Partito politico

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« Tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale »
(Costituzione della Repubblica Italiana, art. 49)

Un partito politico è un'associazione tra persone accomunate da una medesima finalità politica ovvero da una comune visione su questioni fondamentali della gestione dello Stato e della società o anche solo su temi specifici e particolari. L'attività del partito politico è volta ad operare per l'interesse nazionale, si esplica nello spazio della vita pubblica e, nelle attuali democrazie rappresentative, ha per "ambito prevalente" quello elettorale.

Definizioni e funzioni[modifica | modifica sorgente]

Secondo Max Weber, «per partiti si debbono intendere le associazioni costituite al fine di attribuire ai propri capi una posizione di potenza all’interno di un gruppo sociale e ai propri militanti attivi possibilità per il perseguimento di fini oggettivi e/o per il perseguimento di vantaggi personali». Nella definizione del politologo americano Anthony Downs il partito politico è «una compagine di persone che cercano di ottenere il controllo dell’apparato governativo a seguito di regolari elezioni». Gli elementi centrali delle definizioni sono dunque:

  • Il partito è un'associazione;
  • Il fine del partito è influenzare le decisioni pubbliche;
  • Gli scopi del partito sono ottenuti principalmente attraverso la partecipazione alle elezioni;
  • La strategia principale è l'occupazione di cariche elettive.

I partiti sono mediatori tra lo Stato e i cittadini. I partiti svolgono infatti la funzione di controllo dei governati sui governanti: poiché infatti i candidati si presentano all'interno di liste di partito, è più facilmente punibile un'eventuale rottura del patto di fiducia tra il candidato eletto e gli elettori che lo hanno votato (non votando più il partito di cui fa parte). I partiti strutturano il voto: questo perché i candidati alle elezioni sono prevalentemente membri di un partito, e perché il partito è l'entità con cui gli elettori si identificano. Esso svolge una funzione di socializzazione politica, poiché attraverso la loro azione i partiti educano gli elettori alla democrazia. Infine, mentre i gruppi di interesse articolano gli interessi dei cittadini, i partiti si occupano di aggregare questi interessi.

Sistemi partitici[modifica | modifica sorgente]

Il sistema partitico è l'insieme di partiti legati da una relazione logica. La distinzione classica proposta da Maurice Duverger li divide in sistemi monopartitici, bipartitici, multipartitici.

  • I sistemi monopartitici caratterizzano i regimi autoritari detti per questo “a partito unico”. Non possono esistere in regimi democratici. Esempi: la Repubblica popolare Cinese e, a suo tempo, l'URSS.
  • I sistemi bipartitici caratterizzano democrazie come quella britannica e statunitense, sono considerati molto efficienti grazie alla stabilità di governo e designazione diretta (formale o meno) del governo da parte dei cittadini. Un tale sistema c'è quando solitamente in parlamento prevalgono sempre i soliti due grandi partiti in grado di formare, volendo, un governo monocolore.
  • I sistemi multipartitici caratterizzano la maggioranza delle democrazie, tra cui la stessa Repubblica Italiana, nati dal succedersi e cristallizzarsi dei conflitti sociali. Tali sistemi possono essere contraddistinti da coalizioni eterogenee e instabili.

Secondo le teorie di Duverger, i sistemi bipartitici sono influenzati dal sistema elettorale maggioritario a un turno e quelli multipartitici dal proporzionale.

Una teoria contraria a quella di Duverger è stata proposta da Giovanni Sartori. Il numero di partiti in un sistema non va calcolato semplicemente in base al numero effettivo di partiti esistenti, ma tramite un “conteggio intelligente” che considera solo i partiti dotati di due potenziali:

  • Potenziale di coalizione. Se il partito che è membro di una coalizione di governo è in un dato periodo di tempo necessario, almeno una volta, per determinare la maggioranza di governo.
  • Potenziale di ricatto. Se il partito ha un effetto sugli altri partiti del sistema, influenzandone le tattiche di competizione.

Sulla base di questa precisazione, e sull'importanza data al livello di polarizzazione ideologica del sistema partitico, Sartori ha dunque proposto una classificazione più articolata rispetto a quella di Duverger.

