Giovanni Leone

Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.
« Le siamo grati per l'esempio da lei dato di fronte all'ostracismo, alla solitudine, all'abbandono da parte di un regime nei confronti del quale, con le sue dimissioni altrimenti immotivate, lei spinse la sua lealtà fino alle estreme conseguenze, accettando di essere il capro espiatorio di un assetto di potere e di prepoteri, che così riuscì a eludere le sue atroci responsabilità relative al caso Moro, alla vicenda Lockheed, al degrado totale e definitivo di quanto pur ancora esisteva di Stato di diritto nel nostro Paese. »
(Lettera di scuse di Marco Pannella ed Emma Bonino a Giovanni Leone in occasione del suo novantesimo compleanno.[1])
Giovanni Leone
Giovanni Leone.jpg

Presidente della Repubblica Italiana
Durata mandato 29 dicembre 1971 –
15 giugno 1978
Predecessore Giuseppe Saragat
Successore Sandro Pertini

Presidente della Camera dei deputati
Durata mandato 10 maggio 1955 –
21 giugno 1963
Predecessore Giovanni Gronchi
Successore Brunetto Bucciarelli Ducci

Presidente del Consiglio dei ministri
Durata mandato 21 giugno 1963 –
4 dicembre 1963
Presidente Antonio Segni
Predecessore Amintore Fanfani
Successore Aldo Moro

Durata mandato 24 giugno 1968 –
12 dicembre 1968
Presidente Giuseppe Saragat
Predecessore Aldo Moro
Successore Mariano Rumor

Dati generali
Partito politico Partito Popolare Italiano (1919-1926)
Democrazia Cristiana (1942-1994)
Alma mater Università degli Studi di Napoli Federico II
on. Giovanni Leone
Bandiera italiana
Assemblea costituente
Luogo nascita Napoli
Data nascita 3 novembre 1908
Luogo morte Roma
Data morte 9 novembre 2001 (93 anni)
Titolo di studio Laurea in Giurisprudenza ed in Scienze politiche sociali
Professione Professore universitario
Partito Democrazia Cristiana
Collegio XXII Napoli – Caserta
Pagina istituzionale
on. Giovanni Leone
Bandiera italiana
Parlamento italiano
Camera dei deputati
Partito Democrazia Cristiana
Legislatura I, II, III, IV (fino al 26/06/1967)
Pagina istituzionale
sen. Giovanni Leone
Bandiera italiana
Parlamento italiano
Senato della Repubblica
Legislatura IV, V(fino al 29/12/1971), VII (dal 15/06/1978), VIII, IX, X, XI, XII, XIII, XIV (fino al 9/11/2001)
Gruppo Gruppo misto
Senatore a vita
Investitura Nomina presidenziale
Senatore di diritto (dal 1978)
Data 27 agosto 1967
Pagina istituzionale

Giovanni Leone (Napoli, 3 novembre 1908Roma, 9 novembre 2001) è stato un politico e giurista italiano, sesto Presidente della Repubblica Italiana.

È stato l'11º e 13º Presidente del Consiglio dei ministri della Repubblica Italiana. Dal 10 maggio 1955 al 21 giugno 1963 fu Presidente della Camera dei deputati e, successivamente, fu per due volte Presidente del Consiglio dei ministri, dal 21 giugno 1963 al 4 dicembre 1963 e dal 24 giugno 1968 al 12 dicembre 1968.

Nominato senatore a vita dal Presidente Saragat, il 27 agosto 1967, fu il primo senatore a vita a diventare Presidente della Repubblica Italiana, una circostanza che si è ripetuta solo nel 2006, con l'elezione di Giorgio Napolitano. L'elezione di Leone, con i ben 23 scrutini necessari a raggiungere la maggioranza assoluta dei componenti dell'Assemblea elettiva, fu anche la più lunga della storia repubblicana.

Come Capo dello Stato ha conferito l'incarico a quattro Presidenti del Consiglio: Emilio Colombo (del quale ha respinto le dimissioni di cortesia presentate nel 1971), Giulio Andreotti (1972-1973 e 1976-1979), Mariano Rumor (1973-1974) e Aldo Moro (1974-1976); ha nominato nel 1972 Amintore Fanfani senatore a vita; e quattro Giudici della Corte costituzionale, nel 1973 Edoardo Volterra e Guido Astuti, nel 1977 Livio Paladin e nel 1978 Antonio La Pergola.

