problemi legati alla proprietà della terra, e il ruolo della conquista nella nascita del brigantaggio. Era decisamente ostile ad ogni tipo di federalismo, e sebbene difendesse la necessità di redistribuire la terra e di finanziare servizi indispensabili come scuole e ospedali, fu sempre molto pessimista quanto all’utilità di ogni misura.

Benedetto Croce (1866 - 1952) filosofo idealista, rivide in chiave storiografica le vicende del Mezzogiorno dall’Unità fino al novecento, mettendo l’accento sull’imparzialità delle fonti, e sulla distruzione di ogni riferimento culturale e di ogni borghesia locale in seguito alla conquista.

Gaetano Salvemini (1873 - 1957), uomo politico socialista, perse la sua famiglia durante il terremoto di Messina del 1908. Concentrò le sue analisi sugli svantaggi che il sud aveva ereditato dalla storia, criticò aspramente la gestione centralizzata del paese, e predicò l’alleanza degli operai del nord coi contadini del sud.

Francesco Saverio Nitti (1868 - 1953), più volte ministro, si dedicò molto allo studio dell’economia meridionale. Ne analizzò il timido sviluppo industriale, l’emigrazione, ed esortò la creazione di un primo stato sociale. Dopo la Seconda Guerra Mondiale, propose anche un vasto programma di lavori pubblici, di irrigazione e di rimboschimento, ed affermò come altri prima di lui l’urgenza di una riforma agraria.

Antonio Gramsci (1891 - 1937), noto pensatore marxista, lesse il ritardo del sud attraverso il prisma della lotta di classe. Studiò i meccanismi in corso nelle rivolte contadine dalla fine dell’ottocento fino agli anni venti, spiegò come la classe operaia fosse stata divisa dai braccianti agricoli attraverso misure protezionistiche prese sotto il fascismo, e come lo stato avesse artificialmente inventato una classe media nel sud attraverso l’impiego pubblico. Auspicava la maturazione politica dei contadini attraverso l’abbandono della rivolta fine a sé stessa per assumere una posizione rivendicativa e propositiva, e sperava una svolta più radicale da parte dei proletari urbani che dovevano includere le campagne nelle loro lotte.

Guido Dorso (1892 - 1947) fu un intellettuale che rivendicò la dignità della cultura meridionale, denunciando i torti commessi dal nord ed in particolare dai partiti politici. Effettuò esaurienti studi sull’evoluzione dell’economia del Mezzogiorno dall’Unità fino agli anni trenta e difese la necessità dell’emergenza di una classe dirigente locale.

Rosario Romeo (1924 - 1987), storico e politico, si oppose alle tesi rivoluzionarie ed evidenziò le differenze esistenti, prima e dopo il Risorgimento, fra la Sicilia ed il resto del sud. Attribuì i problemi del Mezzogiorno a tratti culturali, caratterizzati dell'individualismo e lo scarso senso civico, piuttosto che a ragioni storiche o strutturali.

Paolo Sylos Labini (1920 - 2005) professore ed economista, riprese tesi che vedevano nell’assenza di sviluppo civile e culturale le origini del divario economico. Considerò la corruzione e la criminalità come endemiche della società meridionale, e vide l’assistenzialismo come principale ostacolo allo sviluppo.

[modifica] Storiografia del problema

L’interpretazione della Questione meridionale ha vissuto profonde evoluzioni nel tempo. Originalmente il dibattito era fortemente influenzato dalla censura e propaganda della corona sabauda, preoccupata di legittimare la conquista, l’annessione e lo sfruttamento del sud. Tale censura ha impedito che ci pervengano fino ad oggi documenti attendibili su molti aspetti, come il numero di vittime della repressione. Anche dopo la fine del regno i dati storiografici disponibili impedirono una corretta lettura degli eventi. È solo recentemente che nuovi studi hanno messo in causa la visione classica della vicenda, e certi fatti, come lo stato economico del Regno delle Due Sicilie o il brigantaggio hanno preso un’altra dimensione. Oggigiorno tesi come l’inferiorità genetica delle popolazioni del sud Italia, una volta abbastanza consensuali, non sono più accettate accademicamente.

Si possono comunque distinguere tre approcci storiografici principali, che ricalcano in grosse linee dibattiti ideologici e politici più ampi.

[modifica] Discriminazione

Durante eventi che misero affianco gente proveniente da tutto il paese, come le due guerre mondiali, le differenze di mentalità, livello di istruzione e posizione sociale sottolinearono la polarità economica nord - sud, ma fu negli anni 1960 e 1970 che la tensione raggiunse il suo apice. L’emigrazione massiccia di contadini o sottoproletari dal sud al nord si accompagnò di difficoltà materiali estreme per i nuovi arrivati e mise in luce comportamenti di manifesta discriminazione e xenofobia nei loro confronti. Nella popolazione delle regioni settentrionali si diffuse il termine, spesso dispregiativo, “terroni” per identificare le persone originarie dalle regioni meridionali ed in secondo luogo per indicare persone (anche settentrionali) e comportamenti ritenuti tipici delle persone del mezzogiorno come la scarsa solerzia nel proprio lavoro, una spregiudicata indolenza specie verso le regole ed un'innata ricerca dell'assistenzialismo specie statale.

[modifica] Situazione attuale

In termini assoluti la situazione economica del meridione è indubbiamente migliorata negli ultimi sessant'anni; in termini relativi, però, il divario con il nord è drasticamente aumentato. Anche inglobato nell'Unione Europea, difficilmente il Mezzogiorno potrà conoscere uno sviluppo economico in tempi brevi.

Ancora oggi vari problemi strutturali ipotecano le sue possibilità di progresso economico: la carenza d'infrastrutture, la dimensione troppo piccola delle imprese e una loro scarsa internazionalizzazione, la presenza di un sistema bancario poco efficiente, i ritardi di una pubblica amministrazione spesso pletorica, l'emigrazione di tanti giovani che non trovano un lavoro adeguato al loro livello culturale e alle loro aspettative, l'incapacità di sfruttare le risorse ambientali e paesaggistiche, la presenza di una forte criminalità in alcune regioni.

[modifica] Voci correlate

[modifica] Momenti storici

[modifica] Protagonisti

[modifica] Istituzioni

[modifica] Criminalità organizzata

[modifica] Approfondimenti

[modifica] Altri progetti

Strumenti personali