Cesare Mori

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sen. Cesare Primo Mori
Stemma del Regno d'Italia Parlamento del Regno d'Italia
Senato del Regno d'Italia
Cesare Mori.jpg
Luogo nascita Pavia
Data nascita 22 dicembre 1871
Luogo morte Udine
Data morte 5 luglio 1942
Titolo di studio Laurea in giurisprudenza
Professione Prefetto
Partito Partito Nazionale Fascista
Legislatura XXVII, XXVIII, XXIX, XXX
Gruppo PNF

Cesare Primo Mori (Pavia, 22 dicembre 1871Udine, 5 luglio 1942) è stato un prefetto e politico italiano. Senatore del Regno d'Italia, è passato alla storia col soprannome di prefetto di ferro.

Il regista Pasquale Squitieri nel 1977 girò un film, il prefetto di ferro, dedicato all'attività di contrasto al fenomeno mafioso durante il suo periodo di attività in Sicilia.

Biografia[modifica | modifica wikitesto]

Infanzia e giovinezza[modifica | modifica wikitesto]

Nei primi anni di vita crebbe nel brefotrofio di Pavia con nome e cognome provvisori Primo Nerbi (in quanto fu il primo orfano a essere accolto: Primo restò comunque il suo secondo nome[1]); fu riconosciuto dai suoi genitori naturali nell'ottobre del 1879. La forma originaria del nome "Cesare", fu mutata in "Primo", con regio decreto del 25 giugno 1929 [2].

Studiò presso l'Accademia Militare di Torino e fu trasferito nel 1895 a Taranto come tenente d'artiglieria, dove conobbe una ragazza, Angelina Salvi, che successivamente sposò, dimettendosi dal Regio esercito. Entrò quindi nel 1898 nel Corpo delle Guardie di Pubblica Sicurezza, operando prima a Ravenna nella polizia politica, poi, dal 1903, a Castelvetrano, in provincia di Trapani e dal 1907 a Trapani.

Le prime esperienze in Sicilia[modifica | modifica wikitesto]

A Castelvetrano, nel trapanese, il "delegato" Mori cominciò subito ad agire energicamente, usando quegli stessi metodi decisi, inflessibili e poco ortodossi che riprenderà – con un'autorità e una libertà di azione incomparabilmente superiori – molti anni dopo in tutta la Sicilia. Nel 1909 fu nominato commissario. In quegli anni compì numerosi arresti e sfuggì a vari attentati. Scrisse il Procuratore Generale di Palermo:

« Finalmente abbiamo a Trapani un uomo che non esita a colpire la mafia dovunque essa si alligni. Peccato, purtroppo, che vi siano sempre i cosiddetti "deputati della rapina" contro di lui... »

Dopo 11 anni nel trapanese Mori fu trasferito a Firenze nel gennaio del 1915, con la carica di vice questore. Su quegli anni nell'isola scrisse il volume "Tra le zagare oltre la foschia". In seguito a un inasprimento della situazione in Sicilia, coincidente con la guerra, vi fu rimandato nel 1916 al comando di squadre speciali mirate a una campagna contro il brigantaggio, le cui file si erano ingrossate con i renitenti alla leva. Nel corso dei suoi rastrellamenti, Mori si distinse ancora una volta per i suoi metodi energici e radicali. A Caltabellotta, in una sola notte, fece arrestare più di 300 persone[3]; nel complesso, ottenne risultati molto positivi. Quando i giornali parlarono di "Colpo mortale alla mafia", Mori dichiarò a un suo collaboratore:[3]

« Costoro non hanno ancora capito che i briganti e la mafia sono due cose diverse. Noi abbiamo colpito i primi che, indubbiamente, rappresentano l'aspetto più vistoso della malvivenza siciliana, ma non il più pericoloso. Il vero colpo mortale alla mafia lo daremo quando ci sarà consentito di rastrellare non soltanto tra i fichi d'india, ma negli ambulacri delle prefetture, delle questure, dei grandi palazzi padronali e, perché no, di qualche ministero. »

Promosso questore nel novembre 1917, decorato con medaglia d'argento al valore militare e inviato ad Alessandria, Mori passò successivamente come questore a Torino e poi a Roma (come facente funzioni).

