Mafia

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Il termine mafia è generalmente riferito ad una particolare e specifica tipologia di organizzazione criminale, avente tratti caratteristici e peculiari.

L'organizzazione del genere più famosa è attualmente nota come Cosa Nostra, espressione che si riferisce alla mafia siciliana, che venne utilizzata durante il processo al primo collaboratore di giustizia di cosa nostra americana: Joe Valachi.

Cenni storici ed etimologia[modifica | modifica wikitesto]

L'effettiva origine del lemma è ancora oggi incerta. Il funzionario borbonico Pietro Calà Ulloa scrisse, a proposito del fenomeno, nel 1838:

« Ci sono in molti paesi delle fratellanze, specie di sette che diconsi partiti, senza riunione, senz'altro legame che quello della dipendenza da un capo, che qui è un possidente, là un arciprete. Una cassa comune sovviene ai bisogni, ora di fare esonerare un funzionario, ora di conquistarlo, ora di proteggerlo, ora d'incolpare un innocente....Molti alti magistrati coprono queste fratellanze di una protezione impenetrabile".[1] »

Riguardo l'origine del termine, un primo utilizzo venne registrato in Sicilia nel 1863, nell'opera teatrale I mafiusi de la Vicaria, ambientata nel carcere della Vicaria di Palermo e scritta da Giuseppe Rizzotto e Gaetano Mosca. Secondo il Pitrè[2] il termine mafioso indicava una persona, un oggetto o un ambiente "di spicco" e nell'insieme abbia un non so che di superiore ed elevato (...) Una casetta di popolani ben messa, pulita, ordinata, e che piaccia, è una casa mafiusedda e solo dopo l'inchiesta del procuratore palermitano è obbligata a rappresentare cose cattive. Tuttavia il Pitré non ne chiarisce l'origine.

Si è quindi voluto associare il termine - spesso forzatamente e senza chiari riscontri - con un qualche vocabolo di origine araba, a causa della sua radice non facilmente accostabile a termini di origine invece latina o greca. Tale accostamento alla lingua araba sarebbe giustificato con la presenza in Sicilia nel corso del X secolo della componente islamica. Questo ovviamente presupponendo un'ipotetica origine siciliana delle principali organizzazioni di questo tipo. Così secondo Diego Gambetta il vocabolo originario potrebbe provenire dall'arabo مهياص (mahyas = spavalderia, vanto aggressivo)[3] o, come propone il Lo Monaco, مرفوض (marfud = reietto)[4] da cui proverrebbe il termine mafiusu, che nel XIX secolo indicava una persona arrogante, prepotente, ma anche intrepida e fiera.[5]

Secondo Santi Correnti invece,[6] che rigetta le origini del termine dall'arabo, sarebbe un termine piuttosto recente, forse derivato dal dialetto toscano, trovando un riscontro nella parola maffia. Di simile avviso Pasquale Natella[7] che ricorda come a Vicenza e Trento si usasse il vocabolo maffìa per indicare la superbia e la pulizia glottologica (...) va subito applicata in Venezia ove a centinaia di persone deve essere impedito di pronunciare S. Maffìa (...). La diceria copriva, si vede, l'intera penisola e nessuno poteva salvarsi; in tutte le caserme ottocentesche maffìa equivaleva a pavoneggiarsi e copriva il colloquio quotidiano così in Toscana come in Calabria, dove i delinquenti portavano i capelli alla mafiosa.

In merito a ciò ricordiamo quanto scritto già nel 1853 da Vincenzo Mortillaro nel suo Nuovo dizionario siciliano-italiano[8] per Mafia: Voce piemontese introdotta nel resto d'Italia ch'equivale a camorra. Tra le cause della nascita del fenomeno sono sicuramente da annoverare il dominio dal latifondo che vessava una massa di contadini miserabili. Fra nobiltà terriera e contadini era presente un ceto di spregiudicati e violenti massari, campieri ("guardie armate" del latifondo) e gabelloti (gestori dei fondi a gabella, cioè in fitto) che terrorizzavano i contadini e i proprietari con i loro sgherri, venivano a patti con i briganti, amministravano una rozza giustizia che però non ammetteva alcuna forma di opposizione. I briganti, i ladri, i ribelli avevano un ambiguo rapporto con i massari.

