Partito Radicale (Italia)

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Partito Radicale
Partito radicale.jpg
Segretario Mario Pannunzio (1956-1959), Leopoldo Piccardi (1959-1962), Bruno Villabruna (1962-1963), Marco Pannella (1963-1967/1981-1983), Gianfranco Spadaccia (1967-1968/1974-1976), Mauro Mellini (1968-1969), Angiolo Bandinelli (1969-1970/1971-1973), Roberto Cicciomessere (1970-1971/1983-1984), Giulio Ercolessi (1973-1974), Adelaide Aglietta (1976-1978), Jean Fabre (1978-1979), Giuseppe Rippa (1979-1980), Francesco Rutelli (1980-1981), Giovanni Negri (1984-1988), Sergio Stanzani (1988-1989)
Stato Italia Italia
Fondazione 5 febbraio 1956
Sede via di Torre Argentina, 76, Roma
Ideologia Radicalismo
Libertarismo
Liberalismo sociale
Anticlericalismo
Antiproibizionismo
Collocazione Centro-sinistra
Gruppo parlamentare europeo Gruppo Tecnico degli Indipendenti (1979-1984)
Non Iscritti (1984-1989)
Seggi Camera
18 / 630
 (1979)
Seggi Senato
3 / 315
 (1987)
Seggi Europarlamento
3 / 81
 (1979)
Testata Il Mondo
« Cari Pannella, caro Spadaccia, cari amici radicali […] voi non dovete fare altro (io credo) che continuare semplicemente a essere voi stessi: il che significa essere continuamente irriconoscibili. Dimenticare subito i grandi successi: e continuare imperterriti, ostinati, eternamente contrari, a pretendere, a volere, a identificarvi col diverso; a scandalizzare; a bestemmiare »
(Pier Paolo Pasolini, Lettera al Congresso del Partito Radicale del 2 novembre 1975)

Il Partito Radicale è un partito politico italiano, di orientamento liberale, liberista, libertario e antiproibizionista, con una marcata visione della laicità dello Stato, che partecipa alla vita politica repubblicana dal 1955. Nel 1989, anno in cui ha assunto la denominazione di Partito Radicale Transnazionale ha deliberato la scelta di svolgere attività politico-culturale e di non partecipare a competizioni elettorali, terminando la sua attività in favore della Lista Pannella-Riformatori.

Origini culturali[modifica | modifica wikitesto]

Le origini culturali del Partito Radicale sono ravvisabili nel nucleo teorico del radicalismo ottocentesco e del Partito Radicale Storico promosso da Felice Cavallotti e Agostino Bertani, eredi della cultura risorgimentale e promotori di uno spirito laico e liberale, teso a promuovere l'estensione del suffragio, la laicità del sistema scolastico, il federalismo amministrativo e la riduzione dell'orario lavorativo alle otto ore. Nel 1904, sotto la guida di Ettore Sacchi, la matrice anticlericale, che aveva animato il pensiero politico radicale sin dal principio, non indulge a posizioni antireligiose, ciò che consente al movimento di raccogliere il consenso di don Romolo Murri.

Durante il fascismo gli ideali e la cultura radicale sono accolti e rivendicati da numerosi intellettuali antifascisti: già a partire dal 1925, quando "la piccola confraternita" dei salveminiani – Nello Traquandi, Tommaso Ramorino, Carlo Rosselli, Ernesto Rossi e Nello Rosselli – danno vita all'esperienza fiorentina del "Circolo della cultura" e, in seguito, a quella ancor più rischiosa di "Italia Libera" (associazione di reduci antifascisti indirizzata a propagandare la disobbedienza civile e ad organizzare azioni dimostrative, nata nel 1923 nello studio dell'avvocato Enrico Bocci e diretta da Dino Vannucci, Ernesto Rossi, Carlo Rosselli, Piero Calamandrei e Nello Rosselli).

Nella ricostruzione genealogica del PR non bisogna tralasciare l'importanza dell'esperienza del "foglio clandestino di battaglia", il Non Mollare, e del movimento, di orientamento liberal-socialista, Giustizia e Libertà; nato a Parigi nel 1929 per volontà dell'esule Carlo Rosselli, si propone come un movimento rivoluzionario e insurrezionale, e non come partito, in grado di riunire tutte quelle formazioni non comuniste che intendano combattere e porre fine al regime fascista cavalcando la pregiudiziale repubblicana.

Nel dopoguerra, intorno al settimanale "Il Mondo", diretto da Mario Pannunzio, si crea un vero e proprio club politico-culturale d'ispirazione radicale; gli "Amici del Mondo" e il Partito Radicale condividono, ad un primo sguardo, un orizzonte comune di problematiche, percorsi e obiettivi politico-sociali. Le istanze di maggior vicinanza sono ravvisabili, in primo luogo, nella necessità di abrogare talune leggi fasciste ancora presenti nonostante la Costituzione, di approvare leggi antitrust, di difendere una cultura e un pensiero laico soprattutto all'interno della scuola statale, di "l'abolire la miseria" e, nell'urgenza di normare gli ambiti relativi al divorzio e al riconoscimento dei figli illegittimi. Nel Taccuino "Il resto è silenzio", apparso nel dicembre 1955 su "Il Mondo", circa la comunione d'intenti tra uomini di salda cultura liberale – come Ernesto Rossi, Riccardo Bauer, Aldo Garosci e i "nuovi radicali"- Bruno Villabruna, Mario Pannunzio, Nicolò Carandini e Francesco Libonati – verrà scritto: «Accomunati dal vincolo fraterno delle amare esperienze, non rassegnati, non perplessi, si accingono a costituire una nuova larga formazione politica che s'ispiri ad una concezione moderna e civile del liberalismo, a quella concezione che Benedetto Croce ebbe a definire ad una parola: radicale […] In questo campo, i "padroni del vapore" non troveranno certo mercenari e staffieri pronti a vender le idee per un assegno mensile»[1].

Nascita[modifica | modifica wikitesto]

L'8 dicembre 1955 32 consiglieri nazionali del Partito Liberale Italiano si dimisero per promuovere con altri autorevoli esponenti del liberalismo la costituzione del Partito Radicale dei Liberali e Democratici Italiani[2]. La scissione delle correnti di sinistra e di parte del centro del PLI vede protagonisti, fra gli altri, Leopoldo Piccardi, Mario Pannunzio, Ernesto Rossi, Nicolò Carandini, Leo Valiani, Guido Calogero, Giovanni Ferrara, Paolo Ungari, Eugenio Scalfari, Marco Pannella, Franco Roccella.

Il partito verrà costituito il 5 febbraio 1956 al termine di un convegno che elegge un esecutivo di cinque componenti (Carandini, Pannunzio, Piccardi, Valiani e Villabruna) e una direzione di quattordici[3].

L'oggetto fondante, sviluppato da un comitato esecutivo provvisorio cui prendevano parte Valiani, Pannunzio ed altri, comprendeva l'attuazione della Costituzione e la effettiva instaurazione dello Stato laico e liberale, quello stato di diritto che fa tutti i cittadini uguali innanzi alla legge, senza discriminazioni politiche e religiose, e che ne garantisce la libertà attiva dall'arbitrio governativo e poliziesco.

Come si vede, fra i primi iscritti figuravano personaggi di tutto rilievo dell'ambiente socio-culturale del tempo, confluenti alla nascente formazione anche da aree più direttamente di sinistra, come per Ernesto Rossi, già messosi in luce nelle file del Partito d'Azione, lo stesso movimento di cui era prestigioso leader Leo Valiani. Valiani non sarebbe restato a lungo nel Partito Radicale, rinserrandosi nuovamente nel "suo" più sobrio partito di provenienza quando fra i radicali cominciò a consolidarsi la leadership di Marco Pannella. Rossi era invece fra i fondatori, e forse il più fervido stimolatore degli "Amici del Mondo", un raggruppamento di intellettuali associatisi per approfondire ricerche politico-istituzionali (i cui dibattiti venivano seguiti dal settimanale diretto da Mario Pannunzio "Il Mondo" da cui ne derivano il nome). Gli "Amici del Mondo" seguirono le fasi iniziali della crescita del partito ed a margine della campagna elettorale in corso nel 1956 per elezioni amministrative, nella quale i radicali (col nome abbreviato in "Partito Radicale") si erano schierati contro la speculazione edilizia ed i cosiddetti "palazzinari", gli "Amici di Rossi" (come venivano denominati da destra, giocando sul nome dell'intellettuale e sulle sue presunte contiguità ideologiche) organizzarono un convegno sulle speculazioni immobiliari attribuite al Vaticano.

Nel 1957, sempre affiancati dagli "Amici del Mondo", i radicali lanciarono nel dibattito politico, che presto ne divenne alquanto scomposto, la proposta dell'abolizione dei Patti Lateranensi integrati nella Costituzione. Nacque con questa fase, supportata da autorevoli interventi tecnici di personalità di varie discipline, una linea politica equanimemente anticlericale, non-comunista e anti-partitocratica. Ma certamente restò più vivido, e più a lungo, il segno dell'accento anticlericale. Fu nel 1959 che questo accento prese la piega di una vera e propria campagna antidemocristiana, accusando il partito di maggioranza, la DC, di aver costruito un regime in seno ad un sistema di democrazia repubblicana. Vi fu un importante dissenso all'interno del partito, cominciando a manifestarsi la frattura che ne avrebbe di lì a poco allontanato Leo Valiani e Giovanni Ferrara.

Gli anni sessanta[modifica | modifica wikitesto]

Sul principio degli anni sessanta, si unirono al partito altri nomi illustri, fra i quali lo scrittore Elio Vittorini, l'attore Arnoldo Foà, Stefano Rodotà, Lino Jannuzzi, ed Antonio Cederna. Mentre l'arrivo di nomi noti anche ad un pubblico non solo elitario consentiva di migliorare le strategie di comunicazione del partito, al suo interno maturava però una contrapposizione che vide consolidarsi la "sinistra radicale", capeggiata da Bruno Villabruna ed Ernesto Rossi.

