Finanziamento pubblico ai partiti

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Il finanziamento pubblico ai partiti è una delle modalità, assieme alle quote d'iscrizione e alla raccolta fondi, attraverso cui i partiti politici reperiscono i fondi necessari a finanziare le proprie attività. Il finanziamento pubblico esiste in diversi paesi, sebbene vi siano importanti ordinamenti che escludono il finanziamento pubblico, ovvero altri nei quali esso è sostanzialmente irrilevante. Va evidenziato che, tuttavia, molti ordinamenti affiancano ad un finanziamento pubblico la possibilità di finanziamento privato.

Caratteristiche[modifica | modifica sorgente]

Profilo del partito politico[modifica | modifica sorgente]

È fuor di dubbio che l'analisi del finanziamento pubblico ai partiti non può prescindere da un'analisi preliminare del "partito politico". Nel caso italiano, ad esempio, il partito politico è definito dall'art. 49 della Costituzione, ma è mancata una legge organica sui partiti (adottata invece in Germania) e, pertanto, essi sono "associazioni non riconosciute" malgrado siano inquadrati dalla legislazione elettorale cd. "di contorno" come soggetti rilevanti, tenuti anche (in determinate circostanze) a particolari obblighi. Quest'ambiguità è foriera di svariate problematiche, non ultima il rapporto tra il "partito" ed il "gruppo parlamentare".

In ogni caso l'Assemblea costituente propendette per una impostazione "extrastatuale" del partito, e questo sul timore della recente esperienza fascista che aveva imposto prima un controllo sui partiti, salvo poi dichiararli "fuori legge". Ma non mancarono proposte in direzione opposta, come la proposta di Costantino Mortati di attribuire agli stessi poteri di natura pubblicistica o di sancire controlli sull'organizzazione interna.

Il legame tra finanziamento pubblico e partito si basa su un concetto molto semplice : le disuguaglianze economiche e sociali sono alla base del partito di massa di stampo ideologico, e pertanto con l'estensione del suffragio le formazioni rappresentative delle fasce meno agiate della popolazione (a differenza dei partiti con una visione più conservatrice) facevano maggiore fatica a raccogliere fondi tra i sostenitori. Un'opera-inchiesta[1] dell'inizio degli anni'70 stimava in 65 miliardi di vecchie lire il fabbisogno annuo del sistema partitico in Italia. Non a caso proprio in quegli anni furono presentati progetti legislativi che presentavano il finanziamento statale, e nel 1971 con la legge 825 e poi con il DPR 633/1972 si introduceva un finanziamento di tipo "indiretto" con varie forme di agevolazione fiscale. Insomma, un ventennio dopo la svolta costituente, i partiti italiani superarono alcuni dogmi in materia di finanziamento.

Va sottolineato poi che il mutamento della società ha avuto ripercussioni pesanti sui partiti. In passato, infatti, essi facevano una leva importante sui "tesseramenti" e sui contributi (anche non economici) volontari, ma l'evoluzione tecnologica (si pensi ai sondaggi e alla cura dell'immagine) ha comportato l'ulteriore aumento del fabbisogno partitico (la scienza politica discorre di "partito professional-elettorale"[2]) cosicché, a partire in particolare dagli anni'70, è cresciuto il dibattito sul finanziamento pubblico, con la tendenza dei partiti ad ottenere denaro dallo Stato (il cd. "cartel party"[3]).

Profilo costituzionale[modifica | modifica sorgente]

La Costituzione italiana (scelta non isolata nel panorama costituzionale) non disciplina espressamente il finanziamento pubblico ai partiti, e negli stessi lavori dell'Assemblea costituente di esso si è discorso solo indirettamente nella più ampia discussione avente ad oggetto la formulazione dell'art.49 della Costituzione che definisce il partito politico. Alla fine prevalse una sorta di "astensione"[4] sul tema, coerente però con l'impostazione "extrastatuale" e "a debole istituzionalizzazione" dei partiti politici come definiti dal Costituente.

Parte[5] della dottrina, facendo leva sul fatto che debba essere garantito il "pluralismo partitico" come elemento fondante della forma di Stato democratico-pluralista, ha invece sostenuto che sia necessario un sostegno finanziario volto a colmare eventuali carenze di mezzi.

