Pietro Nenni

Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.
Pietro Nenni
Pietro Nenni2.jpg

Ministro degli Esteri
Durata mandato 18 ottobre 1946 –
2 febbraio 1947
Presidente Alcide De Gasperi
Predecessore Alcide De Gasperi
Successore Carlo Sforza

Durata mandato 12 dicembre 1968 –
5 agosto 1969
Presidente Mariano Rumor
Predecessore Giuseppe Medici
Successore Aldo Moro

Segretario del Partito Socialista Italiano
Durata mandato 1931 –
1945
Predecessore Ugo Coccia
Successore Sandro Pertini

Durata mandato 1949 –
1963
Predecessore Alberto Jacometti
Successore Francesco De Martino

Dati generali
Partito politico PRI (1909-1921)
PSI (1921-1966, 1969-1980)
PSU (1966-1969)
on. Pietro Nenni
Bandiera italiana
Assemblea costituente
Luogo nascita Faenza FC
Data nascita 9 febbraio 1891
Luogo morte Faenza
Data morte 1º gennaio 1980
Professione giornalista
Partito PSI
Gruppo PSIUP (1946-1947), PSI (1947-1948)
Coalizione CLN (1946)
Collegio Collegio Unico Nazionale (1946)
sen. Pietro Nenni
Bandiera italiana
Parlamento italiano
Senato della Repubblica
Partito PSI (1921-1966, 1969-1980)
Legislatura V (dal 25 novembre 1970), VI, VII, VIII (fino al 1 gennaio 1980)
Gruppo PSI (1970-1980)
Senatore a vita
Investitura Nomina presidenziale
Data 25 novembre 1970
Incarichi parlamentari


  • Membro della commissione esteri
on. Pietro Nenni
Bandiera italiana
Parlamento italiano
Camera dei deputati
Partito PSI (1921-1966, 1969-1980)
Legislatura I, II, III, IV, V (fino al 25 novembre 1970)
Gruppo PSI (1948-1970)
Circoscrizione Roma (I), CUN (II), Milano (III-IV-V)
Incarichi parlamentari


  • Capogruppo del PSI, dall'8 febbraio 1947 al 31 dicembre 1963 (I-II-III-IV)
  • Vicepresidente della giunta per il commercio (I)
« Senza democrazia e senza libertà tutto si avvilisce, tutto si corrompe, anche le istituzioni sorte dalle rivoluzioni proletarie, anche la trasformazione, da privata a sociale, della proprietà dei mezzi di produzione e di scambio che dell'economia socialista è pur sempre la condizione principale, ma nell'etica socialista è pur sempre il mezzo e non il fine, il fine essendo la liberazione dell'uomo da ogni forma di oppressione e di sfruttamento. »
(Pietro Nenni, Mondo Operaio, 1955)

Pietro Nenni (Faenza, 9 febbraio 1891Roma, 1º gennaio 1980) è stato un politico e giornalista italiano, leader storico del Partito Socialista Italiano.

Biografia[modifica | modifica sorgente]

Inizi e famiglia[modifica | modifica sorgente]

Nacque il 9 febbraio 1891 a Faenza, in provincia di Ravenna, da una modesta famiglia: i genitori Giuseppe e Angela Castellani erano entrambi a servizio dei conti Ginnasi e rimase orfano di padre in giovane età (1896)[1]. Per interessamento della contessa Ginnasi, che voleva farlo diventare prete, la madre riuscì a farlo accogliere nell'orfanotrofio "Maschi Opera Pia Cattani"[1], dove mostrò subito il suo temperamento ribelle scrivendo nei corridoi del collegio Viva Bresci dopo il regicidio di Umberto I[2].

Nel 1908 fu assunto come impiegato in una fabbrica di ceramiche, ma pochi mesi dopo venne licenziato per aver partecipato a uno sciopero di agricoltori e, contemporaneamente, espulso dalla struttura dell'orfanatrofio dove ancora risiedeva. Tre anni dopo, nel 1911, sposa Carmen Emiliani, da cui avrà 4 figlie Giuliana, Eva detta Vany nel 1913, Luciana e l'ultimogenita Vittoria nel 1915, quest'ultima destinata ad una tragica fine.

Giornalista pacifista, aderì al Partito Repubblicano Italiano e partecipò alle proteste contro la guerra italo-turca (1911) insieme all'allora socialista Benito Mussolini, con il quale passò un periodo in carcere[1]. Nello stesso anno, Nenni fu segretario della Camera del Lavoro di Forlì; il 7 giugno 1914, ad Ancona, nel corso di un suo comizio antimilitarista, insieme all'anarchico Errico Malatesta, la polizia aprì il fuoco sui partecipanti, uccidendo due militanti repubblicani e un anarchico. Ne seguì una settimana di scioperi e di agitazioni in gran parte dell'Italia (cosiddetta Settimana rossa).