Nel 1962, a seguito della scissione interna al Partito fra gli alternativisti, coloro che intendevano costituire la "sinistra radicale” (Spadaccia, Pannella, Roccella, Mellini, Bandinelli, Teodori) e i filo-lamalfiani (Giovanni Ferrara, Stefano Rodotà, Piero Craveri) lo stesso gruppo degli "Amici del Mondo” si lacera e vede scindersi dal suo interno personalità quali Pannunzio, Carandini e Cattani. A provocare la rottura definiva tra Rossi e Pannunzio fu in modo peculiare il "caso Piccardi". Lo storico Renzo De Felice aveva scoperto nel corso delle sue ricerche sul razzismo in Italia, che Leopoldo Piccardi, in qualità di consigliere di Stato, aveva partecipato ad un convegno giuridico italo-tedesco destinato ad essere il luogo dell'elaborazione teorica delle leggi razziali. Mentre Pannunzio e altri "Amici del Mondo" condannarono irrevocabilmente Piccardi, Rossi che aveva sulle spalle anni di collaborazione con "l'amico del Mondo", fu solidale, insieme a Ferruccio Parri, con Piccardi; Parri e Rossi avviano da quel momento un sodalizio intellettuale che li vede collaborare sulle colonne del settimanale L'Astrolabio.

Furono in molti ad uscire dal partito, compreso lo stesso Rossi che insieme a Piccardi ed a Ferruccio Parri si sarebbe dato ad altre esperienze nell'area della sinistra post-resistenziale.

In realtà della rottura si poterono dare molte interpretazioni, essendovi in atto anche un contrasto (con costellazione di differenti posizioni) sulle visioni del ruolo della sinistra in quella fase politica: vi era, ad esempio, chi vedeva con favore un avvicinamento al PSI, nel quale Pietro Nenni apriva ad una "non sfiducia" al Patto Atlantico, così come vi era chi anticipava tematiche che sarebbero poi state riprese in termini di eurocomunismo, e vi era anche chi, dalle colonne de Il Mondo, si volgeva apertamente al filo-americanismo. E vi era bastante numero di altre posizioni per poter considerare certamente non unitaria la linea del partito in materia di rapporti con le altre forze politiche, oltre a far dubitare che ve ne fosse una di cui si disponesse. Il caso Piccardi, insomma, fu solo un elemento scatenante, capace di far affiorare dissidi interni espressivi di distanze non solo ascrivibili alla gioventù della formazione, ma gravi segnali di mancanza di un reale fattore comune. Emarginati o "autoepuratisi" gli anziani, il partito restò in mano ai giovani, ai "giovani guastatori", come furono definiti dai fuoriusciti.

Marco Pannella e i "nuovi radicali"[modifica | modifica wikitesto]

La sinistra radicale[modifica | modifica wikitesto]

Il primo segno esterno della sinistra radicale fu l'apparizione nel "Paese" del marzo 1959 di un articolo di Marco Pannella su "Sinistra democratica e Pci"[4] in cui venivano posti i due temi centrali che avrebbero caratterizzato successivamente la strategia dei nuovi radicali: la necessità di un'alleanza di tutta la sinistra, compreso il PCI, e la formulazione di una proposta di candidatura al governo della sinistra attraverso un'"alternativa democratica".

All'interno del partito, la sinistra portò ufficialmente le sue tesi a un consiglio nazionale del novembre 1960[5] con un documento che si articolava in quattro sezioni, ognuna delle quali affrontava quelle che apparivano le questioni cruciali su cui qualificare una politica radicale. La prima, sui rapporti con il mondo cattolico e per l'abolizione dell'art. 7"; nella seconda, sul "significato dell'alleanza del Pr con il PSI e della volontà di perseguire una politica di "sinistra democratica", si respingevano le interpretazioni che volevano l'alleanza tra socialisti e radicali (ampiamente verificatasi nelle amministrative del 1960) come l'incontro dei ceti intellettuali e borghesi con le forze popolari; nella terza sezione, il documento ricordava l'insurrezione ungherese; infine, venivano indicati in positivo una serie di obiettivi: "la federazione europea da perseguirsi immediatamente attraverso elezioni dirette; il disarmo atomico e convenzionale dell'intera area continentale europea con la conseguente abolizione degli eserciti nei paesi di quest'area; la pace separata e congiunta con le due Germanie; la conseguente denuncia del patto militare Nato e dell'Unione Europea; la proclamazione del diritto all'insubordinazione e alla disubbidienza civile; la federazione o comunque la comune organizzazione di tutti i movimenti socialisti, popolari e rivoluzionari nell'Europa occidentale".

A ottobre 1961 uscì il primo numero di Sinistra Radicale, bollettino mensile di informazione politica che fu pubblicato per un intero anno. L'iniziativa verso l'esterno si accompagnava, per la sinistra radicale, all'azione all'interno del Partito Radicale il quale, dopo il congresso del maggio 1961, si andava progressivamente dividendo e disgregando. Nel novembre 1961 i due gruppi di maggioranza presenti nella direzione e nella segreteria entravano in conflitto, rivolgendo gli uni (facenti capo a Leone Cattani) l'accusa al maggior esponente degli altri (il segretario nazionale Leopoldo Piccardi) di eccessivo dinamismo a sinistra. "[6].

Il cambio della classe dirigente e Agenzia Radicale[modifica | modifica wikitesto]

Nel corso di alcuni mesi (marzo-ottobre 1962) si erano praticamente ritirati quasi tutti coloro che avevano costituito il Partito Radicale nel 1955: i piccardiani, i laici moderati che tentarono senza alcun seguito un'"Unione Radicale degli Amici del Mondo", il gruppo dei giovani non di sinistra (Rodotà, Ferrara, Jannuzzi, De Mauro, Mombelli, Craveri), Ernesto Rossi e Eugenio Scalfari e, insieme a loro, la maggior parte dei soci attivi nazionalmente e localmente. La sinistra radicale, da sola, si assunse il compito di ereditare la sigla radicale con il simbolo del berretto frigio.

Il gruppo romano, che nei tre anni precedenti aveva delineato le linee essenziali della nuova posizione, aveva pubblicato "Sinistra Radicale" e si era costituito in corrente, assunse la direzione di quel poco che rimaneva del partito, ereditandone in pieno la rappresentanza politica oltre che le esili strutture materiali. "Agenzia radicale", una nutrita agenzia di stampa, fu lo strumento delle prime campagne politiche, come quella indirizzata all'Eni, alla sua politica economica e al suo ruolo nella situazione italiana di quegli anni. Dal dicembre 1963 l'Agenzia fornì per alcuni anni, fino al 1966, una serie di informazioni e di dati ignoti all'opinione pubblica e a gran parte della stessa classe politica non di vertice, in base ai quali si andava delineando un'analisi del carattere negativo dell'attività dell'Eni sia in termini di scelte economiche che per l'intreccio con il potere politico di uno dei maggiori centri di potere del momento.

La ripresa dell'anticlericalismo[modifica | modifica wikitesto]

Negli anni sessanta il Partito Radicale, attraverso un'impostazione nettamente anticlericale, cercava di creare in Italia un'alternativa laica. Il nuovo partito era ora alle prese con un contesto sociale non più risorgimentale, ma con il sistema di potere clericalista.

Il problema tra Stato e Chiesa doveva essere affrontato guardando alla società del XX secolo, che evolveva veicolando valori e bisogni nuovi, spesso relegati ai margini della società, spesso incompatibili con il modello proposto dalle gerarchie cattoliche. Partendo da questi presupposti, il Partito Radicale cercava di impedire la riconferma o la revisione dei Patti Lateranensi e di abolire il Concordato. L'obiettivo era non solo quello di limitare la pretesa del Vaticano di esercitare la sua giurisdizione sulla società civile, ma anche quello di "conquistare, per i cittadini e per lo Stato, per i credenti e per la Chiesa, un nuovo rapporto, radicalmente diverso, fondate sulle garanzie di libertà e sulle regole dello stato di diritto"[7]. Per questo, nel 1973 il Partito Radicale, all'interno dell'Assemblea Nazionale Anticoncordataria, che nel 1971 aveva fondato la LIAC (Lega Italiana per l'Abrogazione del Concordato), provava a indire un referendum anticoncordatario.

Intanto la dura opposizione dei radicali, nel 1976, faceva arenare un progetto di legge per la revisione dei Patti Lateranensi presentato dall'allora Presidente del Consiglio Giulio Andreotti. Solo l'anno dopo, nel 1977, raccolte le firme necessarie, l'iniziativa referendaria viene avviata.

Nel 1978 però la Corte Costituzionale con la sentenza n.16 aveva dichiarato inammissibile il quesito referendario, considerando il Concordato come trattato con uno Stato estero, ed estendendo quanto previsto dall'articolo 75 della Costituzione, che vieta di abrogare per via referendaria leggi di autorizzazione alla ratifica di trattati internazionali.

Abolire il Concordato per i radicali significa garantire la libera espressione del Clero nello Stato come soggetto religioso operante all'interno delle sue istituzioni, "slegare" allo stesso tempo lo Stato italiano da questi rapporti di ingerenza reciproca, lasciandolo totalmente indipendente nel suo ordinamento, ma soprattutto restituire dignità e libertà a tutta la popolazione.

Il Partito Radicale criticava in Parlamento proprio la legislazione e l'organizzazione economica dello Stato Pontificio ed i suoi rapporti politici ed economici con lo Stato italiano. Tra le altre questioni metteva in discussione il fatto che la Chiesa Cattolica Romana avesse riconosciuti privilegi negati ad altre confessioni religiose (per esempio: l'ora di religione nelle scuole pubbliche, l'otto per mille), che una confessione religiosa gestisse degli organismi bancari (APSA, IOR) capaci di emettere moneta e non sottoposti a controlli internazionali antiriciclaggio[8], che possedesse una mole incalcolabile di beni immobili (chiamata la "roba clericale" da Ernesto Rossi) e che nonostante tutto questo si dichiari in deficit non facendo comparire nel bilancio i santuari, come Loreto o Pompei, gli ospedali cattolici, o l'obolo[8].

L'anticlericalismo radicale non si limitava ad essere una presa di posizione teorica, dispiegata unicamente nella storica lotta all'abolizione del Concordato, piuttosto si canalizzava in iniziative ben incastrate nella piattaforma di valori politici dei radicali, quelle iniziative che dimostravano sul piano pratico l'importanza di un adeguato "processo di secolarizzazione", mostrando quanto la mancanza di questo veicoli tutta una serie di violazioni delle libertà personali dell'individuo.

