Vittoriano

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Coordinate: 41°53′40.56″N 12°28′59.13″E / 41.894599°N 12.483092°E41.894599; 12.483092

Il Vittoriano visto dal centro di Piazza Venezia.

Il Monumento nazionale a Vittorio Emanuele II, meglio conosciuto con il nome di Vittoriano o Altare della Patria[1][2], è un monumento nazionale situato a Roma, sul Campidoglio, opera dell'architetto Giuseppe Sacconi.

Il nome "Vittoriano" deriva da Vittorio Emanuele II di Savoia, primo Re d'Italia. Da quando, nel 1921, accolse le spoglie del Milite Ignoto, il monumento assunse una nuova valenza simbolica, e quello che era stato pensato inizialmente come monumento dinastico, divenne definitivamente una celebrazione dell'Italia unita e della sua libertà[3].

L'idea di base del Sacconi, d'altra parte, era proprio questa: rappresentare allegoricamente, ma anche geograficamente, tutta l'Italia, per mezzo di raffigurazioni simboliche[4]. Basti pensare ai gruppi scultorei del Pensiero, dell'Azione, della Concordia, della Forza, del Diritto, ai bassorilievi del Lavoro che edifica e feconda, dell'Amor Patrio che combatte e che vince, alle fontane dell'Adriatico e del Tirreno, alle statue delle Regioni d'Italia, ai mosaici della Fede, della Sapienza, della Pace e soprattutto alle quadrighe dell'Unità della Patria e della Libertà dei cittadini. L'unica raffigurazione non simbolica è la statua di Vittorio Emanuele.

Il Vittoriano non è mai stato solo un monumento da contemplare, ma da sempre è anche teatro di importanti momenti celebrativi; ciò ha accentuato il suo ruolo di simbolo di identità nazionale[5][6]. Si pensi alla grandiosa manifestazione del 2 novembre 1915 in ricordo dei caduti di guerra e, per arrivare ai tempi recenti, alle parole del presidente Ciampi che, in occasione della cerimonia di apertura dell'anno scolastico che qui si svolse, affermò: Questo monumento sta vivendo una seconda giovinezza. Lo riscopriamo simbolo dell'eredità di valori che le generazioni del Risorgimento ci hanno affidato. Le fondamenta di questi valori sono qui incise nel marmo: l'unità della Patria, la libertà dei cittadini[7]. Il presidente si riferiva ai soggetti delle quadrighe di coronamento poste sopra ai due propilei.

Il nome[modifica | modifica sorgente]

Volume del 1911 in cui il Monumento è già chiamato Altare della Patria

Sin dall'epoca della sua inaugurazione il Monumento, chiamato ufficialmente "Monumento nazionale a Vittorio Emanuele II", era indicato anche con due sinonimi: "Vittoriano" ed "Altare della Patria"[1], che allora come oggi sono i nomi più usati per l'edificio. Dal 1921, quando il Milite Ignoto fu tumulato sotto la statua della dea Roma, l'idea che il Vittoriano sia l'"Altare della Patria" si è rafforzata e nello stesso tempo l'espressione ha cominciato ad indicare non solo tutto il monumento, ma anche il luogo della sepoltura del soldato simbolo di tutti i caduti della Prima guerra mondiale; per metonimia l'espressione indica ancor oggi l'intera costruzione.

Storia[modifica | modifica sorgente]

Il progetto[modifica | modifica sorgente]

Il Vittoriano

Alla morte di Vittorio Emanuele II, nel 1878, fu deciso di innalzare un monumento che celebrasse il Padre della Patria e con lui l'intera stagione risorgimentale. Nel 1880 fu bandito un primo concorso internazionale, vinto dal francese Henri-Paul Nénot, al quale però non fece seguito una fase attuativa del progetto, anche perché nel bando era stata lasciata completamente libera la tipologia del monumento e non si erano date indicazioni sulla localizzazione, cosa che aveva portato a un fiorire di proposte inattuabili o inaccettabili; il primo posto assegnato ad un francese, poi, aveva innescato una serie di comprensibili polemiche.

Nel 1882 fu bandito un secondo concorso internazionale, precisando sia la localizzazione, sia delle indicazioni costruttive. Come si legge sullo stesso bando, il monumento doveva comprendere "un complesso da erigere sull'altura settentrionale del Campidoglio, in asse con la via del Corso; una statua equestre in bronzo del re; uno sfondo architettonico di almeno trenta metri di lunghezza e ventinove d'altezza, lasciato libero nella forma ma atto a coprire gli edifici retrostanti e la laterale chiesa di Santa Maria in Aracoeli". I concorrenti ebbero un anno di tempo per consegnare il progetto. Le proposte presentate furono 98; inizialmente ne vennero selezionate tre: quelle del tedesco Bruno Schmitz, di Manfredo Manfredi e Giuseppe Sacconi. Tra queste la commissione reale votò all'unanimità quella di Giuseppe Sacconi, giovane architetto marchigiano.

Giuseppe Sacconi

Il progetto di Sacconi si ispirava ai grandi santuari ellenistici, come l'altare di Pergamo[8] e il Santuario della Fortuna Primigenia di Palestrina; il monumento fu ideato come un grande foro aperto ai cittadini, in una sorta di piazza sopraelevata nel cuore della capitale, simbolo di un'Italia unita che si affiancava ai monumenti della Roma dei Cesari e dei Papi.

Il progetto originario dell'opera (una delle più grandi realizzate nell'Ottocento) prevedeva l'utilizzo del travertino, pietra tradizionale negli edifici romani, ma il monumento venne poi realizzato in marmo botticino, più facilmente modellabile e simile ai marmi bianchi che gli antichi romani usavano nelle costruzioni più rappresentative. La scelta di sostituire il travertino scelto dal Sacconi con il botticino ha generato molte polemiche, non ancora sopite: la pietra prende il nome dalla sua zona di estrazione, Botticino, a nord-est di Brescia e artefice della scelta fu il presidente del consiglio Giuseppe Zanardelli, che era nativo di Brescia ed aveva emanato il regio decreto per la costruzione del monumento anche nell'intento dichiarato di favorire le industrie estrattive della sua zona di origine[9]. A tutt'oggi il Vittoriano è il più grande monumento in marmo botticino mai realizzato.