Partecipò alla Prima Guerra Mondiale[1] e, nel 1919, fondò il primo Fascio di Combattimento di Bologna, con il repubblicano Mario Bergamo. L'organizzazione, tuttavia, fu presto disciolta e, più tardi, ne fu fondata una omonima dal fascista Leandro Arpinati. Nel 1921 Nenni abbandonò il Partito Repubblicano e aderì al Partito Socialista Italiano, proprio nel momento in cui avveniva la scissione tra socialisti e comunisti.

Divenuto dirigente del PSI, si segnalò come uno dei politici più attivi del movimento socialista. Non si schierò con i riformisti di Filippo Turati, al momento della loro espulsione dal partito (1922) ma, quando divenne direttore dell'Avanti (1923), la sua linea autonomista si contrappose a quella massimalista di Giacinto Menotti Serrati[1].

Fu perseguitato dal regime mussoliniano (soprattutto dopo che, nel 1926 - insieme al liberalsocialista Carlo Rosselli - aveva fondato il quotidiano Quarto Stato), tanto da essere costretto ad andare in esilio in Francia[1]. Contemporaneamente, il fascismo, con l'appoggio della monarchia, provvide alla soppressione in Italia di tutti i partiti di opposizione, compreso il Partito Socialista Italiano (R.D. n. 1848/26).

Militanza politica in esilio[modifica | modifica sorgente]

Durante gli anni del soggiorno parigino, Nenni dette un contributo decisivo per la sopravvivenza del partito trasferitosi all'estero e, contemporaneamente, si adoperò per la conclusione di alleanze tra i partiti italiani antifascisti in esilio. Già il 6 dicembre 1926 si costituì a Parigi un primo "Comitato d'attività antifascista", composto dai rappresentanti del PRI, del PSULI di Turati e Treves e del PSI di Nenni, allo scopo di accertare se esistessero le condizioni per trasformare in alleanza stabile la collaborazione tra le forze antifasciste[3]. Il comitato approvò la proposta di costituire una "concentrazione d'azione", formata da un cartello di partiti pienamente autonomi e di diversa estrazione ideologica e politica, ma condividenti un'identica base programmatica di opposizione al fascismo[3]. Il 28 marzo successivo si costituì la Concentrazione d'azione antifascista, anche con la Lega italiana dei diritti dell'uomo e l'ufficio estero della CGIL del socialista Bruno Buozzi. Nel maggio del 1928, il Comitato centrale della "concentrazione", indicò nell'instaurazione in Italia della repubblica democratica dei lavoratori, l'obiettivo finale della battaglia antifascista[4]. Infine, il 19 luglio 1930, il PSULI di Turati, Treves e Saragat si riunificò con il PSI, in occasione del XXI Congresso socialista, tenutosi in esilio a Parigi.

Grazie alla sua azione indefessa, nell'agosto del 1931, Nenni fu eletto per la prima volta segretario politico del Partito socialista, carica che manterrà per quattordici anni, sino all'aprile del 1945.

Inizialmente, il programma "concentrazionista" di Nenni dette vita anche a un accordo con il movimento Giustizia e Libertà di Carlo Rosselli, che sancì l'ingresso della stessa nella Concentrazione Antifascista (ottobre 1931); il suo successivo orientamento in direzione di un patto d'unità d'azione con il Partito Comunista, condusse, nel maggio del 1934, allo scioglimento definitivo della "Concentrazione"[5].

Il documento del patto d'unità d'azione con il PCI, sottoscritto da Nenni nell'agosto del 1934, non ignorava le divergenze ideologiche e tattiche delle due formazioni politiche ma ne ribadiva la piena autonomia. Nell'ottobre 1935, Nenni promosse insieme al PCI la convocazione di un Congresso degli Italiani all'estero contro la guerra d'Abissinia.

Il 27 ottobre 1936, durante la Guerra civile spagnola, repubblicani, socialisti e comunisti firmano a Parigi l'atto costitutivo del Battaglione Garibaldi, del quale viene designato a comandante Randolfo Pacciardi. La formazione viene inquadrata nelle Brigate Internazionali. Anche Nenni combatté al fianco di democratici provenienti da tutto il mondo e venne nominato commissario politico di divisione e delegato dell'Internazionale socialista. Per narrare al meglio questa esperienza egli scrisse dei diari privati e soprattutto un libro dal titolo significativo, Spagna che, oltre a narrare le vicende storiche e politiche del massacro perpetuato dai franchisti, costituisce una raccolta dei discorsi del leader socialista che danno bene il senso di quello che la vicenda spagnola rappresentò nella storia europea e nella vita degli antifascisti.[6] Nenni rientrò in Francia dopo la caduta di Barcellona, alla fine di gennaio del 1939.

Con l'entrata in guerra dell'Italia e l'occupazione tedesca della Francia (giugno 1940), Nenni preferì lasciare Parigi e stabilirsi in "semiclandestinità" con la famiglia a Palalda, nei Pirenei orientali. Nell'ottobre del 1941 venne firmato a Tolosa un nuovo patto di unità d'azione tra socialisti e comunisti italiani, con l'adesione anche di Giustizia e Libertà. Nenni fu arrestato a Saint-Flour dalla Gestapo l'8 febbraio 1943. Rinchiuso nel carcere parigino di Fresnes, vi rimase circa un mese e il 5 aprile venne consegnato alla polizia fascista alla frontiera del Brennero.

