Presidente della Repubblica Italiana

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Il Presidente della Repubblica Italiana, nel sistema politico italiano, è il capo dello Stato italiano e rappresenta l'unità nazionale, come stabilito dalla Costituzione italiana entrata in vigore il 1º gennaio 1948.

Il Presidente della Repubblica è un organo costituzionale eletto dal Parlamento in seduta comune, integrato da rappresentanti delle Regioni (tre per ognuna, ad eccezione della Valle d'Aosta, che ne ha uno solo, per un totale di 58) e dura in carica per sette anni. La Costituzione stabilisce che può essere eletto presidente qualsiasi cittadino/a italiano/a che abbia compiuto i cinquanta anni di età e che goda dei diritti civili e politici.

La residenza ufficiale del presidente della Repubblica è il Palazzo del Quirinale (sull'omonimo colle di Roma) che per metonimia indica spesso la stessa presidenza.

Dal 2006 il Presidente della Repubblica è Giorgio Napolitano, undicesimo presidente a ricoprire la carica. Il Presidente Napolitano è stato riconfermato il 20 aprile 2013 per un secondo mandato che è iniziato immediatamente dopo il giuramento avvenuto il giorno 22 aprile 2013.

Elezione[modifica | modifica wikitesto]

Ai sensi dell'articolo 83 della Costituzione, «il Presidente della Repubblica è eletto dal Parlamento in seduta comune dei suoi membri. All’elezione partecipano tre delegati per ogni Regione eletti dal Consiglio regionale in modo che sia assicurata la rappresentanza delle minoranze. La Valle d'Aosta ha un solo delegato. L’elezione del Presidente della Repubblica ha luogo per scrutinio segreto a maggioranza di due terzi dell'Assemblea".».

Per garantire un consenso il più possibile esteso intorno a un'istituzione di garanzia, nelle prime tre votazioni è necessaria l'approvazione dei 2/3 dell'assemblea (maggioranza qualificata); per le votazioni successive è sufficiente la maggioranza assoluta. La carica dura sette anni, ciò impedisce che un presidente possa essere rieletto dalle stesse Camere, che hanno mandato quinquennale, e contribuisce a svincolarlo da eccessivi legami politici con l'organo che lo vota. La sede per la votazione è quella della Camera dei deputati. Il presidente entra in carica dopo aver prestato giuramento al Parlamento al quale si rivolge tramite un messaggio presidenziale.

La convocazione del parlamento viene indetta da parte del presidente della Camera dei deputati per il trentesimo giorno prima della scadenza naturale del mandato del presidente della Repubblica. Nel caso le Camere siano sciolte, o manchino meno di tre mesi alla loro cessazione, l'elezione del presidente avrà luogo entro il quindicesimo giorno a partire dalla riunione delle nuove Camere. Nel frattempo sono prorogati i poteri del presidente in carica[1].

La Costituzione Italiana non prevede un limite al numero di mandati per quanto concerne la carica di presidente della Repubblica. Il primo caso di riconferma del presidente uscente è datato[2] 20 aprile 2013 con l'elezione di Giorgio Napolitano.

Le attribuzioni presidenziali[modifica | modifica wikitesto]

La Costituzione oltre a riconoscere alla carica la funzione di rappresentanza dell'unità del Paese con tutte le prerogative tipiche del capo di Stato a livello di diritto internazionale, pone il presidente al vertice della tradizionale tripartizione dei poteri dello Stato. Espressamente previsti sono i poteri di:

  1. in relazione alla rappresentanza esterna:
    • accreditare e ricevere funzionari diplomatici (art.87 Cost.);
    • ratificare i trattati internazionali sulle materie dell'art.80, previa autorizzazione delle Camere (art.87);
    • dichiarare lo stato di guerra, deliberato dalle Camere (art.87);
  2. in relazione all'esercizio delle funzioni parlamentari:
    • nominare fino a cinque senatori a vita (art.59);
    • inviare messaggi alle Camere (art.87);
    • convocarle in via straordinaria (art.62);
    • scioglierle salvo che negli ultimi sei mesi di mandato. Lo scioglimento può avvenire in ogni caso se il semestre bianco coincide in tutto o in parte con gli ultimi sei mesi di legislatura (art.88);
    • indire le elezioni e fissare la prima riunione delle nuove Camere (art.87);
  3. in relazione alla funzione legislativa e normativa:
    • autorizzare la presentazione in Parlamento dei disegni di legge governativi (art.87);
    • promulgare le leggi approvate in Parlamento entro un mese, salvo termine inferiore su richiesta della maggioranza assoluta delle Camere (art.73);
    • rinviare alle Camere con messaggio motivato le leggi non promulgate e chiederne una nuova deliberazione (potere non più esercitabile se le Camere approvano nuovamente) (art.74);
    • emanare i decreti-legge, i decreti legislativi e i regolamenti adottati dal governo (art.87);
    • indire i referendum (art.87) e nei casi opportuni, al termine della votazione, dichiarare l'abrogazione della legge a esso sottoposta[3];
  4. in relazione alla funzione esecutiva e di indirizzo politico:
    • nominare il presidente del Consiglio dei ministri e, su proposta di questo, i ministri (art.92). Secondo la prassi costituzionale, la nomina avviene in seguito ad opportune consultazioni con i presidenti delle Camere, i capi dei gruppi parlamentari, i presidenti emeriti della Repubblica e le delegazioni politiche;
    • accogliere il giuramento del governo e le eventuali dimissioni (art.93);
    • nominare alcuni funzionari statali di alto grado (art.87);
    • presiedere il Consiglio supremo di difesa e detenere il comando delle forze armate italiane (art.87);
    • decretare lo scioglimento di consigli regionali e la rimozione di presidenti di regione (art.126);
    • decretare lo scioglimento delle Camere o anche una sola di esse (art.88);
Il capo dello Stato, scortato dai corazzieri nelle cerimonie formali, è l'autorità che rende omaggio al Milite Ignoto nelle solennità nazionali.
In questa immagine, Giorgio Napolitano dopo l'omaggio reso all'Altare della Patria il 2 giugno 2012
  1. in relazione all'esercizio della giurisdizione:

Conferisce inoltre le onorificenze della Repubblica Italiana tramite decreto presidenziale (art. 87).

La controfirma degli atti presidenziali[modifica | modifica wikitesto]

La Costituzione (art. 89) prevede che ogni atto presidenziale per essere valido debba essere controfirmato dai ministri proponenti, che ne assumono la responsabilità, e richiede la controfirma anche del presidente del Consiglio dei ministri per ogni atto che ha valore legislativo o nei casi in cui ciò viene previsto dalla legge (come avviene per esempio per la nomina dei giudici costituzionali, dei senatori a vita o per i messaggi alle Camere).

Come stabilisce l'art. 90 della Costituzione, il presidente non è responsabile per gli atti compiuti nell'esercizio delle sue funzioni, tranne per alto tradimento o per attentato alla Costituzione, per cui può essere messo sotto accusa dal Parlamento. L'assenza di responsabilità, principio che discende dall'irresponsabilità regia nata con le monarchie costituzionali (nota sotto la formula: The King can do no wrong, "il Re non può sbagliare"), gli consente di poter adempiere alle sue funzioni di garante delle istituzioni stando al di sopra delle parti. La controfirma del ministro evita che si crei una situazione in cui un potere non sia soggetto a responsabilità: il ministro che partecipa firmando all'atto del presidente potrebbe essere chiamato a risponderne davanti al Parlamento o davanti ai giudici se l'atto costituisce un illecito.

La controfirma assume diversi significati a seconda che l'atto del presidente della Repubblica sia sostanzialmente presidenziale (ovvero derivi dai "poteri propri" del presidente e non necessitano della "proposta" di un ministro) oppure sostanzialmente governativi (come si verifica nella maggior parte dei casi). Nel primo caso la firma del ministro accerta la regolarità formale della decisione del capo dello Stato e quella del presidente ha valore decisionale, nel secondo quella del presidente accerta la legittimità dell'atto e quella del ministro ha valore decisionale.