Biografia e carriera[modifica | modifica sorgente]

Carriera universitaria ed esordio in politica[modifica | modifica sorgente]

Figlio di Mauro e Maria Gioffredi, entrambi di Pomigliano d'Arco: suo padre, Mauro Leone, era un noto avvocato del foro di Napoli, e aveva partecipato alla fondazione del Partito Popolare in Campania.[2]

Giovanni seguirà le orme paterne e conseguirà nel 1929, a soli 21 anni, la laurea in giurisprudenza, seguita da quella in scienze politiche nel 1930. Allievo di Enrico De Nicola e di Eduardo Massari, Leone ottenne nel 1933 la libera docenza in diritto e procedura penale. Fu iscritto alla Federazione Universitaria Cattolica Italiana, della quale fu presidente del circolo di Napoli, già laureato, fino al 1931-32. Dopo aver insegnato come professore incaricato nella facoltà di giurisprudenza di Camerino, nel 1935 fu vincitore assoluto del concorso a ordinario. Insegnò a Messina (1935-1940), a Bari (1940-1948, dove ebbe fra i suoi collaboratori Aldo Moro), e a Napoli (1948-1956), concludendo la sua carriera universitaria nel 1956 a Roma, dove tenne fino al 1972 la cattedra di procedura penale alla Sapienza, insegnando anche in università straniere. La sua produzione giuridica conta un numero imponente di pubblicazioni, tra le quali un trattato di diritto processuale penale in tre volumi e un manuale di diritto processuale penale su cui hanno studiato generazioni di studenti (l'ultima edizione risale al 1985). Fu insignito della Medaglia d'oro al merito della cultura.

In gioventù si iscrisse al Partito Nazionale Fascista[3] per poter esercitare la professione di docente universitario. Fece parte della commissione incaricata di redigere il codice della navigazione del 1942, occupandosi in particolare della parte, tuttora in vigore, relativa alle norme penali, quasi completamente ideata e redatta da lui. Dal 1940 al 1943 prese parte alla Seconda guerra mondiale, arrivando al grado di tenente colonnello, fece parte del tribunale militare di Napoli e si guadagnò un encomio solenne. Nel 1944 si iscrisse alla Democrazia Cristiana e proseguì la brillante carriera di avvocato penalista iniziata nell'anteguerra.

Nel 1945 fu eletto segretario politico del Comitato napoletano della DC. Nel 1946 assunse un atteggiamento agnostico in occasione del referendum costituzionale del 2 giugno. In quella data fu eletto all'Assemblea Costituente nelle file della Democrazia Cristiana per il XXII collegio Napoli-Caserta. Fu chiamato a far parte della "commissione dei Settantacinque" che redasse il testo preliminare della Costituzione italiana, contribuendo in modo incisivo alla formulazione delle norme in materia di libertà personali e di azione penale. Il 15 luglio 1946 sposa Vittoria Michitto, dalla quale avrà i figli Mauro, Giancarlo e Paolo (il secondogenito Giulio morirà bambino[4]). Nel 1948 fu eletto alla Camera dei deputati. Rieletto a tutte le elezioni successive, lasciò la Camera il 27 agosto 1967 quando fu nominato senatore a vita dal presidente della Repubblica Giuseppe Saragat.

Presidente della Camera[modifica | modifica sorgente]

Nel 1955 fu relatore alla Camera della "novella" del codice di procedura penale del 1930, contribuendo in modo determinante alla formulazione definitiva dell'articolato. Le nuove norme (che andarono a sostituire più di un terzo del testo originario varato da Alfredo Rocco nel 1930) sono rimaste in gran parte in vigore fino al 1989, quando è entrato in vigore il nuovo codice di procedura penale. Vice presidente della Camera dei deputati dal 24 maggio 1950 al 10 maggio 1955, fu eletto presidente dell'assemblea il 10 maggio 1955 in sostituzione di Giovanni Gronchi eletto presidente della Repubblica. Rimarrà alla guida di Montecitorio fino al 26 giugno 1963, quando si dimise per assumere le funzioni di Presidente del Consiglio dei ministri.