Il rientro in Italia e la stretta alleanza con il PCI[modifica | modifica sorgente]

Nenni con Sandro Pertini (1947)

Condotto nel carcere romano di Regina Coeli, Nenni fu poi confinato a Ponza[1]. All'indomani della caduta di Mussolini, fu liberato e, nell'agosto del 1943, a Roma, insieme a Sandro Pertini e Giuseppe Saragat, promosse l'unificazione del PSI con il Movimento di Unità Proletaria di Lelio Basso, nato nel gennaio precedente, dando vita al Partito Socialista di Unità Proletaria. Il nuovo soggetto nacque in continuità ideale e storico-politica con il vecchio PSI e Nenni ne assunse la carica di segretario nazionale.

Il leader socialista prese parte alla Resistenza e, durante l'occupazione tedesca di Roma, fu uno dei membri più influenti delle Brigate Matteotti, pur essendosi rifugiato in Laterano. Contrario alla svolta di Salerno dell'aprile del 1944, rifiutò di partecipare al secondo Governo Bonomi, che ne fu la diretta conseguenza. Alla fine del mese di maggio del 1945 ebbe il dolore della conferma della notizia della morte della figlia Vittoria ad Auschwitz[7]. Il mese dopo, Nenni accettò di partecipare al primo governo del dopoguerra, diretto da Ferruccio Parri, in qualità di Vice Presidente del Consiglio e Ministro senza portafoglio, lasciando la segreteria politica del PSIUP a Sandro Pertini.

Alle elezioni politiche del 1946, tenutesi contemporaneamente al referendum istituzionale, Nenni venne eletto deputato e il partito conseguì un successo clamoroso, risultando la più votata formazione politica della sinistra italiana (20,68% dei suffragi, contro il 18,93% del PCI) e la seconda, per consensi, dopo la Democrazia Cristiana (35,21%). Dal 18 ottobre 1946 al 28 gennaio 1947 fu ministro degli Esteri della Repubblica Italiana[8].

Contemporaneamente, Nenni favorì uno stretto rapporto tra i socialisti e il Partito Comunista ed inaugurò la politica del "frontismo". Il 27 ottobre 1946 concluse un nuovo patto d'unità d'azione con il PCI, rappresentato da Togliatti, Longo e Scoccimarro; a causa di questa scelta, nel gennaio del 1947, dovette subire la "scissione di palazzo Barberini", guidata da Giuseppe Saragat, dalla quale nacque il Partito Socialista dei Lavoratori Italiani. Il PSIUP riassunse il nome di Partito Socialista Italiano.

Il 2 febbraio 1947, Nenni si dimise da ministro degli Esteri, prevenendo l'esclusione delle sinistre dal governo che De Gasperi opererà pochi mesi dopo. In ottobre, la scissione socialdemocratica fu parzialmente compensata dall'ingresso nel PSI degli ex-azionisti (Lussu, Lombardi, Bobbio, De Martino), a seguito dello scioglimento di quel partito.

In vista delle fondamentali elezioni politiche del 18 aprile 1948, Nenni fu un convinto artefice del Fronte Democratico Popolare, la coalizione elettorale di sinistra con i comunisti di Palmiro Togliatti: la lista ottenne un risultato inferiore alle attese (31% dei voti alla Camera e 30,76% al Senato) mentre la Democrazia Cristiana riportò una netta affermazione (oltre il 48% dei voti validi); la legislatura vide il succedersi di tre governi De Gasperi. Una doppia sconfitta per i socialisti che videro dimezzare i propri deputati a fronte di un ottimo risultato degli scissionisti della lista di Saragat (7,07% dei voti alla Camera dei deputati). Al congresso straordinario che ne seguì (Genova, 27 giugno-1º luglio 1948) Nenni venne messo in minoranza. L'anno successivo, a Venezia, venne invece eletto per la seconda volta Segretario Nazionale del Partito socialista e vi rimase per altri quattordici anni (1949-1963)[1], risultando complessivamente il più longevo segretario nella storia del PSI.