La costruzione[modifica | modifica sorgente]

Koch, Manfredi, Piacentini sul cantiere del Vittoriano

La prima pietra del monumento fu posta solennemente da Umberto I nel 1885.

Per erigerlo fu necessario, fra il 1885 e il 1888, procedere a numerosi espropri e demolizioni nella zona adiacente il Campidoglio, effettuati grazie a un preciso programma stabilito dal primo ministro Agostino Depretis. Si procedette così alla demolizione di un vasta area di origine medioevale abbattendo la Torre di Paolo III, il cavalcavia di collegamento con palazzo Venezia (l'arco di S. Marco), i tre chiostri del convento dell'Ara Coeli e tutta l'edilizia minore presente sulle pendici del colle. In questo modo cambiò radicalmente l'assetto urbanistico della zona con il sacrificio di via dell'Ara Coeli, che pur essendo oggi ancora esistente, non è più la strada principale che collega il Campidoglio con il quartiere adiacente.

Durante gli scavi, nel 1887, al posto del tufo compatto che tutti si aspettavano, si trovarono argille fluviali, banchi di sabbia, caverne, cunicoli e cave[10]. La leggenda narra che in tre giorni Giuseppe Sacconi riuscì a redigere un progetto di rinforzamento della cava. A causa di questo imprevisto, il costo del progetto passò dai 9 milioni di lire dell'epoca preventivati inizialmente ai 27-30 milioni finali. Così rinforzata la cava fu poi utilizzata durante la Seconda guerra mondiale come rifugio antiaereo. Durante gli scavi vennero alla luce un tratto delle mura serviane e, addirittura, i resti di un mastodonte.

La statua equestre di Vittorio Emanuele II, fulcro dell'intero monumento, fu affidata ad Enrico Chiaradia (1851-1901) già nel 1889; fu poi completata da Emilio Gallori ed inaugurata nel 1911. Le altre sculture e opere d'arte hanno impegnato i maggiori artisti allora attivi in Italia[11].

Dopo la morte di Sacconi, avvenuta nel 1905, i lavori proseguirono sotto la direzione di Gaetano Koch, Manfredo Manfredi e Pio Piacentini; vi lavorò intensamente anche l'architetto Guido Cirilli. La costruzione del Vittoriano indusse ad ampliare e ridisegnare la forma della sottostante Piazza Venezia, che ebbe la sua forma attuale, basata sulle idee del Sacconi, nel 1906.

Il complesso monumentale venne inaugurato da Vittorio Emanuele III il 4 giugno 1911, in occasione dell'Esposizione internazionale per i cinquant'anni dell'Unità d'Italia, alla presenza della famiglia reale, del presidente del Consiglio Giovanni Giolitti e di seimila sindaci provenienti da tutta Italia. Il complesso del Vittoriano da allora celebra la grandezza e la maestà di Roma, eletta al ruolo di legittima capitale d'Italia, rappresentando l'unità del paese (Patriae Unitati) e la libertà del suo popolo (Civium Libertati).

Nel 1921 il monumento fu scelto per accogliere il Milite ignoto, la cui salma fu tumulata nell'Altare della Patria il 4 novembre del 1921, con una cerimonia a cui partecipò un'immensa folla e alla presenza di Vittorio Emanuele III e della regina Margherita[12].

Con la realizzazione delle quadrighe dell'Unità e della Libertà, che vennero poste sui propilei fra il 1924 e il 1927, il monumento poté dirsi completato negli spazi esterni. Il completamento degli spazi interni, compresa la cripta del Milite Ignoto (con mosaici di Giulio Bargellini) è dovuto ad Armando Brasini[13]. Lo stesso architetto progettò anche il prospetto laterizio a contrafforti su via di San Pietro in Carcere[13]. Gli ultimi lavori di completamento dell'opera ebbero fine nel 1935, con l'inaugurazione del Museo del Risorgimento.

Nel 1928 si decise di sistemare l'area adiacente al monumento e di aprire via del Teatro di Marcello; ciò comportò lo smantellamento della seicentesca chiesa di Santa Rita, che sorgeva alle pendici della scalinata dell'Ara Coeli, ed il suo spostamento, dieci anni più tardi, nell'attuale posizione, nei pressi del teatro di Marcello. I lavori di scavo portarono alla luce l'insula dell'Ara Coeli, risalente al II secolo d.C., ancora oggi visibile sul lato sinistro del monumento. La sistemazione dell'area intorno al monumento fu completata nel 1931-32 dall'architetto Raffaele De Vico, che progettò le due esedre alberate a gradoni di travertino[13].

Dopo la Seconda guerra mondiale si segnalano i seguenti eventi che riguardarono il monumento:

  • 1950: il Ministero della Pubblica Istruzione prende in carico il monumento (precedentemente il ministero responsabile era quello dei Lavori pubblici);
  • 1968: inaugurazione del Sacrario delle bandiere;
  • 1969: il monumento fu colpito da un attentato: vengono fatte esplodere due bombe (davanti alla tomba del Milite Ignoto e in prossimità dell'ingresso del Museo del Risorgimento), in concomitanza con la strage di piazza Fontana, a Milano. In seguito ai danni dovuti all'attentato, il monumento viene chiuso al pubblico[5];
  • 1970: ampliamento del Museo del Risorgimento;
  • 1981: il ministero per i Beni culturali e Ambientali dichiara l’importanza storico artistica del monumento;
  • 1997: il monumento, dopo decenni, viene finalmente riaperto al pubblico.

Fortuna critica[modifica | modifica sorgente]

L'arco di San Marco, demolito con il quartiere circostante per la costruzione del monumento.