I contadini servivano i massari e vedevano talvolta in loro degli alleati possibili contro i latifondisti che a loro volta si servivano dei massari e dei campieri, pur disprezzandoli e temendoli, come forza contro il latente pericolo costituito da possibili rivolte delle masse contadine. Massari e campieri si servivano dei briganti contro nobili e contadini ma sapevano anche spazzarli via con violenza quando dovevano dimostrare a tutti gli abitanti del feudo chi comandava effettivamente. La mafia, per giungere al dominio del territorio, controllava non solo il mondo rurale, i trasporti, l'attività mineraria, gli allevamenti, ma anche la delinquenza urbana, i tribunali, le centrali di polizia, i centri del potere.

I mafiosi erano nel contempo imprenditori, organizzatori della produzione, giudici, gendarmi, esattori delle tasse, poiché prelevavano quote di ricchezza dal lavoro e dalla rendita dei ceti sociali in mezzo ai quali vivevano ed operavano.[9] L'unità d'Italia lasciò delusi molti capi dei picciotti, messi da parte dopo la vittoria: emersi grazie alla loro popolarità (il "rispetto") fra le masse, molti di loro si diedero alla violenza e all'illegalità (per esempio Giuseppe Coppola di Erice; Stefano Triolo, uno dei capi di Calatafimi; Alberto Maria Mistretta di Mazara del Vallo).[10] La mafia, con ambiguità, riprese la simbologia e i rituali segreti di società iniziatiche antiche (per esempio anche dei Beati Paoli) nonché di società religiose, cavalleresche, massoniche.[11]

Dopo l'unità italiana la sicurezza nelle campagne e nelle città non esiste: imperversano bande di malfattori di ogni tipo, briganti, sequestratori di persona (antica spregevole industria di origine pastorale), bande di renitenti alla leva, dopo l'introduzione del servizio militare di leva in Italia. La crisi socio-economica, l'arretratezza culturale favoriscono le cosche mafiose che vanno a costituire un potere parallelo, sostituendosi allo Stato. Con intimidazioni e protezioni i mafiosi convincono i cittadini che solo grazie a loro potranno ottenere ciò che è loro dovuto. I mafiosi diffondono l'odio per il nuovo regime e l'idea dell'onore come capacità di risolvere i problemi senza fare ricorso allo Stato; cercano di conquistare i comuni, la pubblica amministrazione, l'apparato giudiziario. In politica all'inizio stanno con i garibaldini e i democratici, opponendosi alla "piemontesizzazione" forzata, allo scarso rispetto delle autonomie locali, allo spegiudicato uso della forza da parte di polizia e tribunali. L'apparizione in un documento ufficiale, con significato accostato al senso tuttora in uso di organizzazione malavitosa o malavita organizzata, è stata registrata per la prima volta proprio dopo l'unità italiana, contenuta in un rapporto del capo procuratore di Palermo nel 1865, Filippo Antonio Gualterio.[12]

Nell'età moderna prima e contemporanea poi, mentre nella maggior parte dell'Europa i poteri legali e centrali si rafforzavano ed espandevano, fenomeno risaltato soprattutto dalla nascita dei primi stati nazionali, in Italia ed in Sicilia è in una situazione di legalità frammentata: i signori feudali in concorrenza con i deboli poteri centrali; un groviglio di giurisdizioni e di competenze; i deboli esposti allo strapotere dei signori e degli sbirri; i deboli ceti produttivi e mercantili soggetti alle soperchierie di funzionari e baroni. La violenza, in questo contesto premessa per la sicurezza, si privatizza: i signorotti del posto hanno i loro sgherri, l'Inquisizione ha i suoi ufficiali ed agenti, le corporazioni hanno le loro compagnie d'armi, i mercanti pagano le scorte armate per i trasferimenti di merci. Si assiste ad un continuo scontro di poteri e di interessi, in una terra, la Sicilia, in cui il continuo succedersi di poteri e dominazioni non ha favorito la coesione tra popoli e governanti.[13]

Nel corso del XX secolo le aggregazioni rette dalla legge dell'omertà e del silenzio consolidarono un'immensa potenza in Sicilia e riemersero dopo la seconda guerra mondiale.[14] La letteratura italiana, a partire dal secondo dopoguerra, ha spesso prestato attenzione al fenomeno. Nel 1959, quando il fenomeno era ormai diffuso e aveva già subìto l'evoluzione storica della seconda guerra mondiale, Domenico Novacco[15] invitava ad una lettura critica del passo di Mortillaro, in quanto a suo dire la "boutade" del Mortillaro (...) era emessa nel solco d'un filo autonomistico siciliano antiunitario che dava ai sabaudi il demerito d'aver introdotto nella immacolata isola cattive tradizioni e tendenze paraispaniche.[16]

