Francesco Crispi
| Francesco Crispi | |
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| Presidente del Consiglio dei ministri del Regno d'Italia | |
| Durata mandato | 29 luglio 1887 – 6 febbraio 1891 |
| Capo di Stato | Umberto I |
| Predecessore | Agostino Depretis |
| Successore | Antonio Starrabba |
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| Durata mandato | 15 dicembre 1893 – 10 marzo 1896 |
| Capo di Stato | Umberto I |
| Predecessore | Giovanni Giolitti |
| Successore | Antonio Starrabba |
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| Dati generali | |
| Partito politico | Sinistra storica |
Francesco Crispi (Ribera, 4 ottobre 1818 – Napoli, 12 agosto 1901) è stato un patriota e politico italiano. Fu presidente del Consiglio dei ministri italiano nei periodi 29 luglio 1887 - 6 febbraio 1891 e 15 dicembre 1893 - 10 marzo 1896.
Indice |
[modifica] Biografia
[modifica] I primi anni
Francesco Crispi, figlio di Giuseppina Genova e del commerciante di granaglie Tommaso (1793-1857, sindaco di Ribera dal 1834 al 1836, nel 1848 e nel 1848-1849[1]), discendeva per via paterna da una famiglia originaria di Palazzo Adriano:[2] suo nonno Francesco era un sacerdote della chiesa cattolica italo-greca e lo zio Giuseppe vescovo e rettore per un periodo del seminario greco-albanese di Palermo, dove lo stesso Francesco andò a studiare dal 1828 al 1835, dopo aver frequentato le elementari a Villafranca Sicula.[3]
Nel 1837, all'insaputa dei genitori, prese in sposa Rosa D'Angelo, una popolana da cui ebbe due figli, morti entrambi nel 1839 così come la loro madre.[4] Iscrittosi alla facoltà di giurisprudenza dell'Università di Palermo, vi fondò e diresse L'Oreteo. Nuovo giornale di utili conoscenze e letteratura (1839-1841), caratterizzandolo in chiave antitradizionalista e di lotta al potere costituito.[5]
[modifica] L'azione antiborbonica
Dopo la laurea (1843), nel 1846 si trasferì a Napoli, dove iniziò ad esercitare la professione di avvocato dedicandosi nel contempo all'attività cospirativa contro il regime borbonico. Il 12 gennaio 1848, allo scoppio della rivoluzione indipendentista siciliana a Palermo, che avrebbe portato al breve Stato di Sicilia, si affrettò a rientrare in Sicilia e vi prese parte attiva guidando alla vittoria gli insorti, venendo eletto nel ripristinato Parlamento di Sicilia. Fu anche chiamato a far parte del governo provvisorio siciliano.
[modifica] L'esilio
Dopo la restaurazione del governo borbonico (15 maggio 1849), fu escluso dai benefici dell'amnistia e costretto a rifugiarsi in Piemonte, dove cercò invano di ottenere un impiego come segretario comunale di Verolengo e si ridusse a sbarcare il lunario facendo il giornalista per diversi fogli della sinistra. In questo periodo tenne contatti epistolari con Mazzini, ma studiò e apprezzò anche le idee politiche di Carlo Cattaneo.
Coinvolto nella cospirazione mazziniana di Milano del 6 febbraio 1853, fu espulso dal Piemonte e trovò rifugio prima a Malta, poi a Londra e in seguito a Parigi. A Malta sposò Rosalia Montmasson, l'unica donna che avrebbe partecipato direttamente all'avventura dei Mille partendo con il corpo di spedizione. I due vissero poi insieme per oltre venticinque anni.
Nel 1858 si trovava ancora nella capitale francese e, secondo quanto affermato da Carlo Di Rudio nel 1908, partecipò attivamente all'attentato dinamitardo di Felice Orsini contro Napoleone III. Espulso anche dalla Francia, raggiunse Mazzini a Londra e si trasferì poi a Lisbona, continuando dovunque a cospirare per il riscatto dell'Italia e della "sua" Sicilia.
Il 15 giugno 1859 rientrò in Italia dopo aver pubblicato una lettera in cui non condivideva l'entusiasmo generale per la guerra contro l'Austria, si opponeva all'ingrandimento del Piemonte e si proclamava fautore di uno stato italiano unito e repubblicano. Per due volte quell'anno visitò, in incognito e correndo gravi rischi, varie città siciliane per preparare l'insurrezione del 1860.
Aderì[6] alla massoneria, 33º grado del Grande Oriente d'Italia, di cui erano membri Agostino Depretis, Giuseppe Zanardelli e Giosuè Carducci.