I sistemi monopartitici. Sono distinti da Sartori in tre tipi:

  • Partito unico. Un solo partito è legale.
  • Partito egemonico. Legalmente esistono altri partiti, ma non sono che satelliti di quello principale: sono creati per rappresentare alcune minoranze o interessi. È il caso per esempio della Polonia comunista.
  • Partito predominante. Esistono vari partiti, ma nei fatti a vincere le elezioni è sempre uno solo di essi. Per essere “predominante”, si assume che questo partito abbia ottenuto la maggioranza assoluta almeno 3 volte consecutive nelle competizioni elettorali. È il caso della Svezia, del Messico, dove il Partito Rivoluzionario Istituzionale ha governato per 71 anni consecutivi, e con l'Italia della Dc ci si è andati molto vicini. Il rischio è una degenerazione autoritaria del partito predominante.

I primi due sono anche detti sistemi non competitivi, s'instaurano solo in regimi dittatoriali o totalitari (nel primo caso). Il terzo caso avviene invece anche in contesti democratici e pluralistici.

I sistemi bipartitici. In questi sistemi non è necessario che vi siano solo due partiti, ma che esistano solo due partiti significativi, sulla base dei due potenziali sopra indicati.

I sistemi multipartitici. Sono distinti da Sartori in tre tipi:

  • Pluralismo moderato. I partiti che contano non sono superiori a cinque, e vi sono governi di coalizione (ma non partiti antisistema). La struttura è bipolare nel senso che vi sono due coalizioni che competono l'una contro l'altra, tendendo a conquistare il sostegno dell'elettorato moderato di centro. La polarizzazione ideologica è scarsa, la meccanica è centripeta.
  • Pluralismo polarizzato. I partiti che contano sono superiori a cinque. Le caratteristiche sono: 1) presenza di partiti antisistema, cioè partiti che non cambierebbero, se potessero, il governo ma il sistema di governo stesso (partiti comunisti e fascisti); 2) presenza di due opposizioni bilaterali che non potrebbero mai allearsi tra loro; 3) il centro è occupato; 4) il sistema è ideologicamente polarizzato, con due poli (destra-sinistra) caratterizzati da posizioni estreme; 5) tendenza centrifuga; 6) emergono opposizioni irresponsabili a causa delle tendenza a fare promesse che non si possono mantenere da parte di quei partiti d'opposizione che non potranno mai salire al governo; 7) essendo costretto a restare al governo, il partito di centro avrà anch'esso scarsa responsabilità democratica. I casi tipici sono quelli della IV Repubblica Francese e della I Repubblica Italiana che, in seguito a riforme istituzionali ed elettorali (nel caso francese il passaggio dal sistema elettorale proporzionale al maggioritario a doppio turno e dell'attuazione nel 1962 del sistema semi-presidenziale; nel caso italiano l'istituzione del mattarellum e la fine della I Repubblica) sono divenuti sistemi a pluralismo tendenzialmente limitato e depolarizzato, pur continuando a costituire numericamente sistemi multipartitici estremi, cioè con un numero di partiti superiore a cinque.
  • Pluralismo atomizzato o segmentato. I partiti che contano sono nove o più, ma c'è bassa polarizzazione ideologica, alta frammentazione, presenza di coalizioni poco coese e dispersione del potere. È il caso delle giovani democrazie africane e latino-americane, nonché dell'India.

L’origine dei partiti[modifica | modifica sorgente]

I partiti nascono nel momento dell'affermazione della democrazia e quindi quando il governo diventa responsabile verso il voto degli elettori. Esistono due principali analisi della storia dei partiti che guardano uno in maniera genetica l'altro in maniera strutturale, le fasi della loro creazione.