Leonardo Sciascia scrisse "La più completa ed essenziale definizione che si può dare della mafia, crediamo sia questa: la mafia è un'associazione per delinquere, coi fini di illecito arricchimento per i propri associati, che si impone come intermediazione parassitaria, e imposta con mezzi di violenza, tra la proprietà e il lavoro, tra la produzione e il consumo, tra il cittadino e lo Stato".[17] In un suo studio apparso nel 1972 su Storia illustrata,[18] ricostruisce con molta attenzione l'origine del termine mafia. Riprende anche la teoria in merito all'introduzione del vocabolo nell'Isola ricondotta all'unificazione del "Regno d'Italia" espressa da Charles Heckethorn[19], ripresa poi dall'economista e sociologo Giuseppe Palomba, il termine «MAFIA» non sarebbe altro che l'acronimo delle parole: «Mazzini Autorizza Furti Incendi Avvelenamenti». Fino a che punto sia fondato questo studio, rimane però da considerare il significato antropologico non privo di valore riguardo a un'organizzazione segreta a specchi capovolti che sarebbe nata nell'isola con finalità più o meno carbonare[20]. Sempre con un acronimo il giornalista Selwyn Raab tenta di spiegare in un romanzo storico le origini della mafia, riallacciandosi al mito dei Beati Paoli e ai precedenti moti antifrancesi durante i cosiddetti Vespri siciliani come già fece in sede di interrogatorio Tommaso Buscetta, facendone derivare la frase "Morte Alla Francia Italia Anela".[21]

Ovviamente appare del tutto inusuale che nel XIII secolo si potesse parlare nel Regno di Sicilia in maniera tanto colta tra le classi basse la lingua italiana, al punto da usarla per la realizzazione di un acronimo, costume più sovente delle rivolte popolari e dei moti carbonari del XIX secolo. Sul piano storico e antropologico va comunque osservato che in origine al fenomeno, attecchito sul territorio siciliano, veniva assegnato proprio questo termine esteso poi alle potenti organizzazioni associative a livello mondiale. Tuttavia, rimane comunque il fatto che nell'uso comune il termine mafia è ormai diffuso su larga scala planetaria.

Analisi e caratteristiche[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Famiglia (mafia) e Crimine organizzato.
La struttura tipica di una famiglia mafiosa tradizionale.

Le analisi moderne del fenomeno considerano essa, prima ancora che una organizzazione criminale, un "sistema di potere" fondato sul consenso sociale che la "legittima" in qualche modo; ciò evidenzia come la sua principale garanzia di esistenza non stia tanto nei proventi delle attività illegali, quanto stia sul consenso e l'approvazione della popolazione e sulle intese e collaborazioni con funzionari pubblici ed istituzioni dello Stato, con i politici, nonché del supporto sociale.

Di conseguenza il termine viene spesso usato per indicare un modo di fare o meglio di organizzare attività illecite. Le organizzazioni appartenenti al genere hanno una propria e tipica struttura, e spesso adottano comportamenti basati su un modello di economia statale, ma è parallela e sotterranea. L'organizzazione mafiosa trae profitti e vantaggi da numerosi tipi di attività criminali.

I capimafia (spesso a causa della latitanza) comunicano principalmente in modo scritto, (ad esempio con i cosiddetti pizzini), poiché non sempre sono in grado di comunicare di persona a tutti i loro sottoposti (capifamiglia, picciotti) con determinati mezzi di comunicazione di massa (come il telefono e la posta) poiché suscettibili di intercettazioni. I mafiosi, come vengono definiti in certi contesti persone di rispetto o uomini d'onore, svolgono anche funzione e ruolo di giudice: riceve le denunce al posto delle autorità, dirime contrasti familiari ed economici, chiede ed ottiene voti per un dato candidato che, una volta eletto, concederà molti favori alla cosca che lo ha supportato inficiando la legalità nell'amministrazione pubblica, nell'economia, nella giustizia.

Il mercato elettorale allarga le reti di complicità e il governo, per cecità e interessi contingenti, pensa di sfruttare questa complessa e negativa realtà a proprio vantaggio.[22] I mafiosi fondano il loro potere necessariamente sul consenso sociale delle popolazioni, il sostegno (estorto o volontario) di operatori economici (ad esemepio si consideri il mondo dell'impirenditoria), e su certo substrato culturale e concezione di sociale, ancora familistica e feudale, generalmente piuttosto arretrata dal punto di vista socio-culturale. Un esempio dell'utilizzo dell'attiributo del termine "mafioso" potrebbe essere utilizzato, ad esempio, per identificare un sindaco che dia concessioni edilizie solo a personaggi a lui vicini oppure ad un professore universitario che interceda per far conseguire borse di studio a persone a lui legate (ancorchè non valide e meritevoli), o la nomina da parte di un governo di dirigenti di alte livello, anche eventualmente capaci, ma "politicamente vicini" alla maggioranza di cui il governo stesso sia espressione.