In questo quadro si inserisce la battaglia per l'approvazione in Parlamento di una legge per il divorzio (1965-1974). In riferimento a questo diritto il Clero si richiamava all'articolo 34 del Concordato del 1929, ridefinito nell'articolo 7 della costituzione della Repubblica Italiana, che oltre ad impegnare l'Italia a riconoscere effetti civili al matrimonio religioso, così come regolato dal diritto canonico, affidava ai tribunali ecclesiastici anche la giurisdizione sulle vicende successive all'atto del matrimonio e quindi sul suo eventuale scioglimento.

Negli anni settanta l'introduzione del divorzio non era per i radicali una manifestazione dei principi anticlericali, piuttosto era una battaglia per l'approvazione di un diritto, quello di disporre liberamente della propria vita e della propria intimità familiare.

Non solo, l'iniziativa referendaria si legava anche a tutte le condizioni di disagio sia sociale, sia pratico ed economico, che accomunava ormai un gran numero di famiglie separate non tutelate della legge.

Molto importante è stato l'impegno della "Lega 13 maggio" guidata da Marco Pannella per la promozione di un referendum abrogativo della legge sull'aborto, per la violazione della quale Adele Faccio, Emma Bonino e Gianfranco Spadaccia erano stati arrestati. In quell'occasione anche L'espresso di Livio Zanetti aveva appoggiato l'iniziativa, con una copertina che sarebbe rimasta famosa nella storia del giornalismo italiano[senza fonte]. La copertina riproduceva una donna incinta, nuda e crocefissa con su scritto: "aborto, una tragedia italiana". Anche in quel caso il legame tra politica e problemi sociali, la convergenza tra la battaglia di laicità e disagio concreto del vissuto degli individui, il sodalizio, si può dire, tra diritti civili ed esigenze di libertà e responsabilità individuale, sono stati i fattori alla base dell'azione politica dei radicali.

L'anticlericalismo dei radicali nasce a partire dalle esigenze di libertà sociali, di tipo religioso, politico, economico, sessuale; e fin dall'inizio pone come obiettivo fondamentale la realizzazione di uno Stato laico e liberale che abbia conquistato i principali diritti civili e umani. L'anticlericalismo radicale non è la bandiera "del laicista, della gente di mondo che non va in chiesa, che professa un disinvolto e fatuo scetticismo, se non addirittura tende a professarsi atea"[9].

Il nuovo anticlericalismo si dirige in una direzione diversa, esso "esercita la laicità, [...] parlando e dibattendo nelle piazze"[9], contrapponendo alla cultura politica della propaganda e della "scrittura per pochi" una cultura dell'oralità, una tecnica del narrare e del discutere per confrontarsi e battersi insieme. L'anticlericalismo radicale pone la religiosità non come fenomeno residuale, prodotto dell'incultura delle masse popolari, piuttosto si rivolge alla "laicità del credente, non al miscredente o all'ateo, facendo appello alla fede di tutti, perché mettano in discussione se stessi e la chiesa dunque, perché portino la contraddizione di essere insieme cittadino e credente"[9].

Gli anni settanta[modifica | modifica wikitesto]

Dichiarazione di voto di Oriana Fallaci (1976) per il Partito Radicale.

Fu negli anni settanta che la vocazione per le campagne moralizzatrici riprese vigore, imperniandosi, come da originaria missione, sulla difesa dei diritti umani, dei diritti civili, per il pacifismo e la non violenza, contro la corruzione e contro l'infiltrazione legislativa di ispirazione cattolica (o più propriamente il suo retaggio) nelle regolamentazioni del diritto di famiglia. Sono note le vittoriose campagne referendarie in tema di divorzio, condotta attraverso la "Lega per l'istituzione del divorzio" (LID), ed aborto, con il "Centro di informazione sterilizzazione e aborto" (CISA), cui seguirono un nutrita schiera di quesiti refendari, di cui molti poi proposti all'elettorato.

Roberto Cicciomessere nel 1969, medicato dopo un'aggressione fascista

Della stessa decade sono le forme inconsuete di pubblicizzazione delle campagne radicali, la più nota delle quali consiste dello sciopero della fame, principalmente messo in atto da Pannella per richiamare attenzione ora sull'antiproibizionismo in materia di droga (attraverso la fondazione del CORA, "Coordinamento Radicale Antiproibizionista"), ora sull'antimilitarismo e l'obiezione di coscienza (LOC, "Lega degli Obiettori di Coscienza" di Roberto Cicciomessere), ora sul femminismo e le libertà sessuali, con una spigolosa apertura al mondo omosessuale attraverso la federazione col "FUORI!" (Fronte Unitario Omosessuale Rivoluzionario Italiano), primo movimento italiano per i diritti degli omosessuali precedentemente fondato da Angelo Pezzana e Mario Mieli, che ruppe in totale dissenso da questa scelta.

Sul fronte dell'accettazione sociale di un raggruppamento condotto da Pannella verso un'ormai caratteristica tradizione scandalistica, nacque il fenomeno dei cosiddetti "Radical Chic". La definizione, coniata negli Stati Uniti da Tom Wolfe, fu giornalisticamente ripresa in Italia ad indicare esponenti dell'alta borghesia e comunque dei ceti monetariamente o culturalmente più rilevanti, che abbracciavano (ma mai senza qualche distinguo) la causa radicale per effetto di una fenomenologia forse più modaiola che ideologica. In compenso, la popolarità crebbe anche presso i ceti meno fortunati, grazie all'impiego di tecniche di sicuro effetto per "restituire", almeno in via di tentativo, forme di partecipazione popolare alla vita democratica. Il referendum era certo una di queste, e le raccolte di firme ne erano il segnale "stradale" più noto, ma anche l'affermazione di Radio Radicale, emittente privata coordinata da Marco Taradash, consentì di diffondere le dirette delle sedute parlamentari.

Iniziative e campagne del movimento radicale (anni sessanta - 2005)[modifica | modifica wikitesto]

L'antimilitarismo nonviolento e la lotta per i diritti umani nell'Europa dell'est[modifica | modifica wikitesto]

Il disarmo unilaterale dell'area europea[modifica | modifica wikitesto]

La prima campagna antimilitarista radicale si reggeva sulla richiesta di disarmo atomico e convenzionale dell'intera area continentale europea. I radicali sostenevano che la grande forza, morale e pratica, che l'Europa, ma anche un solo Stato, avrebbe potuto ottenere svuotando gli eserciti e gli arsenali nazionali, sarebbe stata più efficace in confronto alle esigue capacità di adeguamento al riarmo, in corso in quegli anni. È a questo punto che i radicali incontrarono la proposta del senatore socialdemocratico austriaco Hans Thirring. Il disarmo unilaterale dell'Austria sarebbe dovuto essere un fondamentale presupposto del disarmo generale. Altri paesi avrebbero potuto seguire l'esempio austriaco, creando precedenti che avrebbero potuto coinvolgere anche Stati legati da patti militari. L'Austria - paese neutrale - avrebbe avuto però il diritto di esigere una tutela ai confini, con il ritiro, per alcuni chilometri, delle truppe dei paesi confinanti. Il Partito radicale fece suo immediatamente il progetto Thirring, lanciando un appello perché si creassero in Italia non solo le condizioni per l'attuazione del disarmo austriaco, ma anche per la sua attuazione in Italia. I radicali sostenevano che i paesi comunisti, i quali facevano affidamento molto più sugli armamenti convenzionali schierati ai confini tedeschi che non sugli armamenti atomici, mai avrebbero accettato di adeguarsi all'ipotesi Thirring. Ciò avrebbe messo in difficoltà i comunisti italiani, i quali rifiutarono di aderire alla proposta radicale. Le divergenze erano tali che portarono il partito radicale ad uscire dalla Consulta della pace, di cui erano stati tra i primi aderenti.

Contro i pacifismi unidirezionali[modifica | modifica wikitesto]

Nella mozione del IV congresso del Partito radicale svoltosi a Firenze nel novembre 1967 per la prima volta veniva indicato come obiettivo la "conversione delle strutture militari in strutture civili". I radicali individuavano nel militarismo e nel clericalismo le due forze che impedivano il rinnovamento democratico e liberale del paese.

Alla fine degli anni sessanta il movimento per la pace, nelle diverse componenti, aveva acquisito una certa forza e capacità di mobilitazione, a livello anche internazionale. L'inizio della "escalation" statunitense in Indocina offrì alle sinistre la possibilità di dirottare la lotta pacifista delle sinistre in funzione di mero segno di solidarietà alla guerra "antimperialista" del Nord-Vietnam. Non si parlò più di lotta agli armamenti, non solo convenzionali, ma atomici, l'impegno anti-Nato scomparve dagli slogan come dal dibattito politico. I radicali condannarono l'invasione del Vietnam - anche in sintonia con le "nuove sinistre" statunitensi, allora in forte espansione - ma non abbandonarono l'iniziativa antimilitarista. I loro obiettivi restavano innanzitutto l'ideologia militare, gli eserciti e il loro potere inquinante della democrazia.

Per quanto riguardava lo specifico del Vietnam, i radicali posero al centro della loro attenzione, e individuarono come interlocutori, i monaci buddisti vietnamiti che avviavano una forma di iniziativa nonviolenta dai risvolti drammatici: il sacrificio della vita, nella forma spettacolare del darsi fuoco in pubblico. Il sacrificio personale aveva però un senso politico: i buddisti vietnamiti sollecitavano, appunto, una soluzione del conflitto non attraverso il conflitto militare, ma nella logica e sulle indicazioni del metodo nonviolento. Era una conferma della scelta gandhiana dei nuovi radicali.

La marcia antimilitarista Milano-Vicenza dell'agosto 1967, con le sue iniziative città per città ebbe notevole successo. Per la prima volta, al nucleo iniziale dei radicali di origine "liberale" si univano altre energie, nuclei significativi di giovani in varia forma "libertari" e "diversi" che rivendicavano nuovi diritti civili. La marcia venne pubblicizzata da Lotta Continua, il quotidiano diretto da Adriano Sofri: sul terreno dell'antimilitarismo avvenne, tra le due esperienze di "nuova sinistra", un incontro che gli anni successivi, con il rapporto stabilitosi tra Pannella e Sofri, dimostrarono duraturo, produttivo sul piano ideale e politico.