Va evidenziato in ogni caso che la Commissione Bozzi (1983-1985) aveva proposto di aggiungere all'art. 49 Cost. un secondo comma dedicato proprio al finanziamento pubblico che avrebbe così recitato: "La legge disciplina il finanziamento dei partiti, con riguardo alle loro organizzazioni centrali e periferiche, e prevede le forme e le procedure atte ad assicurare la trasparenza e il pubblico controllo del loro stato patrimoniale e delle loro fonti di finanziamento". Si tratta di un'impostazione avente quale obiettivo una legge simile a quella tedesca (che ha una legge specifica su ordinamento e finanziamento dei partiti, la Parteiengesetz), almeno per il profilo del finanziamento, sebbene nel caso tedesco la norma giunge a disciplinare in maniera molto penetrante la struttura organizzativa dei partiti medesimi.

Tuttavia, come si vedrà, anche in Germania il tema del finanziamento pubblico è stato oggetto di travaglio, con una serie di pronunce del Tribunale costituzionale federale. La differenza è che già in origine la Costituzione federale tedesca prevedeva l'obbligo di rendere pubblica la provenienza dei mezzi di sostentamento (cfr. art. 21 Cost. federale tedesca nell'originaria formulazione).

Nel mondo[modifica | modifica sorgente]

Germania[modifica | modifica sorgente]

Come già accennato, in Germania il finanziamento pubblico ai partiti è disciplinato da una legge, la Parteiengesetz, un complesso di norme che disciplina pure l'ordinamento dei partiti. Prima di essa (approvata nel 1967), in ogni caso esisteva già la disposizione costituzionale che stabilisce che i partiti debbono rendere pubblicamente conto dell'origine dei loro mezzi finanziari.

La Parteiengesetz all'art.1 definisce i partiti come "soggetti di diritto costituzionale", e ne impone, peraltro, la "partecipazione libera e duratura" all'interno. Non solo, afferma pure che "essi adempiono una funzione spettante loro secondo la Legge Fondamentale e da questi garantita". Del resto lo stesso art.21 della Legge fondamentale tedesca afferma che "(...) Il loro ordinamento deve essere conforme ai principi fondamentali della democrazia (...)".

Questa legge è molto penetrante nell'ordinamento del partito politico, con 3 o 4 piani stratificati verticalmente, dal livello locale a quello nazionale, e tutti i partiti presentano di conseguenza le stesse modalità organizzative e decisionali. Peraltro, questa legge impone anche democraticità interna nella selezione dei candidati.

Pronunce costituzionali sul tema[modifica | modifica sorgente]

Come già accennato l'art. 21 della Costituzione tedesca afferma tra l'altro che i partiti "devono rendere conto pubblicamente della provenienza e dell'utilizzazione dei loro mezzi finanziari e dei loro beni". Tuttavia nell'immediato dopoguerra si è registrato un singolare "scontro" tra Parlamento e Tribunale costituzionale federale sul tema del finanziamento. Non a caso la Parteiengesetz nacque in seguito[6] ad una pronuncia del 1966 col la quale i giudici costituzionali dichiararono contrari alla Legge Fondamentale ogni forma di finanziamento pubblico alle formazioni politiche in quanto non erano "organi dello Stato", ammettendo però l'ipotesi del "rimborso elettorale".

Tuttavia anche nei primi anni '90 il Tribunale è tornato sul tema, contestando il meccanismo delle cd. "anticipazioni" sul rimborso per le elezioni successive, e contestando pure il fatto che i rimborsi avvenivano indipendentemente dai risultati elettorali. Fattori che hanno portato alla riforma del 1994.

Disciplina[modifica | modifica sorgente]

I partiti tedeschi sono finanziati in maniera importante. Esiste un contributo proporzionale ai voti ricevuti (Wahlerstimmer) pari a 0,85 € per ogni voto valido fino a 4 milioni di voti, e pari a 0,70 € per ogni voto ulteriore nelle ultime elezioni per Bundestag, Europarlamento e per i Parlamenti dei Lander. L'altra forma di contribuzione (Zuwendungsanteil) è calcolata sulla quota dei contributi versati dal privato e pari a 0,38 € per ogni euro donato o versato per il tesseramento, o ancora per le somme devolute al partito dai parlamentari. Tuttavia per le donazioni si tiene conto solo di quelle che non superano i 3300 €.