Bologna e lo squadrismo fascista[modifica | modifica wikitesto]

Promosso prefetto a disposizione nell'aprile 1920 mantenendo per qualche mese anche la questura di Roma, assunse la carica di Prefetto di Bologna dall'8 febbraio 1921 al 20 agosto 1922,[4] Cesare Mori fu – da ligio servitore dello Stato deciso ad applicare la legge in modo inflessibile – tra i pochi membri delle forze dell'ordine a opporsi allo squadrismo dei fascisti. Da Prefetto, Mori condusse anche indagini sull'eccidio di Palazzo d'Accursio del 21 novembre 1920, condannando sia socialisti sia fascisti.

Il crescendo della tensione politica avvenne in seguito al ferimento di Guido Oggioni, fascista e vicecomandante della "Sempre Pronti", mentre tornava da una spedizione punitiva contro i "rossi", e all'uccisione di Celestino Cavedoni, segretario del Fascio. Mori si oppose alle rappresaglie violente e alle spedizioni punitive dei fascisti, inviando contro di loro la polizia, e fu per questo contestato. Nell'agosto 1922 fu trasferito come prefetto a Bari. Collocato a disposizione il 22 novembre, dopo la marcia su Roma, si ritirò con la moglie a Firenze.

La lotta alla Mafia[modifica | modifica wikitesto]

Per la sua fama di uomo energico e di uomo non siciliano (non in contatto con la mafia locale) ma conoscitore della Sicilia, fu richiamato in servizio il 28 maggio 1924 dal ministro dell'Interno Federzoni. Mussolini era appena rientrato da una visita ufficiale in Sicilia (a Palermo e Trapani) e decise di stroncare la mafia inviandovi Mori e poi anche il giudice Luigi Giampietro come procuratore generale[5]. Mori fu nominato prefetto di Trapani, dove arrivò il 2 giugno 1924 e dove rimase fino al 12 ottobre 1925. Come primo provvedimento ritirò subito tutti i permessi d'armi, e nel gennaio 1925 nominò una commissione provinciale che doveva provvedere ai nullaosta (resi obbligatori) per il campieraggio e la guardianía, attività tradizionalmente controllate dalla mafia.[6]

Dopo l'ottimo lavoro in provincia di Trapani, Benito Mussolini nominò Mori prefetto di Palermo, dove si insediò il 20 ottobre 1925, con poteri straordinari e con competenza estesa a tutta la Sicilia, al fine di sradicare il fenomeno mafioso nell'isola. Questo il testo del telegramma inviato da Mussolini: «vostra Eccellenza ha carta bianca, l'autorità dello Stato deve essere assolutamente, ripeto assolutamente, ristabilita in Sicilia. Se le leggi attualmente in vigore la ostacoleranno, non costituirà problema, noi faremo nuove leggi»[7].

Mori si insediò quindi a Palermo il 1º novembre[8] dello stesso anno e vi rimase fino al 1929. Qui attuò una durissima repressione verso la malavita e la mafia, colpendo anche bande di briganti e signorotti locali; anche attraverso metodi extralegali (fra cui la tortura, la cattura di ostaggi fra i civili e il ricatto), con l'esplicito appoggio di Mussolini. La sua azione continuò per tutto il biennio 1926-27 e ottenne significativi risultati.

Il 1º gennaio 1926 compì quella che probabilmente fu la sua più famosa azione, e cioè quello che viene ricordato come l'assedio di Gangi, paese roccaforte di numerosi gruppi criminali. Con numerosi uomini dei Carabinieri e della Polizia fece rastrellare il paese casa per casa, arrestando banditi, mafiosi e latitanti vari. I metodi attuati durante quest'azione furono particolarmente duri e Mori non esitò a usare donne e bambini come ostaggi per costringere i malavitosi ad arrendersi. Fu proprio per la durezza dei metodi utilizzati che venne soprannominato Prefetto di Ferro. Nel 1927 arrestò e fece condannare all'ergastolo Vito Cascio Ferro, boss della mafia siciliana e americana, che aveva assassinato Joe Petrosino.