Nel mondo[modifica | modifica wikitesto]

Italia[modifica | modifica wikitesto]

Organizzazioni presenti[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi 'Ndrangheta, Camorra, Cosa nostra, Mala del Brenta e Sacra Corona Unita.
Diffusione dell'estorsione mafiosa nelle province italiane nell'anno 2008, secondo un sondaggio di Confesercenti.[23]

In Italia si comincia a parlare del fenomeno, seppure con un diverso nome, negli atti giudiziari solo nel 1838, quando il procuratore generale di Trapani, Pietro Calà Ulloa, parla di "unioni e fratellanze, specie di sette" dando un primo quadro agghiacciante delle complicità e delle compiacenze che consentono alla malapianta di crescere:

« Non vi è impiegato in Sicilia che non si sia prostrato al cenno di un prepotente o che non abbia pensato a tirar profitto dal suo ufficio [...] sono le "fratellanze che generano la mafia e dettano le prime norme non scritte di un'associazione formata non da "uomini d'onore" perché di questo ancora non si discute ma da "uomini di parola", con una distinzione fin troppo sottile perché semmai prevale qui l'assonanza fra "onore" e "parola"[senza fonte] »

Il fenomeno mafioso ha assunto diversi caratteri e ha acquistato forme diverse, con strutture e codici seppur simili diversi da regione a regione e talvolta da provincia a provincia. Accade anche che la distribuzione - e relativo controllo - territoriale appaia complesso e in continua evoluzione e talvolta anche singoli quartieri della medesima città conoscano diverse tipologie organizzative. Complice di questo spezzettamento è l'organizzazione a clan delle principali mafie e dei gruppi mafiosi. I clan spesso hanno legami di tipo familiare e questo fa sì che le attività dell'organizzazione rispecchino gli interessi di un determinato gruppo detto famiglia a rimarcare il particolare legame.

Le organizzazioni principali sono nate e si sono sviluppate dapprima nel meridione, dove la diffusione dei gruppi di stampo mafioso è capillare, anche se la loro influenza si è espansa pressoché su tutto il territorio nazionale, ma non mancano organizzazioni simili o colluse con le principali mafie al centro o al nord Italia, si pensi ad esempio alla banda della Magliana ed alla mala del Brenta.

Alcune di queste organizzazioni sono storicamente insediate nei rispettivi territori dell'Italia meridionale, ma quasi tutti i fenomeni documentati non vanno oltre il XIX secolo. Una singolare prospettiva è quella offerta dalla Camorra, unica vera eccezione, fenomeno malavitoso diffuso in Campania, ma che secondo alcuni autori avrebbe un'origine da ricercarsi altrove.[24] Difatti l'uso del termine camorra sarebbe attestato già nel XVII secolo,[25] mentre la derivazione etimologica da gamurra ribasserebbe ulteriormente la sua esistenza fino al Medioevo.[26] Secondo Vincenzo Mortillaro si può comunque supporre che camorra fosse già sinonimo del termine mafia nella prima metà del XIX secolo e che tale fenomeno dovette essersi esteso anche in Sicilia.[8]

Altre storiche organizzazioni di stampo mafioso sono Cosa nostra in Sicilia e la 'Ndrangheta in Calabria, entrambe però a noi note da documenti esclusivamente a partire dalla seconda metà del XIX secolo e pertanto difficilmente ipotizzabile una loro origine precedente a tale periodo. Da queste due si suppone siano sorte ulteriori organizzazioni di stampo mafioso, quali la Stidda nella Sicilia centro-meridionale (nelle provincie di Agrigento, Caltanissetta, Enna e Ragusa) e la Sacra Corona Unita in Puglia (sorta nel 1981 avente tra i fondatori Giuseppe Rogoli, Mario Papalia e Vincenzo Stranieri).

Alle principali organizzazioni si sono accostate negli anni o si accostano ancora diverse organizzazioni assimilabili per certi versi al concetto di mafia seppur in modo del tutto marginale. Quasi tutte queste organizzazioni sorgono a partire dal secondo dopoguerra, ma conoscono in particolar modo il loro apice intorno agli anni 1970. Il clan dei marsigliesi originario della Corsica e attivo tra Francia e Italia, ad esempio, agì soprattutto tra il 15 aprile 1964[27] e il 1976[28][29]. La cosiddetta Banda della Magliana operante nel Lazio ha avuto stretti legami con la mafia e non di rado viene considerata una organizzazione di stampo mafioso operante in detta regione[30]. Ancora nel 2012 risulta in attività[31].