Per accedere al finanziamento, il partito deve ottenere una percentuale di voti validi almeno pari allo 0,5% del totale dei voti validi (per le elezioni europee e per le politiche nazionali) o all'1% (per le elezioni regionali).

Vi sono comunque delle regole speciali ulteriori: ad esempio il finanziamento statale non può superare la somma del 50% delle erogazioni private, così come esistono i "limiti assoluti" di esborso pubblico (circa 151 mln di euro per il 2012). Una particolarità è anche l'imposizione che assicura alle "federazioni regionali" di partito una parte del finanziamento statale destinato al partito "nazionale".

Finanziamento privato e le Federazioni[modifica | modifica sorgente]

Il finanziamento privato in Germania è molto cospicuo. Questo aspetto è fondamentale, se si considera che in Germania per ciascun euro donato o comunque corrisposto ai partiti lo Stato aggiunge agli stessi 0,38 €. Tuttavia si è già accennato al fatto che non tutte le corresponsioni ai partiti possono ottenere la menzionata "co-contribuzione" a carico dello Stato. Ma il finanziamento privato è controllato anche sotto altri punti di vista. Tant'è che le donazioni che superano i 10000 € debbono essere registrate nella "rendicontazione contabile" (obbligo molto pregnante ex art. 23 Parteiengesetz) con nome e indirizzo del donante, mentre le donazioni superiori a 50000 € debbono essere immediatamente comunicate al Presidente del Bundestag.

Una particolarità del sistema tedesco sono le Fondazioni politiche, che sono entità vicine ai partiti[7] sebbene abbiano una distinta personalità giuridica. Pur ottenendo, ad esempio, 248 milioni di euro nel 2011, esse non sono disciplinate a livello legislativo, ma sono regolate dalla prassi parlamentare, da una sentenza costituzionale del 14 luglio 1986 (che impone l'indipendenza sotto vari profili delle Fondazioni rispetto ai partiti e pone vari divieti d'attività) e dalle Raccomandazioni della "Commissione di esperti indipendenti sul finanziamento dei partiti politici" istituita nel 1992, raccomandazioni raccolte nella "Dichiarazione comune delle Fondazioni politiche sul finanziamento statale" del 1998. Si pensi che esse, allorché nel 1966 furono dichiarati incostituzionali i finanziamenti pubblici, ottennero l'inserimento di capitoli di spesa nella legge di Bilancio del 1967. Esse ottengono, comunque, finanziamenti globali (erogati dal Ministero dell'Interno) per congressi, pubblicazioni, seminari ecc. e finanziamenti "a progetto" (che è la parte cospicua) per progetti di sostegno dello sviluppo sostenibile, ecologico e socialmente accettabile di Paesi in via di sviluppo e trasformazione che abbiano orientamenti compatibili a quelli del Governo tedesco nell'ambito della cooperazione allo sviluppo. I finanziamenti alle Fondazioni sono controllati dal Ministero dell'Interno e dalla Corte dei conti federale, oltre che dalle varie sezioni regionali della Corti dei conti e dalle autorità fiscali.

Italia[modifica | modifica sorgente]

Legge Piccoli[modifica | modifica sorgente]

Il finanziamento pubblico ai partiti è introdotto dalla legge del 2 maggio 1974 n. 195 (c.d. legge Piccoli)[8][9]. Proposta da Flaminio Piccoli (DC), la norma viene approvata in soli 16 giorni con il consenso di tutti i partiti, ad eccezione del PLI.

La legge imponeva l'obbligo di presentazione di un "bilancio" da pubblicare su un quotidiano e da comunicare al Presidente della Camera, che esercitava un controllo formale assistito da un ufficio di revisori, cioè il "Collegio di revisori ufficiali dei conti".[10] Infatti essa da un lato introdusse il finanziamento per i gruppi parlamentari "per l'esercizio delle loro funzioni" e per "l'attività propedeutica dei relativi partiti", obbligando il gruppo stesso a versare il 95% ai partiti, mentre dall'altro introdusse un finanziamento per l'attività "elettorale" dei partiti. La legge disciplinava anche il finanziamento privato.

La nuova normativa nasce a seguito degli scandali Trabucchi del 1965 e Petroli del 1973: il Parlamento intendeva rassicurare l'opinione pubblica che, attraverso il sostentamento diretto dello Stato, i partiti non avrebbero avuto bisogno di collusione e corruzione da parte dei grandi potentati economici. A bilanciare tale previsione, si introdusse il divieto - per i partiti - di percepire finanziamenti da strutture pubbliche ed un obbligo (penalmente sanzionato) di pubblicità e di iscrizione a bilancio dei finanziamenti provenienti da privati, se superiori ad un certo ammontare.