In questi anni, contrassegnati dalla guerra fredda, Nenni si batté strenuamente contro l'adesione dell'Italia al Patto atlantico, cioè al sistema di alleanza militare con gli Stati Uniti e gli Stati dell'Europa occidentale, contrapponendo una "legittima istanza politica di neutralità"[9]. Lo statista romagnolo, infatti, si rifiutava di ravvisare nelle alleanze militari uno strumento di consolidamento della pace[9] e ad esse contrapponeva l'ipotesi della creazione di un'atmosfera di distensione e nuovi rapporti di coesistenza e di collaborazione tra i popoli[10]. In tale ottica, vedeva con diffidenza anche la realizzazione del sistema di aiuti economici del Piano Marshall, da lui considerato "lo strumento economico della Dottrina Truman e della politica di Wall Street" e comunque un'alleanza avente indirettamente significato e contenuto militare[9]. Contemporaneamente, tuttavia, Nenni non mancava di considerare, nell'ambito della volontà dei popoli "la freddezza, la padronanza di sé, di cui danno prova i Paesi dell'Est e l'Unione Sovietica"[9], né trascurava di ribadire "la ragione di carattere nazionale, per cui i socialisti, non da ieri o avant'ieri ma sempre, dal 1918 in poi, si sono stretti intorno all'Unione Sovietica" sia "da ricercarsi proprio nel fatto che in questo immenso paese essi hanno visto, per noi italiani, un elemento di maggior sicurezza"[9].

Dopo la firma del Patto atlantico, Nenni aprì i lavori del congresso di costituzione del movimento dei "Partigiani della pace", a Parigi, il 21 aprile 1949, presenti i delegati di 72 Nazioni - tra cui più di mille dall'Italia - e propose la costituzione di un Consiglio permanente per la pace[11].

Nel 1951 i sovietici assegnarono a Nenni Premio Stalin per la pace[1], che lo statista romagnolo ritirò personalmente nell'estate del 1952. In occasione di questo suo viaggio a Mosca gli fu anche concesso un incontro privato con Stalin, il quale morirà pochi mesi dopo. Nenni fu così l'ultimo politico occidentale a far visita al dittatore sovietico.

In vista delle elezioni politiche del 1953, lottò contro la nuova legge elettorale voluta dalla DC (denominata dai detrattori "legge truffa") ed ebbe partita vinta: il suo PSI conseguì un incoraggiante 12,7% dei consensi e per pochissimi voti il premio di maggioranza previsto dalla legge tanto criticata non scattò: questa fu l'ultima volta in cui Nenni si presentò alle elezioni in totale contrapposizione alla DC.

Il centro-sinistra e la "riunificazione"[modifica | modifica sorgente]

Nenni con il Guardaportone di Palazzo Montecitorio (1958)

Al XXXI Congresso del PSI (Torino, marzo-aprile 1955), Nenni si fece assertore di un'apertura al mondo cattolico e di un'intesa con la Democrazia Cristiana[1], accettando un'interpretazione strettamente difensiva e geograficamente delimitata del Patto Atlantico[12]. Tale linea trovò sponda nel Presidente della Camera Giovanni Gronchi, leader della sinistra democristiana e su posizioni critiche verso l'atlantismo. Il 29 aprile 1955, Gronchi fu eletto Presidente della Repubblica, battendo il candidato conservatore Cesare Merzagora, con i voti determinanti di socialisti e comunisti. L'apertura a sinistra, però, non decollò immediatamente.

Il 27 settembre 1955, a Mosca, Nenni incontrò Malenkov e Suslov; il 30 settembre, a Pechino, Zhou Enlai e Mao Zedong; il 15 ottobre, a Yalta, Nikita Kruscev, avvertendo già l'imminente denuncia dello stalinismo, che avverrà alcuni mesi dopo, al XX Congresso del PCUS[13]. All’indomani della pubblicazione del Rapporto segreto di Kruscev, il leader socialista, a Pralognan, si riavvicinò al socialdemocratico Saragat[1] e poi denunciò il patto d’unità d’azione con il PCI, che fu trasformato in mero "patto di consultazione".

L'allontanamento dai comunisti divenne più marcato dopo i fatti d'Ungheria del 1956; Nenni, restituì il Premio Stalin conseguito cinque anni prima e devolse la somma ricevuta alla Croce Rossa Internazionale in favore delle vittime della rivoluzione ungherese e della crisi di Suez. All'interno del partito fondò la corrente "autonomia socialista", tendente a creare le condizioni per un governo che fosse espressione di un accordo tra i socialisti ed il centro, contrapposta alla corrente dei "carristi", più orientati a sinistra. Ciò favorì l'ingresso nel PSI degli ultimi "azionisti" (Codignola), provenienti dalla lista di Unità Popolare.

Le elezioni politiche del 1958 premiarono la linea autonomista del PSI, che conseguì il 14,2% dei voti alla Camera dei deputati (+1,5%). Dalle urne uscì il secondo Governo Fanfani, composto da democristiani e socialdemocratici, con l'appoggio esterno dei repubblicani e che, pur denominato di "centrosinistra", vedeva i socialisti ancora all'opposizione. Tale governo ebbe breve vita e andò in crisi il 15 febbraio 1959. Solo con l'avvento di Aldo Moro alla segreteria politica della DC e la vittoria di Ugo La Malfa sul conservatore Pacciardi al XXVII Congresso del PRI (marzo 1960), si poté procedere al varo del quarto Governo Fanfani (21 febbraio 1962), nel quale il PSI, per la prima volta dal 1947, non votò contro ma si astenne dal voto di fiducia. Infine, al congresso socialista di Milano del 25-29 ottobre 1963, il partito decise la partecipazione a un nuovo governo di centrosinistra[14]. Nenni, dopo quattordici anni, lasciava la carica di segretario nazionale, per assumere incarichi di governo.

