Innominato

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L'Innominato
L'Innominato in una illustrazione dall'edizione del 1840 de I Promessi Sposi
L'Innominato in una illustrazione dall'edizione del 1840 de I Promessi Sposi
Universo I promessi sposi
Lingua orig. Italiano
Autore Alessandro Manzoni
1ª app. in sull'entrata del suo castello
Sesso Maschio

L'Innominato è un personaggio letterario de' I promessi sposi chiamato così per il nome sconosciuto.

Caratteristiche[modifica | modifica wikitesto]

L'Innominato è una delle figure psicologicamente più complesse e interessanti del romanzo. Figura malvagia la cui cattiveria più che ripugnanza forse incute rispetto, è il potente a cui don Rodrigo si rivolge per attuare il piano di rapire Lucia Mondella. In preda a una profonda crisi spirituale, che lo porta a non riconoscersi più nelle sue malefatte, l'Innominato coglie nell'incontro con Lucia un segno, una luce che lo porta alla conversione; solo in un animo simile, senza vie di mezzo, una crisi interiore può portare a una trasformazione completa.

Durante la notte in cui Lucia è prigioniera nel castello, la disperazione dell'Innominato giunge a un punto critico, tanto da fargli desiderare il suicidio; ma ecco che la Divina Provvidenza e le parole di Lucia lo salvano e gli mostrano la via della misericordia e del perdono. La sua conversione giunge dopo la notte angosciosa, infatti quel giorno arriva nel suo paese il cardinale Federigo Borromeo, personaggio storico. La scelta di Manzoni del personaggio per attuare la conversione non è certamente casuale: infatti solo un uomo di una grandissima bontà come il cardinale può redimere l'Innominato.

Inoltre, come dichiarato dall'autore stesso al termine del capitolo 24, le fonti storiche del Ripamonti stesso riferiscono che l'uomo si sia convertito dopo un lungo colloquio con il cardinale arcivescovo. Nel romanzo, i due personaggi si possono descrivere, per certi aspetti, come opposti. Dopo la conversione l'Innominato cambia completamente e coglie al volo l'occasione per far del bene in maniera proporzionata al male che aveva fatto. Il personaggio dell'Innominato e il suo "castello a cavaliere di una valle angusta e uggiosa" con la relativa ambientazione (capitolo XX) richiamano le tetre, cupe immagini del romanzo gotico del Settecento in cui era solitamente presente la figura della giovane innocente perseguitata da un tiranno malvagio, eroe del male.

Presenta volontà indomabile, desiderio e ricerca di solitudine, orgoglio e amore d'indipendenza, malvagità dovuta ad arroganza e fierezza, ma nata dallo sdegno e dall'invidia verso le tante prepotenze a cui assiste. Non si compiace della scelleratezza e tiranneggia per non essere tiranneggiato.[1] Il Castello dell'Innominato presenta una solitudine eccelsa di paesaggio e d'anima. Il paesaggio è singolare e fa da sfondo alla vicenda eccezionale: si tratta di un paesaggio d'arte e fantasia. La personalità dell'Innominato impronta di sé tutta la realtà circostante e il paesaggio è un'introduzione psicologica alla vicenda.

L'atmosfera del castello è mitica e all'altezza dei luoghi corrisponde un'altezza d'animo. L'alba che precede la conversione mostra una liberazione vicina, "un colore di travaglio e di mortificazione che è il colore stesso della natura e della vita. [...] Presenza silenziosa e operosa di un Dio che non è solo testimone ma artefice".[2]. Attilio Momigliano [3] evidenzia bene l'evoluzione dell'animo del personaggio, la solitudine dell'anima nelle tenebre della notte ed il travaglio del rinnovamento. Nel contrasto fra io antico e nuovo egli prova una "non so qual rabbia di pentimento" e Lucia Mondella è un'immagine presente di condanna e di perdono. Luigi Russo [4] sottolinea che nella non resistenza di Lucia l'Innominato vede come l'immagine temuta della morte che viene sola e disarmata, senza che le si possa opporre nulla. Dinanzi alla fanciulla il più debole è lui. Ad un certo punto egli non discorre più con Lucia ma con il suo fantasma interno di Dio. Egli attua una ricerca sgomenta di un nuovo sentiero di vita, prova orrore delle memorie di una vita scellerata. Lucia Mondella è immagine presente di condanna e di perdono.

Il pensiero della morte ed il confuso presentimento dell'oltretomba scavano nel suo animo in cui gli pare di sentire una voce che dice "Io sono però" (cap. XX). Avverte una misteriosa presenza e diviene consapevole della propria effimera potenza. Poi inizia l'ascensione dello spirito dell'Innominato: il terrore nella notte della conversione, a mano a mano che la sua coscienza si profonda, la sua angoscia si fa opprimente. Il ricordo delle parole di Lucia ("Dio perdona tante cose per un'opera di misericordia") è un avvertimento di cui l'anima non sa precisamente l'origine. Nella sua mente si accalcano il pensiero del futuro e la memoria insopprimibile dell'io di un tempo, l'orrore delle memorie di una vita scellerata.

