Direzione distrettuale antimafia

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La direzione distrettuale antimafia (DDA) è l'organo delle procure della Repubblica presso i tribunali dei capoluoghi di distretto di corte d'appello a cui viene demandata la competenza sui procedimenti relativi ai reati di stampo mafioso.

Le 26 DDA sono coordinate a livello nazionale dalla Direzione nazionale antimafia (DNA), a sua volta incardinata nella Procura generale presso la Corte Suprema di Cassazione.

Indice

[modifica] Storia

Nel contrasto alla criminalità organizzata la forma di organizzazione degli uffici dei PM è cruciale per l'ottenimento di un'efficace attività investigativa, e prioritaria è l'esigenza di avere il più ampio coordinamento e collegamento tra le indagini, e quindi tra le procure.

In passato succedeva che il collegamento delle indagini, già previsto all'art 371 cpp, era affidato alla discrezionalità delle procure. Il magistrato Giovanni Falcone sollevò il problema di comunicazione tra le procure e contribuì in modo significativo alla costituzione dell'attuale sistema investigativo antimafia.

Il 20 novembre 1991 il governo emanò il decreto legge 367/1991,[1] che il Parlamento italiano approvò con modificazioni con la legge 20 gennaio 1992, n. 8,[2] sul "Coordinamento delle indagini nei procedimenti per reati di criminalità organizzata", che istituiva, tra l'altro, la figura del procuratore nazionale antimafia e, all'art. 5, la direzione distrettuale antimafia.

[modifica] Compiti

L'articolo 51, comma 3-bis, del codice di procedura penale riserva alla procura della Repubblica presso il tribunale ordinario del capoluogo del distretto la competenza per una serie di reati correlati alla criminalità organizzata di stampo mafioso. A questo scopo il procuratore della Repubblica (cd. procuratore distrettuale) costituisce, nell'ambito del suo ufficio, una direzione distrettuale antimafia (DDA), dove sono attribuite funzioni di PM in primo grado (indagini preliminari e esercizio azione penale) in relazione ai delitti, consumati o tentati, inerenti i reati suddetti, e cioè di associazione di tipo mafioso, sequestro di persona a scopo di estorsione commessi avvalendosi delle condizioni o per agevolare l'attività dell'associazione mafiosa, di associazione finalizzata al traffico di stupefacenti o finalizzata al contrabbando di tabacchi lavorati esteri.

Alla direzione distrettuale antimafia è preposto il procuratore distrettuale o un magistrato da lui delegato, designato nel qual caso come procuratore aggiunto. Salvo che nell'ipotesi di prima costituzione, il procuratore distrettuale, sentito il procuratore nazionale antimafia, designa i magistrati che devono far parte (per un minimo di due e un massimo di otto anni) della direzione distrettuale antimafia, esclusi, comunque, gli uditori giudiziari.

Le direzioni distrettuali antimafia sono coordinate a livello nazionale dalla Direzione nazionale antimafia (DNA), che esercita poteri di sorveglianza, controllo e avocazione. In generale l'art 371 cpp stabilisce per tutti i procedimenti connessi o probatoriamente collegati l'obbligo per gli uffici del PM di coordinarsi, quindi di scambiarsi gli atti, le informazioni, e le direttive impartite dalla procura alla polizia giudiziaria. Per la natura del reato di stampo mafioso il coordinamento tra le DDA è particolarmente richiesto e agevolato, e qualora non dovesse aver luogo la DNA può applicare la sanzione di avocazione delle indagini.

[modifica] Riferimenti normativi

[modifica] Bibliografia

  • Siracusato et al, Diritto processuale penale, Torino, Giuffrè editore, 1996. ISBN 88-14-05694-3.

[modifica] Note

  1. ^ Decreto legge 20 novembre 1991, n. 367, Coordinamento delle indagini nei procedimenti per reati di criminalità organizzata
  2. ^ Legge 20 gennaio 1992, n. 8, Conversione in legge, con modificazioni, del decreto legge 20 novembre 1991, n. 367, recante coordinamento delle indagini nei procedimenti per reati di criminalità organizzata

[modifica] Voci correlate

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