I buoni propositi risultarono tuttavia smentiti dagli scandali affiorati successivamente (tra cui i casi Lockheed e Sindona). Nel settembre 1974 il PLI propone un referendum abrogativo sulla norma ma non riesce a raccogliere le firme necessarie.

Referendum abrogativo del 1978[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Referendum abrogativi del 1978 in Italia.

L'11 giugno 1978 si tiene il referendum indetto dai Radicali per l'abrogazione della legge 195/1974.

Nonostante l'invito a votare "no" da parte dei partiti che rappresentano il 97% dell'elettorato, il "si" raggiunge il 43,6%, pur senza avere successo.

Secondo i promotori del referendum lo Stato deve favorire tutti i cittadini attraverso i servizi, le sedi, le tipografie, la carta a basso costo e quanto necessario per fare politica, non garantire le strutture e gli apparati di partito, che devono essere autofinanziati dagli iscritti e dai simpatizzanti.

Prime modifiche negli anni '80[modifica | modifica sorgente]

Nel 1980 una proposta di legge vorrebbe introdurre il raddoppio del finanziamento pubblico, ma viene messa da parte al momento dell'esplosione dello scandalo Caltagirone, con finanziamenti elargiti dagli imprenditori a partiti e a politici.

La legge n. 659 del 18 novembre 1981[11][12] introduce le prime modifiche:

  • i finanziamenti pubblici vengono raddoppiati;
  • partiti e politici (eletti, candidati o aventi cariche di partito) hanno il divieto di ricevere finanziamenti dalla pubblica amministrazione, da enti pubblici o a partecipazione pubblica;
  • viene introdotta una nuova forma di pubblicità dei bilanci: i partiti devono depositare un rendiconto finanziario annuale su entrate e uscite, per quanto non siano soggetti a controlli effettivi.

I Radicali manifestano in aula parlamentare con tecniche di ostruzionismo per bloccare la proposta di indicizzazione dei finanziamenti e a ottenere maggiore trasparenza dei bilanci dei partiti nonché controlli efficaci.

Referendum del 1993 e abrogazione della norma[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Referendum abrogativi del 1993 in Italia#Finanziamento pubblico dei partiti.

Il referendum abrogativo promosso dai Radicali Italiani dell'aprile 1993 vede il 90,3% dei voti espressi a favore dell'abrogazione del finanziamento pubblico ai partiti, nel clima di sfiducia che succede allo scandalo di Tangentopoli.

Reintroduzione dei "rimborsi elettorali" nel 1994[modifica | modifica sorgente]

Nello stesso dicembre 1993 il Parlamento aggiorna, con la legge n. 515 del 10 dicembre 1993[13][14], la già esistente legge sui rimborsi elettorali, definiti “contributo per le spese elettorali”, subito applicata in occasione delle elezioni del 27 marzo 1994. Per l'intera legislatura vengono erogati in unica soluzione 47 milioni di euro.

La stessa norma viene applicata in occasione delle successive elezioni politiche del 21 aprile 1996.

Il parlamento modifica la norma, con l'art. 5 della legge n° 96 del 6 luglio 2012, e obbliga un partito o un movimento ad avere uno statuto per aver diritto di ricevere i rimborsi elettorali.

4 per mille ai partiti politici[modifica | modifica sorgente]

La legge n. 2 del 2 gennaio 1997[15][16], intitolata "Norme per la regolamentazione della contribuzione volontaria ai movimenti o partiti politici" reintroduce di fatto il finanziamento pubblico ai partiti.

Il provvedimento prevede la possibilità per i contribuenti, al momento della dichiarazione dei redditi, di destinare il 4 per mille dell'imposta sul reddito al finanziamento di partiti e movimenti politici (pur senza poter indicare a quale partito), per un totale massimo di 56.810.000 euro, da erogarsi ai partiti entro il 31 gennaio di ogni anno. Per il solo anno 1997 viene introdotta una norma transitoria che fissa un fondo di 82.633.000 euro per l'anno in corso.

