Processo Spartacus

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Il processo Spartacus[1] è un processo penale, durato dal 1998 al 2010[2], anno in cui è stata stata emessa la sentenza di terzo grado di giudizio, e condotto principalmente a carico di membri del clan camorristico campano dei Casalesi. Oltre 115 sono le persone processate, fra cui il boss Francesco Schiavone, soprannominato "Sandokan".

Dal processo, seguito da vari magistrati tra i quali Raffaello Magi, è emerso anche un piano per uccidere il senatore Lorenzo Diana, come si può leggere nell'interrogazione parlamentare dell'11 dicembre 2000, firmata da un nutrito gruppo di parlamentari.[senza fonte]

Storia[modifica | modifica sorgente]

Il processo ha avuto origine da un'indagine avviata dalla DDA sin dal 1993, pool investigativo composto da Lucio Di Pietro, Federico Cafiero De Raho, che ha sostenuto l´accusa durante il dibattimento, Franco Greco e Carlo Visconti. I magistrati hanno ricostruito le vicende del clan da quando era guidato dal boss Antonio Bardellino, scomparso misteriosamente in Brasile nel 1988. Il processo si è aperto presso la Corte d'Assise del Tribunale di Santa Maria Capua Vetere, presieduta dal presidente Catello Marano, il 1 luglio 1998.

Il primo grado[modifica | modifica sorgente]

Il processo è terminato in primo grado il 15 settembre 2005, con sentenza (3187 pagine in 550 "faldoni", giudice estensore Raffaele Magi) depositata nel giugno dell'anno successivo.

Tra i dati di questo "maxiprocesso": l'escussione di 508 testimoni (25 dei quali collaboratori di giustizia), l'interrogatorio di Carmine Schiavone, cugino del capoclan, pentito dal 1993 (e grazie al quale la DDA avviò l'indagine), è durato 49 udienze, 50 udienze per la requisitoria del pubblico ministero, 108 udienze per le arringhe dei difensori. L'esito provvisorio di questa prima fase è stato di 95 condanne (di cui 21 ergastoli), 21 assoluzioni (assolti quasi tutti i politici coinvolti e i rappresentanti delle forze dell'ordine) mentre altri dieci imputati sono morti prima della conclusione del dibattimento.

Il processo di appello[modifica | modifica sorgente]

Durante l'udienza del 13 marzo 2008, del processo d'appello, che si svolge nella prima sezione della Corte d'Assise di Appello di Napoli, nell'aula bunker "Ticino uno" di Poggioreale, presieduta dal presidente Raimondo Romeres, i boss imputati Francesco Bidognetti e Antonio Iovine (quest'ultimo ricercato dal 1995) hanno prodotto un documento che faceva riferimento anche alla possibilità di appellarsi alla parte della legge Cirami riguardante la "legittima suspicione". La formalizzazione e l'accoglimento dell'istanza avrebbe comportato l'attesa di una decisione della Corte di Cassazione (mentre il processo restava sospeso, in conformità alla medesima legge, nei termini della prescrizione e delle custodie cautelari). Ma il tutto si è sgonfiato in seguito alla rimessione del mandato da parte dell'avvocato dei due boss, Michele Santonastaso (lettore del documento in udienza), e delle riprovazioni e del disaccordo avanzati dagli altri avvocati facenti parti dello stesso collegio difensivo (avvocati Mauro Valentino, Raffaele Esposito, Massimo Biffa, Alfonso Baldascino e Carlo De Stavola), i quali hanno dichiarato la loro sorpresa riguardo al documento.

In tale udienza, tuttavia, rimangono rilevanti, al di fuori delle tecniche processuali, le giustificazioni a supporto di tale documento: in questo si dichiarava che l'autore del libro Gomorra (2006), Roberto Saviano (che vive lontano dalla sua città di residenza, Napoli, e sotto scorta dal 2006 per il pericolo di una vendetta dei Casalesi secondo indagini condotte dai Carabinieri), con la sua opera avrebbe "tentato di condizionare l'attività dei giudici", in particolare per avere rimproverato, nello stesso libro, agli organi di informazione di non aver dato un grande e giusto risalto al processo, alla sentenza e alle sue motivazioni (il riferimento è ancora al primo grado), mentre le inchieste giornalistiche di una cronista del quotidiano nazionale Il Mattino, Rosaria Capacchione, avrebbe favorito la Procura di Napoli. Il documento conteneva accuse anche al Pubblico ministero della DDA Raffaele Cantone, già dimessosi all'epoca dei fatti; secondo lo scritto quest'ultimo avrebbe influenzato, con la collaborazione dei pentiti, i giudici della Corte d'Assise. Le parole dei boss hanno suscitato grande clamore tra gli operatori dell'informazione e tra gli esponenti politici italiani, di tutti i partiti, in particolare di provenienza o attivi in Campania. I riferimenti personali sono stati considerati minacce gravi e non espressione di un genuino, ancorché capzioso, diritto di difesa. La voce più autorevole in questa direzione è stata quella del Presidente della Repubblica. Il Mattino del 15 marzo 2008 dà la notizia della telefonata giunta al giornale da parte del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano: «Sto partendo per l’estero ma prima voglio esprimere attraverso il Mattino la mia solidarietà a Roberto Saviano, al giudice Raffaele Cantone e alla vostra giornalista Rosaria Capacchione per le minacce che sono state rivolte loro in un’aula di tribunale dai boss della camorra». L'ultima udienza del processo d'appello si è svolta il 16 giugno 2008: il sostituto procuratore generale Francesco Iacone non ha svolto la replica prevista, limitandosi alla richiesta di accoglimento delle richieste di condanna, e Francesco Schiavone, in videoconferenza dal carcere de L'Aquila, ha chiesto e ottenuto la parola. Schiavone l'ha usata per stigmatizzare le riprese video e fotografiche dei vari organi di informazione autorizzati dalla Corte, affermando, tra l'altro, che egli non voleva essere ripreso da «Telekabul» e che non era una «fiera in gabbia». Nel medesimo giorno, la Camera di Consiglio ha cominciato l'iter per emettere la sentenza di secondo grado.