Nello stesso anno si verificò l'invasione della Cecoslovacchia da parte dell'esercito sovietico. I radicali denunciarono quei drammatici avvenimenti. Una costante dell'iniziativa antimilitarista dei radicali restava infatti l'analisi delle società sovietiche dell'Est europeo, con il fortissimo condizionamento costituito dalle strutture militari, caratteristico di un potere che "impedisce la conquista degli stessi obiettivi autenticamente democratici e socialisti" proclamati[10]. Vennero organizzate iniziative nonviolente in contemporanea, a Sofia, Mosca, Budapest e Varsavia, nelle quali vennero arrestati militanti radicali e della War Resisters International che avevano distribuito volantini in quelle città: "Basta con la guerra del Vietnam, basta con la Nato, basta con l'occupazione della Cecoslovacchia".

A Roma, Milano, Pescara e Sulmona, gruppi radicali organizzavano uno sciopero della fame di 11 giorni, per sollecitare all'intervento quelle forze della sinistra che, al di là della deplorazione, non ritenevano opportuna un'attiva solidarietà con i cecoslovacchi. "Notizie Radicali" scrisse: "La grandiosa prova di resistenza civile offerta dalla popolazione cecoslovacca dovrebbe insegnare qualcosa ai sostenitori della violenza e della rivoluzione armata in ogni circostanza ed in ogni condizione".

Nella relazione al I Congresso Nazionale Antimilitarista promosso dal Partito radicale il 4 novembre 1969, Marco Pannella denunciava come il militarismo fosse una candidatura seria alla gestione della società contemporanea. Il nuovo pensiero militare, secondo i radicali, era quello che teorizza la dissoluzione dell'esercito e la militarizzazione della società civile.[11].

Il diritto alla libera sessualità[modifica | modifica wikitesto]

A metà degli anni sessanta anche le questioni della vita personale e della sessualità erano oggetto di discussione e di iniziativa radicale. "In Italia - affermava una relazione del congresso PR del 1967 - la tradizionale legislazione basata sui concetti di onore e di famiglia indissolubile, l'assenza di una politica demografica, la mancanza di un'informazione sessuale, l'attivo e quotidiano avvelenamento dello sviluppo naturale dei bambini, la persecuzione dei rapporti amorosi che non abbiano ricevuto la sanzione di un'autorità, sono tutti fenomeni che rivelano il carattere non solo individuale, ma sociale del problema sessuale".

Nel 1967 insieme con l'AIED (Associazione italiana per l'educazione demografica) si tiene un dibattito su "Sessuofobia e clericalismo" e, l'anno successivo, viene organizzato il convegno "Repressione sessuale e oppressione sociale". La tematica della liberazione sessuale trova un momento di approfondimento e di applicazione nell'azione in difesa dei diritti degli omosessuali. Nella primavera del 1971 comincia ad aggregarsi, per iniziativa di Angelo Pezzana, il Fronte Unitario Omosessuale Rivoluzionario Italiano (FUORI!).

Dopo svariate attività quali la contestazione di convegni clericali, manifestazioni in comune con femministe, la partecipazione alla campagna radicale anticoncordataria, ed un convegno internazionale di controinformazione sulla sessualità in collaborazione con l'MLD, il FUORI suggella al congresso del novembre 1974 il rapporto con il PR con un patto federativo. "L'omosessualità - afferma Pezzana - può rappresentare, se assunto appieno in un progetto politico, una vera liberazione per tutti". Dopo un periodo di intensa campagna condotta dal FUORI insieme con i radicali tesa a contrastare pregiudizi morali ed a vincere ostacoli materiali nei confronti degli omosessuali, nell'aprile 1975 si tiene il congresso nazionale con 800 partecipanti, uomini e donne. Un anno dopo, nel 1976, nelle liste elettorali radicali, per la prima volta nella storia italiana, gli omosessuali sono presenti come tali a testimoniare l'assunzione della difesa dei loro diritti da parte radicale[12].

La legalizzazione dell'aborto[modifica | modifica wikitesto]

All'inizio del 1970 si costituisce il Movimento di Liberazione della Donna (MLD)[13]. Tra i diversi obiettivi, il movimento si batte innanzitutto per la liberalizzazione dell'aborto. Sono organizzate le autodenunce di massa mentre si intensifica la pressione sul Parlamento che trova un primo sbocco nel progetto di legge sull'aborto presentato da Loris Fortuna (doppia tessera radicale e socialista) l'11 febbraio 1973. Nel 1974 si raccolgono le firme per otto referendum promossi dal PR, tra cui quello riguardante le norme repressive sull'aborto, firme che tuttavia non raggiungono la quota prevista.

Alle manifestazioni ed iniziative di disobbedienza civile si accompagna l'azione di sostegno all'autorganizzazione delle donne nell'attività clandestina per l'aborto. Il 20 settembre 1973 si costituisce, per iniziativa di Adele Faccio, il Centro d'informazione sulla sterilizzazione e sull'aborto (CISA) che, nel novembre 1974, diviene movimento federato al Partito Radicale. Nel gennaio 1975 il CISA viene alla ribalta con la scoperta dopo un anno della attività sotterranea di una clinica di Firenze dove venivano praticati aborti anche come forma dichiarata di disobbedienza civile. All'arresto del medico Giorgio Conciani segue quello di Gianfranco Spadaccia che, da segretario del Partito Radicale, si dichiara corresponsabile, quindi prendono la via del carcere, in aprile, Adele Faccio che afferma di aver assistito attraverso il CISA circa 4000 donne e, in giugno, Emma Bonino, subentrata dopo gli arresti nella responsabilità del CISA.

Solo l'intensificarsi dell'azione di disobbedienza civile, gli arresti, le autodenunce e, quindi, la promozione da parte del PR con l'appoggio de L'espresso, di un referendum abrogativo (che nella primavera del 1975 raccoglie oltre 800.000 firme) fanno del dramma aborto un grande tema nazionale che non può essere ulteriormente eluso dagli stessi partiti laici e di sinistra, costretti a presentare alcuni progetti di legge di diversa ispirazione. Nell'autunno del 1977 il Parlamento vota una legge sull'aborto libero. Nonostante la vittoria, la nuova legge non corrisponde alle aspettative dei radicali (che alla Camera dei deputati, dove erano appena entrati, vi si oppongono) e della parte più consapevole del movimento femminile e femminista. Cinque anni dopo, in contrapposizione al referendum abrogativo proposto dal Movimento per la Vita per restringere i casi di liceità dell'aborto, i radicali raccolgono le firme per un altro referendum per un'ulteriore liberalizzazione dell'interruzione della gravidanza[14]. Nelle votazioni del 1981 vengono però bocciati entrambi i quesiti referendari, lasciando quindi immutata la legge.

Ostruzionismo parlamentare[modifica | modifica wikitesto]

L'ostruzionismo parlamentare è scelto dai deputati radicali tra fine anni settanta e inizi anni ottanta come strategia politica che denunciasse la crisi, l'inefficienza e il consociativismo del Parlamento degli anni settanta. Infatti con il regolamento parlamentare del 1971 il calendario dei lavori era approvato solo con il consenso di tutti i Presidenti dei gruppi parlamentari, di maggioranza ed opposizione, provocando dei compromessi che facevano dell'Italia, secondo il Partito Radicale, un regime partitocratico e consociativo. Il gruppo parlamentare del 1976 si oppose immediatamente all'elezione del Presidente della Camera. I partiti si erano accordati sul nome del comunista Ingrao. Pannella contestava l'accordo, provocava infastidite reazioni, usciva dall'aula assieme agli altri tre deputati, per inscenare una dimostrazione con tanto di cartelli e di slogan. Un episodio che intendeva aprire un problema di enorme importanza: rivendicare la funzione del dibattito parlamentare e opporsi alla tendenza a trasformare la Camera in mera sede di registrazione di decisioni prese altrove (nelle Commissioni parlamentari, nelle segreterie di partito, nei Ministeri).

Il gruppo radicale criticava proprio il Presidente della Camera Ingrao che rivendicava la "centralità" del Parlamento, ma nei fatti, negava gli strumenti essenziali per renderlo tale. A pochi mesi dai quattro referendum del 1978 l'ostruzionismo fu utilizzato quindi dai Radicali per evitare che il Parlamento approvasse delle leggi con l'unico scopo di evitare la tenuta della consultazione.

Il Parlamento votava la legge Manicomiale e la legge per la Commissione Inquirente dei Ministri ed evitava i referendum abrogativi, ma lo stesso non riusciva con la legge Reale, dinnanzi ad un ostruzionismo condotto con la presentazione di migliaia di emendamenti, con decine di ore di interventi in Commissione Giustizia, con interminabili sedute fiume, veglie e centinaia di votazioni. Il Partito rivendicava questa vittoria perché solo con il referendum si poteva concretamente aprire nel paese un dibattito su tutta la legislazione eccezionale che i governi di "Unità nazionale" utilizzavano nei confronti del terrorismo, e che per i Radicali, stravolgevano l'ordinamento giuridico e non sortivano gli effetti sperati.[15]

Dopo il referendum il Gruppo parlamentare proseguiva l'ostruzionismo contro le nuove misure eccezionali di rafforzamento delle pene e dei poteri della polizia e di prolungamento della carcerazione preventiva, perché contribuiva ad alimentare il clima di sospetto che si diffondeva nel paese e accreditava ai terroristi un radicamento sociale e di massa che in realtà non avevano. L'obiettivo era quello di coinvolgere la sinistra comunista e socialista ad avanzare pressioni contro i decreti Cossiga per uscire da quella condizione che, per i Radicali, era di passività ideale e politica, e per prendersi quel ruolo di opposizione politica e sociale necessaria per il funzionamento democratico delle istituzioni[16].