Prospettiva genetica[modifica | modifica sorgente]

Secondo la prospettiva genetica elaborata da Stein Rokkan, nella storia di ogni nazione si manifestano delle fratture (cleavages) che vedono contrapporsi gruppi sociali con interessi opposti, che possono essere di tipo materiale o ideologico; se queste fratture vengono politicizzate (trasferite dal piano sociale a quello politico), è probabile che nascano nuovi partiti. Nella storia dell'Europa occidentale Rokkan individua 4 fratture principali:

  • Centro-periferia, in cui alcune realtà locali gelose della propria autonomia si contrappongono ai "costruttori della nazione"; si tratta di una frattura di tipo ideologico, che si manifesta maggiormente dove esistono differenze culturali e/o linguistiche tra le periferie ed il centro e dove quest'ultimo tenta con la forza l'uniformizzazione delle periferie. Questa frattura porterebbe alla nascita di partiti locali.
  • Stato-Chiesa, in cui la Chiesa cattolica si contrappone ai "costruttori della nazione"; anche questa frattura nasce su questioni ideologiche, in particolare nel momento in cui lo Stato, volendo costruire un'identità nazionale, tenta di sostituirsi alla Chiesa come principale creatore di valori e simboli riconosciuti da tutti; il conflitto raggiunge il suo apice quando lo Stato impone il suo monopolio sull'istruzione. Questa frattura porterebbe alla nascita di partiti confessionali.
  • Città-campagna, in cui i ceti rurali si contrappongono ai ceti industriali; è una frattura fondata principalmente su questioni materiali; da un lato i ceti rurali vorrebbero mantenere il loro status, dall'altro i capitalisti vorrebbero politiche favorevoli all'industria. Questa frattura porterebbe alla nascita di partiti agrari.
  • Capitale-lavoro, in cui gli operai si contrappongono ai datori di lavoro; è una frattura su interessi di tipo materiale ed è l'unica che si manifesta in modo uguale ed in tempi pressoché simili in tutti i paesi europei. Questa frattura porterebbe alla nascita di partiti socialisti.

Da cosa dipende la nascita o meno dei partiti che sono espressione delle prime tre fratture? Secondo Rokkan, dalle scelte fatte dai "costruttori della nazione": infatti, nei periodi storici in cui si manifestano le fratture ("giunture critiche"), l'élite dello Stato è chiamata ad allearsi con uno dei due gruppi sociali che si contrappongono; la fazione esclusa tenderà ad allearsi con le periferie. Questo schema porterebbe a 8 possibili sistemi partitici.

Da fratture di tipo non sociale ma politico emergono, invece, partiti antisistema estremisti sulla destra (fascisti) e sulla sinistra (comunisti).

Prospettiva strutturale[modifica | modifica sorgente]

La prospettiva strutturale sviluppata da Maurice Duverger crea una tripartizione del processo di creazione dei partiti.

  • Si ha un primo momento in cui i partiti nascono all'interno dei parlamenti, a suffragio limitato e si configurano come “connessioni rispettabili” fra parlamentari (partiti parlamentari).
  • In seguito, con l'ampliamento del suffragio, nascono altri partiti, che si avvalgono di reti associative preesistenti, pur cambiandone funzionamento e obiettivi, ampliandone la rappresentatività e la responsabilizzazione, e che fanno leva su organizzazioni esterne al Parlamento per acquisirvi rappresentanza (partiti extraparlamentari).
  • Infine il malcontento e l'insoddisfazione eventuali nei confronti del Parlamento vengono incanalati da alcuni gruppi che entrano nel Parlamento allo scopo di distruggerlo, pur trovandovi talvolta una certa sistemazione che permette la convivenza (partiti antiparlamentari).

Cenni storici[modifica | modifica sorgente]