[modifica] La spedizione dei Mille
Mentre la sua intransigenza democratica e repubblicana cominciava a vacillare di fronte al successo della Seconda guerra di indipendenza italiana, fu attratto dalla personalità di Garibaldi e, giunto a Genova, organizzò insieme a Bertani, Bixio, Medici e lo stesso Garibaldi la spedizione dei Mille, di cui divenne il massimo promotore. Un suo stratagemma permise di aggirare le esitazioni del condottiero nizzardo, riuscendo così a far salpare la spedizione il 5 maggio del 1860 ed egli stesso vi prese parte insieme alla moglie.
Dopo gli sbarchi a Marsala il giorno 11 e a Salemi il 13, Garibaldi fu proclamato dittatore della Sicilia con le parole d'ordine «Italia e Vittorio Emanuele». Caduta Palermo, Crispi fu nominato Ministro dell'Interno e delle Finanze del governo siciliano provvisorio, ma fu presto costretto a dimettersi a seguito dei contrasti fra Garibaldi e gli emissari di Cavour sulla questione dell'immediata annessione all'Italia. Nominato segretario di Garibaldi, Crispi ottenne le dimissioni di Depretis, che Garibaldi aveva nominato dittatore in sua vece, e avrebbe sicuramente continuato ad opporsi risolutamente al Cavour a Napoli, dove era stato nominato da Garibaldi Ministro degli Esteri, se l'arrivo delle truppe regolari italiane non avesse portato all'annessione del Regno delle due Sicilie all'Italia e poi al ritiro di Garibaldi a Caprera e alle dimissioni dello stesso Crispi.
[modifica] La politica nel Regno d'Italia
Nel 1861 si candidò per la sinistra alla Camera dei deputati nel collegio di Palermo, ma venne battuto. Tuttavia aveva presentato la sua candidatura, grazie a un caro amico siciliano, il repubblicano Vincenzo Favara, anche nel collegio di Castelvetrano; qui Crispi, pur essendo sconosciuto ai più, risultò vincitore grazie alla campagna propagandistica svolta dal suo "grande elettore", che organizzò anche una raccolta di fondi per consentire al neo-deputato, all'epoca in gravi ristrettezze economiche, di recarsi a Torino per l'inaugurazione del Parlamento. Nella capitale, dove all'inizio condusse una vita grama, incontrò don Bosco, da cui ricevette aiuto e sostentamento.[7] Alla Camera Crispi acquistò la fama di essere uno dei membri più combattivi e irruenti del partito repubblicano. Nel 1864, tuttavia, si convertì alla fede monarchica, pronunciando la famosa frase, in seguito ripetuta nella sua corrispondenza con Mazzini: «La monarchia ci unisce, la repubblica ci divide».
Fu affiliato alla Massoneria nella Loggia romana Propaganda Massonica.[8].Nel 1866 declinò la proposta di entrare nel governo Ricasoli e nel 1867 si adoperò per impedire l'invasione dello Stato Pontificio da parte dei garibaldini, prevedendo la conseguente reazione francese. Fu comunque lui a salvare Giuseppe Garibaldi, prendendolo in consegna alla stazione di Monterotondo e scortandolo fuori dello Stato Pontificio prima che i francesi potessero catturarlo. Allo scoppio della guerra franco-prussiana del 1870 si mosse energicamente per impedire la progettata alleanza dell'Italia con la Francia e per trasferire a Roma il governo Lanza.
[modifica] Presidente della Camera e ministro
Dopo l'avvento al potere della Sinistra nel novembre 1876 fu eletto Presidente della Camera. Nell'autunno del 1877 si recò a Londra, Parigi e Berlino per una missione di carattere riservato, avendo così occasione di stabilire cordiali relazioni personali con Otto von Bismarck.
Nel frattempo il rapporto con la moglie si fa burrascoso. Lui è sempre più distante e sostiene che le loro nozze non hanno mai avuto validità. Il 26 gennaio 1878 prende in moglie Lina Barbagallo, giovane e avvenente leccese, di nobile ceppo borbonico, dalla quale aveva avuto una figlia cinque anni prima. Il matrimonio è celebrato in casa perché nessuno sapesse niente. Nonostante gli sforzi, però, la notizia trapela e la stampa lo accusa di bigamia ponendogli alcune domande sulla sua moralità e sull'uso pubblico del suo potere. Ben sei domande dalle colonne de "Il Piccolo", il quotidiano più accanito. I giornali rivendicano il diritto di intervenire sulla questione sottolineandone la valenza pubblica. Crispi replica che sono fatti privati e a quelle sei domande non risponde. Lo scandalo coinvolge anche la regina Margherita di Savoia, la quale si rifiuta pubblicamente di stringere la mano al ministro Crispi, dopo aver presa visione della copia fotografica dell'atto di matrimonio celebrato a Malta. Perde la fiducia del re ed è costretto a dimettersi da ministro. La magistratura apre un'inchiesta per bigamia che si conclude con un giudizio a suo favore, avendo i giudici accertata l'irregolarità formale del matrimonio maltese, dovuta al fatto che il prete celebrante era in quel momento sospeso a divinis per la sua attività patriottica. Un "processo breve", anzi brevissimo. Crispi è infatti ancora forte, nonostante le dimissioni, e la magistratura, piegata alle esigenze politiche, è sensibile al potere dominante.