Il Comitato radicale promotore del referendum del 1993 sull’abolizione del finanziamento pubblico tenta il ricorso rispetto al tradimento dell’esito referendario, ma pur essendo stato riconosciuto in precedenza come potere dello Stato, gli viene negata dalla Corte Costituzionale la possibilità di depositare tale ricorso.

Sempre la legge 2/1997 introduce l'obbligo per i partiti di redigere un bilancio per competenza, comprendente stato patrimoniale e conto economico, il cui controllo è affidato alla Presidenza della Camera. La Corte dei Conti può controllare solo il rendiconto delle spese elettorali.

L'adesione alla contribuzione volontaria per destinare il 4 per mille ai partiti resta minima.

La legge n. 157 del 3 giugno 1999, recante "Nuove norme in materia di rimborso delle spese elettorali e abrogazione delle disposizioni concernenti la contribuzione volontaria ai movimenti e partiti politici", reintroduce un finanziamento pubblico completo per i partiti. Il rimborso elettorale previsto non ha infatti attinenza diretta con le spese effettivamente sostenute per le campagne elettorali. La legge 157 prevede cinque fondi: per elezioni alla Camera, al Senato, al Parlamento Europeo, Regionali, e per i referendum, erogati in rate annuali, per 193.713.000 euro in caso di legislatura politica completa (l'erogazione viene interrotta in caso di fine anticipata della legislatura). La legge entra in vigore con le elezioni politiche italiane del 2001.

Referendum del 2000[modifica | modifica sorgente]

Nel 2000 un ulteriore referendum promosso dai Radicali propone l'abolizione della legge sui rimborsi elettorali. I referendum del 2000 non raggiungono il quorum e, in particolare, quello sull'abolizione dei rimborsi elettorali viene votato solo dal 32,2% degli aventi diritto, mantenendo quindi la legge vigente.

Legge n. 156/2002 e la "proroga-regalo" con la legge 51/2006[modifica | modifica sorgente]

La normativa viene ulteriormente modificata dalla legge n. 156 del 26 luglio 2002, recante “Disposizioni in materia di rimborsi elettorali”, che trasforma in annuale il fondo e abbassa dal 4 all'1% il quorum per ottenere il rimborso elettorale. L’ammontare da erogare, per Camera e Senato, nel caso di legislatura completa più che raddoppia, passando da 193.713.000 euro a 468.853.675 euro. In sostanza le 4000 lire "a voto" precedentemente previste furono convertite in 1€, ma stabilendosi che l'importo dei fondi non fosse riferito all'intera legislatura ma a ciascun anno della stessa. A conti fatti, pertanto, i partiti aventi diritto al rimborso ottennero più del doppio rispetto al meccanismo del 1999.

Infine, con la legge n. 51 del 23 febbraio 2006 (di conversione del cd. decreto mille proroghe) si stabilì che l’erogazione è dovuta per tutti gli anni di legislatura, indipendentemente dalla durata effettiva della stessa. Con la crisi politica italiana del 2008, i partiti iniziano a percepire il doppio dei fondi, giacché ricevono contemporaneamente le quote annuali relative alla XV Legislatura della Repubblica Italiana e alla XVI Legislatura della Repubblica Italiana. Questa possibilità di "rimborso multiplo" è stata eliminata con effetto immediato con la l.conv. n. 122/2010.

Riforma del 2012[modifica | modifica sorgente]

Bisogna evidenziare che nel marzo 2012 il GRECO (GRoups d'Etats contre la COrruptions/Group of States against Corruption), un organismo formatosi in seno al Consiglio d'Europa per aiutare gli Stati aderenti nella lotta contro la corruzione, ha redatto un "Rapporto di valutazione sulla trasparenza del finanziamento dei partiti politici" nel quale si sono sottolineate varie storture nel sistema italiano di finanziamento della politica.

La legge 6 luglio 2012, n. 96[17] ha introdotto numerose novità: ad esempio è l'intento di adottare un "testo unico" in materia, sebbene questo non sia un fatto inedito considerando che già l'art.8 della l. 157/1999 conteneva una delega analoga al governo (mai attuata).

La legge 96, oltre a ridurre con effetto immediato a 91 milioni di euro l'ammontare del finanziamento pubblico (rispetto agli 182 milioni previsti), ha introdotto un criterio-base rigido e non più variabile, distinguendo il contributo pubblico in una sorta di "doppio binario", perché separa il contributo come "rimborso" delle spese per le consultazioni elettorali e quale "contributo" per l'attività politica, dal contributo "a titolo di cofinanziamento", assegnando rispettivamente il 70% ed il 30% dei 91 milioni di euro complessivamente previsti.