L'origine dei partiti, gruppi organizzati per la conquista e la gestione del potere, risale alle teocrazie, cioè alle prime forme di governo a base religiosa. Le città-stato avevano un dio patrono, rappresentato da una classe sacerdotale e dal re. E i templi erano le sedi dei "partiti" nelle prime civiltà. Gli Egizi diedero vita ad una fiorente civiltà, durata oltre 3500 anni, frutto dell'unione di più partiti religiosi che governavano varie città. Amon era il dio di Tebe, Ra quello di Eliopoli, Anubi di Cinopoli, Osiride di Abydos. I partiti laici, svincolati da caratteristiche religiose, nacquero nell'antica Grecia grazie al pensiero dei filosofi che fondarono la politica sull'analisi razionale della società e sui valori da seguire. Tuttavia i gruppi-partito greci furono l'espressione dei clan tribali fino alla riforma di Clistene (565 a.C.-492 a.C.) che ruppe questo sistema dividendo Atene in 10 aree geografiche, mescolando così le tribù. Ogni area eleggeva i magistrati e fra di loro vi erano sorteggiati 50 rappresentanti alla Bulè, il consiglio dei 500 con potere legislativo. Con Pericle nel V secolo a.C. la democrazia si rafforzò anche attraverso il pagamento dei rappresentanti del popolo: i magistrati ricevevano uno stipendio per non essere condizionati dall'esterno ed un indennizzo (un gettone di presenza) per assenza dal lavoro era dato alle migliaia di rappresentanti all'Assemblea generale dei cittadini liberi, che si riuniva quattro volte al mese e votava le proposte di legge dell'Assemblea dei Cinquecento. All'Assemblea generale partecipavano tutti gli ateniesi liberi maggiorenni con diritto di parola e di voto. Lì si votava anche l'ostracismo contro alcuni cittadini. Nell'antica Roma la politica era caratterizzata dalla divisione fra patrizi, la minoranza dei ricchi, e la maggioranza dei plebei, i poveri che erano molto meno rappresentati nei comizi centuriati. Nel Medio evo tra i secoli XII e XIV la contrapposizione fu data da guelfi (partigiani del papa) e ghibellini (partigiani dell'imperatore del Sacro Romano Impero Germanico). Anche in seguito solo i maschi che guadagnavano potevano ambire a cariche pubbliche. Il primo nucleo di bipolarismo politico tra "conservatori" (Tories) e "progressisti" (Whigs) nacque in Gran Bretagna nel XVII secolo: i primi erano sostenitori della monarchia assoluta, i secondi della monarchia costituzionale. Sedevano in Parlamento ma poteva accedervi solo chi aveva un certo censo: il diritto di voto spettava solo a chi aveva una terra con una rendita di 40 scellini. La Rivoluzione francese del 1789 delineò invece le tre componenti della politica moderna: centro, destra, sinistra. Quando il re Luigi XVI fu rovesciato, il Terzo Stato si proclamò Assemblea Costituente diventando il rappresentante di tutta la nazione. I membri si divisero nell'emiciclo: i conservatori si sedevano a destra, i radicali e i rivoluzionari a sinistra. Il centro, chiamato Palude, era uno spazio indistinto, senza identità politica precisa.[1]

Se il partito in quanto tale nasce con la Rivoluzione inglese del ‘600, è solo con il diffondersi della Rivoluzione industriale, e conseguentemente con la formazione di una società di massa e l'allargamento del suffragio elettorale fino ad essere universale, che i partiti si affermarono nel senso specifico della forma attuale, ossia caratterizzati da: un'organizzazione territorialmente diffusa, con un sistema di comunicazione tra centro e periferia; la volontà di ottenere il potere locale e centrale; la ricerca del sostegno popolare.

I partiti politici si distinguono generalmente in partiti di centro, destra e sinistra. Questa distinzione trova la sua origine nella collocazione dei deputati negli emicicli parlamentari. Già dal tempo della Rivoluzione francese sappiamo che il centro era sinonimo di "moderazione", la destra di "conservazione" e la sinistra di "progresso". Nella storia politica europea, ed in particolare quella italiana, dalla metà dell'Ottocento agli inizi del Novecento la scena politica era dominata da partiti politici tutti di stampo "liberale". Tali partiti, in quanto espressione dei ceti sociali medio-alti, erano attenti, in particolar modo, a ridurre il potere statale e ad accentuare la libera iniziativa locale. In alcuni casi, come nell'Italia della legge delle guarentigie, "liberale" era anche sinonimo di "anticlericale", mentre i partiti "conservatori" erano "clericali", cioè contrari a ridurre l'ingerenza della Chiesa negli affari temporali. I "liberali" erano comunemente espressioni delle élite cittadine e della nascente classe borghese, i "conservatori" dei latifondisti e proprietari terrieri.