Intanto si iscrisse al Partito nazionale fascista il 21 febbraio 1926 [9].

Anche nei tribunali le condanne per i mafiosi cominciarono a essere durissime. Qualcuno riporta tra le "vittime eccellenti" anche il generale di Corpo d'Armata, ed ex ministro, Antonino Di Giorgio, che avrebbe richiesto sostegno, in un colloquio riservato, a Mussolini, cosa che non impedirà né il processo né il pensionamento anticipato dell'alto ufficiale e le dimissioni da deputato nel 1928.[10] ma in realtà lo scontro con il generale sarà la causa della destituzione del prefetto stesso[senza fonte]. Mussolini convocò il generale Di Giorgio quando seppe della sua presenza a Roma per i funerali del Maresciallo Diaz, per chiedere conferma delle lamentele sull'operato di Mori che arrivavano da molte parti e di continuo; il generale riferì e, su richiesta del duce, relazionò per iscritto con ogni particolare quando fu di ritorno a Palermo. Dell'incontro venne a sapere il prefetto, che, in via preventiva, confezionò un attacco diretto verso il generale. Mussolini cercò di riavvicinare i due contendenti, ma il generale (in un nuovo colloquio con Mussolini) non ne volle sapere ed energicamente rifiutò la proposta. Rientrato a palazzo dei Normanni (dove a poca distanza conviveva con il prefetto), il generale attaccò con veemenza il prefetto e decise spontaneamente di dimettersi da ogni carica e ritirarsi a vita privata.[11][12]. Ben presto però circoli politico-affaristici di area fascista collusi con la mafia[13][14] riuscirono a indirizzare, con attività di dossieraggio, le indagini di Mori e del procuratore generale Luigi Giampietro sull'ala radicale del fascismo siciliano, coinvolgendo anche il federale e deputato del PNF Alfredo Cucco, uno dei massimi esponenti del fascio dell'isola. Cucco nel 1927 venne addirittura espulso dal PNF e dalla Camera "per indegnità morale" e sottoposto a processo con l'accusa di aver ricevuto denaro e favori dalla mafia,[15][16] venendo assolto in appello quattro anni dopo,[17] ma nel frattempo il fascio siciliano fu decapitato dei suoi elementi radicali. L'eliminazione di Cucco dalla vita politica dell'isola favorì l'insediamento nel PNF siciliano dei latifondisti dell'isola, talvolta essi stessi collusi o quantomeno contigui alla mafia. Al posto di Cucco venne nominato segretario federale del PNF Ugo Parodi di Belsito.

A questa azione si aggiunse quella delle "lettere anonime",[18] che tempestarono le scrivanie di Mussolini e del ministro della Giustizia Alfredo Rocco, avvisando dell'esasperazione dei palermitani e minacciando rivolte se l'operato eccessivamente moralistico di Giampietro[19] non si fosse moderato. Contestualmente il processo a Cucco si rivelò uno scandalo, nel quale Mori venne dipinto dagli avvocati di Cucco come un persecutore politico[20].

Il 10 gennaio 1928 l’Università di Palermo conferì a Mori la laurea honoris causa in giurisprudenza. In quei mesi fu anche Presidente della Camera di commercio di Palermo.