Fu più volte ministro e anche vicepresidente del Consiglio (nel primo nel secondo e nel terzo governo Moro); si adoperò per l'adozione di riforme economiche e di struttura, nonché per la riforma della scuola (fu tra l'altro fautore dell'abolizione dell'insegnamento obbligatorio del latino, da lui definito "lingua dei signori") e per la semplificazione della burocrazia (famosa la sua battaglia contro il titolo di "eccellenza"). Gran parte delle riforme contenute nel programma del primo governo di centrosinistra, tuttavia, non erano viste di buon occhio dalle componenti più conservatrici della Democrazia cristiana e dall'allora Presidente della Repubblica Antonio Segni.

Il 25 giugno 1964, Moro fu costretto a rassegnare le dimissioni, dopo essere stato battuto sulla discussione del bilancio del Ministero della pubblica istruzione, nella parte che assegnava maggiori fondi per il funzionamento delle scuole private. Durante le consultazioni per il conferimento del nuovo incarico di governo, Segni esercitò pressioni su Pietro Nenni per indurre il Partito socialista a uscire dalla maggioranza governativa, comunicandogli che comunque avrebbe rimandato alle camere, per riesame, il disegno di legge urbanistica Sullo - Lombardi, qualora fosse stato approvato[15]. Secondo alcuni storici, qualora le trattative per la formazione di un nuovo governo di centro-sinistra fossero fallite, Segni sarebbe stato favorevole a sostituire Moro con il Presidente del Senato Cesare Merzagora, di tendenze conservatrici e sostenuto dalle forze economiche[16].

Moro, invece, riuscì a formare un nuovo governo di centro-sinistra, dopo aver convinto Nenni ad accettare il ridimensionamento dei suoi programmi riformatori. Nell' Avanti! del 22 luglio, Nenni si giustificò in tal modo di fronte ai suoi elettori e compagni di partito: "Se il centro-sinistra avesse gettato la spugna sul ring, il governo della Confindustria e della Confagricoltura era pronto a essere varato. Aveva un suo capo, anche se non è certo che sarebbe arrivato per primo al traguardo senza essere sopravanzato da qualche notabile democristiano"; e nell' Avanti! del successivo 26 luglio dichiarò: "La sola alternativa che si sarebbe delineata sarebbe stata un governo di destra... nei cui confronti il ricordo del luglio 1960 sarebbe impallidito"[17].

La politica di centro-sinistra e la Presidenza della Repubblica dell'amico-rivale Saragat, favorirono la realizzazione di un annoso obiettivo di Pietro Nenni: la riunificazione socialista. Il 30 ottobre 1966 il PSI e il PSDI, dopo alcuni anni di comune presenza all'interno dei governi di centro-sinistra, si riunificarono nel "PSI-PSDI Unificati" (soggetto noto con la denominazione Partito Socialista Unificato). La fusione fu proclamata davanti a 20-30mila persone dalla Costituente socialista riunita al Palazzo dello Sport dell'EUR di Roma. I 1.450 delegati socialisti elessero Pietro Nenni presidente unico del nuovo partito.

Nenni fu nuovamente ministro degli Esteri nel primo governo Rumor (1968-69), ottenendo dal parlamento l'approvazione dell'interpretazione, da lui concepita sin dal 1955, degli obblighi assunti dall'Italia con l'alleanza atlantica: "il governo... considera il Patto atlantico, nella sua interpretazione difensiva o geograficamente delimitata, il fattore essenziale nella sicurezza del paese, ne accetta gli obblighi e intende svolgerli nel contesto di una politica generale volta creare e a consolidare condizioni di sviluppo pacifico nelle relazioni internazionali, tali da fare nei blocchi un fattore di equilibrio e non di rottura, così da avviarli al loro superamento"[18]. Il 29 gennaio 1969, l'Italia procedeva alla firma del Trattato di non proliferazione nucleare, contemporaneamente ai governi di Washington, Londra e Mosca[19].

Nello stesso mese di gennaio 1969, Nenni presentò la proposta per il riconoscimento della Repubblica Popolare Cinese.[20]
I due paesi nominarono i rispettivi ambasciatori a febbraio del 1970,[21] e, quasi contemporaneamente, la Repubblica di Cina comunicò la cessazione dei rapporti bilaterali con l'Italia.[22] Il 25 ottobre 1971, con la risoluzione 2758 (XXVI) l'assemblea generale delle Nazioni Unite riconobbe i rappresentanti della Repubblica Popolare Cinese come "l'unico rappresentante legittimo della Cina alle Nazioni Unite" ed espulse i rappresentanti della Repubblica di Cina di Chiang Kai-shek.[23]

L'addio[modifica | modifica sorgente]