Con la rivoluzione industriale, come già detto, si formarono partiti i cui membri avevano un'ideologia comune: i conservatori, una élite non interessata all'egualitarismo, e i progressisti, che si battevano per dare a tutti uguali opportunità, istruzione e servizi. Così nacquero prima il partito-organizzazione e poi il partito di massa, basato sulla partecipazione di molti attivisti in cerca di consenso attraverso il voto. Nel 1919 ci fu una svolta importante in Italia: i cattolici, fino ad allora estranei alla politica, entrarono in scena con il partito popolare fondato da don Luigi Sturzo.[2]

Con la crescita del proletariato, composto soprattutto da piccoli artigiani, braccianti ed operai, cominciano a diffondersi le teorie socialiste che troveranno, poi, in Karl Marx il loro più compiuto teorizzatore. Nasce così l'idea di uno Stato laico, se non ateo, svincolato dalla tradizione borghese, unico detentore del potere e attento ad assicurare la più completa uguaglianza tra i cittadini. Ben presto i marxisti si distinguono in una componente socialista o social-democratica ed una comunista. La prima più rispettosa delle scelte dell'individuo nella sfera personale (famiglia, scuola, religione) e più attenta al coinvolgimento democratico dei cittadini, la seconda più convinta del ruolo indispensabile dello Stato e del Partito di guida dei cittadini. Tanto gli uni quanto gli altri si sono fatti convinti assertori della distribuzione delle terre ai contadini, della netta separazione tra Chiesa e Stato, della collettivizzazione delle imprese e di un convinto internazionalismo. I partiti socialisti e poi i comunisti in particolare si assunsero il compito di far sentire la voce dei lavoratori, perseguendo l'obiettivo di cambiare a loro favore la società e il sistema, secondo le direttive generali del movimento socialista. Negli Stati di tradizione cattolica, come l'Italia, accanto ai partiti liberale, conservatore, socialista, socialdemocratico e comunista, sono nate formazioni politiche variamente denominate (cristiano-democratico, cristiano-sociale, popolare), ma tutte accomunate da una politica ispirata alla dottrina sociale della Chiesa cattolica. Tali partiti, soprattutto nella seconda metà del XX secolo, sono stati, spesso, al governo ( Italia, Francia, Belgio, Lussemburgo, Germania, Olanda, Austria ). Si sono caratterizzati per una politica conservatrice in campo morale (contrari all'aborto, alla legalizzazione delle droghe), liberale in campo economico e politica estera (favorevoli al libero mercato, all'Unione Europea, alla Nato), ma hanno saputo anche dimostrare, al fine di contenere i partiti socialisti e comunisti, una marcata attenzione alle questioni sociali.

Sul finire del XX secolo, in Italia, come nel resto d'Europa, sono andate diffondendosi nuove "culture politiche". La "rivoluzione giovanile"degli anni sessanta-settanta ha imposto le problematiche femminili e dell'ambiente. Le "femministe", convinte sostenitrici dell'emancipazione delle donne, hanno trovato facile accoglienza nei partiti liberali e socialdemocratici, un po' meno in quelli conservatori, cristiano-democratici e comunisti. La "cultura ambientalista" ha trovato sbocco nelle associazioni ambientaliste (WWF, Greenpeace, Legambiente) e in nuovi partiti politici, spesso denominati Verdi.

Nel frattempo, il tentativo di resistere al potere statale ed imprenditoriale ha determinato la nascita di partiti autonomisti e federalisti. Alcuni di questi (come la Südtiroler Volkspartei) sono nati per rappresentare di minoranze linguistiche o etniche.

Organizzazione[modifica | modifica sorgente]

I partiti si distinguono a livello organizzativo a secondo di una struttura più o meno verticistica, più o meno movimentista. I partiti di stampo socialista e comunista, nonché quelli post-fascisti, si sono, nel corso degli anni, contraddistinti per la presenza di ampi organi assembleari e ristretti gruppi dirigenziali. Spesso i vertici del partito non venivano scelti direttamente dagli iscritti o dalle assemblee congressuali, ma dagli uffici di presidenza. Altri partiti, invece, hanno fatta propria una prassi più "democratica", attenta cioè a favorire il coinvolgimento della base nelle decisioni di vertice.