La sentenza del processo di appello e le rispettive condanne[modifica | modifica sorgente]

Il giorno 19 giugno 2008 è giunto il giudizio della sentenza d'appello. Accolte integralmente le 16 richieste di ergastolo formulate dal p.m.: ribadita, dunque, la condanna al carcere a vita per Francesco Schiavone e Francesco Bidognetti. Lo stesso vale per i latitanti Antonio Iovine e Michele Zagaria. L'elenco degli altri condannati agli ergastoli confermati è il seguente: Giuseppe Caterino, Cipriano D'Alessandro, Enrico Martinelli, Sebastiano Panaro, Giuseppe Russo, Francesco Schiavone, Walter Schiavone, Luigi Venosa, Vincenzo Zagaria, Alfredo Zara, Raffaele Diana e il latitante Mario Caterino.

La presenza degli organi di informazione è stata enorme. All'uscita dall'aula del dibattimento di Poggioreale, dove era stata letta da poco la condanna da parte del presidente Romeres, i magistrati dell'accusa sono stati applauditi dai numerosi presenti. Nell'aula, ad assistere alla lettura del giudizio d'appello, era presente anche Saviano, sotto scorta.

La sentenza della Corte di Cassazione[modifica | modifica sorgente]

Il processo si è concluso il 15 gennaio 2010 con la sentenza della Cassazione, che ha colpito duramente i vertici dei casalesi[3].

Sono stati respinti tutti i ricorsi presentati dai 24 imputati condannati in appello, e condannati all'ergastolo sedici camorristi, fra i quali Francesco Schiavone (Sandokan), Francesco Bidognetti, Michele Zagaria e Antonio Iovine.

Sono state confermate anche le altre otto condanne, fra le quali quella per Antonio Basco (a 21 anni), Luigi Diana (a 16 anni), oggi pentito, e Nicola Pezzella (a 15 anni).

Gli imputati[modifica | modifica sorgente]

Gli imputati sono 31. Tra questi Michele Zagaria e Antonio Iovine considerati ai vertici del clan dei Casalesi e nei cui confronti è stato chiesto l'ergastolo. Stessa richiesta per Francesco Bidognetti (soprannominato "Cicciotto ‘e mezzanotte") e Francesco Schiavone ("Sandokan"), entrambi detenuti e ritenuti i capi storici dell'organizzazione. Richiesta d'ergastolo anche per Walter Schiavone, Francesco Schiavone, cugino e omonimo di "Sandokan", Vincenzo Zagaria, tutti detenuti, e Raffaele Diana, recentemente arrestato.

Altri cinque imputati hanno già chiuso il processo con un "concordato"[4] che, nei casi di ergastolo, ha comportato una condanna di trent'anni di reclusione.

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ Spartacus è la forma latina del nome del celebre gladiatore tracio Spartaco, la cui ribellione cominciò presso il Vesuvio. Il processo viene anche detto Spartacus 1, in seguito all'apertura di un processo derivato, denominato Spartacus 2.
  2. ^ La Cassazione conferma la sentenza Sedici ergastoli contro i Casalesi, La Repubblica, 15 gennaio 2010. "Il primo grado del processo 'Spartacus' iniziò nell'estate del '98, snodandosi poi per sette anni con 630 udienze e l'ascolto di oltre 600 testimoni. La sentenza fu emessa dal collegio, presieduto dal giudice Raffaele Magi, il 15 settembre 2005. Pochi mesi dopo iniziò il processo di secondo grado, conclusosi nel 2008 con la sentenza che oggi la Cassazione ha confermato in toto. "
  3. ^ La Cassazione conferma la sentenza Sedici ergastoli contro i Casalesi, La Repubblica, 15 gennaio 2010. "La sentenza "azzera" i vertici dei casalesi: Francesco Schiavone, detto Sandokan, il capo indiscusso, il suo (ormai ex) braccio destro Francesco Bidognetti, soprannominato Cicciotto è mezzanotte, e i due boss latitanti che avrebbero acquisito in questi anni il ruolo di reggenti dell'organizzazione, ovvero Antonio Iovine e quel Michele Zagaria che si fece costruire la villa sul modello di quella di Scarface interpretato da Al Pacino."
  4. ^ Cosiddetto concordato sui motivi (d'appello), così infatti viene denominato l'accordo (che ha una chiara funzione deflativa e acceleratoria) tra le parti del processo sulla misura della pena, una volta accolti i motivi, totalmente o parzialmente, d'appello e sottoponendo l'accordo al sindacato del giudice: si veda l'art. 599, comma IV, c.p.p. soprattutto in seguito alla riforma "espansiva" della legge 14/1999.

Voci correlate[modifica | modifica sorgente]

Collegamenti esterni[modifica | modifica sorgente]