Riguardo al primo "tipo" di finanziamento (ovvero il "rimborso" più "contributo"), la riforma mantiene i 4 fondi (elezioni di Camera, Senato, Europarlamento e Consigli regionali) con assegnazione di 19,5 milioni di euro per ciascun fondo, e chiedendo quale requisito semplicemente il candidato eletto, eliminando la soglia dei voti validi. È rimasto inalterato, invece, il criterio di ripartizione delle somme tra le varie liste. Particolare è, poi, la riduzione sanzionatoria del 5% dell'ammontare di finanziamento per le liste aventi diritto alle somme che abbiano più di 2/3 dei candidati dello stesso sesso.

Riguardo al secondo "tipo" di finanziamento (ovvero il "contributo a titolo di cofinanziamento"), invece, per ciascuno dei 4 fondi sono assegnati 6,285 milioni di euro. Per questo finanziamento, però, i criteri cambiano perché le liste hanno diritto ad esso non solo se ottengono il candidato eletto, ma pure se ottengono il 2% dei voti validi conseguiti nell'elezione della Camera, a prescindere dall'elezione alla quale si fa riferimento. Riguardo al "quantum", ciascun partito avente diritto a questa forma di finanziamento ottiene la metà delle somme acquisite annualmente tramite le quote associative e le erogazioni liberali, ponendo però come massimo computabile 10.000 euro per ciascun contributo. Altri limiti concernono, poi, le somme in relazione ai voti ottenuti, infatti la formazione politica può, in valore percentuale al fondo di riferimento, ottenere un rimborso massimo proporzionale al numero di voti validi conseguiti nell'ultima elezione. Per incentivare la contribuzione ai partiti, peraltro, si sono aumentate le "detrazioni per oneri" al 24% per l'Irpef, con una previsione al 26% per l'anno 2014. Tuttavia deve precisarsi che al fine di beneficiare delle detrazioni è necessario che l'erogazione sia effettuata in favore di un partito rispondente a determinati requisiti.

Tornando all'impalcatura generale della legge, una delle maggiori novità della riforma è la previsione secondo la quale le formazioni politiche che hanno diritto al finanziamento debbano dotarsi di un "atto costitutivo" e di uno "statuto" da trasmettere in copia ai Presidenti di Camera e Senato entro 45 giorni dall'elezione. Essi debbono indicare l'organo competente ad approvare il rendiconto, il soggetto responsabile della gestione economico-finanziaria. Non solo. La norma impone che tali atti debbono essere conformati a principi democratici nella vita interna, con particolare riguardo alla scelta dei candidati, al rispetto delle minoranze e ai diritti degli iscritti.

La riforma ha poi rimodellato l'obbligo di rendicontazione (già esistente a partire dal 1974) per tutti i partiti che abbiano conseguito almeno un rappresentante tra Camera, Senato, Europarlamento e Consigli regionali, ovvero che (pur non avendo alcun candidato eletto) abbiano ottenuto almeno il 2% dei voti validi nelle elezioni per il rinnovo della Camera dei Deputati. La riforma ha previsto pure che gli stessi partiti debbano avvalersi, per il rendiconto, di una società di revisione iscritta nell'apposito albo speciale della Consob, tenuta al rispetto della disciplina generale di cui al d.lgs. 39/2010, che effettua una verifica di regolarità più specifica, superando l'impostazione precedente che riteneva sufficiente l'avvalimento di revisori dei conti, tenuti peraltro ad una sottoscrizione semplice del contenuto del rendiconto senza ulteriori specificazioni. La legge 96/2012, inoltre, impone la pubblicazione sul sito Internet del partito del "rendiconto d'esercizio" (e del relativo verbale d'approvazione), degli allegati e della relazione della società di revisione. Va precisato che, comunque, continua ad effettuarsi il controllo della Corte dei Conti (previsto sin dalla legge 515/1993) sui consuntivi relativi a spese e contribuzioni per la campagna elettorale per il rinnovo di Camera e Senato.

