Partitocrazia

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La partitocrazia è un regime politico in cui il potere e la vita politica dello Stato stesso ruotano attorno ai partiti, i quali si sostituiscono agli organi previsti dalla Costituzione.

Il termine fu coniato dal giornalista Roberto Lucifero [1] e reso noto dal giurista Giuseppe Maranini, che intitolò Governo parlamentare e partitocrazia la sua prolusione nella lezione inaugurale dell'Università di Firenze del 1949[2]. Fu poi introdotto definitivamente nel dibattito politico italiano a partire dagli anni '60, in polemica con il consolidamento del sistema partitico nell’Italia del secondo dopoguerra.[3]

Negli ultimi anni con il termine partitocrazia si è spesso inteso il controllo dei settori della società (come sanità, istruzione, amministrazione pubblica, giustizia) da parte dei partiti politici anziché dalla società civile.

Diritti dei partiti e libertà del parlamentare[modifica | modifica wikitesto]

Secondo alcuni[senza fonte], la partitocrazia costituisce una grave degenerazione del regime democratico italiano, anche se occorre ricordare che i partiti sono organismi considerati esplicitamente dalla Costituzione (art. 49), che prevede espressamente tra i loro compiti il concorso a determinare con metodo democratico la politica nazionale, e i partiti hanno un implicito riconoscimento nel funzionamento delle camere poiché i gruppi parlamentari (divisi per partiti) sono espressamente riconosciuti.

La libertà del parlamentare è sancita nell'art. 67 della Costituzione:

« Ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato. »

Un problema senza dubbio[senza fonte] delicato è quello del rapporto tra la disciplina di gruppo (e quindi di partito) e la libertà del parlamentare.[senza fonte] Non vi è dubbio[non chiaro] che il parlamentare, secondo la Costituzione, rappresenta la Nazione; è anche vero, però, che egli accetta liberamente di aderire ad un partito ed ha quindi il preciso dovere[non chiaro][senza fonte] di accettare disciplinatamente la regola della maggioranza e della minoranza - anche se il parlamentare non è vincolato da alcun obbligo, secondo la Carta costituzionale -. Se a qualche decisione sente di poter aderire in coscienza, allora il parlamentare ha l'obbligo morale di trarne le conclusioni.[senza fonte]

Opposizione alla partitocrazia[modifica | modifica wikitesto]

Proposta di governo istituzionale di Bruno Visentini[modifica | modifica wikitesto]

Nel 1980 Visentini, contro la pratica della partitocrazia che si esprimeva negli estenuanti negoziati tra le segreterie dei partiti per arrivare alla composizione del governo, indicò un "ritorno alla Costituzione" nella forma di un "governo istituzionale": secondo Visentini, il governo avrebbe dovuto essere nominato autonomamente dal Presidente della Repubblica e insediato a seguito del voto di fiducia del Parlamento. Il governo istituzionale doveva trasformare la concezione del bene comune della maggioranza parlamentare in provvedimenti legislativi e amministrativi sotto il controllo del Parlamento. Il ruolo dei partiti doveva limitarsi alla raccolta del consenso popolare e alla sua discussione in Parlamento.[4]

Il dibattito sul "governo istituzionale" vide contrari quasi tutti i partiti, compreso lo stesso PRI di Visentini; l'unico appoggio, ma non incondizionato, venne espresso dal PCI di Luigi Longo ed Enrico Berlinguer.[4]

Secondo Eugenio Scalfari, la proposta di Visentini ha trovato applicazione nel governo Monti.[4]

Partito Radicale[modifica | modifica wikitesto]

In Italia, il movimento nemico della partitocrazia per antonomasia è il Partito Radicale di Marco Pannella.

Il movimento Radicale infatti nel corso dei decenni ha sempre presentato come propria priorità la lotta al finanziamento pubblico ai partiti, attraverso la quale ha ottenuto anche un importante risultato con i referendum abrogativi del 1993.

I meriti della lotta al finanziamento pubblico ai partiti sono stati anche evidenziati dal libro best seller "La casta. Così i politici italiani sono diventati intoccabili" (Rizzoli 2007) di Sergio Rizzo e Gian Antonio Stella, volume che mette in luce l'ingordigia e gli incredibili privilegi dei partiti politici e dei personaggi politici in Italia[5].

Dall'estate 2008 inoltre il Partito Radicale annovera tra i suoi obiettivi "una nuova liberazione, questa volta dalla partitocrazia"[6], come parte della campagna per un'Anagrafe degli eletti.

Beppe Grillo e Movimento 5 Stelle[modifica | modifica wikitesto]

A partire dal 2007 in poi si è affacciato sulla scena politica l'antipartitocrazia di Beppe Grillo e del Movimento 5 Stelle.

In più occasioni sia Grillo[7] dal suo blog[8] sia gli aderenti al Movimento 5 Stelle hanno più volte ribadito la loro estraneità a forme partitiche attuali[9] ed hanno denunciato la partitocrazia[10] come elemento socio-politico da contrastare e combattere[11][12] attraverso l'adozione di forme e metodi di democrazia partecipativa e diretta.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Stefano Folli, Le ricette di Pacciardi in Il Sole 24 Ore, 8 aprile 2012, p. 26.
  2. ^ Riccardo Chiarberge, Un tiranno chiamato partitocrazia, Corriere della Sera, 15 ottobre 1992
  3. ^ Voce dell'Enciclopedia Treccani Online
  4. ^ a b c La Repubblica, 20 novembre 2011
  5. ^ Intervista a Gian Antonio Stella: "la casta", tranne i Radicali (2007.08.23)
  6. ^ Documento ufficiale del Partito Radicale sull'anagrafe degli eletti contro la partitocrazia (Radicali.it)
  7. ^ Repubblica.it 9 settembre 2007 «Grillo: "Non voglio fare un partito io i partiti li voglio distruggere"»
  8. ^ Dal "Non Statuto" del Movimento 5 Stelle: "Il Movimento 5 Stelle non è un partito politico né si intende che lo diventi in futuro. Esso vuole essere testimone della possibilità di realizzare un efficiente ed efficace scambio di opinioni e confronto democratico al di fuori di legami associativi e partitici e senza la mediazione di organismi direttivi o rappresentativi, riconoscendo alla totalità degli utenti della Rete il ruolo di governo ed indirizzo normalmente attribuito a pochi."
  9. ^ Comunicato politico numero diciannove «I partiti politici sono morti»
  10. ^ Democrazia e antidemocrazia
  11. ^ Comunicato politico numero trentuno.
  12. ^ ilGiornale.it 17 settembre 2007 «Grillo: un partito contro i partiti»

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

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Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]