Il 22 dicembre 1928 fu nominato Senatore del Regno[2] e insieme con lui anche il procuratore Luigi Giampietro. Pochi mesi dopo, nel giugno 1929 Mussolini decise di porre a riposo il prefetto Mori, e gli comunicò la sua messa a riposo "per anzianità di servizio" dal successivo 16 luglio (35 anni per i prefetti), mentre Giampietro lascerà per limiti d'età nel 1931. La propaganda fascista dichiarò orgogliosa che la mafia è stata sconfitta: tuttavia molti esponenti mafiosi o erano emigrati o erano rimasti nei paesi in attesa di tempi migliori, riemergendo dopo lo sbarco degli alleati in Sicilia nel luglio 1943.

Ultimi anni[modifica | modifica wikitesto]

Appena tornato dalla Sicilia fu nominato liquidatore del "Sindacato infortuni imprenditori" con sede a Bari, nel luglio 1929 e vi restò fino al 1932. Come senatore continuò a occuparsi dei problemi della Sicilia, sui quali seguitò a rimanere ben informato, ma ormai senza potere effettivo e sostanzialmente emarginato.

« La misura del valore di un uomo è data dal vuoto che gli si fa dintorno nel momento della sventura »
(Cesare Mori)

La sua abitudine di sollevare il problema della mafia era vista con fastidio da alcune autorità come il sottosegretario all'Interno, dal quale il 30 marzo 1930 fu invitato a "non parlare più di una vergogna che il fascismo ha cancellato",[3] probabilmente per essersi prestato ad alcune contese interne tra le fazioni siciliane del fascismo col pretesto della lotta alla mafia, come nel caso dell'arresto di Cucco.[9] Mori scrisse le sue memorie nel 1932 e il suo libro più famoso fu Con la mafia ai ferri corti (ripubblicato nel 1993 dall'editore Pagano di Napoli).

Nel novembre 1929 Mori, insieme a tre fidati collaboratori, giunse a Udine con l'incarico di presiedere il neo costituito Consorzio di 2º grado dell'Istria che, sovrapponendosi al Consorzio per la bonifica integrale della Bassa friulana, aveva la funzione di controllare la litigiosità dei proprietari che aveva provocato la paralisi dei lavori.

Poco dopo la scomparsa della moglie (avvenuta nel marzo 1942), ormai sofferente per un tumore alla cistifellea che lo aveva costretto a trasferirsi a Udine nel 1941, in un appartamento preso in affitto in via Aquileia, il Senatore Mori cessò di vivere tra le braccia del suo fedele autista Lino Vidotti alle ore 5.00 del 5 luglio 1942, due giorni dopo aver firmato l'ultima delibera del Consorzio che dirigeva. È sepolto a Pavia. Ancora oggi a Pagnacco (UD) si trova Villa Mori, nella quale visse per alcuni anni.

Risultati dell'azione di Mori in Sicilia[modifica | modifica wikitesto]

Ancora oggi si discute sui metodi impiegati da Mori nella sua lotta al fenomeno mafioso. È indubbio che la sua azione fu vigorosa ed efficace: ebbe la fama di personaggio scomodo per la sua capacità di colpire molto in alto, senza curarsi dell'opposizione di molti fascisti della prima ora. Alla fine degli anni Venti, il "prefetto di ferro" era un personaggio estremamente noto e alcune sue imprese, che la macchina propagandistica del regime copriva di consensi plebiscitari, erano giunte a rasentare la popolarità di Mussolini. Cesare Mori non si fece problemi nemmeno a perseguire (con il consenso del Duce) sia l'uomo più in vista del fascismo in Sicilia, Alfredo Cucco, sia l'ex ministro della Guerra, il potente generale Antonino Di Giorgio. Molti mafiosi dovettero emigrare negli Stati Uniti dove furono accolti e aiutati da Cosa Nostra americana.