L'edificio ha suscitato nel tempo reazioni diverse; fino agli anni quaranta del Novecento era apprezzato come simbolo nazionale e come esempio di arte "moderna", che si affiancava ai monumenti della Roma imperiale e a quelli della Roma papale; Primo Levi già nei primi anni del Novecento spiegò la scelta, poi criticata, di elevare il monumento proprio sul Colle del Campidoglio: L'Italia era nell'obbligo ... di elevare la terza Roma vicino alle due prime[14].

Negli anni settanta e ottanta del Novecento il monumento sollevò parecchie polemiche nella critica d'arte, che vedeva nell'edificio un tentativo anacronistico e "mal riuscito" di riportare a Roma la classicità dell'età imperiale. Giornalisti e scrittori polemicamente soprannominarono il monumento "torta nuziale" o "macchina per scrivere".[15]. Inoltre si criticava aspramente la scelta, compiuta dalla commissione del secondo concorso, di demolire gli edifici medievali, anche monumentali, che sorgevano sul Campidoglio, al fine di erigere il nuovo monumento in un luogo altamente simbolico. Si criticava anche la scelta di usare il marmo botticino (che non fu però del Sacconi), ritenuto di colore troppo chiaro rispetto ad altri monumenti di Roma.

La riscoperta del monumento è legata alla figura del presidente Carlo Azelio Ciampi, che spinse per la sua riapertura, avvenuta il 20 settembre 2000 dopo decenni di chiusura al pubblico[16], proponendolo come nuovo foro di Roma: il "foro della Repubblica". In quella occasione così si espresse: ...questa straordinaria terrazza di Roma, della nostra capitale, su un monumento che sta diventando uno dei punti centrali dell'incontro di ogni italiano con la città eterna[17].

Alla riscoperta del valore simbolico, si accompagnò anche una più serena valutazione degli aspetti architettonici: il Vittoriano è oggi visto dalla più aggiornata critica d'arte come un importante passo nella ricerca di uno stile nazionale, che doveva caratterizzare il Regno d'Italia da poco costituito[18]. Camillo Boito già nel 1884 domandava agli artisti di allora: Quale sarà l'impronta artistica speciale che debba farci distinguere dalle altre epoche nella grande rassegna dei secoli?[19]. Il Vittoriano appare dunque oggi come un ottimo esempio dell'arte del primo periodo dell'unità nazionale, fusione di Liberty, Eclettismo e Neoclassicismo, sia di per sé stesso, sia per le numerosissime opere d'arte che accoglie.

L'esterno[modifica | modifica sorgente]

Il monumento è alto 81 m[20], largo 135 m ed ha una superficie totale di 17.000 metri quadrati; esso presenta una struttura dinamica e semplice nella concezione generale, ma, a causa delle grandi dimensioni, assai complessa nei particolari. Gli elementi fondamentali sono la scalinata e il sommoportico inserito tra due propilei.

Diversi sono i simboli vegetali che ricorrono nel monumento, fra i quali si ricordano la palma per la vittoria, la quercia per la forza, l'alloro per la pace vittoriosa, il mirto per il sacrificio e l'ulivo per la concordia.

Dal giugno 2007 è possibile salire alla terrazza delle quadrighe usufruendo di un ascensore; la terrazza, da cui si ha una vista impareggiabile della città eterna, è anche raggiungibile tramite 196 scalini che partono dal colonnato.

Scalinata[modifica | modifica sorgente]

Elemento fondamentale del monumento, conduce all'Altare della Patria, ai due ingressi che si aprono sotto a ciascun propileo e infine alla terrazza delle città redente.

L'artistica cancellata d'accesso è opera di Manfredo Manfredi ed ha la particolarità di essere "a scomparsa", ossia di poter scorrere nel sottosuolo rendendo il monumento direttamente collegato alla città. Ai lati si trovano due gruppi scultorei in bronzo dorato, con soggetti ispirati al pensiero di Giuseppe Mazzini.

  • Il Pensiero, di Giulio Monteverde (a sinistra della scalinata). Il genio alato che rappresenta il Pensiero traccia nello spazio il futuro d'Italia, mettendo in fuga la Discordia e la Tirannide; ai suoi piedi giace il Popolo, incitato ad alzarsi dalla dea Minerva, mentre un secondo genio affila le armi[1].
  • L'Azione, di Francesco Jerace (a destra della scalinata). Un'amazzone, simboleggiante l'azione, solleva la bandiera nazionale, mentre un leone ruggisce, una donna si getta contro il nemico, un giovane garibaldino si prepara all'assalto e un popolano grida alla riscossa[1].

Percorrendo la scala si trovano, simmetricamente, due leoni alati (di Giuseppe Tonnini[21]) e, sulla sommità, due Vittorie Alate (di Edoardo Rubino[21]) che svettano su un basamento decorato da rostri.

Terrazza dell'Altare della Patria

Sulla sommità della scalinata è situato l'Altare della Patria, sotto alla statua della Dea Roma; questa indica che, tra gli ideali del Risorgimento, fondamentale era quello di avere la città eterna come capitale d'Italia, indicata come tale da tutta la Storia[22].

Sul terrazzo dell'Altare si trovano i seguenti gruppi scultorei in marmo botticino, che simboleggiano i valori ideali degli Italiani. I gruppi hanno un'altezza di 6 metri. Da sinistra a destra essi sono:

Terrazza delle città redente

Dopo il ripiano su cui è posto l'Altare della Patria, la scalinata si divide in due rampe simmetriche; entrambe conducono ai due ripiani ove si aprono i grandi portoni che conducono agli spazi interni. Da questi ripiani partono due ulteriori rampe che convergono verso il basamento della statua di Vittorio Emanuele e alla terrazza delle città redente, ossia le città unite all'Italia in seguito alla Prima guerra mondiale o negli anni immediatamente successivi. Esse sono Trieste, Trento, Gorizia, Pola, Zara e Fiume[23]; queste ultime tre, dopo la Seconda guerra mondiale, passarono alla Jugoslavia e in seguito alla Croazia. Ogni città è rappresentata da un altare recante lo stemma corrispondente, addossato alla parete di fondo.