Nel 1981 i deputati Radicali diedero vita ad un duro e lungo ostruzionismo quando i partiti decisero di assegnarsi un cospicuo numero di miliardi procedendo al raddoppio dei contributi statali: l'azione si proponeva di impedire l'aumento dei contributi già fissati dalla legge precedente e l'ottenimento di controlli migliori e maggiori sui bilanci e sull'attività finanziaria dei partiti. Quella vicenda parlamentare si concluse con l'approvazione di una legge che raddoppiò il finanziamento pubblico, e la previsione che il Presidente della Camera, d'intesa con il Presidente del Senato, avessero il compito della stesura di un modello di bilancio che fosse strumento idoneo al controllo dell'attività finanziaria dei partiti (conoscenza dello stato patrimoniale dei partiti, delle partecipazioni a società, della situazione creditizia e debitoria, delle proprietà immobiliari).

Contro la partitocrazia[modifica | modifica wikitesto]

Negli anni di unità nazionale e di compromesso storico i radicali hanno denunciato la politica "dell'ammucchiata" in cui si ritrovavano insieme democristiani e comunisti, socialisti e laici praticamente senza contestazioni ed alternative[senza fonte]. Durante quegli anni sono stati varati molti provvedimenti riguardanti la giustizia e il cosiddetto "ordine pubblico" che hanno ulteriormente trasformato lo Stato in senso autoritario[senza fonte] ed una serie di leggi in campo sociale (affitti, sanità...) che hanno consolidato le strutture di un regime corporativo illiberale, occupato dai partiti[senza fonte].

A mano a mano che ci si allontana da quel periodo diviene sempre più chiaro che ad un volto apparentemente feroce e repressivo dello Stato, faceva riscontro una sostanziale convivenza con il terrorismo da parte dei servizi segreti e di apparati dello Stato[senza fonte]. E, come denunciavano i radicali già in quegli anni[senza fonte], una tale tendenza nascondeva e favoriva la crescita della P2 e di altre simili consorterie, utilizzate e manovrate da uomini e correnti di partito per la gestione degli affari più marcatamente illegali e clandestini[senza fonte].

Questa fu l'essenza[senza fonte] dello scontro nella primavera 1978 sul caso Moro tra le forze che fecero di tutto per salvare il leader democristiano attraverso iniziative di dialogo ed il richiamo al rispetto delle competenze istituzionali (radicali e socialisti) e il più ampio schieramento che rimase contrario alla trattativa coi terroristi. Della stessa natura è stato l'aspro conflitto per il caso d'Urso, il magistrato sequestrato nel dicembre 1980 e salvato nel gennaio successivo con una straordinaria iniziativa di dialogo, e senza trattativa alcuna con le Brigate Rosse, condotto dai radicali anche con l'uso intenso di Radio Radicale[17].

L'individuazione dell'importanza dell'intreccio tra malaffare e politica e la sua vigorosa denuncia sono stati un altro tratto portante del Partito Radicale[senza fonte]. Così è accaduto con l'affare Lockheed nel 1977 quando in Parlamento Pannella denunciava le responsabilità e le connivenze politiche che stavano dietro la vicenda e contribuivano ad impedirne l'insabbiamento[senza fonte]. Così è accaduto nel 1978 con la campagna di opinione pubblica, quando il Presidente della Repubblica Giovanni Leone fu costretto a dimettersi[senza fonte] anche in seguito all'effetto determinante del referendum sul finanziamento pubblico ai partiti[senza fonte]. Così nel 1979 con la proposta di indagine sull'affare Sindona, avanzata per primi dai radicali[senza fonte], che dava origine alla commissione d'inchiesta attraverso cui veniva messo in luce il bubbone P2[18].

Così con l'inchiesta su Licio Gelli e la P2 allorché Massimo Teodori, portando a compimento l'analisi propria del Partito Radicale[senza fonte], denunciava la vera natura della loggia quale prodotto diretto delle degenerazioni dei partiti e conseguenza dell'intreccio con la partitocrazia[senza fonte]. Così nel 1985 con le proposta radicali di inchieste parlamentari sui fondi neri dell'IRI[19], e sul caso Cirillo[20], nel quale si è dipanato un intreccio tra Camorra, servizi segreti, Brigate Rosse e Democrazia Cristiana[senza fonte].

Il No al finanziamento pubblico ai partiti e le proposte per il finanziamento volontario[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Finanziamento pubblico ai partiti e Referendum abrogativi del 1978 in Italia.

Il Partito Radicale si schiera da sempre contro il finanziamento pubblico perché tende ad aumentare il carattere oligarchico, burocratico, consociativo dei partiti politici italiani[21].

Le contestazioni del partito alla legge sul finanziamento pubblico dei partiti, a partire da quella del 1974, sono molte. Una prima opposizione dei Radicali è d'ordine costituzionale: con questa legge s'instaura una sorta di identificazione tra due entità giuridiche distinte, Gruppo parlamentare (che facendo parte della struttura legislativa dello Stato è certamente figura del diritto pubblico) e partito (che, giustamente, è regolato dal diritto privato e si configura come un'associazione di fatto) e si crea un meccanismo debitorio del Gruppo verso il partito, meccanismo certamente in contrasto con il principio della indipendenza del parlamentare (art. 67 Costituzione). Questo, tra l'altro, per evitare il controllo della Corte dei Conti sui bilanci dei partiti, sostituito da un controllo meramente formale della Presidenza della Camera.

La legge poi, secondo i Radicali, finanziando i partiti già presenti in Parlamento, li mette in condizione di superiorità e di vantaggio rispetto a nuove formazioni politiche, pietrificando la situazione esistente e violando palesemente l'art. 49 della Costituzione, perché il diritto dei cittadini di associarsi in partiti viene a configurarsi, secondo la legge, in un diritto di serie A per i cittadini che si associano a quelli già esistenti e in un diritto di serie B per coloro che vorranno associarsi a quelli nuovi: penalizzando nuove formazioni politiche si rischia di prolungare artificialmente la vita di vecchie organizzazioni che scomparirebbero, una volta che non avessero più un sostegno adeguato di iscritti e sostenitori.

Il partito si posiziona poi contro l'equazione illegittima che si viene a creare, con questa legge, tra diritto - riconosciuto e da tutelare - all'associazione politica e partito in "senso stretto", come se non esistessero e non meritassero riconoscimento e tutela "tutte" le altre forme di associazionismo politico: leghe, comitati referendari, movimenti (anche a carattere locale). Il partito ha tentato di cancellare questa legge promuovendo due referendum, ricevendo milioni di voti e una netta vittoria nel 1993, ma disattesa dal Parlamento, che anche dopo l'abrogazione ha reintrodotto nel 1996 il meccanismo del finanziamento pubblico sotto il nome di "rimborsi elettorali".

La proposta dei Radicali è un finanziamento di altra natura, che privilegi il sostegno e l'agevolazione delle attività politiche dei cittadini e della loro partecipazione alla vita pubblica piuttosto che il finanziamento diretto delle strutture partitiche: con l'unica clausola della obbligatoria pubblicità, i partiti (o i soli candidati del movimento politico o le sole articolazioni territoriali) potranno e dovranno essere finanziati da lobby, fondazioni, sindacati, cooperative, e altro ancora, rilanciando così il loro ruolo di "soggetti politici finanziati" da militanti e cittadini. Il tutto regolato con norme che garantiscano la trasparenza dei bilanci e la pubblicizzazione dei soggetti che finanziano. Finanziare in questo modo il "funzionamento democratico della vita civile" con strutture "congressuali", "assembleari", nelle circoscrizioni e nei comuni, per consentire e facilitare la massima partecipazione dei cittadini.

Necessaria è poi una regolamentazione in modo paritetico dell'accesso delle formazioni politiche all'informazione radiotelevisiva.

I meriti della lotta dei Radicali contro il finanziamento pubblico ai partiti sono stati inoltre riconosciuti ed evidenziati dal libro best seller "La casta. Così i politici italiani sono diventati intoccabili (Rizzoli 2007) di Sergio Rizzo e Gian Antonio Stella, nel quale vengono denunciati l'ingordigia ed i mille privilegi dei politici italiani[22].

In un'intervista[23] rilasciata da Gian Antonio Stella nell'agosto 2007, inoltre, l'autore del libro dichiara:

« [...] Credo che i Radicali siano stati gli unici a fare una battaglia coerente su questi temi [l'abolizione del finanziamento pubblico ai partiti, ndr]. Lo dimostra anche quanto ha appena detto Rita Bernardini: il fatto che sono gli unici che ci rimettono dal rimborso elettorale è un piccolo "miracolo al rovescio".
Mi inchino davanti alla scelta dei Radicali di fare questa battaglia »
(Gian Antonio Stella, intervista a Radio Radicale, agosto 2007[23])

Campagna per la giustizia giusta[modifica | modifica wikitesto]

Il PR decise di sostenere il presentatore televisivo Enzo Tortora, ingiustamente accusato di spaccio di droga e associazione camorristica candidandolo al Parlamento Europeo, dove venne eletto. Successivamente venne assolto, poco prima di morire. Non era la prima volta che i radicali si occupavano di garantismo e limitazione della carcerazione preventiva: c'era già stata la candidatura di Toni Negri, che però, approfittò dell'immunità parlamentare per fuggire in Francia. La vicenda Tortora portò al referendum sulla responsabilità civile dei magistrati.

L'arma referendaria[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Referendum abrogativo.

Il partito incontrava per la prima volta il referendum in un'iniziativa presa dai cattolici contro la legge frutto della loro più grande battaglia, quella sul divorzio.

Nel gennaio del 1971 veniva depositata la richiesta di referendum da parte del «Comitato nazionale per il referendum sul divorzio», presieduto da Gabrio Lombardi, con il sostegno dell'Azione cattolica,della CEI e di gran parte della DC. Dopo un'iniziale contrarietà circa l'uso del referendum abrogativo in materia di diritti civili, il Partito Radicale trovava nello strumento referendario un valore innovativo nei metodi e nei contenuti della lotta politica.