« Sarebbe stato uno splendido presidente della Repubblica, e ci avrebbe fatto bene averlo al Quirinale. Ma non glielo permisero, non ce lo permisero. I suoi amici prima ancora dei suoi nemici. »
(Oriana Fallaci, Intervista con la storia, 1974)

Alle elezioni del Presidente della Repubblica del 1964, Nenni fu il candidato presentato dal suo partito a partire dal 10º scrutinio. Nel 13º scrutinio fu votato anche dai parlamentari del PCI e del PSDI, fino a raggiungere il tetto di 385 voti al 20º (il quorum richiesto per l'elezione era 482). Ma, già al 18º scrutinio, democristiani e socialdemocratici si erano orientati a sostenere Giuseppe Saragat - che sarà poi eletto - e Nenni ritenne opportuno rinunciare alla candidatura. Alle successive elezioni del 1971, la candidatura Nenni fu opposta dalle sinistre a quella di Giovanni Leone al 22º e 23º scrutinio, ma risultò soccombente.

Nel frattempo, le elezioni politiche del 1968 risultarono una sconfitta per il Partito socialista unificato che, complessivamente, perdette 29 seggi alla Camera[24]. Le correnti massimaliste del partito tornarono a reclamare una strategia volta a riassorbire i consensi perduti a sinistra, determinando una sempre maggior inquietudine tra gli ex-socialdemocratici. Nel luglio 1969, Nenni tentò in extremis di salvare l'unificazione, presentando una mozione "autonomista" che fu sconfitta dalla linea massimalista di De Martino. Immediatamente si consumò una seconda scissione socialdemocratica, questa volta irreversibile.

Nel 1970, Nenni venne nominato senatore a vita dal Presidente della Repubblica Giuseppe Saragat, ma rimase comunque presidente onorario del partito. Come raccontato nel libro Un uomo di Oriana Fallaci, Nenni fu una delle tre persone che incontrarono Alexandros Panagulis al suo arrivo in Italia (1973). La sua ultima grande campagna fu quella per il riconoscimento legale del divorzio, la cui prima proposta di legge nel Parlamento repubblicano era stata presentata dalla figlia Giuliana, all'epoca senatrice.

Pietro Nenni, ormai anziano, e Bettino Craxi nel 1979

La disillusione per molte delle speranze infrante del centro-sinistra - ma anche la difficoltà di riconoscersi nelle mutate condizioni sociali e politiche del Paese - lo portò al "periodo triste",[25] determinato dall'emarginazione della linea autonomista da parte della segreteria De Martino.

Nel 1976, in un articolo sull'Avanti!, De Martino annunciò il ritiro dell'appoggio esterno del PSI al quinto governo Moro determinandone la caduta. Le successive elezioni politiche anticipate si conclusero con una pesante sconfitta per il Partito socialista, i cui voti scesero sotto la soglia psicologica del 10%. Contemporaneamente la Democrazia Cristiana riuscì a rimanere il partito di maggioranza relativa, nonostante una crescita impressionante del PCI di Enrico Berlinguer.

De Martino, che puntava ad una nuova alleanza con i comunisti, fu costretto alle dimissioni e si aprì all'interno del PSI una grave crisi. Alla ricerca di una nuova identità che rilanciasse il partito, il 16 luglio il comitato centrale si riunì in via straordinaria presso l'Hotel Midas di Roma e, con il decisivo appoggio di Nenni, fu eletto segretario Bettino Craxi, esponente della linea autonomista e delfino politico dell'anziano presidente onorario.

Smentendo un'interpretazione interessata delle vicende interne al partito, sia Francesco Guizzi che Rino Formica hanno confermato che il sostegno di Nenni alla segreteria di Craxi si prolungò fino alla fine. Quando la corrente signoriliano-amatiano-giolittiana tentò di abbattere il segretario nel Comitato centrale del 20 dicembre 1979, il già malato Nenni, nell'abbandonare stremato a mezzanotte la riunione, richiese di essere richiamato nel caso si addivenisse ad un voto nel prosieguo della nottata, per non far mancare il suo appoggio a Craxi (quel voto, tuttavia, non fu necessario per la defezione di De Michelis dallo schieramento contrario alla segreteria).[26]

Pietro Nenni era ateo[27]: è morto il giorno di capodanno del 1980 ed è sepolto presso il Cimitero del Verano di Roma.