In Lombardia diverse bande criminali si sono colluse con organizzazioni mafiose o ne hanno assunto l'aspetto. La maggiore di queste bande fu negli anni 1970 quella di Francis Turatello a Milano, mentre ambigua è la posizione della Banda della Comasina, operante anch'essa a Milano, guidata da Renato Vallanzasca[32]. Su un modello simile a quello della mala romana e milanese ha agito la cosiddetta Mala del Brenta in Veneto[33], dove a cavallo tra gli anni ottanta e novanta i membri della banda di Felice Maniero favorirono la collaborazione tra le mafie meridionali e la piccola criminalità locale, in particolare garantendo il traffico di droga e armi. La presenza di clan malavitosi nelle regioni del nord Italia, in particolare in Lombardia, è stata definita quale la quinta mafia, capace di sviluppare peculiarità proprie sorta come filiazione dalla 'Ndrangheta, ma fusa col territorio[34].

Sempre negli anni del dopoguerra in Sardegna operava l'Anonima sequestri, tuttavia tale organizzazione, sebbene di stampo criminale e basata su un codice d'onore come gli altri gruppi di stampo mafioso, a differenza delle precedenti non prevede la collusione con gli organi di governo, caratteristica tipica invece di tutte le altre organizzazioni del genere, costituendo di fatto una vera e propria "anomalia" nel panorama della malavita italiana.[35] Nel corso degli anni sono stati varati diversi provvedimenti legislativi in tema di organizzazioni criminali di tipo mafioso, che vanno dal divieto di partecipare ad appalti pubblici senza la "certificazione antimafia" alla più difficile concedibilità di misure alternative alla detenzione, ma il più famoso è sicuramente il regime di carcere duro per i condannati ritenuti essere persone di spicco nell'organizzazione di tipo mafioso, il cosiddetto 41 bis.

Il fatturato delle organizzazioni mafiose[modifica | modifica wikitesto]

Stimare i ricavi della criminalità mafiosa è difficile e si scontra con limiti metodologici che nascono dalla mancanza di dati istituzionali. Eppure alcune analisi sono state pubblicate. Sos impresa nel suo XIII rapporto annuale attribuisce alla mafia un giro di affari di 138 miliardi e un utile di 105 miliardi all'anno. Questo studio pecca però di scarsa trasparenza.[36] Guerino Ardizzi, Carmelo Petraglia, Massimiliano Piacenza e Gilberto Turati (Banca d'Italia) hanno invece lavorato adottando metodi econometrici rigorosi e i risultati a cui sono giunti attribuiscono all’economia criminale un valore pari al 10,9 per cento del Pil.[36] Questo lavoro e altri simili hanno costituito la documentazione di base per l’audizione presso la Commissione parlamentare antimafia del vice direttore della Banca d’Italia e la testimonianza ha indotto la Commissione nella sua relazione del 2012 a reiterare la cifra fatidica di 150 miliardi di euro come fatturato delle mafie.

I risultati di una recentissima ricerca (Progetto PON Sicurezza 2007-2013 Gli investimenti delle mafie, ministero dell'Interno, Università Cattolica del Sacro Cuore, Transcrime), attraverso una stima condotta utilizzando dati “aperti” o tratti da documenti investigativi ufficiali di carattere nazionale e internazionale, sui ricavi a disposizione delle organizzazioni criminali mafiose, hanno però portato a un drastico ridimensionamento delle cifre prima citate. Infatti, i ricavi ammonterebbero in media all’1,7 per cento del Pil. In particolare, nella ricerca vengono individuati ricavi che variano da un minimo di 18 miliardi a un massimo di 34 miliardi. In sostanza, considerato che il Pil nel 2012 è stato stimato dall’Istat in 1.395.236 milioni di euro (calcolato a prezzi concatenati), la media di ricavi per il 2012 ammonterebbe a 23,7 miliardi di euro.[36]

Rapporti con la politica[modifica | modifica wikitesto]

Molti politici sono stati indagati per concorso esterno in associazione mafiosa, tra cui Renato Schifani, Marcello Dell'Utri, Salvatore Cuffaro, condannato in via definitiva a 7 anni di reclusione. Giulio Andreotti ha avuto rapporti con la mafia almeno sino al 1980, ma il reato è stato dichiarato prescritto.[37] Luciano Violante ha affermato che il colonnello Mario Mori gli aveva detto che Vito Ciancimino voleva incontrarlo.[38] Molti comuni sono stati sciolti per infiltrazione mafiosa.