Dopo gli ultimi ondeggiamenti dell'anima, l'Innominato giunge all'alba di redenzione, alla palingenesi spirituale e al rischiararsi dell'anima corrisponde un rischiararsi del paesaggio in un profondo sentimento religioso della natura. Il cielo, i monti, gli uomini, accompagnati dalla musica d'indeterminata speranza del suono delle campane, partecipano alla redenzione di un'anima. [5] La crisi spirituale dell'Innominato, descritta alla fine del XXI capitolo, passa attraverso fasi progressive:

  • la comprensione della vanità del continuo agire nel male ("non che riuscisse a trovar ragioni che in quel momento gli paressero buone a scusare il fatto, non sapeva quasi spiegare a se stesso come ci si fosse indotto.");
  • l'esame di coscienza ("si trovò ingolfato nell'esame di tutta la sua vita");
  • la disperazione e la tentazione del suicidio ("S'alzò in furia a sedere, gettò in furia le mani alla parete accanto al letto, afferrò una pistola, la staccò, e....al momento di finire una vita divenuta insopportabile, il suo pensiero sorpreso da un terrore, da un'inquietudine, per dir così, superstite, si slanciò nel tempo che pure continuerebbe a scorrere dopo la sua fine");
  • il pensiero di Dio ("Se quell'altra vita di cui m'hanno parlato quand'ero ragazzo, di cui parlano sempre, come se fosse cosa sicura; se quella vita non c'è, se è un'invenzione de' preti; che fo io? perché morire? cos'importa quello che ho fatto? cos'importa? è una pazzia la mia....E se c'è quest'altra vita.....!").

Storicità del personaggio[modifica | modifica wikitesto]

Conversione dell'Innominato

Il personaggio che Manzoni fa rivivere nel suo romanzo con l'appellativo di Innominato sembra essere Alberto da Salvirola, che visse tra il 1500 e il 1600, e del quale si narra fosse un brigante. Altre fonti fanno invece risalire la figura dell'Innominato a Francesco Bernardino Visconti, personaggio storico del quale Manzoni è discendente da parte di madre, Giulia Beccaria.

Quest'ultima infatti discendeva dalla famiglia Visconti, che aveva la propria dimora estiva presso Palazzo Pignano. Il Visconti razziava le campagne cremasche della Repubblica di Venezia, per poi rifugiarsi nelle terre del Milanese. Visconti era il feudatario di Brignano Gera d'Adda, come Manzoni stesso afferma in una lettera a Cesare Cantù. Soccorre la testimonianza della marchesa Margherita Provana Di Collegno, la quale frequentò assai il Manzoni sul Lago Maggiore, e poi nella propria tenuta di Cassolo: nel diario, in data 18 ottobre, annota: "sentii da Manzoni che l'Innominato è un Visconti, ed è personaggio verissimo"[6].

Precedente versione[modifica | modifica wikitesto]

Nel Fermo e Lucia (1ªedizione), l'Innominato veniva chiamato "Il Conte del Sagrato", in riferimento ad uno dei suoi tanti omicidi, avvenuto appunto sul sagrato di una chiesa. In seguito pare che Manzoni ne cambiò il nome poiché questo in un certo senso ne immiseriva la condizione titanica e ribelle, rimandando allo squallore di un omicidio.

Luoghi manzoniani[modifica | modifica wikitesto]

Vista del monte con il castello di Vercurago a destra e la Valletta, zona dell'Eremo di San Gerolamo Emiliani in basso sulla sinistra

Nei luoghi manzoniani vengono indicati come castello dell'Innominato i resti di una fortificazione posta nel comune di Vercurago in località Somasca. Del castello, costruito su di un dirupo in una posizione che domina la strada che collega Bergamo a Lecco e il sottostante lago di Garlate, rimangono un torrione e parti delle due cerchie di mura.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Arturo Graf, Foscolo, Manzoni, Leopardi, Torino, Chiantore, 1945, pp. 137-40.
  2. ^ Mario Marcazzan, Il paesaggio dei "Promessi Sposi" ' cit., pp. 101-104
  3. ^ L'Innominato, Genova, Formiggini, 1913.
  4. ^ I Personaggi dei "Promessi Sposi"; Bari, Laterza, 1952, pp. 119-129.
  5. ^ Attilio Momigliano, L'Innominato, Genova, Formiggini, 1913.
  6. ^ Margherita Provana Di Collegno, "Caro Manzoni, cara Ghita", p.134-135, Palermo, 2013.

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

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