Opere[modifica | modifica sorgente]

  • Repubblicani e sindacalisti, Jesi, La tipografica jesina, 1913.
  • Lo spettro del comunismo, 1914-1921, Milano, Modernissima, 1921.
  • L'assassinio di Matteotti ed il processo al Regime, Milano, Avanti!, 1924.
  • Il delitto di Roma, Buenos Aires, L'Italia del popolo, 1924.
  • Storia di quattro anni. La crisi socialista dal 1919 al 1922, Milano, Libreria del Quarto Stato, 1927.
  • La faillite du syndacalisme fasciste, Paris, Librairie Valois, 1929.
  • Ricordi di un socialista: sei anni di guerra civile in Italia, Paris, E. Cecconi, 1929.
  • Le esecuzioni di Trieste, Paris, Librairie S.F. I.C., 1930.
  • La lutte de classes en Italie, Paris, Editions de la Nouvelle Reveu Socialiste, 1930.
  • La lutte socialiste contre le fascisme et pour le pouvoir, Sfie, 1933.
  • Marx e il marxismo. In occasione del cinquantenario della morte di Marx, Edizioni popolari del Partito socialista italiano, 1933.
  • Il delitto africano del fascismo, Sfie, 1935.
  • Per la Spagna. Con la Spagna, Edizioni del Partito socialista italiano, 1937.
  • Solidarite envers le peuple italien, Entente internationale pour la defense du droit, de la liberte et de la paix en Italie, 1938.
  • Sei anni di guerra civile, Rizzoli, 1945.
  • L'eredità della breccia di Porta Pia, Sugar, 1971.
  • Pietro Nenni. Dalle barricate a Palazzo Madama, Mursia, 1971.
  • I nodi della politica estera italiana, SugarCo, 1974.
  • Spagna. Edizione riveduta ed ampliata, SugarCo, 1976.
  • Storia di quattro anni. 1919-1922, Sugarco, 1976.
  • La battaglia socialista contro il fascismo, 1922-1944, Mursia, 1977.
  • Intervista sul socialismo italiano, Laterza, 1977.
  • Vento del Nord, Einaudi, 1978.
  • Diari , 3 volumi, SugarCo, 1981-1983.
  • Garibaldi, Galzerano, 1982.
  • Discorsi parlamentari. 1946-1979, Camera dei deputati. Segreteria generale. Ufficio stampa e pubblicazioni, 1983.
  • Nenni e Israele, Il Garofano Rosso, 1984.
  • La lotta di classe in Italia, SugarCo, 1987.
  • Nenni dieci anni dopo, Lucarini, 1990.
  • Nenni, 1956, Comma, 1991.
  • Pietro Nenni. Protagonista e testimone di un secolo, 1891-1991, Psi, 1991.
  • Carteggio La Malfa-Nenni, 1947-1971, 1991.
  • Pietro Nenni, Aldo Moro. Carteggio 1960-1978, La nuova Italia, 1998.

Onorificenze[modifica | modifica sorgente]

Premio Stalin per la Pace - nastrino per uniforme ordinaria Premio Stalin per la Pace
— Mosca, 1951

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ a b c d e f g h i j k Pietro Nenni, in: Dizionario di Storia - Treccani
  2. ^ Giorgio Galli, Storia del socialismo italiano: da Turati al dopo Craxi, Baldini Castoldi Dalai editore, Milano, 2007, pag. 291
  3. ^ a b Santi Fedele, I Repubblicani in esilio nella lotta contro il fascismo (1926-1940), Le Monnier, Firenze, 1989, pagg. 27-28
  4. ^ Il documento fu pubblicato in: La Libertà, 20 maggio 1928. Cfr.: Santi Fedele, cit., pag. 40
  5. ^ Santi Fedele, cit., pag. 83
  6. ^ Nenni fu così radicatamente identificato con la parte perdente della guerra di Spagna che, nel 1977, quando il PSOE tenne in semiclandestinità il suo primo congresso post-franchista a Madrid i suoi dirigenti González e Guerra pregarono Nenni di non sedere al banco di presidenza (dove tutti gli altri dirigenti dell'Internazionale socialista sedevano, da Mitterrand a Palme a Kreisky) per non indisporre le autorità (e presumibilmente per non dare un senso di reducismo e di rivendicazionismo di parte al ritorno della democrazia spagnola, volutamente presentato dalle nuove generazioni come superamento delle divisioni del passato): ha descritto l'evento e la profonda delusione di Nenni per l'episodio (ed ancor più per il successivo rifiuto dei giovani dirigenti PSOE di accompagnarlo in visita al cenotafio dell'Alcazar, dove riposavano moltissimi dei suoi compagni di lotta di mezzo secolo prima) Rino Formica, presente ai fatti, nell'allocuzione al convegno di presentazione del libro Caro compagno. Lettere di Nenni a Franco Iacono, edito da Marsilio, tenutosi a Roma, palazzo Giustiniani, sala degli Zuccari, il 12 marzo 2008.
  7. ^ Biografia di Nenni, Fondazione Nenni. URL consultato il 30 marzo 2010.
  8. ^ La sua politica estera è descritta e commentata nella raccolta: Pietro Nenni, I nodi della politica estera italiana, a cura di Domenico Zucàro, Sugarco, Milano, 1974
  9. ^ a b c d e Atti parlamentari, Camera dei deputati, tornata del 30 novembre 1948
  10. ^ Pietro Nenni, I nodi della politica estera italiana, cit., pagg. 66-67
  11. ^ Pietro Nenni, I nodi della politica estera italiana, cit., pag. 91
  12. ^ Pietro Nenni, I nodi della politica estera italiana, cit., pag. 125
  13. ^ Pietro Nenni, I nodi della politica estera italiana, cit., pagg. 130-141
  14. ^ Tuttavia, al congresso successivo, svoltosi a Roma all'inizio del 1964, presso il Palazzo dei Congressi dell'EUR, si ebbe la scissione della corrente dei "carristi" che, dopo il XXXV congresso diedero vita al nuovo PSIUP, guidato da Tullio Vecchietti e Dario Valori.
  15. ^ Indro Montanelli, Storia d'Italia. Vol. 10, RCS Quotidiani, Milano, 2004, pagg. 379-380
  16. ^ Sergio Romano, Cesare Merzagora: uno statista contro i partiti, in: Corriere della Sera, 14 marzo 2005
  17. ^ Giorgio Galli, Affari di Stato, Edizioni Kaos, Milano, 1991, pag. 94
  18. ^ Pietro Nenni, I nodi della politica estera italiana, cit., pag. 201
  19. ^ Pietro Nenni, I nodi della politica estera italiana, cit., pag. 206
  20. ^ (EN) Louis B. Fleming, Italy's Foreign MInister Urges Ties With China in Los Angeles Times, 25 gennaio 1969. URL consultato il 4 dicembre 2010.
  21. ^ (EN) Italy and Red China Swap Ambassadors in Los Angeles Times, 13 febbraio 1971. URL consultato il 4 dicembre 2010.
  22. ^ (EN) Paul Hofmann, Rome and Peking in Accord on Ties; Nationalist Link to Italy is Ended in The New York Times, 7 novembre 1970. URL consultato il 4 dicembre 2010.
  23. ^ (EN) Risoluzione 2758.
  24. ^ cfr.; Almanacco di Storia illustrata 1968, pag. 65
  25. ^ Così definito da Rino Formica in un'allocuzione al convegno di palazzo Giustiniani del 2008.
  26. ^ Rino Formica, cit.
  27. ^ Si veda l'articolo dell'Agenzia ADNKronos in data 29 aprile 1998 "PIO XII: L'ateo Nennitestimone a favore santità del papa.