Per nove anni la carriera politica di Crispi ebbe un periodo di stasi, ma nel 1887 ritornò in carica come Ministro degli Interni nel governo di Agostino Depretis.
[modifica] Presidente del Consiglio
Successe a Depretis come primo ministro lo stesso anno, a causa della morte del vecchio "camaleonte" della politica, già da tempo facile obiettivo delle critiche dell'opposizione per la disfatta coloniale a Dogali e logorato anche nella salute.
Nel 1888 Crispi istituì, sul modello tedesco, la Segreteria della Presidenza del Consiglio dei ministri, ponendovi a capo il magistrato sorrentino Francesco Saverio Gargiulo. Nel 1889 approvò il nuovo codice penale di Giuseppe Zanardelli, che introduceva importanti novità in senso progressista, come la libertà di associazione e di sciopero per la prima volta in Europa e l'abolizione della pena di morte. In campo economico, adottò una politica protezionistica, imponendo dazi doganali sui prodotti commerciali. Sviluppò anche l'apparato industriale soprattutto nella metallurgia e siderurgia. Nel 1891 Crispi dovette lasciare il governo a di Rudinì. Alla caduta del successivo governo Giolitti, causata dallo scandalo della Banca Romana, Crispi ridivenne primo ministro. In questa occasione il suo governo assunse un carattere sempre più conservatore e autoritario (e per questo fu celebrato dal regime fascista come il proprio precursore), reprimendo con severità i disordini operai, intervenendo contro il movimento dei Fasci siciliani e sciogliendo nel 1894 il Partito Socialista dei Lavoratori Italiani.
Ebbe in questo periodo come suo segretario personale, lo scrittore scapigliato e diplomatico milanese Carlo Dossi. Una delle sue prime iniziative da capo del governo fu quella di recarsi in visita presso Bismarck, che desiderava consultare riguardo al funzionamento della Triplice Alleanza. Basando la propria politica estera su tale alleanza, integrata dal trattato navale con la Gran Bretagna (il cosiddetto naval entente). In politica interna Crispi completò l'adozione dei codici sanitario e commerciale e riformò l'amministrazione della giustizia. Antonio Gramsci nei suoi "quaderni dal carcere" parlando del risorgimento ne offre un ritratto politico; egli descrive il politico Crispi come un uomo energico, risoluto e fanatico, ossessionato dall'unità politico-territoriale del paese; in nome della quale è disposto, sebbene sconsigliato da Cavour, a trattare il mezzoggiorno con gli stati di assedio introducendo in Sicilia i tribunali marziali contro chi ne voleva il distacco dal resto d'Italia. Gramsci aggiunge che Crispi non esita a gettare il Mezzoggiorno e le isole in una crisi commerciale paurosa, pur di rafforzare l'industria che poteva dare al paese una indipendenza reale e avrebbe allargato i quadri del gruppo sociale dominante.
[modifica] L'uscita di scena
La sconfitta del Regio Esercito ad Adua, nel 1896, provocò non solo la crisi del suo governo ma anche la sua definitiva uscita dalla scena politica. Crispi fece un'ultima apparizione pubblica a Roma quattro anni più tardi, per assistere defilato ai funerali del re Umberto I, il sovrano amico che aveva condiviso il suo ideale di 'politica di potenza' per l'Italia unita. Morì a Napoli il 12 agosto 1901.
[modifica] Onorificenze
| Cavaliere dell'Ordine Supremo della Santissima Annunziata | |
| — 1888 |
| Cavaliere di Gran Croce dell'Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro | |
| — 1888 |
| Cavaliere di Gran Croce dell'Ordine della Corona d'Italia | |
| — 1888 |
| Cavaliere dell'Ordine militare di Savoia | |
| Medaglia commemorativa dei 1000 di Marsala | |
| Medaglia commemorativa delle campagne delle Guerre d'Indipendenza | |
| Medaglia a ricordo dell'Unità d'Italia | |
[modifica] Note
- ^ Raimondo Lentini, Sindaci, Podestà e Commissari di Ribera - Breve biografia cronologica dal 1808 ad oggi, Ribera, Comune, 2002.