Al centro della fila degli altari, incisa sulla parete, è la monumentale iscrizione che riporta il testo del Bollettino della Vittoria; alla base di essa si trovano due altari simili a quelli delle città redente, ma che, in luogo dello scudo araldico, hanno due elmetti. I due altari recano il motto: "ET FACERE FORTIA" (a sinistra) "ET PATI FORTIA" (a destra).

Sulla terrazza si trova un macigno proveniente dal Monte Grappa, per rappresentare tutti i luoghi ove i soldati italiani combatterono durante la Grande Guerra.

L'Altare della Patria[modifica | modifica sorgente]

Cerimonia di inaugurazione del Vittoriano

Alla sommità della scalinata d'accesso si trova l'Altare della Patria, che è la parte più nota del monumento e con la quale esso viene identificato. L'Altare venne disegnato dallo scultore bresciano Angelo Zanelli, che vinse il concorso appositamente indetto nel 1906. Si tratta dunque dell'unica parte architettonica del Vittoriano i cui lavori, per motivi cronologici, non furono diretti dal Sacconi, che era morto l'anno precedente. Alla redazione del progetto partecipò anche lo scultore amastratino Noè Marullo. Comprende l'altare vero e proprio e i due rilievi marmorei laterali, che verso esso convergono.

Dopo la Prima guerra mondiale, l'Altare della Patria venne scelto per ospitare la tomba del Milite Ignoto; si tratta di un soldato italiano morto durante la Prima guerra mondiale, che a causa delle gravi ferite non fu possibile riconoscere; proprio per questo motivo egli rappresenta tutti i soldati che morirono durante la guerra. La scelta della salma tra undici altre analoghe fu compiuta ad Aquileia da Maria Bergamas, madre del volontario irredento Antonio Bergamas che aveva disertato dall'esercito austriaco per unirsi a quello italiano ed era caduto in combattimento senza che il suo corpo fosse ritrovato. Il milite ignoto fu tumulato nel monumento il 4 novembre del 1921[24] e da allora la sua tomba è sempre vigilata da un picchetto d'onore e da due fiamme che ardono perennemente.

L'altare è sovrastato da una grande statua della dea Roma che emerge da uno sfondo dorato, già presente nel progetto sacconiano. La concezione generale dei bassorilievi laterali richiama le Bucoliche e le Georgiche di Virgilio. Il bassorilievo a sinistra dell'Altare rappresenta il Trionfo del Lavoro, con le seguenti allegorie (da sinistra a destra):

  • l'Agricoltura, rappresentata dall'Allevamento, dalla Mietitura, dalla Vendemmia e dall'Irrigazione;
  • il Genio alato del Lavoro che sale su un grande aratro trionfale;
  • l'Industria, con una trave da cui pende una pesante incudine, su di cui una mano femminile posa una corona di quercia, simbolo della forza.

Il secondo bassorilievo, a destra dell'Altare, simboleggia il Trionfo dell'amor patrio; è composto dalle seguenti allegorie (da sinistra a destra):

  • tre Figure femminili che portano corone onorarie a Roma, seguite dai labari e dalle insegne legionarie;
  • il Genio dell'Amore di Patria e l'Eroe, che si appoggia alla grande spada dei Titani e il cui mantello è sollevato da due figure femminili; entrambe le figure si trovano su una biga trionfale;
  • il Braciere del fuoco sacro della Patria, appeso ad una trave, elemento presente simmetricamente anche nel corteo del Lavoro.

Statua equestre di Vittorio Emanuele II e statue delle città nobili[modifica | modifica sorgente]

Il giorno stesso della chiusura concorso del Monumento, la commissione reale ne bandì un altro per la statua equestre, vinto da Enrico Chiaradia il 18 luglio 1905. La statua fu terminata nel 1910; in occasione della visita di Vittorio Emanuele III, le autorità decisero di offrire un rinfresco a un ristretto gruppo di invitati tra coloro che parteciparono al progetto; l’evento fu allestito all'interno del ventre del gigantesco cavallo di bronzo, che fu in grado di ospitare più di venti persone, come testimoniano le fotografie d'epoca, le cui copie sono esposte nella terrazza posteriore del monumento[25][26].

L'altezza della statua è di 12 metri e la lunghezza di 10; per realizzarla furono fuse 50 tonnellate di bronzo. Sul basamento si trovano le statue di quattordici città nobili, che furono cioè capitali di stati nobiliari italiani in vari periodi della Storia[27]. Non si tratta perciò delle statue delle città più importanti d'Italia, ma di quelle una volta sede di governi nobiliari, considerati antecedenti e convergenti nella monarchia sabauda; per questo motivo sono poste alla base del monumento equestre a Vittorio Emanuele. Al contrario di quelle rappresentanti le regioni, sono tutte opere dello stesso scultore: Eugenio Maccagnani.

Ogni città è rappresentata con lo scudo del proprio stemma e con una propria simbologia (l'elenco inizia dalla statua posta sulla fronte del basamento e prosegue in senso antiorario:

  • Torino: la tradizione bellicosa cittadina è simboleggiata dall'armatura (la statua è situata al centro, poiché fu la prima capitale d'Italia); sullo stemma il toro araldico
  • Venezia: porta la corona e l'abito dogale; nel suo stemma il leone marciano è in molèca, ossia nella posizione del granchio
  • Palermo: il serpente intorno al braccio è uno dei simboli più antichi della città; sullo scudo è presente l'altro simbolo della città: l'aquila
  • Mantova: indossa la corona ducale e incorona di quercia la targa a lei vicina; nel suo scudo crociato è raffigurato di profilo Virgilio
  • targa con l'iscrizione VITTORIO EMANUELE II PADRE DELLA PATRIA
  • Urbino: poggia un ramo di alloro sulla targa e indossa abiti rinascimentali, per ricordare il periodo d'oro della splendida città marchigiana, patria di Raffaello e di Bramante.
  • Napoli: indossa la collana di dignità ed un abito regale che ricorda il ruolo di capitale che la città ebbe per secoli
  • Genova: in mano regge il caduceo di Mercurio, simboleggiante il commercio, ed indossa l'abito dei dogi della Repubblica, patria di Colombo
  • Milano: lo scudo presenta il biscione, simbolo dei Visconti, e la croce comunale
  • Bologna: porta la corona dottorale e i codici del Diritto che ricordano la sua antica università
  • Ravenna: porta in mano un ramo di pino, per ricordare la celebre pineta e indossa gli abiti regali tipici dell'esarcato bizantino
  • Pisa: porta il berretto frigio e appoggia sulla targa a lei vicina un ramo d'alloro
  • targa con l'iscrizione PER LEGGE DEL 16 MAGGIO 1878
  • Amalfi: appoggia sulla targa una foglia di palma; nello stemma è raffigurata la bussola di Flavio Gioia, che ricorda l'antica repubblica marinara
  • Ferrara: la lira, sacra ad Apollo, rappresenta la colta corte degli Estensi, che ospitò il Tasso e l'Ariosto
  • Firenze: è incoronata con il lauro come Dante, e il suo aspetto ricorda Beatrice; sullo stemma il giglio fiorentino

Statue delle regioni[modifica | modifica sorgente]

La Vittoria con palma e serpente, di N. Cantalamessa

La scalinata che conduce alla terrazza delle città redente è il miglior punto di osservazione delle statue delle regioni, elementi centrali di tutto il complesso monumentale; esse si trovano sopra al sommoportico, ognuna in corrispondenza di una colonna. Esse traggono ispirazione dalle raffigurazioni allegoriche delle province, che si usavano porre sui monumenti celebrativi durante l'epoca dell'Impero Romano.

All'epoca di costruzione del monumento le regioni italiane erano sedici e tante sono dunque le statue; ognuna venne affidata ad uno scultore diverso, quasi sempre nativo della regione di cui avrebbe scolpito l'immagine, alta cinque metri.

Da sinistra a destra le statue sono le seguenti (i nomi non sempre coincidono con quelli delle regioni attuali[28]):

  • Lombardia. Porta in capo la Corona Ferrea e sta per sguainare la spada, per ricordare sia Milano capitale dell'Impero Romano d'Occidente sia l'antico regno italico medievale, anticipazione del nuovo Regno d'Italia per il quale i Lombardi tanto combatterono. La statua è opera dello scultore milanese Emilio Bisi.
  • Veneto. La statua rappresenta le tre regioni attuali del Veneto, del Trentino-Alto Adige e del Friuli Venezia Giulia. All'epoca di costruzione del monumento, infatti, solo il Veneto e la gran parte del Friuli erano già italiane, mentre il Trentino, l'Alto Adige, la Venezia Giulia e una piccola parte del Friuli facevano parte dell'Impero austro-ungarico. La statua veste gli abiti del Doge e porta lo scudo con il Leone di S. Marco e lo scettro della Serenissima Repubblica. Ricorda la potenza marinara di Venezia e le gloriose pagine di storia risorgimentale scritte da tutti gli abitanti del Nord Est d'Italia. La statua è opera dello scultore romano Paolo Bartolini.
  • Emilia. La statua rappresenta l'attuale regione Emilia-Romagna. La statua porta in capo il cappello frigio, simbolo dell'amore per la libertà; la scritta “Libertas” posta sullo scudo ricorda il Liber Paradisus, con il quale nel 1256 il Comune di Bologna abolì la schiavitù. Il libro con la scritta BONONIA ALMA MATER STUDIORUM e i fasci littori sono simboli invece dell'antichissima università di Bologna, da secoli faro di cultura e di Diritto[29]. La statua è opera dello scultore cesenate Mauro Benini.
  • Toscana. La statua di questa regione è incoronata di alloro come Dante Alighieri, per ricordare il celebre fiorentino fu il padre della lingua italiana. La fiaccola simboleggia la cultura toscana, che portò luce nell'intera Europa, specie durante il Quattrocento. Lo scudo con il leone di Firenze (detto il marzocco) ricorda il coraggio dei patrioti toscani. La statua è opera dello scultore Italo Griselli, natio delle colline pisane.
  • Marche. Con la mano sinistra regge una lira, sacra ad Apollo dio delle arti, per ricordare che le Marche sono una terra di amatissimi poeti, pittori, musicisti come Leopardi, Raffaello, Rossini, Pergolesi e il Bramante. La mano destra poggia su un timone di nave, per ricordare gli avventurosi pescatori marchigiani e l'antica potenza marinara di Ancona. La statua è opera dello scultore loretano Giuseppe Tonnini.
  • Lazio. La statua della Vittoria in mano simboleggia la responsabilità della regione in cui si trova Roma di conservare e proteggere l'Unità d'Italia con tanti sacrifici conquistata nel Risorgimento. La statua è opera dello scultore romano Adolfo Pantaresi.
  • Abruzzi e Molise. La statua rappresenta le due regioni attuali dell'Abruzzo e del Molise[28]. È vestita con pelle di leone che le copre anche la testa. In una mano porta un ramo di quercia e nell'altra il bastone da viaggio, per rappresentare la natura aspra delle splendide montagne, il carattere forte e gentile degli abitanti e l'antica pratica della transumanza. La statua è opera dello scultore Silvio Sbricoli.
  • Campania. La statua porta una cornucopia ricolma di frutta, antico simbolo di abbondanza e di fortuna, per ricordare l'antico epiteto di Campania Felix, dovuto alla fertilità del suolo vulcanico, e legato alla celebre mitezza del clima, con cieli azzurri e sole splendente. La statua è opera dello scultore salernitano Gaetano Chiaromonte.
  • Puglia. La statua ha un abito semplice e capelli sciolti, offre grappoli d'uva e si appoggia su un aratro. Tutto ciò ricorda la fertilità del Tavoliere e di tutto il suolo pugliese, che rifornisce di uva, di grano e di tanti altri saporiti prodotti le altre regioni d'Italia. La statua è opera dello scultore Francesco Pifferetti.
  • Lucania. La statua, che rappresenta l'attuale Basilicata[28], è vestita con una toga e stringe una spada ed un bastone. Ciò serve a ricordare il carattere forte e temprato dei Lucani e l'antica civiltà di questa terra, risalente alla colonizzazione greca e fiorente sotto l'Impero Romano. La statua è opera dello scultore Luigi Casadio.
  • Calabria. Rivestita di una pelle di animale selvatico, regge una spada e lo scudo della dea Atena. Ciò ricorda la splendida civiltà greca che allignò sulle coste calabre, ma anche l'aspetto selvaggio delle foreste e delle montagne che si trovano al suo interno, in vista dello Ionio e del Tirreno. La statua è opera dello scultore palermitano Giuseppe Nicolini.
  • Sicilia. La statua porta un fascio di grano, per ricordare la fertilità e la ricchezza della terra siciliana; regge anche uno scudo con l'antico simbolo della Triscele, espressione della forza di questa terra ed anche dell'abbondanza di fantastici miti e leggende ad essa legate fin dall'epoca più antica. La statua è opera dello scultore nisseno Michele Tripisciano.
  • Sardegna. La statua porta lo scettro ed è rappresentata nell'atto di porgere la propria corona, per ricordare che le battaglie che portarono all'unità e all'indipendenza d'Italia partirono proprio dal Regno di Sardegna, e che tanti sardi, fin dall'inizio, combatterono durante il Risorgimento. La corona è generosamente tenuta in mano e non sulla testa per ricordare che dal Regno di Sardegna nacque il Regno d'Italia. La statua è opera dello scultore torinese Luigi Belli.