I Radicali furono quindi i primi a schierarsi a favore della tenuta del referendum sul divorzio mentre lo stesso non fecero gli altri partiti laici, che cercarono di cambiare la legge in Parlamento (compromesso Andreotti-Jotti) pur di evitare ulteriori strappi con il Vaticano[24]

Da quel momento il Partito Radicale, nella sua visione competitiva e liberale della democrazia, proponeva l'uso del referendum abrogativo come strumento che alimentava lo scontro e il confronto politico tra le diverse posizioni e coinvolgeva i cittadini nelle decisione fondamentali, a partire dai diritti civili. Spiegava infatti Marco Pannella: «solo lo scontro fra il mondo cosiddetto moderato ma che è a destino - suo malgrado - tremendamente reazionario e il mondo del progresso da riconquistare e riaggregare nella sua chiarezza ideale può provocare non il peggio ma il meglio, sia a destra che a sinistra! Solo scontri ideali, culturali, che attengono alle speranze, alla storia, al meglio di ciascuno possono evitare i pericoli nella storia di una società civile, di un Paese; guadagnare grandi termini di confronto: sulla vita, sullo spermatozoo, sul sesso, sull'amore…»[25]

In concomitanza con la vittoria del referendum sul divorzio, venne lanciata tra il 1973 e il 1974, la prima iniziativa referendaria del partito, con la raccolta firme di otto referendum «contro il regime» su posizioni e temi che culturalmente e idealmente, secondo i Radicali, dovevano appartenere alla sinistra: la depenalizzazione dell'aborto, l'abrogazione dal codice penale delle norme più repressive della Legge Reale, l'abrogazione del Concordato.

La strategia politica a cui rispondeva la scelta referendaria era infatti la costruzione, a partire dalla mobilitazione dei cittadini e dall'introduzione nello scontro politico di alcune tematiche dirimenti, dell'«unità laica delle forze di sinistra», che costituiva l'obiettivo dell'azione dei radicali di Pannella sin dagli anni cinquanta.

Fallita tuttavia la campagna di raccolta firme e fallito il tentativo di creare uno schieramento unitario delle sinistre in opposizione alla DC, nel 1976 dopo l'ingresso in Parlamento di 4 deputati Radicali, e il passaggio del PCI nell'area di governo, la nuova strategia referendaria acquisiva il carattere di vero e proprio programma politico alternativo al «compromesso storico». Dopo la bocciatura di quattro quesiti da parte della Corte Costituzionale, e il superamento parlamentare di altri due, nel 1978 si votava per l'abrogazione della legge Reale e del finanziamento pubblico ai partiti.

Seppur la maggioranza degli italiani si schierava per il mantenimento delle norme, l'esito del referendum sul finanziamento pubblico, un po' come quello sul divorzio, fu un grande successo per il partito: quasi 14 milioni di italiani (il 43,6% dei votanti) votarono contro l'indicazione di tutti i partiti schierati per il «no», dimostrando una crescente insoddisfazione verso le politiche dei due maggiori partiti al governo, DC e PCI. Nella sua critica sferzante al cosiddetto bipolarismo DC-PCI e al tipo di società ingessata che i due partiti avevano costruito, il nuovo segretario del Partito socialista italiano Bettino Craxi, sembrava poter essere il nuovo interlocutore del partito. Il progetto era quello di un'alleanza parlamentare come preludio alla creazione di una forza socialista di prima grandezza, cardine dell'alternativa di sinistra.

Saranno di nuovo i referendum il banco di prova di possibili accordi politici. Il XXI Congresso del Pr rivolgeva nel 1979[26] un appello per le elezioni senatoriali, sia al Partito socialista italiano che agli altri partiti di sinistra, a sottoscrivere accordi politici articolati regione per regione, in modo da utilizzare al meglio i risultati di ciascuno.

Si leggeva su «Argomenti Radicali» il bimestrale politico per l'alternativa: «Con i referendum ribadiamo la volontà di portare all'ordine del giorno del paese temi che altrimenti sarebbero ignorati (nucleare, caccia, droga, aborto) o attraverso i quali, con l'abrogazione, si può esercitare una funzione legislativa in positivo (reati d'opinione, norme anticostituzionali penali e militari) perseguendo un metodo di formazione dell'unità dal basso in grado di rompere gli estenuanti negoziati tra partiti che stanno alla base dell'immobilismo di decenni»[27].

Tuttavia la proposta radicale non venne accolta. Il Partito Socialista Italiano, i Partito Repubblicano Italiano ed i Partito Liberale Italiano divennero i nuovi interlocutori della Democrazia Cristiana, decisa ad emarginare il PCI dopo l'epoca del «compromesso storico», dando vita fino al 1993 alla stagione del «pentapartito».

Il Partito radicale si ritrovava isolato nella conduzione della campagna referendaria, che vedeva prevalere i «no».

Negli ultimi anni ottanta vi furono le successive campagne referendarie radicali insieme a socialisti, liberali e verdi con quesiti che miravano a riformare in senso garantista la giustizia, e con altri sulla difesa dell'ambiente e sulla lotta al nucleare (già proposti nel 1981), temi molto sentiti dall'opinione pubblica e cardini della politica del Partito Radicale.

Il referendum rappresentava ancora per il movimento, l'unico strumento per sbloccare il sistema e consentire decisioni su alcune delle questioni sulle quali l'accordo tra i partiti risultava essere impossibile. Promuovendo con i partiti laici non comunisti una comune campagna referendaria, i Radicali tentarono anche di dar vita ad uno schieramento politico da presentare unito alle elezioni del 1987. Il progetto tuttavia non ebbe seguito a causa della defezione di Craxi, che non cambiava idea neppure dopo il successo dei cinque referendum e ritrovando l'accordo con la Democrazia Cristiana di Ciriaco De Mita preferiva proseguire la stagione del «pentapartito».

L'obiettivo politico di inizio anni novanta vedeva concentrare gli sforzi soprattutto per la riforma del sistema elettorale. Infatti per i Radicali, il sistema elettorale «proporzionale» costituiva una delle regole più importanti del «regime», per la rappresentanza dei partiti in Parlamento, per la distribuzione del potere politico e per l'accesso al potere socio-economico. Cambiare quella regola significava introdurre un potente elemento di contraddizione nel cuore del «regime».

La prima iniziativa fu presa nel 1990 insieme al Corel per la legge elettorale maggioritaria al Senato, per l'elezione di Sindaci e Presidenti delle Province con formule fortemente maggioritarie e per la preferenza unica alla Camera.

L'unico sopravvissuto al giudizio di ammissibilità della Consulta fu il quesito sulla preferenza unica, che registrava una netta affermazione dei «si» nel voto del 9 giugno 1991.

Incoraggiati dall'esito altamente positivo del referendum, i promotori rilanciarono la raccolta delle firme sui due quesiti respinti dalla Corte Costituzionale opportunamente modificati. Il Pr pur essendo protagonista della nuova iniziativa referendaria marcava subito una distanza rispetto agli altri promotori, da una parte insistendo sulla necessità di una chiara scelta della riforma elettorale anglosassone, maggioritaria e a un turno, e dall'altra aggiungendo altri tre referendum al pacchetto, quelli sul finanziamento pubblico dei partiti, sulla depenalizzazione della legge sulla droga, e sul controllo ambientale delle USL.

La forte affermazione di tutti i quesiti ed in particolare di quelli elettorali sembravano poter determinare una svolta nel sistema politico italiano. Tuttavia i Radicali criticavano subito l'approvazione della legge Mattarella approvata in seguito dal Parlamento, che manteneva il 25% di seggi con metodo proporzionale, assegnati con un'apposita scheda elettorale, perché di fatto vanificava l'esito referendario, mantenendo intatta la frammentazione partitica.

Sempre nel 1993 la successiva campagna, oltre alla riproposizione dei quesiti elettorali, vedeva la presenza di una serie di quesiti «liberali e liberisti» aprendo così un fronte di lotta che vedeva impegnato il partito per tutti gli anni novanta.

Tredici quesiti che rappresentavano per il partito un «programma di governo» che mirava a tutelare la «dignità» del cittadino, del contribuente, del consumatore, attraverso una maggiore «libertà» su temi come il fisco, il commercio, il servizio sanitario e il lavoro. Il Movimento dei Club Pannella-Riformatori tentava di coinvolgere Forza Italia, la nuova formazione politica che si proponeva di rappresentare «il partito liberale di massa»[28]. Tuttavia Berlusconi non mantenne nessuno degli impegni presi e per questo i Radicali si presentarono in tutte le elezioni successive al di fuori dei due schieramenti politici, portando avanti isolatamente anche le successive iniziative referendarie.

Nel 1995 tra i sei quesiti che superarono il giudizio di legittimità della Corte Costituzionale, tre furono approvati dai cittadini: soggiorno cautelare, trattenute dei contributi sindacali e privatizzazione della RaiTV.

Nel 1996 i Radicali tornavano a proporsi come soggetto fondatore «di un'Unione federalista dei Riformatori, che aveva ancora come obiettivo il trittico Presidenzialismo, Federalismo, Bipartitismo "americano" con leggi elettorali maggioritarie a tutti i livelli. Questo progetto si incardinava in una nuova iniziativa referendaria articolata in venti quesiti tra i quali, nuovamente, quelli elettorali, insieme a quelli per la riforma della giustizia, del fisco, della sanità e ad alcuni cavalli di battaglia storici, come la depenalizzazione dell'aborto, l'obiezione di coscienza e legalizzazione delle droghe leggere. Nel giugno del 1997 i quesiti, ridotti dalla Corte Costituzionale a sei, pur ottenendo maggioranze schiaccianti di «sì» non riuscirono a raggiungere il quorum richiesto.

Il movimento si impegnava a presentare subito un nuovo pacchetto di referendum formulato in una serie di pubblicazioni inviate ad un indirizzario di imprenditori tra l'ottobre del 1996 e il luglio del 1997. Il più diffuso di questi fogli, intitolato «Terzo Stato», raccoglieva in prima pagina un vero e proprio manifesto politico indirizzato a quello che, con una metafora storica di sapore rivoluzionario, Marco Pannella chiamava «il Terzo Stato dell'impresa, della produzione, del lavoro e della scienza; dei non garantiti e delle vittime dello «Stato»; dei «padroni» e dei disoccupati; dei sette milioni di partite IVA, dei cinque milioni e mezzo di imprenditori e dei tre milioni senza lavoro, degli immigrati e dei non-emigranti; dei cittadini senza diritti»[29]. Il tentativo era sempre quello di incardinare un conflitto basato su una nuova linea di frattura tra riformatori e conservatori, progetto che si scontrava con quella pratica italiana di «concertazione tra le parti sociali» che secondo i Radicali, molto spesso subordinava ogni riforma economica all'accordo con i sindacati.