Questioni in dottrina nascono in merito alla distinzione tra atti sostanzialmente presidenziali e atti formalmente presidenziali.

Un vero e proprio conflitto si è creato in merito alla titolarità del potere di grazia e al ruolo del ministro della Giustizia, tra l'allora presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi e l'ex guardasigilli Castelli: la Corte costituzionale nel maggio 2006 ha stabilito che il potere di concedere la grazia è prerogativa presidenziale e che il ministro della Giustizia è tenuto a controfirmare il decreto di concessione, pur mantenendo questi un controllo sul requisito delle "ragioni umanitarie" per la concessione della grazia.

Nella prassi ogni presidente ha interpretato in modo diverso il proprio ruolo e la propria sfera di influenza, con maggiore o minore attivismo; in generale la potenziale rilevanza delle prerogative a essi conferite è emersa soprattutto nei momenti di crisi dei partiti e delle maggioranze di governo, rimanendo più in ombra nelle fasi di stabilità politica.

In stretta connessione con quest'approccio "interventista" è emersa anche la critica, inusitata in passato, alla natura super partes del Capo dello Stato, negata da chi vi ha visto comunque l'espressione di un'esperienza politica riconosciuta (e premiata) dalla maggioranza che l'ha votato. A tale critica ha risposto il presidente Giorgio Napolitano, affermando anzitutto che "quella del Capo dello Stato, potere neutro al di sopra delle parti e fuori della mischia politica, non è una finzione, è la garanzia di moderazione e di unità nazionale posta consapevolmente nella nostra Costituzione come in altre dell'Occidente democratico". Ciò non va confuso con l'estrazione politica di provenienza, come ha precisato lo stesso Napolitano: "Tutti i miei predecessori - a cominciare, nel primo settennato, da Luigi Einaudi - avevano ciascuno la propria storia politica: sapevano, venendo eletti Capo dello Stato, di doverla e poterla non nascondere, ma trascendere. Così come ci sono stati presidenti della Repubblica eletti in Parlamento da una maggioranza che coincideva con quella di governo, talvolta ristretta o ristrettissima, o da una maggioranza eterogenea, e contingente. Ma nessuno di loro se ne è fatto condizionare"[4].

Mandato presidenziale[modifica | modifica wikitesto]

Oltre che alla naturale scadenza di sette anni, il mandato può essere interrotto per:

  • dimissioni volontarie;
  • morte;
  • impedimento permanente, dovuto a gravi malattie;
  • destituzione, nel caso di giudizio di colpevolezza sulla messa in stato d'accusa per reati di alto tradimento e attentato alla Costituzione;
  • decadenza, per il venir meno di uno dei requisiti di eleggibilità.

I poteri del presidente sono prorogati nel caso le camere siano sciolte o manchino meno di tre mesi al loro scioglimento; vengono prorogati fino all'elezione che dovrà aver luogo entro quindici giorni dall'insediamento delle nuove Camere[1].

Presidente supplente[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Presidente supplente della Repubblica Italiana.

In caso di impedimento temporaneo, dovuto a motivi transitori di salute o a viaggi all'Estero, le funzioni vengono assunte temporaneamente dal presidente del Senato.

Presidente emerito[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Presidente emerito della Repubblica Italiana.

Gli ex presidenti della Repubblica assumono per diritto il nome e la carica di presidenti emeriti della Repubblica e assumono di diritto la carica, salvo rinunzia, di senatore di diritto e a vita.

Responsabilità[modifica | modifica wikitesto]

Il presidente della Repubblica Italiana, Giorgio Napolitano.

Al fine di garantire la sua autonomia e libertà, è riconosciuta al presidente della Repubblica la non-responsabilità per qualsiasi atto compiuto nell'esercizio delle sue funzioni. Le uniche eccezioni a questo principio si configurano nel caso che abbia commesso due reati esplicitamente stabiliti dalla Costituzione: l'alto tradimento (cioè l'intesa con Stati esteri) o l'attentato alla Costituzione (cioè una violazione delle norme costituzionali tale da stravolgere i caratteri essenziali dell'ordinamento al fine di sovvertirlo con metodi non consentiti dalla Costituzione).