Sommoportico e propilei[modifica | modifica sorgente]

Vittoriano - Quadriga della Libertà, con la Vittoria alata
Esterno

Elemento fondamentale del monumento è il sommoportico, ossia il grande colonnato in stile corinzio, leggermente in curva, inserito tra due propilei a tempietto, che richiamano gli splendori di quello della Nike (la personificazione della Vittoria) dell'acropoli di Atene. Sull'architrave si alternano festoni di quercia ed aquile.

Ciascun propileo ha come coronamento due quadrighe bronzee sormontate da Vittorie alate, che ripropongono le sinergie architettoniche ed espressive degli archi di trionfo. Le due quadrighe, come dichiarano espressamente le iscrizioni latine poste sui frontoni dei propilei, simboleggiano l'unità della Patria - PATRIAE UNITATI- (a sinistra) e la libertà dei cittadini - CIVIUM LIBERTATI (a destra), riassumono le tematiche fondamentali del monumento.

Le quadrighe, previste già nel progetto originario, vennero realizzate e collocate nel 1927; lo scultore della quadriga dell'unità della Patria fu Carlo Fontana, mentre la quadriga della libertà è opera di Paolo Bartolini. Rosalia Bruni fu la modella scelta da Fontana per la Vittoria sulla quadriga dell'Unità, mentre tradizione vuole che il volto sulla quadriga della Libertà sia quello della nobildonna Vittoria Colonna, duchessa di Sermoneta.

Il monumento a Vittorio Emanuele

All'interno dei frontoni dei due propilei si trovano gruppi scultorei che hanno lo stesso tema delle rispettive quadrighe sovrastanti; quello di sinistra (dell'unità della Patria) è di Enrico Butti; quello di destra (della libertà dei cittadini) è invece di Emilio Gallori[30].

Interno - i vestiboli

Alla passeggiata del sommoportico si accede, da destra o da sinistra, attraverso due vasti vestiboli quadrangolari, aperti verso un ampio panorama sulla città; essi si trovano dell'interno della parte sommitale dei propilei. Questi spazi sono decorati da mosaici, che ricoprono i lunettoni e le due cupole; essi sono importanti opere del Liberty floreale e del Simbolismo[30]. Per essi venne indetto un apposito concorso tra il 1912 e il 1913, cosa che spiega il cambio di stile rispetto alle precedenti opere situate nel monumento.

In seguito al concorso, la decorazione del vestibolo di sinistra venne affidata a Giulio Bargellini; in questi mosaici egli adottò accorgimenti tecnici innovativi, come l'uso di materiali di varia natura e di tessere di dimensioni diverse e inclinate in modo da creare studiati riflessi luminosi; inoltre è da notare come le linee delle raffigurazioni musive proseguano quelle delle colonne sottostanti[30]. I mosaici del Bargellini rappresentano:

  • la Fede, rappresentata con il popolo che consacra i propri figli alla Patria, sullo sfondo di una città che ricorda Gerusalemme;
  • la Forza, con un guerriero che accompagna un giovane all'incontro con una donna armata di spada;
  • il Lavoro, personificato da una famiglia di agricoltori che si ritrova insieme dopo una giornata sui campi;
  • la Sapienza, con un maestro in cattedra di fronte ai suoi alunni seduti sui banchi[30].

La decorazione del vestibolo di destra, con finte architetture, fu invece affidata ad Antonio Rizzi, che vi rappresentò:

  • la Legge, con le allegorie delle virtù della Giustizia (sul trono), della Sapienza, della Ricchezza, della Prudenza, della Fortezza e della Temperanza, ognuna con i suoi classici attributi;
  • il Valore, con un giovane che tempra la sua spada sulle ali della Libertà, attorniato dai fondatori della stirpe italica, tra cui Enea e Ascanio;
  • la Pace, impersonata da una figura femminile che regge un fascio di grano e da altre figure che portano i frutti della terra, mentre colombe bianche volano verso una fonte;
  • l'Unione, rappresentata dall'incontro tra un giovane e la Poesia[30].

Le porte che dai due vestiboli conducono al portico sono ornate di sculture allegoriche rappresentanti le arti:

Interno - il portico

L'interno del sommoportico ha un bellissimo pavimento di marmi policromi[21] ed un soffitto a lacunari, progettato da Gaetano Koch esso è chiamato "Soffitto delle Scienze" e deve il suo nome alle sculture in bronzo di Giuseppe Tonnini rappresentanti trofei d'arme e allegorie delle Scienze.