I cardini principali dell'azione di Mori – forte della carta bianca che gli era stata attribuita, e assistito da uomini come il nuovo Procuratore Generale di Palermo, Luigi Giampietro, e il delegato calabrese Francesco Spanò – furono:

  • Cogliere un primo importante successo con un'operazione in grande stile per riaffermare l'autorità dello Stato e dare un segnale forte (l'occupazione di Gangi).
  • Riottenere l'appoggio della popolazione impegnandola direttamente nella lotta alla mafia.
  • Creare un ambiente culturalmente ostile alla mafia, combattendo l'omertà e curando l'educazione dei giovani e stimolando la ribellione contro la mafia
  • Combattere la mafia nella consistenza patrimoniale e nella rete di interessi economici.
  • Ripristinare il normale funzionamento e sviluppo delle attività produttive della Sicilia.
  • Fare condannare con pene severe e implacabili i criminali sconfiggendo il clima di impunità.

La sua strategia si basava anche sul seguente schema: i mafiosi appartenevano essenzialmente al ceto medio rurale (gabelloti, campieri, guardiani e sovrastanti) e tenevano in soggezione sia i grandi proprietari sia i ceti più poveri. Eliminato il "ceto medio mafioso", i latifondisti si sarebbero liberati del doppio ruolo di vittime dei mafiosi e, al tempo stesso, di bersagli della rabbia popolare che li vedeva in combutta con la mafia. L'azione di Mori si rivelò in tutta la sua clamorosa efficacia sin dal primo anno: nella sola provincia di Palermo gli omicidi scesero da 268 nel 1925 a 77 nel 1926, le rapine da 298 a 46, e anche altri crimini diminuirono drasticamente.[3]

Secondo Saverio Lodato e Marco Travaglio[21] "spesso, al prefetto di ferro scivolava la mano anche nei confronti degli oppositori politici – socialisti e comunisti – nell'illusione che la lotta alla mafia desse la possibilità di fare due servizi con un viaggio solo", sebbene Mori "arrestasse anche fascisti, se per questo: convinto che la mafia sin da allora fosse trasversale agli schieramenti politici".[20]

Pentiti mafiosi hanno riconosciuto il grave stato di difficoltà nella mafia dopo quegli anni.[22] Mori non si occupò solo degli strati più bassi della mafia, ma anche delle sue connessioni con la politica, portando lo stesso Mussolini a sciogliere il Fascio di Palermo ed espellere Cucco – che pure era membro del Gran Consiglio del Fascismo – dal PNF. Dopo il suo congedo, secondo Petacco, vi fu una momentanea recrudescenza del fenomeno mafioso in Sicilia. Come scrisse nel 1931 un avvocato siciliano in una lettera indirizzata a Mori: «Ora in Sicilia si ammazza e si ruba allegramente come prima. Quasi tutti i capi mafia sono tornati a casa per condono dal confino e dalle galere...».[3]

In realtà i vertici della mafia avevano piegato il capo sotto la repressione, in particolare le cosche delle Madonie, di Bagheria, Bisacquino, Termini Imerese, Mistretta, Partinico, Piana dei Colli;[9] altre invece erano rimaste in stato di latenza, e colsero l'occasione dello sbarco degli Alleati in Sicilia per rialzare la testa, con gli Statunitensi che spesso li misero ai vertici delle amministrazioni locali siciliane, come sicuri antifascisti.[23]

Opere[modifica | modifica wikitesto]

  • Tra le zagare, oltre la foschia, Firenze, Carpigiani & Zipoli, 1923.
  • Con la mafia ai ferri corti, Milano, A. Mondadori, 1932.

Onorificenze[modifica | modifica wikitesto]

  • Medaglia d'argento al valore militare
  • Medaglia d'argento al valore militare
  • Medaglia di bronzo al valore militare
  • Cavaliere dell'Ordine della Corona d'Italia (2 settembre 1909)
  • Ufficiale dell'Ordine della Corona d'Italia (4 febbraio 1917)
  • Commendatore dell'Ordine della Corona d'Italia (5 dicembre 1918)
  • Grande ufficiale dell'Ordine della Corona d'Italia (28 luglio 1921)
  • Commendatore dell'Ordine dei S.S. Maurizio e Lazzaro (28 gennaio 1926)
  • Commendatore dell'Ordine di Giorgio I (Grecia)
  • Commendatore dell'Ordine Leone e Sole (Persia)
  • Commendatore con placca dell'Ordine al merito civile (Spagna)