Il contrasto[modifica | modifica wikitesto]

A partire dagli anni cinquanta del XX secolo, al fine di contrastare più efficacemente il fenomeno, si cominciarono a varare alcuni provvedimenti legislativi in tema, come ad esempio l'introduzione del reato di associazione di tipo mafioso, la creazione di alcuni organismi ad-hoc quali l'alto commissario per il coordinamento della lotta contro la delinquenza mafiosa, la direzione investigativa antimafia, la direzione nazionale antimafia ed anche l'introduzione di un regime carcerario speciale, il cosiddetto 41 bis. Molte delle disposizioni in materia sono state poi raccolte nel d.lgs. 6 settembre 2011 n. 59 (Codice delle leggi antimafia e delle misure di precenzione nonché disposizioni in materia di documentazione antimafia).

Importante anche il contributo che hanno dato alcuni soggetti, soprattutto a partire dagli anni settanta come Leonardo Vitale, definito spesso come il primo pentito di cosa nostra, e diversi intellettuali come Giuseppe Impastato ma soprattutto la nascita e lo sviluppo di diversi movimenti antimafia, al fine contrastare il fenomeno e di sensibilizzare l'opinione pubblica, sia a livello locale (Addiopizzo) che nazionale (Libera. Associazioni, nomi e numeri contro le mafie).

Associazioni[modifica | modifica wikitesto]

Alcune delle associazioni che operano contro le mafie in Italia, sono

Istituzioni[modifica | modifica wikitesto]
Personalità[modifica | modifica wikitesto]

Personalità mafiose italiane[modifica | modifica wikitesto]

Alcuni personaggi importanti legati al fenomeno sono:

Stati Uniti d'America[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Cosa nostra americana e Mano Nera (estorsione).

Personalità mafiose statunitensi[modifica | modifica wikitesto]

Organizzazioni mafiose nel resto del mondo[modifica | modifica wikitesto]

Filmografia[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Mafia nel cinema.