Partiti organizzativi e partiti elettorali[modifica | modifica sorgente]

La distinzione più semplice tra i diversi tipi di partito ne prevede due: il partito organizzativo e quello elettorale. I partiti organizzativi di massa si assumevano il compito di preparare le masse lavoratrici ad avere coscienza di sé, assumendosi le proprie responsabilità storiche. Le strutture erano sostenute da funzionari stipendiati grazie a quote regolari pagate dagli iscritti. I partiti di questo tipo furono dunque partiti militanti. I partiti elettorali di massa, pur essendo articolati come i primi, non hanno finalità alternative al sistema vigente, ma si collocano all'interno di esso, ricercando il consenso elettorale che permetta di raggiungere il potere e migliorare così gradualmente la società.

Organi interni[modifica | modifica sorgente]

L'organizzazione interna dei partiti è molto variabile da paese a paese oltre che da un partito all'altro. Di solito gli organi più importanti sono:

  • il leader, variamente denominato (leader, presidente, segretario generale, segretario politico ecc.); in alcuni partiti coesistono più organi con queste denominazioni (ad esempio, un presidente e un segretario);
  • l'organo assembleare che rappresenta gli iscritti, di solito denominato congresso (o convenzione o conferenza);
  • un organo assembleare più ristretto che sostituisce il congresso tra una sessione e l'altra, quale il comitato centrale (tipico dei partiti comunisti e socialisti) o altri analoghi;
  • un organo collegiale ancor più ristretto, quale l'ufficio politico (tipico dei partiti comunisti e socialisti) o altri analoghi.

Possono inoltre esistere altre cariche come quella di segretario amministrativo o tesoriere.

L'articolazione organizzativa secondo Duverger[modifica | modifica sorgente]

Un categorizzazione tradizionale, ma sempre efficace, delle forme di organizzazione partitica risale al costituzionalista e politologo Maurice Duverger; questi distingue quattro tipologie di partito secondo alla loro articolazione organizzativa:

  • comitato: i partiti di comitato, come sono ancora i partiti degli Stati Uniti, sono spesso considerati i diretti discendenti dei "partiti dei notabili" ottocenteschi. I comitati sono strutture flessibili e non permanenti che si attivano per raccogliere fondi e voti in vista di tornate elettorali o altre occasioni di questa rilevanza.
  • sezione: la sezione è tipica dell'organizzazione territoriale stabile dei partiti socialisti; munita di propri quadri e collegamenti, la sezione serve ad ampliare la base del partito, finanziarlo mediante la quota d'iscrizione dei militanti, curare la propaganda e l'indottrinamento.
  • milizia: la milizia è la forma peculiare dei partiti generalmente detti fascisti, caratterizzata dalla struttura fortemente gerarchica e paramilitare, facilmente mobilitabile per l'attacco violento contro eventuali avversari.
  • cellula: la cellula è lo strumento classico dei partiti comunisti, che mediante le cellule disseminate nelle industrie saldano la propria organizzazione al mondo degli operai e ne diventano parte integrante.

Democrazia interna[modifica | modifica sorgente]

Uno dei maggiori problemi dei partiti è quello della democrazia interna, ovvero la rappresentanza degli iscritti all'interno del partito stesso e il loro controllo sulla gestione e sulla linea politica.

L'art. 49 della Costituzione Italiana prevede che "tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale". Tale "metodo democratico" come condizione essenziale della loro esistenza non è stato tuttavia dettagliato da una successiva legge attuativa, lasciando la più ampia libertà organizzativa interna ai partiti.

Tra gli elementi che condizionano negativamente la democrazia interna ai partiti si trovano:

  • la previsione da parte di tutti i partiti (con l'eccezione dei radicali) del divieto di iscrizione ad altre formazioni politiche, che secondo alcuni costituisce una limitazione alla libertà di associazione;
  • il meccanismo di finanziamento pubblico ai partiti, che istituzionalizza il sostentamento statale alle strutture dei partiti, favorendone la burocratizzazione e la trasformazione in strutture oligarchiche, a discapito di nuovi movimenti politici e partecipazione interna ai partiti stessi;
  • la compatibilità tra incarichi istituzionali e di partito, che portano gli eletti a rispondere al partito prima che agli elettori.
  • la legge elettorale proporzionale a liste bloccate senza preferenze, che consente ai direttivi dei partiti di nominare direttamente i candidati che saranno eletti.

