Democrazia rappresentativa

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La democrazia rappresentativa è una forma di governo nella quale gli aventi diritto al voto eleggono dei rappresentanti per essere governati (in contrapposizione alla democrazia diretta).

Sono democrazie rappresentative le democrazie in cui è presente un Parlamento o più in generale un'assemblea legislativa. Le democrazie rappresentative si distinguono in democrazie parlamentari, se il parlamento ha i più ampi poteri (a partire dalla fiducia obbligatoria all'esecutivo) oppure presidenziali o semipresidenziali se il presidente della repubblica o il capo dello stato ha poteri abbastanza estesi da essere concorrenziali a quelli dell'assemblea legislativa. Sono forme di democrazie rappresentative anche le monarchie costituzionali e le monarchie parlamentari.

Descrizione[modifica | modifica sorgente]

Negli ultimi anni[quali?] un forte dibattito sulla crisi della democrazia rappresentativa ha investito in particolare l'America latina e l'Europa. A livello municipale, infatti, in Brasile, Italia, e altri paesi, sono in via di sperimentazione forme di maggiore coinvolgimento dei cittadini e dei corpi intermedi (sindacati, associazioni, ecc.); queste iniziative di partecipazione sono volte ad affiancare, ai tradizionali organi istituzionali, assemblee e altre forme consultive. Questo modello, a metà tra la democrazia rappresentativa e quella diretta, prende il nome di democrazia partecipativa.

La rappresentatività parlamentare è divisa fra libertà morale degli eletti e mandato imperativo della potestà legislativa[frase oscura, soprattutto se riferita a un contesto mondiale]. Quanto più la democrazia tende a un modello bipartitico, alla formazione di governi stabili e maggioranze parlamentari che durano fino al termine della legislatura, senza elezioni anticipate, tanto più è ridotta la sovranità popolare dello Stato e la possibilità di un controllo diretto della vita politica tramite le elezioni.

Per quanti sostengono la necessità di un mandato imperativo, in cambio di legislature di lunga durata, i politici dovrebbero avere degli obblighi di legge di fedeltà al programma elettorale e al partito col quale i cittadini li hanno eletti. Il mandato imperativo sarebbe il contrappeso al ridotto ricorso alla consultazione elettorale. Diversamente, la scelta elettorale è basata solamente su un patto di fiducia e un mero obbligo morale fra eletti ed elettori, che può essere tradito ogni volta: la possibilità di "punire" con una scelta diversa alle elezioni successive non è più una soluzione quando la rappresentanza politica si riduce a due partiti, il che fa diventare pratica diffusa promettere in un modo e agire diversamente.

Deputati e senatori dovrebbero[secondo chi?] essere presenti settimanalmente[senza fonte] nel proprio collegio elettorale, ricevere periodicamente i propri elettori e dare seguito con l'azione in Parlamento alle richieste legittime, con un ruolo di mediazione fra cittadini del collegio elettorale e istituzioni, in modo da compensare in parte un limite della democrazia diretta, che è l'esclusione degli elettori dalla vita politica.

Dove il parlamentare o il governante eletto hanno piena libertà morale, quindi autonomia di condotta e opinioni, e nessun obbligo giuridico verso l'elettorato, il trasformismo non è reato e si pone in termini più forti la questione morale della politica. Infatti, il reato di corruzione esiste fra privato e pubblico ufficiale, non fra due o più parlamentari che sono pubblici ufficiali; il reato di voto di scambio sussiste per chi riceve denaro in cambio di un voto, in modo indipendente dalla presenza di un'organizzazione criminale, ma non per chi cambiando partito ottiene nuovi incarichi politici. Resta impossibile per la legge valutare le intenzioni, e stabilire se il cambio di appartenenza sia dovuto alla ricerca di una contropartita personale oppure a un percorso che ha portato a un legittimo mutamento di convinzioni politiche.

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