Osiride

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Osiride

Osiride (anche Usiride, Osiris od Osiri o, in egiziano antico, Asar o Ausar, una delle possibili etimologie è "vegetazione") è il dio della morte e dell’oltretomba. È una delle divinità dell’Enneade e il suo culto fu uno dei maggiori dell’antico Egitto, dove le sue statue decoravano moltissimi cortili dei templi. Secondo la tradizione era originario della città di Busiris e fu sepolto nella città di Abydos, centro del suo culto celebrato con riti e processioni, dove il simulacro della divinità veniva trasportato con la neshmet.

Q1
D4
A40
Osiride
in geroglifico

Osiride era il dio egizio degli inferi, oltre che della fertilità.

Come dio dell'agricoltura veniva festeggiato nel mese di khoiak quando si effettuava la raccolta del grano i cui germogli simboleggiando la sua resurrezione, venivano anche usati in ambito funerario nella statuetta detta "Osiride vegetante".

Fu proprio lui, assieme ad Iside, a civilizzare l'umanità insegnandole l'agricoltura. Il suo culto della fertilità, inizialmente diffuso nel delta, in seguito si espanse in tutto il resto del paese.
Nel Duat, l'oltretomba, Osiride pesava i cuori dei morti su un piatto della bilancia, mentre sull’altro vi era una piuma. Le anime che pesavano di più a causa dei peccati venivano date in pasto ad Ammit, mentre quelle che erano abbastanza leggere venivano mandate da Aaru. Questa cerimonia era detta psicostasia.

Figlio di Nut e Geb, ebbe da sua sorella Iside il figlio Horo. Più tardi, Osiride fu messo in relazione con Seker e Ptah portando alla forma sincretistica di Ptah-Seker-Osiride; venne anche identificato con Heryshaf.

I miti[modifica | modifica sorgente]

Il mito della morte di Osiride[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Mito di Iside ed Osiride.
Osiride

Osiride portò la civiltà agli uomini, insegnò loro come coltivare la terra e produrre il vino e fu molto amato dal popolo. Seth, invidioso del fratello, cospirò per ucciderlo. Egli costruì in segreto una bara preziosa fatta appositamente per il fratello e poi tenne un banchetto, nel quale annunciò che ne avrebbe fatto dono a colui al quale si fosse adattata. Dopo che alcuni ebbero provato senza successo, Seth incoraggiò il fratello a provarla. Appena Osiride vi si adagiò dentro il coperchio venne chiuso e sigillato. Seth e i suoi amici gettarono la bara nella Bocca Tanitica, facendo annegare Osiride. Questo atto simboleggerebbe l’annuale inondazione del Nilo. Subito dopo la morte del fratello, Seth, lo tagliò in pezzi diversi che sparpagliò in giro. Iside, la moglie del dio, vagò in lungo e in largo alla ricerca dell'amato fino a quando non ritrovò tutti i pezzi, ad eccezione del fallo mangiato da un pesce gatto, e lo ricompose.

Iside con l'aiuto della sorella Nefti riportò Osiride alla vita usando i suoi poteri magici. Anche se nuovamente in vita, Osiride non poteva vivere sulla terra e divenne il re dei morti. Il figlio che Osiride ebbe da Iside, Horo, quando fu abbastanza grande affrontò Seth in battaglia, per vendicare la morte del padre. Il combattimento fu lungo e cruento, Horo perse un occhio nella battaglia e Seth un testicolo.
Il conflitto fu interrotto dagli altri dei, che decisero in favore di Horo e diedero a lui la sovranità del paese. Seth fu condannato e bandito dalla regione. In altre versioni le due divinità si riconciliarono, rappresentando l’unione dell’Alto e Basso Egitto.

Per finire, si parla di una lotta che non è ancora finita e quando Horo vincerà Seth, Osiride tornerà alla terra dei vivi e governerà.[1] Ovvero: quando il bene trionferà sul male la morte verrà sconfitta.[senza fonte]

Altri miti su Osiride[modifica | modifica sorgente]

L'invenzione della vela[modifica | modifica sorgente]

Un mito narra che Osiride stava facendo un giro in barca insieme a Iside e ad alcuni suoi cari amici. Accidentalmente Osiride si bagnò la veste che indossava, allora la appese all'albero maestro della barca e la barca subito seguì la corrente dei venti.

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ James Frazer, Il ramo d'oro, ed. Bollati Boringhieri, capitoli 38-39-40-42.

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

Voci correlate[modifica | modifica sorgente]

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