Presidente del Consiglio dei ministri[modifica | modifica sorgente]

Nell'estate del 1963 e in quella del 1968 fu incaricato di formare due governi monocolore DC "balneari" (formula transitoria mirata ad arrivare al traguardo dell'approvazione della legge di bilancio che all'epoca era prevista il 31 ottobre di ogni anno, per poi dimettersi e cedere il posto ad una compagine altrettanto precaria). Il primo governo Leone durò dal 21 giugno al 4 dicembre 1963, il secondo dal 24 giugno al 12 dicembre 1968. In ambedue i casi, Leone accettò l'incarico per puro spirito di servizio, nella piena consapevolezza del mandato a tempo limitato che avrebbe contrassegnato la sua azione governativa.

Il Vajont[modifica | modifica sorgente]

Giovanni Leone, allora Presidente del Consiglio, visita i luoghi colpiti dal disastro del Vajont, il 10 ottobre 1963

Fu oggetto di critiche la posizione dell'allora Presidente del Consiglio Giovanni Leone, che, avendo promesso giustizia ai superstiti del disastro del Vajont (9 ottobre 1963), divenne poi capo del collegio di avvocati dell'Enel nella causa promossa dai superstiti stessi[5]. In quella circostanza, il ricorso all'istituto giuridico della commorienza, da alcuni ritenuto un artificioso cavillo giuridico, fece risparmiare all'Enel miliardi di lire[6].

Al Quirinale[modifica | modifica sorgente]

La scelta di Saragat - che lo nominò senatore a vita - potrebbe essere interpretata come un gesto elegante nei confronti di Leone, che nel 1964 fino al quattordicesimo scrutinio era stato il candidato ufficiale della DC e che successivamente si era ritirato per consentire l'elezione dell'esponente socialdemocratico.

Fu eletto Capo dello Stato il 24 dicembre 1971 al ventitreesimo scrutinio, con 518 voti su 1008 "grandi elettori". Per il raggiungimento del quorum richiesto (505), furono determinanti i voti del Movimento Sociale Italiano. Nei primi scrutini, il candidato ufficiale della DC era stato il presidente del Senato Amintore Fanfani, ma questi in seguito dovette cedere il passo a Leone. Dopo il ritiro di Fanfani, provocato anche dall'azione dei cosiddetti "franchi tiratori" del suo stesso partito, la maggioranza dei parlamentari della DC si orienterà infatti sulla candidatura del giurista napoletano.

Essa fu interpretata in chiave conservatrice, anche perché prevalse di stretta misura su quella di Aldo Moro, che avrebbe rappresentato una scelta più aperta ai partiti di sinistra.[7] E nei giorni del sequestro del presidente della DC, fu addirittura sul punto di compiere un gesto umanitario che forse avrebbe potuto impedire l'assassinio di Moro.[8]

Secondo autorevoli costituzionalisti, la sua presidenza fu caratterizzata da una linea improntata all'indipendenza piena dai partiti e al rispetto scrupoloso delle istituzioni[9]. Leone fu sempre rispettoso del dettato costituzionale, e nell'avvalersi delle sue prerogative effettuò delle scelte del tutto aliene da impostazioni ideologiche (ad esempio, nella nomina dei giudici costituzionali optò per giuristi insigni di area politica del tutto antitetica a quella della DC come il romanista Edoardo Volterra e il costituzionalista Antonio La Pergola), talvolta in contrasto con la maggioranza parlamentare (come quando rinviò alle Camere la legge sul nuovo sistema elettorale del CSM, che il Parlamento riapprovò tal quale costringendolo alla promulga)[10].

Giovanni Leone, allora Presidente della Repubblica Italiana, con il Presidente USA Gerald Ford nel 1974

Leone inviò il 15 ottobre 1975 un articolato messaggio alle Camere[11], ma su di esso - che era espressione di una linea politica estranea alla linea dei vertici del partito da cui proveniva - la DC si adoperò perché passasse il più possibile sotto silenzio (in un'intervista televisiva del 1996, l'ex capo dello Stato sottolineò come il presidente del Senato dell'epoca, Giovanni Spagnolli, avesse evitato perfino che ci fosse un dibattito in aula sui contenuti del messaggio)[senza fonte].