L'art. 9 della legge, inoltre, istituisce la "Commissione per la trasparenza e il controllo dei bilanci dei partiti e dei movimenti politici" con il compito di controllare i suddetti rendiconti. Essa è andata a sostituire il "Collegio dei revisori", che ha cessato di svolgere le sue funzioni il 31 ottobre 2012. Rispetto al controllo "formale" che svolgeva quest'ultima, la nuova Commissione verifica la "conformità delle spese effettivamente sostenute e delle entrate percepite alla documentazione addotta a prova delle stesse" (cfr. art.9, comma quinto). La legge, inoltre, associa un catalogo sanzionatorio-amministrativo all'inosservanza degli obblighi prescritti. Questa riforma ha in un certo senso "spinto" le due Camere (sebbene non obbligate) a rivedere i propri Regolamenti e ad imporre l'obbligo di rendiconto anche ai "gruppi parlamentari", sebbene con un certo ritardo del Senato della Repubblica rispetto a quanto accaduto alla Camera dei Deputati.

Un'altra novità della riforma è stata quella di abbassare a 5000€ (che era stato innalzato, nel 2005, per i contributi ai partiti a 50000€) l'importo al di sopra del quale scatta l'obbligo di "dichiarazione congiunta" da depositarsi presso la Camera dei Deputati per i contributi privati a partiti o candidati (per questi l'importo era 20000€), e ampliato il novero dei soggetti che non possono finanziare partiti o loro articolazioni, modificando la legge 195/1974.

L'abolizione per decreto-legge, poi convertito con la l. 13/2014.[modifica | modifica sorgente]

Col decreto-legge n.149 del 13 dicembre 2013, nelle more dell'iter legislativo volto all'approvazione del disegno di legge che era stato già approvato alla Camera dei deputati, il governo Letta aveva già proceduto all'abolizione del finanziamento pubblico ai partiti, mantenendo solo la possibilità di finanziamento privato. Il decreto è stato poi convertito con la legge n.13/2014.

Tuttavia la concreta cessazione del finanziamento pubblico, così come impostato dalla l.96/2012, avverrà solo nel 2017.

La riforma mantiene solo la possibilità, a determinate condizioni, di ottenere la destinazione volontaria del due per mille dell'imposta sul reddito delle persone fisiche su precisa scelta del contribuente, e di ottenere erogazioni liberali dei privati, che possono così usufruire delle detrazioni fiscali.

La legge, infine, contiene un capo dedicato a democrazia interna, trasparenza e controlli.


Partito Rimborsi
Il Popolo della Libertà 206.518.945 €
Partito Democratico 180.231.505 €
Lega Nord 41.384.550 €
Unione di Centro 25.895.850 €
Italia dei Valori 21.649.225 €
La Sinistra - l'Arcobaleno 9.291.220 €
La Destra 6.202.915 €
Movimento per l'Autonomia 4.776.885 €
Partito Socialista Italiano 2.491.755 €
Südtiroler Volkspartei 1.646.320 €
Südtiroler Volkspartei + Aut. 1.305.560 €
Vallée d'Aoste 224.020 €
Lista Bonino Pannella -[19] [senza fonte]
  • Calcolo finanziamento: 5 € x il numero di voti raccolti[20]
Finanziamento pubblico all'editoria - giornali di partito nel 2008 (riferimento dati 2007)[21]:
Giornale Rimborsi Partito
Il Campanile nuovo 1.150.919,75 € UDEUR
Democrazia Cristiana 298.136,46 € DC
Italia Democratica 298.136,46 € Editrice Mediterranea
Cronache di Liberal 1.200.342,31 € UDC
Liberazione 3.947.796,54 € PRC
Notizie verdi 2.510.957,71 € I Verdi
La Padania 4.028.363,82 € Lega Nord
Le Peuple Valdôtain 301.325,06 € Union Valdôtaine
La Rinascita della Sinistra 934.621,50 € PdCI
Secolo d'Italia 2.959.948,01 € PdL
Il SocialistaLab 472.036,97 € Nuovo PSI
l'Unità 6.377.209,80 € PD
Zukunft in Südtirol 650.081,04 € SVP

Normativa[modifica | modifica sorgente]