Finanziamento[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi finanziamento pubblico ai partiti.

I partiti politici si assicurano i fondi necessari a finanziare le proprie attività di definizione delle politiche pubbliche e di ricerca del pubblico consenso attraverso diverse modalità, tra cui le quote d'iscrizione, la raccolta fondi da privati e il finanziamento pubblico ai partiti.

In Italia il finanziamento pubblico ha avuto inizio con la legge 174/1975 e, nonostante il referendum abrogativo del 1993, è stato di fatto reintrodotto negli anni successivi con una nuova disciplina del "rimborso elettorale". Attualmente vi accedono tutti i partiti che superano la soglia dell'1% dei voti.

Il finanziamento pubblico avrebbe la funzione di evitare i casi di finanziamento illecito dei partiti, anche se, come per Tangentopoli e per i finanziamenti occulti del Pcus ai partiti comunisti occidentali, s'è dimostrato che spesso le due forme convivono. Questo dà luogo ad una serie di paradossi, studiati nella scienza politica e nella criminologia: da un lato quello della persistenza di una legge penale assai spesso violata[3], dall'altro l'alternanza di un lato dominante nei due corni del rapporto tra politica ed imprenditoria.

In particolare, vi sono casi in cui "dato caratteristico (...) è che vi è stata una classe politica troppo sicura di sé e della sua potenza e che, per tale motivo, riteneva di poter prescindere, nella sua attività corruttiva, dal subordinarsi a qualcuno, orientandosi pertanto più verso la concussione che verso la corruzione"[4]; vi sono casi in cui, all'opposto, anche nel contesto dei rapporti criminosi di malagestione della cosa pubblica, la classe politica, invece di esercitare un ruolo di supremazia nei confronti dell'imprenditoria, oggi ne sarebbe succube[5]. I precedenti nell'Occidente capitalistico propenderebbero più per questo secondo caso, sia in Germania[6] che negli Stati Uniti d'America[7].

Vi è infine chi nega l'esistenza del problema in assoluto, ricollegandolo solo a taluni sistemi elettorali e politici (superati - per l'Italia - nella cosiddetta Seconda Repubblica): in particolare, il bipartitismo ed il voto senza preferenze renderebbero inutile la raccolta di denaro per il finanziamento alla politica, la quale degenererebbe nella malversazione o nella corruttela solo per il tornaconto personale di taluni suoi componenti[8]. Pur riconoscendo che "la crisi della «Prima Repubblica» si è prodotta a causa di un asservimento dell'interesse pubblico alle strategie di consenso e di potere della politica, trascinando via il prestigio e la grandezza dei partiti storici", vi è però chi ha replicato che "l’indebolimento dei partiti ed il peso pubblico dei sistemi economico-finanziari ha prodotto un cambiamento di gerarchie e di forme dell’attività di corruzione. Non sono più i partiti, il sistema partitocratico a tenere in mano le briglie e ad assegnare i ruoli in un contesto fortemente centralizzato e controllato. Sono singoli imprenditori o gruppi di imprenditori che, attraverso un’azione penetrante di condizionamento e di vero e proprio orientamento delle scelte pubbliche, si appropriano delle risorse e ne distribuiscono, anche illecitamente, i vantaggi"[9].

Internazionali politiche[modifica | modifica sorgente]

I partiti politici, nel corso del Novecento, hanno stretto alleanze sovranazionali, in modo da potere sostenere in modo più convinto i propri valori e assicurarne la diffusione anche in altri paesi.