Più in generale, l'elezione di Leone era il frutto di equilibri politici anche interni al suo stesso partito che nel 1978 erano ormai largamente superati, per cui si scatenò contro di lui una diffusa ostilità della sua stessa parte politica, assai flebile nel difenderlo dinanzi alle critiche virulente che gli vennero rivolte da una parte della stampa, il primo luogo l'Espresso, e dal partito radicale. In una prima fase, gli furono rimproverate cadute di stile[12] e fu tacciato d'inadeguatezza al ruolo presidenziale. In seguito, si passò al tentativo di coinvolgere Leone nel discredito e nel malgoverno della cosa pubblica. L'ultimo atto fu la richiesta di dimissioni presentata dalla Direzione dell'allora PCI sulla spinta di una campagna di stampa che chiamava in causa il Capo dello Stato soprattutto relativamente allo scandalo Lockheed[13][14].

Durante la sua presidenza, nominò cavaliere del lavoro Silvio Berlusconi, futuro capo di governo.

Controversie[modifica | modifica sorgente]

A partire dal 1975 Leone e i suoi familiari si erano trovati al centro di attacchi violentissimi e insistenti, mossi soprattutto dal Partito Radicale di Marco Pannella, dal settimanale L'Espresso: essi furono riversati nel libro Giovanni Leone: la carriera di un Presidente, che la giornalista Camilla Cederna nei primi mesi del 1978 pubblicò per Feltrinelli.

Ancora una volta, a questo pamphlet su presunte irregolarità commesse dal presidente e dai suoi familiari, la parte politica di cui Leone era espressione non reagì[15] né consentì allo stesso Capo dello Stato di reagire: il Guardasigilli del quarto governo Andreotti, Francesco Paolo Bonifacio, più volte sollecitato dal Quirinale, rifiutò di accordare la necessaria autorizzazione per procedere penalmente contro l'autrice per oltraggio al Capo dello Stato.

Furono soltanto i figli di Leone a poter sporgere querela, per i fatti loro ascritti. La Cederna perse in tutti e tre i gradi di giudizio: fu condannata per diffamazione e a lei e al suo giornale, "L'Espresso", fu comminata una multa elevata[16].

Oltre ad amicizie discutibili negli ambienti della finanza d'assalto e a rimescolature di un vecchio dossier del generale De Lorenzo sulla vita privata della moglie[17] nel 1976 incominciò a circolare un'indiscrezione, secondo la quale sarebbe stato Leone stesso il personaggio chiave attorno al quale ruotava lo scandalo Lockheed (illeciti nell'acquisto da parte dello Stato italiano di velivoli dagli USA), con il nome in codice Antelope Cobbler, ma le accuse avanzate contro Leone non furono mai provate[14].

Fino al giorno delle sue dimissioni, Leone preferì non rispondere pubblicamente di tutto quello che era successo.

Le dimissioni[modifica | modifica sorgente]

In un primo momento, Leone pensò di presentare spontaneamente le dimissioni, anche in coerenza con quanto rappresentato dal suo messaggio alle Camere dove auspicava una riduzione da sette a cinque anni del mandato presidenziale[18]. In seguito l'idea venne abbandonata ma, immediatamente dopo il rapimento e l'assassinio di Aldo Moro (16 marzo - 9 maggio 1978), le polemiche ripresero in maniera più virulenta e il PCI chiese formalmente per primo le sue dimissioni, che Leone stesso annunciò agli italiani il 15 giugno 1978 in un messaggio televisivo. Le dimissioni avvennero 14 giorni prima dell'inizio del cosiddetto "semestre bianco", ossia il periodo durante il quale il presidente della Repubblica non può sciogliere anticipatamente le Camere[19] e con sei mesi e quindici giorni di anticipo rispetto alla scadenza del mandato, che quindi cessò il 15 giugno 1978 con effetto immediato, dando luogo alla supplenza del presidente del Senato Amintore Fanfani.

Attività parlamentare di senatore a vita e omaggi dopo la presidenza[modifica | modifica sorgente]

Giovanni Leone, 1976.