In tali casi il presidente viene messo in stato di accusa dal Parlamento riunito in seduta comune con deliberazione adottata a maggioranza assoluta, su relazione di un Comitato formato dai componenti della Giunta del Senato e da quelli della Camera competenti per le autorizzazioni a procedere. Una volta deliberata la messa in stato d'accusa, la Corte Costituzionale (integrata da 16 membri esterni) ha la facoltà di sospenderlo in via cautelare.

Nella storia repubblicana si è giunti in soli due casi alla richiesta di messa in stato d'accusa, nel dicembre 1991 contro il presidente Cossiga e nel gennaio 2014 contro il presidente Napolitano; entrambi i casi si sono chiusi con la dichiarazione di manifesta infondatezza delle accuse da parte del Comitato Parlamentare.[5] Per quanto riguarda Cossiga, tale dichiarazione giunse quando il settennato si era già concluso. Per i reati commessi al di fuori dello svolgimento delle sue funzioni istituzionali il presidente è responsabile come qualsiasi cittadino. In concreto, però, una parte della dottrina ritiene esista improcedibilità in ambito penale nei confronti del presidente durante il suo mandato; nel caso del presidente Oscar Luigi Scalfaro (sotto accusa per peculato), di fronte al suo rifiuto di dimettersi e alla mancanza di iniziative da parte del parlamento, il processo fu dichiarato improcedibile.

Il Capo dello Stato può dar vita a illeciti compiuti al di fuori dell'esercizio delle sue funzioni, e in questi casi varrà l'ordinaria responsabilità giuridica. In particolare, se è difficile immaginare un vero e proprio illecito amministrativo (coincidente con un reato funzionale), non si può invece escludere che il presidente sia chiamato, sul piano civile, a risarcire un danno, per esempio per un incidente stradale.

Secondo parte della dottrina, non sarebbe accettabile la tesi (rigettata a suo tempo in Assemblea Costituente da Umberto Elia Terracini) che egli risponda di eventuali comportamenti criminosi solo alla fine del settennato: si dimetta o meno, egli deve rispondere subito per i reati di cui è accusato, pena l'ammissione di un privilegio che romperebbe con gli artt. 3 e 112 della Costituzione. Altra autorevole dottrina è favorevole al giudizio alla fine del settennato (sempre che nel frattempo non siano decorsi i termini di prescrizione), non escludendo le dimissioni del Capo dello Stato, sia pur solo qualora il reato commesso sia particolarmente grave.

Si è cercato di porre riparo a questa incertezza con il cosiddetto "lodo Schifani", disponendo che i presidenti della Repubblica, del Consiglio, della Camera, del Senato e della Corte costituzionale non possano essere sottoposti a procedimenti penali per qualsiasi reato anche riguardante fatti antecedenti l'assunzione della carica o della funzione fino alla cessazione delle medesime. Ne discendeva la sospensione dei relativi processi penali in corso in ogni fase, stato o grado. Legge, la 140 del 2003, che la Corte costituzionale ha dichiarato illegittima, almeno in questa parte, per violazione degli articoli 3 e 24 della Costituzione. Un provvedimento simile, con alcune correzioni dovute ai rilievi della Corte costituzionale, denominato "Lodo Alfano", è stato proposto e approvato durante la XVI Legislatura, ma anch'esso dichiarato illegittimo per violazione degli articoli 3 e 138 della Costituzione.[6]

Voli di Stato[modifica | modifica wikitesto]

Quando effettua un volo di Stato, l'aeromobile utilizzato, solitamente fornito dal 31º Stormo dell'Aeronautica Militare, assume il nominativo I-9001.