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

  • Ezio Bartalini, Pietro Nenni, Roma, Partenia, 1946.
  • Giorgio Bocca, Nenni quarant'anni dopo, Firenze, Marchi, 1964.
  • Duilio Susmel, Nenni e Mussolini, mezzo secolo di fronte, Milano, Rizzoli, 1969.
  • Maria Grazia D'Angelo Bigelli, Pietro Nenni. Dalle barricate a Palazzo Madama, Roma, G. Giannini, 1970; Milano, Mursia, 1971.
  • Giovanni Spadolini, Nenni sul filo della memoria (1949-1980), Firenze, Le Monnier, 1982. ISBN 88-00-85590-3
  • Franca Biondi Nalis, La giovinezza politica di Pietro Nenni, Milano, Angeli, 1983.
  • Giuseppe Tamburrano, Pietro Nenni, Roma-Bari, Laterza, 1986. ISBN 88-420-2707-3
  • Enzo Santarelli, Pietro Nenni, Torino, UTET, 1988. ISBN 88-02-04183-0
  • Spencer Di Scala, Da Nenni a Craxi. Il socialismo italiano visto dagli U.S.A., Milano, SugarCo, 1988. ISBN 88-7198-033-6
  • Gianna Granati (a cura di), Pietro Nenni protagonista e testimone di un secolo. 1891-1991, Roma, Direzione P.S. I. Ufficio centrale stampa e propaganda, 1990.
  • Marco Severini, Nenni il sovversivo. L'esperienza a Jesi e nelle Marche (1912-1915), Venezia, Marsilio, 2007. ISBN 978-88-317-9323-0

Voci correlate[modifica | modifica sorgente]

Altri progetti[modifica | modifica sorgente]

Collegamenti esterni[modifica | modifica sorgente]

Predecessore Ministro degli Esteri della Repubblica Italiana Successore Emblem of Italy.svg
Alcide De Gasperi 18 ottobre 1946 - 2 febbraio 1947 Carlo Sforza I
Giuseppe Medici 12 dicembre 1968 - 5 agosto 1969 Aldo Moro II
Predecessore Ministro senza portafoglio Successore Lesser coat of arms of the Kingdom of Italy (1890).svg
ruolo condiviso 12 agosto 1945 - 14 luglio 1946
con deleghe alla Vicepresidenza del Consiglio e alla Costituente
ruolo condiviso
Predecessore Ministro senza portafoglio Successore Emblem of Italy.svg
ruolo condiviso 14 luglio 1946 - 18 ottobre 1946
con delega alla Costituente
ruolo condiviso I
ruolo condiviso 4 dicembre 1963 - 24 giugno 1968
con delega alla Vicepresidenza del Consiglio
ruolo condiviso II

Controllo di autorità VIAF: 73865321 LCCN: n50002766