A seguito delle dimissioni fece ritorno al Senato in quanto senatore di diritto e a vita, iscrivendosi al gruppo misto. Prese parte con assiduità ai lavori della commissione Giustizia, battendosi soprattutto perché il nuovo codice di procedura penale non fosse redatto nella forma entrata in vigore nel 1989[20] ed affinché la legge sulla violenza sessuale del 1996 non modificasse le vecchie fattispecie del codice penale del 1930 (il "codice Rocco" che da giovane docente Leone aveva visto nascere), fino ad ipotizzare, con una lettera sul settimanale Famiglia Cristiana, il referendum abrogativo della nuova legge[21].

Nel 1994 votò la fiducia al Governo Berlusconi e fece lo stesso nel 1996 con il primo Governo di Romano Prodi. Al contrario, non sostenne il Governo D'Alema I.

Le scuse dei Radicali[modifica | modifica sorgente]

In occasione del suo novantesimo compleanno, il 3 novembre 1998, fu promosso dalla presidenza del Senato un convegno in suo onore a Palazzo Giustiniani al quale, oltre al presidente della Repubblica in carica Oscar Luigi Scalfaro e a numerose personalità, presero parte alcuni esponenti dell'ex PCI fra i quali il futuro Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano.

Prima della manifestazione, Marco Pannella ed Emma Bonino andarono a stringere la mano all'anziano ex presidente della Repubblica[22] e a scusarsi pubblicamente per gli attacchi di vent'anni prima. I due esponenti radicali hanno poi reso pubblica una lettera nella quale essi, oltre a rendere omaggio a Leone, affermano:

« Poté accaderci di eccedere. Non ne siamo convinti. Ma se, nell'una occasione o nell'altra, questo fosse accaduto, e non fosse stato pertinente attribuire al Capo di quello Stato corresponsabilità politico-istituzionali per azioni altrui, la pregheremmo, Signor Presidente, di accogliere l'espressione sincera del nostro rammarico e le nostre scuse. »
(Lettera di scuse di Marco Pannella ed Emma Bonino a Giovanni Leone in occasione del suo novantesimo compleanno.[1])

Gli ultimi anni[modifica | modifica sorgente]

A Giovanni Leone, poche settimane prima di spegnersi all'età di 93 anni, a seguito del Decreto del Presidente del Consiglio dei ministri del 25 settembre 2001 fu attribuito il titolo di Presidente Emerito della Repubblica, dignità di ordine onorifico e protocollare che da allora spetta ex lege a tutti gli ex capi dello Stato in vita[23].

Si spense a Roma il 9 novembre 2001 nella sua villa in località “Le Rughe” sulla Via Cassia.

Il 25 novembre 2006 il Presidente della Repubblica Italiana Giorgio Napolitano affermò che, otto anni prima, dal Senato era stato espresso il pieno riconoscimento della correttezza del suo operato[24].

Onorificenze[modifica | modifica sorgente]

Onorificenze italiane[modifica | modifica sorgente]

Nella sua qualità di Presidente della Repubblica italiana è stato, dal 29 dicembre 1971 al 15 giugno 1978:

Capo dell'Ordine al merito della Repubblica italiana - nastrino per uniforme ordinaria Capo dell'Ordine al merito della Repubblica italiana
Capo dell'Ordine militare d'Italia - nastrino per uniforme ordinaria Capo dell'Ordine militare d'Italia
Capo dell'Ordine al merito del lavoro - nastrino per uniforme ordinaria Capo dell'Ordine al merito del lavoro
Capo dell'Ordine della stella della solidarietà italiana - nastrino per uniforme ordinaria Capo dell'Ordine della stella della solidarietà italiana
Capo dell'Ordine di Vittorio Veneto - nastrino per uniforme ordinaria Capo dell'Ordine di Vittorio Veneto

Onorificenze straniere[modifica | modifica sorgente]

Cavaliere dell'Ordine dell'Elefante (Danimarca) - nastrino per uniforme ordinaria Cavaliere dell'Ordine dell'Elefante (Danimarca)
— 8 novembre 1978
Membro Onorario del Xirka Ġieħ ir-Repubblika (Malta) - nastrino per uniforme ordinaria Membro Onorario del Xirka Ġieħ ir-Repubblika (Malta)
— 6 dicembre 1975

Riferimenti nella cultura di massa[modifica | modifica sorgente]

  • Il cantautore napoletano Edoardo Bennato dedicò una canzone a Giovanni Leone, suo concittadino. La canzone si intitola Uno buono ed è tratta dall'album I buoni e i cattivi, pubblicato nel 1974. Naturalmente, il testo di questa canzone ha un significato ironico.