La Presidenza della Repubblica[modifica | modifica wikitesto]

Stendardo del presidente della Repubblica portato in orbita dall'astronauta Umberto Guidoni - 2001

Al pari degli altri organi costituzionali, anche la Presidenza della Repubblica dispone di uffici e servizi dotati di una peculiare autonomia. Al vertice degli uffici della Presidenza è posto il segretario generale, nominato e revocato dal presidente in carica. Nell'incarico di segretario generale si sono finora succeduti Ferdinando Carbone (1948-1954), Nicola Picella (1954-1955 e 1964-1976), Oscar Moccia (1955-1962), Paolo Strano (1962-1964), Franco Bezzi (1976-1978), Antonio Maccanico (1978-1987), Sergio Berlinguer (1987-1992), Gaetano Gifuni (1992-2006) e Donato Marra (dal 2006).

Stanziamenti e bilancio per la Presidenza della Repubblica[modifica | modifica wikitesto]

Il valore aggregato degli stanziamenti per la Presidenza della Repubblica è contabilizzato in un'apposita voce di costo nel bilancio dello Stato.

Di seguito, si riporta il totale degli stanziamenti per la Presidenza della Repubblica, in milioni di euro:

  • 140 nel 2001
  • 167 nel 2002
  • 183 nel 2003
  • 195 nel 2004
  • 210 nel 2005
  • 217 nel 2006
  • 224 nel 2007
  • 228 nel 2008
  • 231 nel 2009
  • 228 nel 2010

È previsto un congelamento degli stanziamenti annuali al livello del 2010 (228 milioni di euro) per il triennio 2011-2013[7].

Diversamente dal Regno Unito e dagli USA, il bilancio della Presidenza non viene pubblicato su internet o sulla carta stampata.

Per confronto, nell'arco degli anni 2001-2010, il Regno Unito ha stanziato per la regina Elisabetta II e i suoi palazzi circa 40 milioni di GBP all'anno (pari a circa 60 milioni di euro), esclusi i costi di sicurezza (polizia e servizi segreti).[8]

Residenze ufficiali[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Residenze ufficiali del presidente della Repubblica Italiana.
Il palazzo del Quirinale, la residenza ufficiale del presidente della Repubblica.

Formalmente la residenza ufficiale del presidente della Repubblica Italiana è il palazzo del Quirinale, tuttavia non tutti i presidenti scelsero di abitare in questo luogo usandolo più che altro come ufficio. Infatti Giovanni Gronchi fu il primo presidente che nel 1955 non si trasferì stabilmente con la famiglia nel palazzo del Quirinale come anche Sandro Pertini nel 1978. La tradizione di abitare al Quirinale è stata ripresa dal presidente Scalfaro a metà del suo mandato ed è poi proseguita con i suoi successori.

Il presidente della Repubblica ha a disposizione anche la tenuta presidenziale di Castelporziano, anche se raramente viene utilizzata. Questa tenuta era la riserva di caccia della famiglia reale dei Savoia ed è stata incorporata nel patrimonio della Repubblica dopo la caduta della Monarchia.

Una terza residenza del presidente è villa Rosebery, situata a Napoli e utilizzata in occasione delle visite in quella città.