Pur rivolgendosi a un interlocutore sociale non sempre sostenuto, perché ritenuto disorganizzato e privo di identità e legami, Marco Pannella cercava di coinvolgere in questa impresa la Confindustria. Proprio la mancanza di una sostegno convinto da parte di questa organizzazione portava il partito a desistere dall'impresa.

Gran parte dei quesiti furono riproposti nella campagna referendaria lanciata nel 1999, quando avendo a disposizione una quantità senza precedenti di fondi dopo il successo elettorale della Lista Emma Bonino alle elezioni europee e la vendita di Radio Radicale 2, il partito si trovava in condizione di portare a termine da solo la campagna di raccolte firme.

Il pacchetto dei 20 referendum si inseriva all'interno di quel progetto politico-sociale che era stato battezzato da Pannella con lo slogan «rivoluzione liberale». Quesiti per l'abolizione, nelle loro varie forme, dei finanziamenti pubblici a partiti, sindacati e chiese, per la riforma della giustizia, per l'abolizione della quota proporzionale residua nel sistema elettorale, per la liberalizzazione del mercato del lavoro, del fisco e del sistema previdenziale. L'invito all'astensione di tutti i principali partiti provocava una bassa partecipazione degli italiani.

Dal 2001, in particolare grazie all'impegno di Luca Coscioni, il partito si impegna sul tema della libertà di ricerca e di cura. Dopo l'approvazione della legge sulla fecondazione assistita nel 2004, da parte della Casa delle Libertà e di alcune componenti del centro-sinistra, la volontà era quella di abrogarla tramite il ricorso al referendum popolare, poiché per i Radicali Italiani e l'Associazione Luca Coscioni, colpiva i diritti e le libertà delle coppie sterili e di milioni di malati, a cui si negava, in Italia, una speranza di vita e di guarigione.

L'appello per il referendum era rivolto ancora a tutte le forze politiche e sociali (i Democratici di Sinistra, i sindacati, le associazioni, i «liberali» del centro-destra e dell'Ulivo) che avevano dichiarato e proclamato, i mali possibili di quella legge, affinché concretamente, potessero mettersi a lavoro insieme, per abolirla. Così come per le altre lotte di diritti civili, come l'aborto e il divorzio, secondo i Radicali, la popolazione italiana era pronta a seguire l'impostazione liberale anche su questo tema della libertà di ricerca scientifica.

Il referendum non supererà il quorum, ma sarà grazie alla mobilitazione di quei mesi con il partito dei Socialisti Democratici Italiani e di altri componenti di sinistra, che i Radicali daranno vita ad una nuova forza politica «laico, liberale, radicale, socialista», la Rosa nel pugno, che promuoverà nuovamente, tra le altre cose, l'obiettivo della laicità dello Stato all'interno dello schieramento di centro-sinistra.

La libertà di ricerca scientifica[modifica | modifica wikitesto]

Il leader radicale Luca Coscioni.

Nel 2000 i radicali si impegnavano ufficialmente a favore della libertà di ricerca scientifica, una libertà che, a loro parere, poggia sui diritti della persona e sul concetto di uno Stato laico e separato costituzionalmente dal Clero.

Fino a quella data il problema non era stato una priorità d'attenzione a livello politico, piuttosto era implicito nella politica antiproibizionista e nel dissenso nei confronti di qualsiasi approccio illiberale e antidemocratico. Prima di allora il rapporto tra scienza e politica era stato affrontato solo per ciò che riguarda il nucleare, ed in particolare il nucleare civile, e gli OGM.

Nel corso dell'elezione on-line di un terzo dei dirigenti radicali, con la " Lista aperta antiproibizionista sulla scienza, sulle droghe, sui diritti individuali, religiosi, politici, economici e sessuali " Luca Coscioni, un professore universitario di economia che si era ammalato di sclerosi laterale amiotrofica, attirava l'attenzione su di sé, raccontava la sua storia e i suoi obiettivi, e veniva eletto al "Comitato di Coordinamento dei radicali".

La sua partecipazione alla vita del movimento radicale ha posto la libertà di ricerca scientifica, ed in particolare quella sulle staminali embrionali, come una delle battaglie prioritarie per i radicali e per l'Italia.

Dalle elezioni del 2001 in poi per i soggetti delle liste radicali, la battaglia per la libertà di ricerca scientifica è totalmente iscritta all'interno di un impegno di una laicità dello Stato e per la libertà individuale

La lista Bonino, di cui Coscioni era capolista appoggiato da 51 Premi Nobel e circa 800 tra scienziati e uomini di cultura, cercava di portare il problema dell'etica della ricerca al centro del dibattito politico, e lo faceva, richiamandosi al pluralismo elettorale, tramite sit-in davanti al Quirinale, tramite il satyagraha di Emma Bonino e Luca Coscioni.

Mentre Rutelli e Berlusconi, in quegli anni leader dei due poli, consideravano il problema semplicemente una 'questione di coscienza' che non poteva essere terreno di scontro politico, per i radicali, al contrario, proprio il fatto che si trattasse di 'questioni di coscienza' era il fattore che conferiva a questi temi la loro politicità. È proprio su questo punto che i radicali chiamano in causa la libertà di scelta personale, quando invece per le gerarchie ecclesiastiche e per il sistema di potere clericalista in questi casi il principio del pluralismo non dovrebbe essere applicato.

A seguito del risultato elettorale del 2001, nel 2002 Luca Coscioni e i radicali fondavano l'Associazione Luca Coscioni, il 22 e il 23 dicembre si teneva il I Congresso dell'Associazione Luca Coscioni: il progetto era quello di sollecitare un vasto dibattito pubblico, contrastare le varie forme di pressione politica, fideistica o culturale, che si oppongono alla libertà di ricerca. Nel 2002 l'Associazione e i Radicali Italiani dovevano impegnarsi sulla fecondazione artificiale, tema divenuto scottante per l'ambito politico e bioetico, a seguito della proposta di legge della Casa delle Libertà che nel 2004 sarebbe approvata come legge 40. La proposta era, a giudizio del fronte laico, fortemente proibizionista e per questo l'Associazione Luca Coscioni e i Radicali Italiani avviavano una campagna referendaria, dopo aver manifestato davanti al Senato della Repubblica prima, in occasione dell'approvazione della legge 40 al Senato, in piazza Montecitorio poi, quando il disegno passava anche alla Camera dei deputati.

Il 25 marzo 2004 avevano depositato in Corte di Cassazione quattro referendum, uno che mirava ad abrogare la legge totalmente, gli altri tre solo parzialmente. La Cgil e altri esponenti della sinistra avevano presentato un referendum di abrogazione parziale della legge. Anche in questa occasione, due esponenti radicali, Rita Bernardini e Daniele Capezzone, ricorrevano allo sciopero della fame per denunciare l'assenza di legalità dell'informazione sui temi referendari.

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Le firme sono raccolte per tutti e quattro i quesiti, parallelamente a vari convegni e manifestazioni che miravano a mantenere alto l'interesse e l'attenzione dei cittadini su questioni tanto importanti. Uno degli eventi più significativi, il 7-8 dicembre 2004, era ospitato dal Parlamento Europeo: "Laicità e religione: le emergenze Francia Italia e Spagna". L'anticlericalismo in questo contesto diveniva la chiave dell'iniziativa politica dei radicali, che sottoponevano i problemi etici italiani ad un'analisi di più ampio respiro, un'analisi che tentasse di chiarire la natura e l'importanza della laicità e degli scontri in atto, ponendo l'attenzione però su un punto di vista, che se non nuovo, era sicuramente poco considerato nel panorama delle opinioni più discusse: era quello dei cattolici (teologi, ecclesiaistici, laici) favorevoli alla fecondazione assistita, alla libertà di ricerca.

Il 13 gennaio 2005 i giudici della Corte Costituzionale, al termine della Camera di Consiglio, decidevano l'ammissibilità solo dei quattro referendum di abrogazione parziale della legge. Il cardinale Camillo Ruini, presidente della Cei, invitava i cittadini ad astenersi dal voto, perché sebbene sulla vita non si possa nemmeno votare, la legge già salvaguarda e considera i criteri essenziali, il voto la peggiorerebbe senz'altro. Contro queste dichiarazioni si levano sia i laici, sia i cristiani non cattolici, ma anche quei cattolici che dichiarano inaccettabile l'incitamento ai fedeli di boicottare un referendum che regola la vita civile di un paese.

Il 12 e 13 giugno sono stati votati i quattro referendum per l'abrogazione parziale della legge 40/2004. L'astensionismo raggiunge il 74.4%.

Nell'autunno 2004 grazie al suo status consultivo presso il Consiglio economico e sociale Nazioni Unite, il Partito Radicale Transnazionale, grazie all'attività dell'Associazione Luca Coscioni, aveva organizzato un incontro durante la 60ª sessione della Commissione diritti umani dell'ONU a Ginevra, alla quale avevano partecipato scienziati e ricercatori europei e americani, nonché più di 50 Premi Nobel per lanciare un appello. Considerando il Patto Internazionale sui Diritti Economici e Sociali e Culturali, ci si appellava all'ONU affinché si respingesse ogni proposta volta a proibire la ricerca scientifica sulle staminali embrionali. Le proposte in effetti erano venute dal Costa Rica, seguita da Stati Uniti, Spagna e Italia, che presentava nel 2003 una bozza per estendere la "Convenzione Internazionale contro la clonazione riproduttiva dell'essere umano" anche alla clonazione terapeutica, convenzione che doveva essere stilata da un Comitato Ad Hoc nominato nel 2001 dall'Assemblea generale.[30] Anche il Vaticano, in qualità di osservatore permanente di Stato non membro, presentava per l'occasione all'Assemblea generale una dichiarazione in cui la clonazione riproduttiva e quella terapeutica erano messe alla stessa stregua, la differenza tra le due veniva definita del tutto "superficial".[31]

Sulla scia dei lavori cominciati per l'appello, l'Associazione Luca Coscioni preparava il I Congresso Mondiale per la Libertà di Ricerca Scientifica. Questo congresso, il primo dopo la scomparsa prematura del fondatore del soggetto, si svolgeva il 16-17 e 18 febbraio 2006 e si proponeva di rilanciare un nuovo appello contro la proibizione della ricerca sulle staminali embrionali, di effettuare un adeguato monitoraggio della situazione della libertà della scienza nei singoli paesi, favorendo confronti sulle questioni connesse, e di organizzare iniziative volte a battere privilegi e posizioni oscurantiste e repressive.