Opere principali[modifica | modifica sorgente]

  • La violazione degli obblighi di assistenza familiare nel nuovo codice penale, Napoli, Jovene, 1931.
  • Del reato abituale, continuato e permanente, Napoli, Jovene, 1933.
  • Sistema delle impugnazioni penali. Parte generale, Napoli, Jovene, 1935.
  • Il reato aberrante. Art. 82 e 83 cod. pen., Napoli, Jovene, 1940.
  • Lineamenti di diritto coloniale penale. Appunti alle lezioni, Milano, Giuffrè, 1942.
  • La riforma nel campo penale, Roma, IRCE, 1943.
  • Manuale per l'udienza penale, a cura di, Milano, Giuffrè, 1946.
  • Lineamenti di diritto processuale penale, 2 voll., Napoli, Jovene, 1950.
  • Manuale di procedura penale, Napoli, Jovene, 1960.
  • Trattato di diritto processuale penale, 3 voll., Napoli, Jovene, 1961.
  • Testimonianze, Milano, Mondadori, 1963.
  • Cinque mesi a Palazzo Chigi, Milano, Mondadori, 1964.
  • Intorno alla riforma del Codice di procedura penale. Raccolta di scritti, Milano, Giuffrè, 1964.
  • Istituzioni di diritto processuale penale, 2 voll., Napoli, Jovene, 1965.
  • Elementi di diritto e procedura penale, Napoli, Jovene, 1966.
  • Diritto processuale penale, Napoli, Jovene, 1968.
  • Manuale di diritto processuale penale, Napoli, Jovene, 1971.
  • La società italiana e le sue istituzioni. Messaggi e discorsi 1971-1975, Milano, Mondadori, 1975.
  • Il mio contributo alla Costituzione repubblicana, Roma, Cinque Lune, 1985.
  • Scritti giuridici, 2 voll., Napoli, Jovene, 1987.
  • Parole al vento. Discorsi tenuti al Senato durante la IX e X legislatura, Roma, Bardi, 1988.
  • Interventi e studi sul processo penale, Napoli, Jovene, 1990. ISBN 88-243-0856-2
  • Attualità di Enrico De Nicola, Napoli, Jovene, 1996. ISBN 88-243-1195-4