La mafia italiana e quella italo-americana hanno rappresentato il soggetto di numerosissimi film, fiction e serie televisive. Le chiavi narrative sono state molteplici, dal dramma alla commedia, dal film epico alla ricostruzione di episodi celebri della storia della mafia.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Salvatore Scarpino, Storia della mafia, Piccola biblioteca di base, ed. Fenice 2000, 1994, pag. 17.
  2. ^ G. Pitrè, Usi e costumi credenze e pregiudizi del popolo siciliano, Palermo 1889
  3. ^ Diego Gambetta, The Sicilian Mafia: the business of private protection, Harvard University Press, 1996, p. 136.
  4. ^ Claudio Lo Monaco, A proposito della etimologia di mafia e mafioso, in LN, Livorno 1990, 1-8.
  5. ^ Bisognerebbe quindi ammetterne la presenza nei documenti islamici relativi alla Sicilia pervenutici e raccolti fin qui, tuttavia i vocaboli esposti non appaiono mai menzionati: cfr. ad es. Michele Amari, Biblioteca Arabo-Sicula- testi e traduzioni. 1857-1887.
  6. ^ Santi Correnti, Breve storia della Sicilia, Newton & Compton, 1998.
  7. ^ Pasquale Natella, La parola "Mafia", Firenze, Leo S. Olschki Ed., 2002 (Biblioteca dell'"Archivum Romanicum", Ser. 2, Linguistica, 53).
  8. ^ a b Vincenzo Mortillaro, Nuovo dizionario siciliano-italiano, Tipografia del Giornale letterario, Palermo 1853
  9. ^ Salvatore Scarpino, Storia della mafia, Piccola biblioteca di base, ed. Fenice 2000, 1994, pag. 13-14; 6-8.
  10. ^ Salvatore Scarpino, op. cit., pag. 24.
  11. ^ Salvatore Scarpino, op. cit., pag. 20.
  12. ^ La storia della mafia, dal sito dell'IT Commerciale Economico Tecnologico "L. Sciascia" di Agrigento.
  13. ^ Salvatore Scarpino, op.cit.
  14. ^ Dizionario enciclopedico italiano, Istituto della Enciclopedia Italiana, Roma
  15. ^ D. Novacco, Considerazioni sulla fortuna del termine "mafia", in "Belfagor", 1959, n. 14.
  16. ^ Tuttavia le considerazioni del Novacco appaiono poste fuori da una considerazione cronologica corretta, dacché nell'anno in cui egli vorrebbe il filo autonomistico antiunitario e in particolare antisabaudo i siciliani erano usciti da poco tempo dai moti del '48 e dalla breve vita dello stato indipendente di Sicilia tra il 1848 e il 1849. A seguito del bombardamento della città di Messina, fatto che vide l'adozione del soprannome di re Bomba a Ferdinando II, nei siciliani si instillò un sentimento di rancore nei confronti della dinastia borbonica, che semmai agevolò le simpatie nei confronti del progetto unitario sabaudo, considerata la grande affluenza nell'esercito garibaldino di giovani isolani. Le spinte autonomistiche antisabaude appaiono più propriamente posteriori alla conquista del Mezzogiorno da parte delle truppe garibaldine e in particolare solo a seguito del 1866, a partire dalla cosiddetta rivolta del sette e mezzo.
  17. ^ Salvatore Scarpino, op. cit. pag. 15.
  18. ^ ora ripubblicato con il titolo La storia della mafia
  19. ^ Charles W. Heckethorn, Secret Societies of All Ages and Countries, London, G. Redway, 1897, che si sofferma sulla missione segreta di Mazzini in Sicilia avvenuta l'anno prima (1860) dell'Unità d'Italia,
  20. ^ G. Palomba, Sociologia dello sviluppo - L'unificazione del Regno d'Italia, Giannini, Napoli, 1962, pp. 203-204
  21. ^ "Una leggenda romantica sostiene che il termine MAFIA si tratti di una sigla nata nel tardo tredicesimo secolo nel corso dell'insurrezione contro le forze francesi degli Angioini a Palermo. Una donna siciliana morì nel tentativo di opporsi ad uno stupro da parte di un soldato francese e, per vendicarsi, il fidanzato sgozzò l'aggressore. L'episodio immaginario si suppone abbia portato alla creazione di uno slogan acronimico formato dalle iniziali di ogni parola: "Morte Alla Francia Italia Anela". La rivolta del 1282 contro l'occupazione dell'esercito francese ebbe il nome di Vespri Siciliani, perché il segnale della resistenza furono i rintocchi delle campane della chiesa per la funzione della sera"; in Selwyn Raab, Le famiglie di Cosa Nostra. La nascita, il declino e la resurrezione della più potente organizzazione criminale americana, Newton Compton, 2009. Tuttavia è evidente come vengano mescolate ampiamente diverse leggende, come quella di Gammazita a cui pare ispirato l'Autore per la vicenda dell'aggressione, episodio spesso arricchitosi di dettagli, tra cui la presenza di donna Malcalda quale mandante del soldato francese, e che ha ispirato anche il celebre dipinto di Hayez. L'Autore ricorda anche che "nel 1860 Giuseppe Garibaldi sbarcò in Sicilia con un migliaio di combattenti detti "Camicie Rosse" per la divisa che li caratterizzava. Aiutato dal sostegno popolare degli isolani, Garibaldi sconfisse senza difficoltà le truppe del Re delle due Sicilie. Tra i ribelli che si unirono alle truppe di Garibaldi e si unirono al suo appello per la giustizia sociale vi furono anche circa duemila rozzi agricoltori giunti dalla campagna, i quali per sopravvivere, alternavano il lavoro dei campi al banditismo, rifugiandosi nelle caverne. A simbolizzare il rispetto con cui venivano considerati questi coloni a mezzo servizio, e briganti a tempo perso, furono glorificati da Garibaldi come le sue "Squadre della mafia"."[Cosa si ipotizza in questo anedotto per origine del termine?].
  22. ^ Salvatore Scarpino, op. cit. pag. 22-26.
  23. ^ Legenda: rosso, il pizzo si paga a tappeto; arancio, il pizzo si paga saltuariamente; giallo il pizzo si paga una-tantum e solo in alcuni settori (edilizia - ristorazione - locali di divertimento ecc...).
  24. ^ Si fa riferimento all'origine della Camorra dalla Gamurra, una compagnia di mercenari sardi al soldo di Pisa che operava nel XIII secolo per mantenere l'ordine sull'Isola; cfr. Cod. Dipl. Sard. tomo 1, pag. 358, n. 1: Monumenta historiæ patriæ. Vi si legge que facta fuit in Kallari dicta de Gamurra, cit. in Marco Monnier, La camorra. Notizie storiche raccolte e documentate, Firenze, G. Barbèra editore, 1863, p. 63. I mercenari sardi sarebbero stati poi assoldati stabilmente dagli spagnoli nel corso del XVI secolo, assumendo il nome di Tercio de Cerdeña.
  25. ^ Indro Montanelli, R. Gervaso, L'Italia del Seicento, Milano, Rizzoli Editore, 1969, p. 193 snippet da Google Libri.
  26. ^ La Gamurra era un indumento in voga nel XIII secolo usato dai lazzaroni napoletani; cfr. Uomini di camorra: la costruzione sociale dell'identità deviante, di Maurizio Esposito. URL consultato l'11 giugno 2011. Sulla derivazione etimologica dal nome della compagnia di mercenari sardi vedi invece Marco Monnier, 63.
  27. ^ Data in cui venne effettuato il primo colpo di grande risonanza.
  28. ^ Anno in cui vennero arrestati i due capi principali del clan, Albert Bergamelli e Lucas Bezian.
  29. ^ Saverio Lodato, Quarant'anni di mafia - storia di una guerra infinita, Milano, BUR, 2012 prima edizione digitale, ISBN 978-88-586-2546-0.
  30. ^ Otello Lupacchini, Banda della Magliana: alleanza tra mafiosi, terroristi, spioni, politici, prelati, Koine, 2004, ISBN 88-87509-43-3. Philip Willan, L'Italia dei poteri occulti. La mafia, la massoneria, la banda della Magliana e l'oscura morte di Roberto Calvi, Newton Compton, 2008.
  31. ^
    « Sono anni che dico che la Banda è viva. I magistrati mi danno retta a intermittenza, ma nessuno ha la forza di smentirmi. Io non ho opinioni. A domanda rispondo e se non so, sto zitto »
    (Intervista ad Antonio Mancini Caso Orlandi: per il pentito Mancini la banda della Magliana è viva in Roma Online, 15 maggio 2012. URL consultato il 3 luglio 2012.)
  32. ^ Massimo Polidoro, Etica criminale - Fatti della banda Vallanzasca, Firenze, Piemme, 2007, ISBN 978-88-585-0202-0.
  33. ^ Monica Zornetta, Danilo Guerretta, A casa nostra. Cinquant'anni di mafia e criminalità in Veneto, Milano, Baldini Castoldi Dalai editore, 2006, ISBN 88-8490-586-9.
  34. ^ Marta Chiavari, La quinta mafia - Come e perché la mafia al Nord oggi è fatta anche da uomini del Nord, Firenze, Casa editrice Ponte alle Grazie, 2011.
  35. ^ Carlo Lucarelli, L'anomalia sarda in Storie di bande criminali, di mafie e di persone oneste, 1ª ed., Einaudi, 2008, pp. 3-65, ISBN 978-88-06-19502-1. e Pino Arlacchi, Perché non c'è la mafia in Sardegna, 1ª ed., AM&D, 2007, ISBN 978-88-95462-00-4.
  36. ^ a b c lavoce.info: Quando corruzione e illegalità sono di massa, Mario Centorrino e Pietro David, 20.11.12
  37. ^ Giulio Andreotti tra processi e misteri: da Pecorelli a Sindona, a Cosa Nostra | La Repubblica.it
  38. ^ Patto mafia-Stato, Violante dai pm "Mori mi disse: Ciancimino vuol parlarle" | Palermo la Repubblica.it