  • Trofei d'arme: si tratta di insiemi di scudi, corazze, alabarde, lance, bandiere, frecce e faretre; in un trofeo si mostrano gli emblemi della Casa Savoia, ossia la corona sabauda, l'aquila con lo scudo crociato e il collare dell'Annunziata.
  • Allegorie delle Scienze: figure femminili che rappresentano la Geometria (con compasso e squadra), la Chimica (con storta e distillatore), la Fisica (con lanterna e barometro), la Mineralogia (con cristallo di quarzo), la Meccanica (con ruota dentata e sestante), la Medicina (con coppa e serpente), l'Astronomia (con il globo dello Zodiaco), la Geografia (con goniometro e globo terrestre)[30].

La parete opposta alle colonne è decorata, nella parte più alta, da mosaici a fondo dorato, realizzati dopo il 1925[21].

Vittorie su colonne trionfali[modifica | modifica sorgente]

La Quadriga dell'Unità

Queste statue erano in origine dorate, e furono scolpite da Nicola Cantalamessa Papotti, Adolfo Apolloni, Mario Rutelli e Arnaldo Zocchi nel 1911. Ogni figura è posta su di una sfera; l'altezza, compresa la sfera, è di 3,70 metri.

Di fronte al propileo di sinistra sono situate le colonne di Cantalamessa, con palma e serpente (a sinistra), e quella di Apolloni, con spada (a destra).

Di fronte al propileo di destra sono situate le colonne di Mario Rutelli (a sinistra) e quella di Zocchi (a destra), entrambe reggenti corone d'alloro.

Il Pensiero, Giulio Monteverde

Le fontane dei due mari e le sculture dei valori degli Italiani[modifica | modifica sorgente]

Addossate al basamento si trovano le fontane dei due mari, ai lati della scalinata. La fontana di sinistra, di Emilio Quadrelli, rappresenta l'Adriatico, con un braccio rivolto a Oriente e con il Leone di San Marco. A destra il mar Tirreno, di Pietro Canonica, con la lupa di Roma e la sirena Partenope, a simboleggiare la città di Napoli. In questo modo, il monumento è affiancato, come la penisola stessa, dai due mari maggiori, in modo che esso possa rappresentare anche geograficamente, l'intero paese.

Sopra alle due fontane sono poste quattro sculture in marmo botticino, che raffigurano i valori ideali degli Italiani. I gruppi sono stati già citati nel paragrafo dedicato alla terrazza dell'Altare della Patria, essendovi collocati, ma è trovandosi di fronte alle due fontane che essi si possono osservare meglio.

Sopra alla fontana dell'Adriatico si trovano:

Sopra alla fontana del Tirreno si trovano:

A destra della fontana dell'Adriatico si osservano i resti del Sepolcro di Gaio Publicio Bibulo, monumento dell'epoca repubblicana, importante punto di riferimento per la toponomastica romana antica, dato che all'epoca le tombe dovevano trovarsi fuori dal recinto murario[21].

Spazi interni[modifica | modifica sorgente]

All'interno del monumento si trovano degli spazi espositivi dedicati alla storia del Vittoriano stesso, il Sacrario delle bandiere e la sede del Museo centrale del Risorgimento, che da alcuni anni ospita anche mostre temporanee di pittura.

Sacrario delle bandiere[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Sacrario delle bandiere.

Il Sacrario delle bandiere è il luogo in cui sono raccolte e custodite le bandiere di guerra dei reparti militari disciolti e delle unità navali radiate dal naviglio dello Stato, nonché le bandiere degli istituti militari e delle unità appartenenti ai corpi armati dello stato (Esercito Italiano, Aeronautica Militare, Marina Militare, Polizia di Stato, Polizia penitenziaria, Corpo forestale dello Stato, Guardia di finanza) disciolte.

Presso il sacrario sono custoditi anche dei cimeli, relativi alle guerre, soprattutto risorgimentali, a cui hanno preso parte le forze armate italiane. Tra i cimeli della Grande guerra si ricorda il MAS con il quale Luigi Rizzo compì la celebre impresa che gli valse la medaglia d'oro: da Ancona raggiunse Premuda e riuscì ad affondare la corazzata austriaca Santo Stefano. Nel primo salone sono conservate 228 bandiere e 469 nel secondo. Al piano inferiore trovano posto le bandiere e gli stemmi di combattimento delle unità della Marina Militare.

Museo centrale del Risorgimento[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Museo centrale del Risorgimento.

L'accesso al Museo è dal fianco sinistro del Vittoriano. Al contrario dell'esterno del Vittoriano, qui il percorso che portò all'unità italiana è narrato attraverso le testimonianze di coloro che ne furono i protagonisti e non per mezzo di immagini allegoriche; la visita del Museo del Risorgimento è dunque complementare a quella degli esterni del monumento. Una sezione è dedicata ai personaggi storici del Risorgimento italiano: Cavour, Mazzini, Garibaldi. Altre sezioni illustrano le varie fasi risorgimentali: dalla Restaurazione al 1848, alla Repubblica Romana del 1849, alla spedizione dei Mille, all'annessione di Roma all'Italia[31]. Un percorso parallelo è dedicato all'approfondimento di temi particolari, come ad esempio il Brigantaggio.

Nel museo sono esposti cimeli della Prima guerra mondiale ed anche l'affusto del cannone utilizzato nel 1921 per trasportare il feretro del Milite Ignoto.

Sulle pareti vi sono tele inerenti alle imprese che hanno meritato la medaglia d'oro, dei disegni realizzati da Anselmo Bucci, Aldo Carpi, ed Italico Brass. Il percorso termina con alcune installazioni videografiche dell'Istituto Luce[31].

Museo Nazionale dell'emigrazione italiana[modifica | modifica sorgente]

Il primo giugno 2009 si è aperto al Vittoriano il Museo Nazionale dell'emigrazione italiana, che ha lo scopo di raccontare la storia dell’emigrazione italiana attraverso un percorso cronologico, esponendo materiali di varia tipologia: letteratura, cinematografia, documentari, musica, testimonianze audio, fotografie, giornali e riviste d’epoca, oggetti[32].