Mori nella letteratura e nel cinema[modifica | modifica wikitesto]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Il Prefetto di Ferro di Arrigo Petacco, capitolo Il figlio di N.N.
  2. ^ a b Mori Primo. Senato della Repubblica.
  3. ^ a b c d e Arrigo Petacco, Il prefetto di ferro, Mondadori, 1975.
  4. ^ I prefetti di Bologna. Prefettura di Bologna.
  5. ^ L'avvento del fascismo. Arma dei Carabinieri. Pagine di Storia. Fascicolo 13.
  6. ^ Vito Orlando, "Il movimento fascista trapanese -1919 1925", Trapani-Saluzzo, Ed. Avanguardia, 1989
  7. ^ Arrigo Petacco, L'uomo della provvidenza. Mussolini, ascesa e caduta di un mito, Milano, Mondadori, 2004, p. 101.
  8. ^ Guido Melis, Francesco Merloni, Cronologia della pubblica amministrazione italiana (1861-1992), Bologna, Il Mulino, 1995, p. 201
  9. ^ a b c Cesare Mori. Dizionario Biografico Treccani.
  10. ^ Alfio Caruso, Arrivano i nostri, Longanesi &C.
  11. ^ Marina Pino, La regina di Gangi, Rubettino
  12. ^ Rosario Lentini e Pietro Silvestri (a cura di), I Whitaker di villa Malfitano Atti del seminario, Fondazione Whitaker e Regione Siciliana
  13. ^ Matteo di Figlia Alfredo Cucco-storia di un federale, Quaderni Mediterranea, 2007
  14. ^ G. Tricoli, Alfredo Cucco. Un Siciliano per la Nuova Italia, ISSPE, 1987
  15. ^ L’operazione incompiuta del prefetto Mori. In Storia. Mafia e Fascismo.
  16. ^ Non è da escludersi tuttavia che Cucco sia stato trascinato in una vera e propria trappola politica, poiché egli – essendo dell'area farinacciana – era notevolmente inviso a Mussolini, che proprio in quel periodo stava "epurando" i vertici del partito degli elementi vicini a Farinacci. Cfr. Matteo di Figlia Alfredo Cucco, Quaderni Mediterranea 1979
  17. ^ Sospetti di affiliazione mafiosa resteranno, tuttavia, come fa notare il biografo Matteo di Figlia in op. cit.
  18. ^ Ibidem, nonché cfr. Alfio Caruso, op. cit.
  19. ^ Ibidem. Giampietro aveva cominciato perfino una campagna contro le... gonne sopra al ginocchio, tanto da essere invano richiamato alla moderazione dallo stesso ministro Rocco. Cfr. Alfio Caruso, op. cit.
  20. ^ a b Ibidem
  21. ^ Saverio Lodato, Marco Travaglio, Intoccabili, BUR, 2005
  22. ^ Pino Arlacchi, Gli uomini del disonore. La mafia siciliana nella vita del grande pentito Antonino Calderone, Mondadori, 1992.
  23. ^ «È storicamente provato che prima e durante le operazioni militari relative allo sbarco degli alleati in Sicilia, la mafia, d'accordo con il gangsterismo americano, s'adoperò per tenere sgombra la via da un mare all'altro» (Michele Pantaleone, cit. in Aspetti controversi dell'invasione della Sicilia, conferenza a cura dell'associazione culturale Ethos, 11 luglio 2008); «la mafia rinascente trovava in questa funzione, che le veniva assegnata dagli amici di un tempo, emigrati verso i lidi fortunati degli Stati Uniti, un elemento di forza per tornare alla ribalta e per far valere al momento opportuno, come poi effettivamente avrebbe fatto, i suoi crediti verso le potenze occupanti» (Giovanni Di Capua, Il biennio cruciale, pag. 69, Rubbettino Editore, 2005).