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ a b Carlo Bo; Emma Bonino; Marco Pannella, Leone, 90 anni con un regalo: le scuse dei vecchi nemici in Corriere della Sera, 3 novembre 1998. URL consultato il 9 novembre 2013.
  2. ^ Il Leone che conquistò Napoli
  3. ^ Indro Montanelli - Mario Cervi, L'Italia degli anni di piombo (1991)
  4. ^ Ritratto di Vittoria Leone sul Corriere della Sera del 10 novembre 2001
  5. ^ http://www.brianzapopolare.it/sezioni/territorio/20021009_vajont_tragedia.htm Lucia Vastano, Liberazione, 9 ottobre 2002.
  6. ^ http://www.mattolinimusic.com/vajont/undici.htm
  7. ^ In un'intervista televisiva, Francesco Cossiga sostiene che in quella circostanza la candidatura di Leone prevalse su quella di Aldo Moro per un solo voto. Ma tale ricostruzione è smentita dalle dichiarazioni di Giulio Andreotti nel corso della stessa trasmissione e dai diari di Leone.
  8. ^ Giulio Andreotti: Visti da vicino (1982) e Visti da vicino III (1985).
  9. ^ Necrologio di Giovanni Leone sul Corriere della Sera del 10 novembre 2001
  10. ^ Michele Ainis: Il rispetto della Costituzione e il cappotto del Presidente, ed. Il Sole 24 ore, 8 aprile 2010.
  11. ^ Il testo del messaggio alle Camere
  12. ^ Si tratta della fotografia con cui fu immortalato il 18 ottobre del 1975 mentre reagiva col gesto delle corna alle contestazioni degli studenti dell'università di Pisa, reperibile su Uliano Lucas, Storia d'Italia: L'immagine fotografica 1945-2000, Einaudi 2004, n. 423. In realtà, però, il gesto era già stato compiuto, in modo meno ostentato (ma ugualmente immortalato dai fotografi), durante la visita presidenziale del 7 settembre 1973 a Napoli all'ospedale in cui erano ricoverati i contagiati dell'epidemia di colera: cfr. Federico Gennaccari, Massimo Maffei - "Al voto, al voto!: l'Italia delle elezioni, 1946-2008", ed. 2008 - pag. 175.
  13. ^ Guardian obituary, 12 novembre 2001
  14. ^ a b New York Times obituary, 10 novembre 2001
  15. ^ Corriere della Sera, 2 novembre 2008
  16. ^ Necrologio di Camilla Cederna sul Corriere della Sera
  17. ^ Le illazioni sarebbero state in parte alimentate da alcuni ambienti della Democrazia Cristiana e da elementi vicini alla loggia P2 di Licio Gelli[senza fonte], come dimostra il fatto che comparvero sul periodico "OP" di Mino Pecorelli.
  18. ^ Intervista a Nino Valentino in: Giorgio Bocca, Storia della Repubblica Italiana Rizzoli (1983)
  19. ^ Art. 88, comma 2, della Costituzione
  20. ^ Leone avrà la soddisfazione di assistere al fallimento della riforma del 1989. Immediatamente dopo l'entrata in vigore, infatti, il nuovo codice di procedura penale incomincerà a subire una serie di modifiche rilevanti, e sarà oggetto di ripetute censure da parte della giurisprudenza costituzionale.
  21. ^ Leone: referendum per abolire la legge sulla violenza, su Corriere della Sera (27 marzo 1996) pagina 15.
  22. ^ Vent' anni dopo Pannella e la Bonino chiedono scusa a Leone in Corriere della Sera, 3 novembre 2013. URL consultato il 9 novembre 2013.
  23. ^ Marco Consentino e Stefano Filippone-Thaulero, Il buon cerimoniere
  24. ^ RAI - La Storia Siamo Noi - Puntata del 20/06/2009

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

  • Vittorio Gorresio, Il sesto presidente (1973)
  • Piero Chiara, Il caso Leone , Sperling & Kupfer, (1985)
  • Giulio Andreotti, Visti da vicino III , Rizzoli, (1985)
  • Antonio Baldassarre e Carlo Mezzanotte, Laterza, Gli uomini del Quirinale (1985)
  • Giovanni Conso, Giovanni Leone, giurista e legislatore con contributi di Cossiga, Caianello, Carulli, Casavola, Conso, De Luca, Gallo, Lefevre d'Ovidio, Maggi, Massa, Mencarelli, Pisani, Riccio, Siracusano, Vassalli, Giuffrè editore (2003)
  • Oriana Fallaci, Intervista con la storia, BUR Rizzoli, (2008)

Voci correlate[modifica | modifica sorgente]

Altri progetti[modifica | modifica sorgente]

Collegamenti esterni[modifica | modifica sorgente]

Predecessore Presidente della Repubblica Italiana Successore Presidential flag of Italy (mod.1965).svg
Giuseppe Saragat 29 dicembre 1971 – 15 giugno 1978 Sandro Pertini
Predecessore Presidente del Consiglio dei ministri della Repubblica Italiana Successore Emblem of Italy.svg
Amintore Fanfani 21 giugno 1963 – 4 dicembre 1963 Aldo Moro I
Aldo Moro 24 giugno 1968 – 12 dicembre 1968 Mariano Rumor II
Predecessore Presidente della Camera dei deputati Successore Emblem of Italy.svg
Giovanni Gronchi 10 maggio 1955 – 21 giugno 1963 Brunetto Bucciarelli-Ducci

Controllo di autorità VIAF: 100200413 LCCN: n94041525 SBN: IT\ICCU\CFIV\003529