  • Legge 2 maggio 1974, n. 195, in materia di "Contributo dello Stato al finanziamento dei partiti politici."
  • Legge 18 novembre 1981, n. 659, in materia di "Modifiche ed integrazioni alla legge 2 maggio 1974, n. 195, sul contributo dello Stato al finanziamento dei partiti politici."
  • Legge 10 dicembre 1993, n. 515, in materia di "Disciplina delle campagne elettorali per l'elezione alla Camera dei deputati e al Senato della Repubblica."
  • Legge 2 gennaio 1997, n. 2, in materia di "Norme per la regolamentazione della contribuzione volontaria ai movimenti o partiti politici."
  • Legge 3 giugno 1999, n. 157, in materia di "Nuove norme in materia di rimborso delle spese per consultazioni elettorali e referendarie e abrogazione delle disposizioni concernenti la contribuzione volontaria ai movimenti e partiti politici."
  • Legge 26 luglio 2002, n. 156, in materia di "Disposizioni in materia di rimborsi elettorali."
  • Legge 23 febbraio 2006, n. 51, in materia di "Conversione in legge, con modificazioni, del decreto-legge 30 dicembre 2005, n. 273, recante definizione e proroga di termini, nonché conseguenti disposizioni urgenti. Proroga di termini relativi all'esercizio di deleghe legislative."
  • Legge 6 luglio 2012, n. 96, in materia di "Norme in materia di riduzione dei contributi pubblici in favore dei partiti e dei movimenti politici, nonché misure per garantire la trasparenza e i controlli dei rendiconti dei medesimi. Delega al Governo per l'adozione di un testo unico delle leggi concernenti il finanziamento dei partiti e dei movimenti politici e per l'armonizzazione del regime relativo alle detrazioni fiscali."

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ R.Crespi, Lo Stato deve pagare i partiti ? Il problema del finanziamento dei partiti in Italia, Firenze, 1971.
  2. ^ Ad es.cfr. D.Della Porta, I partiti politici, Bologna, 2009.
  3. ^ D.Della Porta, I partiti politici, Bologna, 2009, pag.160.
  4. ^ V.Crisafulli, I partiti nella Costituzione, in Studi XX anniversario dell'Assemblea costituente, II, Firenze, 1969
  5. ^ L.Elia, Cosa ne dice la Costituzione, in Senato della Repubblica, Il finanziamento pubblico dei partiti politici, Roma, 1974.
  6. ^ A.De Petris, Il finanziamento della politica in Germania, in F.Lanchester (a cura di) Finanziamento della politica e corruzione, Milano, 2000, pag.315.
  7. ^ F.Forzati, Il finanziamento illecito ai partiti politici, Napoli, 1988.
  8. ^ Contributo dello Stato al finanziamento dei partiti politici. Camera dei deputati, VI Legislatura, Scheda della proposta di legge n. 2860.
  9. ^ Legge n. 195 del 2 maggio 1974. URL consultato il 3-8-2011.
  10. ^ Che ha cessato di svolgere funzioni il 31 ottobre 2012
  11. ^ Modifiche ed integrazioni alla legge 2 maggio 1974, n. 195, sul contributo dello Stato al finanziamento dei partiti politici. Camera dei deputati, VIII Legislatura, Scheda dell'atto parlamentare n. 2451.
  12. ^ Legge n. 659 del 18 novembre 1981. URL consultato il 3-8-2011.
  13. ^ Disciplina delle campagne elettorali per l'elezione alla Camera dei deputati e al Senato della Repubblica. Camera dei deputati, XI Legislatura, Scheda della proposta di legge n. 2871.
  14. ^ Legge n. 515 del 10 dicembre 1993. URL consultato il 3-8-2011.
  15. ^ Norme per la regolamentazione della contribuzione volontaria ai movimenti o partiti politici. Camera dei deputati, XIII Legislatura, Scheda della proposta di legge n. 2096.
  16. ^ Legge n. 2 del 2 gennaio 1997. URL consultato il 3-8-2011.
  17. ^ Pubblicata nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica Italiana n. 158 del 9 luglio 2012
  18. ^ Scandalo rimborsi elettorali. Così i partiti derubano il Paese | Politica
  19. ^ La Lista Bonino-Pannella, che rappresenta alle elezioni il Partito Radicale Transnazionale ha rinunciato al finanziamento pubblico[senza fonte]
  20. ^ ARES (Agenzia di ricerca economico-sociale), 2008
  21. ^ Contributi erogati nel 2008

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

Voci correlate[modifica | modifica sorgente]

Collegamenti esterni[modifica | modifica sorgente]