La localizzazione al Vittoriano di questo museo non è certo casuale: già Giovanni Pascoli aprì le celebrazioni del Giubileo del 1911 (cinquantenario dell'Unità) cantando le storie “dell’Italia raminga”, riconoscendo fin da allora l'importante ruolo svolto nel processo di definizione dell’identità italiana dall'emigrazione di milioni di contadini, operai e piccoli imprenditori. Essi, giunti nei paesi più lontani, con i loro sacrifici e affrontando le difficoltà del processo d’integrazione, hanno diffuso nel mondo la cultura ed i valori italiani, contribuendo all'economia e alla cultura dei luoghi ove andarono a vivere[33].

Collegamenti[modifica | modifica sorgente]

È raggiungibile dalla fermata "Venezia" del tram  8 .

Metropolitana di Roma B.svg
 È raggiungibile dalla stazione Colosseo.
Metropolitana di Roma C.svg
Sarà raggiungibile dalla stazione Venezia.

Galleria[modifica | modifica sorgente]

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ a b c d Pasquale De Luca, La Primavera della Patria, edizione speciale de "La Patria degli Italiani", Buenos Aires 1911
  2. ^ Guida rossa del TCI, volume Roma, edizione del 2004 (pagina 200)
  3. ^ Romano Ugolini, Cento anni del Vittoriano 1911-2011. Atti della Giornata di studi, Gangemi Editore spa4 giugno 2011 (pag. 22) consultabile su Google libri aprendo questo collegamento
  4. ^ Sito SPQR
  5. ^ a b Maurizio Ridolfi Almanacco della Repubblica: storia d'Italia attraverso le tradizioni, le istituzioni e le simbologie repubblicane, Pearson Italia S.p.a., 2003 (pagina 169). Consultabile aprendo questo collegamento
  6. ^ Sito del Quirinale - I simboli della Repubblica
  7. ^ Sito del Quirinale, discorso del 2003
  8. ^ L'altare di Pergamo proprio in quegli anni veniva ricostruito a Berlino nel Pergamon Museum.
  9. ^ Nel sito [1] si legge: Nel febbraio del 1888 Zanardelli interviene direttamente su Cesare Correnti, membro della commissione per il monumento, affinché per il Vittoriano venga impiegata la pietra bresciana “nell’interesse dell’industria nostra”
  10. ^ MONUMENTO NAZIONALE A VITTORIO EMANUELE II, Roma"
  11. ^ Guida rossa del TCI, volume Roma, edizione del 2004 (pagina 203).
  12. ^ La foto della cerimonia è visibile al seguente indirizzo: Mediateca di Roma - Archivio dell'Istituto Luce
  13. ^ a b c Guida rossa del TCI, volume Roma (pag. 203) edizione del 2004
  14. ^ Primo Levi, La Lettura, aprile 1904, pagine 113-114
  15. ^ Matteo Troilo, I 100 anni del Vittoriano. Da luogo della memoria a luogo turistico, in «Storicamente», 7 (2011), art. 43, DOI 10.1473/stor120, Testo online
  16. ^ Paolo Peluffo, La riscoperta della Patria: Perché il 150° dell'Unità d'Italia è stato un successo, Biblioteca Universale Rizzoli (consultabile su Google Libri).
  17. ^ Sito del Quirinale, discorso del 2000; Sito del Quirinale, discorso del 2001
  18. ^ Fabio Mariano, L'età dell'Eclettismo, edizioni Nerbini 2004, pagina 115
  19. ^ Conferenza tenuta in occasione dell'Esposizione universale di Torino il 7 giugno 1884. Testo riportato in: L'età dell'Eclettismo, di Fabio Mariano, edizioni Nerbini 2004, pagina 115
  20. ^ Comprese le quadrighe di coronamento dei propilei.
  21. ^ a b c d e Guida rossa del TCi volume Italia centrale edizione del 1925, pagina 280
  22. ^ Sito del Ministero della Difesa
  23. ^ La città di Fiume divenne italiana sei anni dopo la fine della guerra, in seguito al Trattato di Roma del 1924.
  24. ^ Edgardo Bartoli, Il Milite Ignoto che riunificò l'Italia nel 1921 in Corriere della Sera, 17 novembre 2003, p. 2.
  25. ^ Aldo Alessandro Mola, Storia della monarchia in Italia, Bompiani, 2002, ISBN 9788845252945 (pagina 79)
  26. ^ Si riportano i collegamenti ad un sito che ha pubblicato le foto dello strano ricevimento:
  27. ^ Non sono rappresentate tutte le città che furono capitali di stati italiani nella storia e neanche tutte le capitali dell'Italia preunitaria, mancando Parma e Modena. Inoltre alcune di esse furono sede di governi nobiliari solo nel Medioevo e per poco tempo: è il caso di Pisa e di Bologna
  28. ^ a b c
  29. ^ I fasci non hanno alcun riferimento al fascismo, naturalmente, che non era ancora sorto all'epoca di costruzione del monumento
  30. ^ a b c d e f g Marco Pizzo, Il Vittoriano - guida storico-artistica, edizioni Comunicare Organizzando, su concessione del Ministero per i Beni e le Attività Culturali, 2002
  31. ^ a b Sito ufficiale
  32. ^ Sito del Ministero dei Beni culturali
  33. ^ Sito ufficiale del Museo Nazionale dell'emigrazione italiana: pagina "L’emigrazione parte essenziale della storia d’Italia"; pagina "Perché al Vittoriano"

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

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  • Primo Acciaresi, Giuseppe Sacconi e l'opera sua massima. Cronaca dei lavori del Monumento Nazionale a Vittorio Emanuele II illustrata da 330 incisioni, Roma, Tipografia dell'Unione Editrice, 1911.
  • Marcello Venturoli, La patria di marmo (1870-1911), Pisa, Nistri-Lischi, 1953.
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