- ^ Data e località di nascita del Crispi sono oggi accertate con sicurezza, ma per qualche tempo sono state oggetto di discussione fra gli storici. Tracce dell'attribuzione dei suoi natali a Palazzo Adriano (popolato da coloni arbëreshë e dove in realtà era nato suo padre Tommaso) permangono sul sito Arbitalia; così come la nascita nel 1819 è riportata ad esempio dal sito dell'Associazione Chiese Storiche. La controversia è segnalata sul sito Ciliberto Ribera, che fornisce anche numerosi particolari sugli anni infantili dello statista siciliano trascorsi appunto a Ribera.
- ^ Sergio Romano. «Crispi, «il cospiratore» sconfitto da Milano». Corriere della Sera, 6 ottobre 2010. URL consultato in data 10 marzo 2011.
- ^ Chiara Maria Pulvirenti, Francesco Crispi, sul sito della Regione Siciliana.
- ^ Come precisato sul 1° numero del giornale, il suo nome si rifaceva al piccolo fiume palermitano Oreto. Una breve analisi e valutazione della rivista si trovano nella relazione di Simonetta La Barbera, "Linee e temi della stampa periodica palermitana dell'Ottocento", al convegno torinese del 2002 Percorsi di critica (atti del convegno a cura di Rosanna Cioffi e Alessandro Rovetta, Percorsi di critica. Un archivio per le riviste d'arte in Italia dell'Ottocento e del Novecento, Milano, Vita e Pensiero, 2007, pp. 99-100. ISBN 978-88-343-1432-6. Consultabile anche su Google libri).
- ^ Fulvio Conti; Augusto Comba, La morte laica: Storia della cremazione in Italia (1880-1920), 1998, Paravia/Scriptorium. ISBN 978-88-45561-48-1 URL consultato il 9 marzo 2011.
- ^ Franzo Grande Stevens. «L'Italia unita e voluta nel Risorgimento». La Stampa, 2 gennaio 2010. URL consultato in data 9 marzo 2011.
- ^ Giuseppe Seganti, Massoni Famosi - Atanòr Roma 2005 ISBN 88-7169-223-3.
[modifica] Bibliografia
- Enzo Ciconte e Nicola Ciconte, Il ministro e le sue mogli. Francesco Crispi tra magistrati, domande della stampa, impunità, Soveria Mannelli, Rubbettino, 2010. ISBN 978-88-498-2592-3.
- Christopher Duggan, "La politica coloniale di Crispi", in Pier Luigi Ballini e Paolo Pecorari (a cura di), Alla ricerca delle colonie (1876-1896), Atti del convegno tenuto a Venezia nel 2002, Venezia, Istituto Veneto di Scienze, Lettere ed Arti, 2007, pp. 43-67. ISBN 978-88-88143-86-6.
- (EN) Christopher Duggan, Francesco Crispi. From nation to nationalism, Oxford, Oxford University Press, 2002. ISBN 0-19-820611-9.
- Christopher Duggan, Creare la nazione. Vita di Francesco Crispi, Roma-Bari, Laterza, 2000. ISBN 978-88-420-6219-6.
- Nicolò Inglese, Crispi, Milano, Corbaccio, 1936 (nuova ed. Dall'Oglio, 1961).
- Mario Viana, Crispi, l'eroe tragico, Milano, Imperia Editrice, 1923.
[modifica] Voci correlate
[modifica] Altri progetti
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Wikiquote contiene citazioni di o su Francesco Crispi
[modifica] Collegamenti esterni
- Le sue opere in italiano sul Progetto Gutenberg
- Parte di questo testo è la traduzione dell'articolo presente sull'Enciclopedia Britannica del 1911 ora di pubblico dominio.
- Chiara Maria Pulvirenti, Francesco Crispi, sul sito della Regione Siciliana. URL consultato in data 10 marzo 2011.
| Predecessore: | Presidente della Camera dei deputati | Successore: |
|---|---|---|
| Giuseppe Biancheri | 26 novembre 1876 - 26 dicembre 1877 | Benedetto Cairoli |
| Predecessore: | Ministro degli Esteri del Regno d'Italia | Successore: | |
|---|---|---|---|
| Agostino Depretis | 29 luglio 1887 - 6 febbraio 1891 | Antonio Starrabba, marchese di Rudinì |
| Predecessore: | Ministro delle Finanze del Regno d'Italia | Successore: | |
|---|---|---|---|
| Bernardino Grimaldi | 29 dicembre 1888 - 9 marzo 1889 | Federico Seismit-Doda |
| Predecessore: | Ministro degli Interni del Regno d'Italia | Successore: | |
|---|---|---|---|
| Giovanni Nicotera | 26 dicembre 1877 - 7 marzo 1878 | Agostino Depretis | I |
| Agostino Depretis | 4 aprile 1887 - 6 febbraio 1891 | Giovanni Nicotera | II |
| Giovanni Giolitti | 15 dicembre 1893 - 10 marzo 1896 | Antonio Starrabba, marchese di Rudinì | III |
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