Elenco dei presidenti della Repubblica italiana[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Presidenti della Repubblica Italiana.
Presidente della Repubblica Italiana Fotografia Insediamento Fine mandato Motivo Fine mandato Partito al momento dell'elezione
1 Enrico De Nicola De Nicola ritratto.jpg 1º gennaio 1948 12 maggio 1948 prima disposizione transitoria della Costituzione Partito Liberale Italiano
2 Luigi Einaudi LuigiEinaudi.jpg 12 maggio 1948 11 maggio 1955 scadenza naturale Partito Liberale Italiano
3 Giovanni Gronchi Giovanni Gronchi.jpg 11 maggio 1955 11 maggio 1962 scadenza naturale Democrazia Cristiana
4 Antonio Segni Antonio Segni.jpg 11 maggio 1962 6 dicembre 1964 condizione d'impedimento temporaneo da agosto 1964 e dimissioni volontarie Democrazia Cristiana
5 Giuseppe Saragat Giuseppe Saragat.jpg 29 dicembre 1964 29 dicembre 1971 scadenza naturale Partito Socialista Democratico Italiano
6 Giovanni Leone Giovanni Leone.jpg 29 dicembre 1971 15 giugno 1978 dimissioni Democrazia Cristiana
7 Sandro Pertini Pertini ritratto.jpg 9 luglio 1978 29 giugno 1985 dimissioni post elezioni successore Partito Socialista Italiano
8 Francesco Cossiga Cossiga Francesco.jpg 3 luglio 1985 28 aprile 1992 dimissioni anticipate da discorso televisivo Democrazia Cristiana
9 Oscar Luigi Scalfaro Oscar Luigi Scalfaro 2.jpg 28 maggio 1992 15 maggio 1999 dimissioni post elezioni successore Democrazia Cristiana
10 Carlo Azeglio Ciampi Ciampi ritratto.jpg 18 maggio 1999 15 maggio 2006 dimissioni post elezioni successore Indipendente
11 Giorgio Napolitano Presidente Napolitano.jpg 15 maggio 2006 22 aprile 2013 dimissioni anticipate per prestare giuramento per il secondo mandato[9] Democratici di Sinistra
22 aprile 2013 In carica Indipendente

Riferimenti normativi[modifica | modifica wikitesto]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ a b Articolo 85 della costituzione Italiana
  2. ^ Laura Cuppini, Alessia Rastelli, Napolitano, bis storico: è presidente, Corriere della Sera, 19 aprile 2013. URL consultato il 19 aprile 2013.
  3. ^ art.37 legge 365/1970
  4. ^ Testimonianza del presidente Napolitano alla cerimonia in occasione del centenario della nascita di Norberto Bobbio, Torino, 15/10/2009, consultabile sul sito del Quirinale: quanto a se stesso, Napolitano ha dichiarato che dal contesto politico di provenienza "mi sono via via distaccato quanto più ero chiamato ad assumere ruoli non di parte, a farmi carico dei problemi delle istituzioni che regolano la nostra vita democratica, i diritti e i doveri dei cittadini. L'approccio partigiano, naturale in chi fa politica, è qualcosa di cui ci si spoglia in nome di una visione più ampia".
  5. ^ Corriere.it - Respinto l’impeachment per Napolitano «Stato d’accusa infondato, archiviare le accuse»
  6. ^ Si veda la legge 23 luglio 2008, n. 124, recante "Disposizioni in materia di sospensione del processo penale nei confronti delle alte cariche dello Stato", pubblicata nella Gazzetta Ufficiale n. 173 del 25 luglio 2008, in vigore dal 26 luglio 2008 Legge n. 124/2008.
  7. ^ Comunicato
  8. ^ articolo del Guardian
  9. ^ Comunicato

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Paolo Caretti e Ugo De Siervo, Diritto costituzionale e pubblico, Torino, Giappichelli Editore, 2012. ISBN 978-88-348-2832-8
  • Paolo Barile, Enzo Cheli, Stefano Grassi, Istituzioni di diritto pubblico, Cedam, 2011. ISBN 978-88-13-30850-6
  • A. Barbera e C. Fusaro, Corso di diritto pubblico, Bologna, il Mulino, 2012.
  • C. Fusaro, Il presidente della Repubblica, Bologna, il Mulino, 2003.
  • C. Fusaro, Il presidente della Repubblica nel sistema bipolare: spunti dalla prassi più recente, in A. Barbera e T. F. Giupponi (a cura di), "La prassi degli organi costituzionali", Bologna, Bononia U. Press, 2008, pp. 23-49.
  • C. Fusaro,1971-1992. Giovanni Leone, Sandro Pertini e Francesco Cossiga, in "Il Quirinale. Dall'Unità d'Italia ai nostri giorni. I Re e i Presidenti della Repubblica", Segretariato della Presidenza della Repubblica, Roma, 2011, pp. 176-195.
  • Simone Santucci, Profili storici e sistematici della messa in stato d'accusa, Roma, Aracne Editore, 2012.

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

Altri progetti[modifica | modifica wikitesto]

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]