  24. ^ "Da questo stato d'animo sorse, improvvisa, la collera. Il capitano sentì l'angustia in cui la legge lo costringeva a muoversi; come i suoi sottoufficiali vagheggiò un eccezionale potere, una eccezionale libertà di azione: e sempre questo vagheggiamento aveva condannato nei suoi marescialli. Una eccezionale sospensione delle garanzie costituzionali, in Sicilia e per qualche mese: e il male sarebbe stato estirpato per sempre. Ma gli vennero alla memoria le repressioni di Mori, il fascismo: e ritrovò la misura delle proprie idee, dei propri sentimenti. Ma durava la collera, la sua collera di uomo del nord che investiva la Sicilia intera: questa regione che, sola in Italia, dalla dittatura fascista aveva avuto in effetti libertà, la libertà che e nella sicurezza della vita e dei beni. Quante altre libertà questa loro libertà era costata, i siciliani non sapevano e non volevano sapere: avevano visto sul banco degli imputati, nei grandi processi delle assise, tutti i don e gli zii, i potenti capi elettori e i commendatori della Corona, medici ed avvocati che si intrigavano alla malavita o la proteggevano; magistrati deboli o corrotti erano stati destituiti; funzionari compiacenti allontanati. Per il contadino, per il piccolo proprietario, per il pastore, per lo zolfataro, la dittatura parlava questo linguaggio di libertà. «E questa è forse la ragione per cui in Sicilia – pensava il capitano – ci sono tanti fascisti: non è che loro abbiano visto il fascismo solo come una pagliacciata e noi, dopo l'otto settembre, l'abbiamo sofferto come una tragedia, non è soltanto questo; è che nello stato in cui si trovavano una sola libertà gli bastava, e delle altre non sapevano che farsene». Ma non era ancora sereno giudizio, Il giorno della civetta. Leonardo Sciascia. Einaudi.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Pino Arlacchi. Gli uomini del disonore: mafia siciliana nella vita del grande pentito Antonio Calderone. Milano, Mondadori, 1992. ISBN 88-04-35326-0.
  • Andrea Camilleri. Voi non sapete. Gli amici, i nemici, la mafia, il mondo nei pizzini di Bernardo Provenzano. Milano, Mondadori, 2007. ISBN 978-88-04-57511-5.
  • Matteo Di Figlia. Alfredo Cucco: storia di un federale. Palermo, Mediterranea, 2007. ISBN 978-88-902393-4-2.
  • Christopher Duggan. La mafia durante il Fascismo. Prefazione di Denis Mack Smith. Soveria Mannelli, Rubbettino, 1986.
  • Ernesto Ferrero. I gerghi della malavita dal Cinquecento a oggi. Milano, Mondadori, 1972.
  • Cesare Mori, Tra le zagare oltre la foschia, Milano, 1923
  • Cesare Mori, Con la mafia ai ferri corti, Milano, Mondadori, 1932
  • Arrigo Petacco. Il prefetto di ferro. L'uomo di Mussolini che mise in ginocchio la mafia. Milano, Mondadori, 1975.
  • Arrigo Petacco, L'uomo della provvidenza. Mussolini, ascesa e caduta di un mito, Milano, Mondadori, 2004
  • Marina Pino. La regina di Gangi: storie di briganti, mafiosi e poliziotti nella Sicilia degli anni Trenta. Soveria Mannelli, Rubbettino, 2005. ISBN 88-498-1261-2.
  • Mario Siragusa-Giuseppina Seminara, Società e potere mafioso nella Gangi liberale e fascista,Castelbuono,"Progetto Gangi",1995
  • Giuseppe Tricoli. Mussolini a Palermo nel 1924, Palermo, ISSPE,1993
  • Giuseppe Tricoli. Il fascismo e la lotta contro la mafia. Palermo, ISSPE, 1986.
  • Giuseppe Tricoli. Alfredo Cucco. Un Siciliano per la Nuova Italia, Palermo, ISSPE, 1987

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

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