Le più importanti internazionali attualmente in vita sono:

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ Focus, maggio 2013, pagg. 78 e sgg.
  2. ^ Focus, maggio 2013, pag.82.
  3. ^ "Si dice: ma se i corruttibili sono i politici, se i finanziamenti illeciti li ricevono i partiti politici che hanno in mano il potere, perché semplicemente non depenalizzano questi reati? Hanno tutto il potere per farlo e non lo fanno. Ma per una ragione molto semplice, cioè che la configurazione della corruzione come reato è essenziale al raggiungimento degli scopi della corruzione. La corruzione infatti dev'essere un reato, ma non dev'essere punito perché il grado di impunità diventa il grado di stima sulla capacità di essere il canale giusto; e a volte il fatto che resti reato serve semplicemente per eliminare soggetti outsider, fuori dal sistema che tentano anche loro di partecipare alla ripartizione della torta. Il fatto che sia un reato serve ad eliminare i concorrenti illegittimi in un determinato cerchio. Non è che chiunque qui potesse farsi corrompere: bisognava avere o una certa capacità di decisione, ma soprattutto questa tutela politica che consentisse di essere impunito" (Senato della Repubblica, legislatura 13º - Aula - Resoconto stenografico della seduta n. 787 del 02/03/2000, intervento del senatore Felice Besostri).
  4. ^ Senato della Repubblica, legislatura 13º - Aula - Resoconto stenografico della seduta n. 787 del 02/03/2000, intervento del senatore Felice Besostri. È il caso italiano della prima Repubblica, almeno fino all'arresto di Mario Chiesa.
  5. ^ Si veda l'intervento del sindaco di Firenze Domenici alla trasmissione RAI "Porta a porta" del 18 dicembre 2008.
  6. ^ "Dove Kohl, a costo di rovinare il suo partito, la sua reputazione personale, non ha voluto rivelare i nomi dei finanziatori nascosti o illeciti, perché probabilmente sarebbe venuto fuori che lì c'era una corrispondenza tra determinate esigenze dei corruttori e ciò che il Governo da lui presieduto ha fatto e allora questo sarebbe stato manifestazione di una subordinazione. Questa subordinazione c'è anche quando il finanziamento non è illecito. Noi dobbiamo porci da questo punto di vista il problema di quali sono i modi per influire sulle politiche pubbliche, il che vuol dire che interessi privati possono distorcere l'interesse generale, e verificare se ciò avvenga con mezzi illeciti o leciti" (Senato della Repubblica, legislatura 13º - Aula - Resoconto stenografico della seduta n. 787 del 02/03/2000, intervento del senatore Felice Besostri).
  7. ^ Senato della Repubblica, legislatura 13º - Aula - Resoconto stenografico della seduta n. 787 del 02/03/2000, intervento del senatore Felice Besostri: "se noi adottassimo una legislazione come quella degli Stati Uniti sulle lobby avremmo cancellato i due terzi dei reati che da noi vengono commessi. Ma questo significherebbe che non c'è più l'interferenza sulle politiche pubbliche? No, semplicemente che il sistema ha deciso di renderla legale. Uno dei temi dell'attuale campagna presidenziale negli Stati Uniti è proprio quello della rivolta contro un sistema legale di finanziamento della vita politica e di influenza sulla vita politica che sta diventando insopportabile."
  8. ^ Così il vice ministro allo Sviluppo economico, Adolfo Urso, nel dispaccio Ansa 23 febbraio 2010 "CORRUZIONE: URSO, SE LISTE PULITE AVRÀ AVUTO RAGIONE ALFANO ALTRIMENTI SI IMPONE STRADA PARLAMENTARE PER DARE SEGNALE FORTE: vi si legge che "il sistema politico ed elettorale è cambiato (...) Oggi - spiega il viceministro - chi ruba lo fa per sé e perciò per i partiti dovrebbe essere più facile espellere i corrotti".
  9. ^ Mozione n. 1-00269, presentata il 13 aprile 2010 dai senatori FINOCCHIARO, DELLA MONICA, AGOSTINI, LUSI, D’AMBROSIO, ZANDA, LATORRE, CASSON, CAROFIGLIO, CHIURAZZI, GALPERTI, MARITATI: v. testo sull'ordine del giorno della seduta dell'Assemblea del Senato del 13 e 14 aprile 2010.

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

  • Gianfranco Pasquino, Nuovo corso di scienza politica, ed. Il Mulino

Voci correlate[modifica | modifica sorgente]

Collegamenti esterni[modifica | modifica sorgente]

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