Oltre il partito e le nazioni: la trasformazione in Partito Radicale Transnazionale[modifica | modifica wikitesto]

Dopo lunghe discussioni in seno al Pr, il Consiglio Federale del Partito riunito a Trieste dal 2 al 6 gennaio 1988, decide di sciogliersi e di confluire nel Partito Radicale Transnazionale, che nascerà l'anno seguente. A partire da allora, gli esponenti radicali si sono presentati alle varie tornate elettorali sotto le insegne della lista Antiproibizionisti sulla Droga (dal 1989 al 1992), della Lista Pannella (dal 1992 al 1999), della Lista Bonino (dal 1999 al 2009), della Lista Bonino Pannella (dal 2009 al 2013) e della Lista Amnistia Giustizia Libertà (nel 2013).

Struttura[modifica | modifica wikitesto]

Organi nazionali[modifica | modifica wikitesto]

Segretari[modifica | modifica wikitesto]

Presidenti[modifica | modifica wikitesto]

Congressi[modifica | modifica wikitesto]

Congressi nazionali (come Partito Radicale)

  • I Congresso - Roma, 27-28 febbraio 1959
  • II Congresso - Roma, 26-28 maggio 1961
  • III Congresso - Bologna, 12 maggio 1967
  • IV Congresso - Firenze, 4-5 novembre 1967
  • V Congresso - Ravenna, 2-4 novembre 1968
  • VI Congresso - Milano, 1-3 novembre 1969
  • VII Congresso - Roma, 9-10 maggio 1970
  • VIII Congresso - Napoli, 1-3 novembre 1970
  • IX Congresso - Milano, 14 febbraio 1971
  • X Congresso - Roma, 31 ottobre-2 novembre 1971
  • XI Congresso - Torino, 1-3 novembre 1972
  • XII Congresso - Roma, 7-8 luglio 1973
  • XIII Congresso - Verona, 1-3 novembre 1973
  • XIV Congresso - Milano, 1-4 novembre 1974
  • XV Congresso - Firenze, 4 novembre 1975
  • XVI Congresso - Roma, 16-18 luglio 1976
  • XVII Congresso - Napoli, 1-4 novembre 1976
  • XVIII Congresso - Roma, 7-8 maggio 1977
  • XIX Congresso - Bologna, 29 ottobre-1º novembre 1977
  • XX Congresso - Bari, 15 novembre 1978
  • XXI Congresso - Roma, 29 marzo-3 aprile 1979
  • XXII Congresso - Genova, 31 ottobre-4 novembre 1979
  • XXIII Congresso - Roma, 7-9 marzo 1980
  • XXIV Congresso - Roma, 31 ottobre-4 novembre 1980
  • XXV Congresso - Roma, 5-7 giugno 1981
  • XXVI Congresso - Firenze, 28 ottobre-1º novembre 1981
  • XXVII Congresso - Bologna, 28 ottobre-1º novembre 1982
  • XXVIII Congresso - Roma, 13-15 maggio 1983
  • XXIX Congresso - Rimini, 28 ottobre-1º novembre 1983
  • XXX Congresso - Roma, 31 ottobre-4 novembre 1984
  • XXXI Congresso - Firenze, 30 ottobre-3 novembre 1985
  • XXXII Congresso - Roma, 29 ottobre-2 novembre 1986; 26 febbraio-1º marzo 1986
  • XXXIII Congresso - Roma, 25-26 aprile 1987
  • XXXIV Congresso - Bologna, 2-6 gennaio 1988

Congressi transnazionali (come Partito Radicale Transnazionale)

  • XXXV Congresso - Budapest, 22-26 aprile 1989
  • XXXVI Congresso - Roma, 29 febbraio-3 marzo 1992; 4-7 febbraio 1993
  • XXXVII Congresso - Roma, 7-8 aprile 1995
  • XXXVIII Congresso - Ginevra, 4-7 aprile 2002; Tirana, 31 ottobre-3 novembre 2002
  • XXXIX Congresso - Chianciano, 17-20 febbraio 2011

Politici ed iscritti[modifica | modifica wikitesto]

Dirigenti politici attuali[modifica | modifica wikitesto]

Ex dirigenti politici del passato

Personaggi famosi iscritti e simpatizzanti[modifica | modifica wikitesto]

Risultati elettorali[modifica | modifica wikitesto]

Lista Voti % Seggi
Politiche 1958 Camera PRI-Partito Radicale[32] 405.574 1,37 6[33]
Senato - - - -
Politiche 1968 Camera Partito Radicale[34] 1.540[35] 0,00 -
Senato - - - -
Politiche 1976 Camera Partito Radicale 394.212 1,07 4
Senato Partito Radicale 265.947 0,85 -
Politiche 1979 Camera Partito Radicale 1.264.870 3,45 18
Senato Partito Radicale 413.478 1,32 2
Europee 1979 Partito Radicale 1.283.512 3,67 3
Politiche 1983 Camera Partito Radicale 809.810 2,19 11
Senato Partito Radicale 548.863 1,77 1
Europee 1984 Partito Radicale 1.197.490 3,41 3
Politiche 1987 Camera Partito Radicale 988.180 2,56 13
Senato Partito Radicale 572.461 1,77 3

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Giuseppe Fiori, Una Storia italiana.
  2. ^ I liberali dissidenti fondano il partito radicale
  3. ^ Il congresso radicale ha concluso i lavori
  4. ^ Marco Pannella, La sinistra democratica e il Pci (http://www.radioradicale.it/exagora/la-logica-schiacciante-della-iii-internazionale), Il Paese, 22 marzo 1959
  5. ^ Progetto di risoluzione sulla politica del Partito Radicale, presentata dai consiglieri nazionali Marco Pannella e Giuliano Rendi, Roma, 19-20 novembre 1960, ciclostilato (http://www.radioradicale.it/exagora/le-mozioni-del-novembre-1960-al-consiglio-nazionale)
  6. ^ "Un dibattito non esplicito nella direzione del Pr", in "Sr", n. 2, novembre 1961
  7. ^ Marco Pannella, Congresso Straordinario del Partito Radicale 1981.
  8. ^ a b Radioradicale inchiesta Panorama Economy 2004
  9. ^ a b c Angiolo Bandinelli, editoriale "L'anticlericalismo religioso dei radicali"
  10. ^ Gianfranco Spadaccia,Comunicazione del segretario del partito, Notizie Radicali, 2/9/1968
  11. ^ Angiolo Bandinelli,Antimilitaristi: cronache di 25 anni La Prova Radicale,20/09/1971
  12. ^ Documento conclusivo del V Congresso FUORI
  13. ^ il Movimento di liberazione della donna: le ragioni - Notizie Radicali, 26 ottobre 1970
  14. ^ Emma Bonino, Gianfranco Spadaccia L'iniziativa radicale contro l'aborto clandestino e per il miglioramento della legge 194 RadioRadicale 27/05/2005, audio
  15. ^ Un bis per la legge Reale, Mauro Mellini, 26 maggio 1978
  16. ^ Volantino diffuso dal Gruppo parlamentare radicale per denunciare le nuove misure repressive, No! al ricatto del terrore, 1º febbraio 1980
  17. ^ Liberate D'Urso, compagni!" da "Lotta continua", dicembre 1980 da ” Marco Pannella - Scritti e discorsi - 1959-1980”, editrice Gammalibri, gennaio 1982
  18. ^ P2: Istituzione di una Commissione parlamentare di inchiesta sulla loggia massonica "Propaganda 2" e sui suoi dirigenti" Atti Parlamentari - Camera Dei Deputati - VIII Legislatura - Disegni di Legge e Relazioni - N. 2130
  19. ^ Fondi neri: una battaglia radicale Atti parlamentari - IX Legislatura - Disegni di legge e relazioni - Documenti - CAMERA DEI DEPUTATI Doc. XXII n. 4
  20. ^ Le denunce radicali sul caso Cirillo lavoro realizzato con i documenti dell'archivio di Radio Radicale, 2004.
  21. ^ Dall'archivio di Radio Radicale, "L'opposizione radicale al finanziamento pubblico dei partiti, l'ostruzionismo parlamentare dell'81, il referendum del maggio 2000 contro la legge sui rimborsi elettorale”, 23 gennaio 2007
  22. ^ RadioRadicale.it - i passaggi de "La casta" dedicati ai Radicali
  23. ^ a b RadioRadicale.it - "La casta", tranne i Radicali
  24. ^ Piero Craveri, La Repubblica, 1959-1992, Utet, p. 442
  25. ^ Marco Pannella, Relazione introduttiva nel XXV Congresso, 1981
  26. ^ La mozione generale approvata dal XXI Congresso (straordinario) del Pr, Roma, 29, 30, 31 marzo, 1 e 2 aprile 1979
  27. ^ Franco Corleone, Lorenzo Strik Lievers e Massimo Teodori Guerra, terrorismo, solidarietà nazionale Argomenti Radicali n.14, 30 gennaio 1980
  28. ^ Appello di Forza Italia e del Movimento dei club Pannella-Riformatori ai cittadini italiani 7 luglio 1994
  29. ^ Copia pubblicazione inviata agli imprenditori, 1997/98: suicidio o trionfo dell'imprenditore italiano, 29 luglio 1997
  30. ^ Documento del Costa Rica alle Nazioni Unite
  31. ^ Discorso della Santa Sede alle Nazioni Unite
  32. ^ Fonte Ministero dell'Interno
  33. ^ Di cui nessuno iscritto al Partito Radicale
  34. ^ Fonte Ministero dell'Interno
  35. ^ Lista presentata nella sola circoscrizione Milano-Pavia

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]

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