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Bibliografia sulle mafie.
  • Diego Gambetta, The Sicilian Mafia: the business of private protection, Harvard University Press, 1996
  • Claudio Lo Monaco, A proposito della etimologia di mafia e mafioso, in LN, Livorno 1990
  • Domenico Novacco, Considerazioni sulla fortuna del termine "mafia", in "Belfagor", 1959, n. 14.
  • Charles W. Heckethorn, Secret Societies of All Ages and Countries, London, G. Redway, 1897
  • Giuseppe Palomba, Sociologia dello sviluppo - L'unificazione del Regno d'Italia, Giannini, Napoli, 1962
  • Pasquale Natella, La parola "Mafia", Firenze, Leo S. Olschki Ed., 2002 (Biblioteca dell'"Archivum Romanicum", Ser. 2, Linguistica, 53).
  • Selwyn Raab, Five Families: The Rise, Decline, and Resurgence of America's Most Powerful Mafia Empires, New York, St.Martin Press, 2005, 2009 traduzione dall'inglese Maria Grazia Bianchi Oddera "Le famiglie di Cosa Nostra", Newton Compton editori s.r.l Roma.
  • Leonardo Sciascia, La storia della mafia, Barion Milano 2013, ISBN 978-88-6759-001-8 contenente l'articolo apparso nel 1972 sulla rivista Storia Illustrata

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