Vittoriano

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Coordinate: 41°53′40.56″N 12°28′59.13″E / 41.894599°N 12.483092°E41.894599; 12.483092

Il Vittoriano visto dal centro di Piazza Venezia.

Il Monumento nazionale a Vittorio Emanuele II, meglio conosciuto con il nome di Vittoriano, è un monumento nazionale situato a Roma, in piazza Venezia.

Per metonimia il monumento viene spesso chiamato Altare della Patria, da quando esso accoglie il Milite Ignoto. Il suo nome deriva da Vittorio Emanuele II di Savoia, primo Re d'Italia, cui il complesso monumentale è dedicato. Ha una superficie totale di 17.000 metri quadrati.

Storia[modifica | modifica sorgente]

Il progetto[modifica | modifica sorgente]

Il Vittoriano

Alla morte di Vittorio Emanuele II, nel 1878, fu deciso di innalzare un monumento che celebrasse il Padre della Patria e con lui l'intera stagione risorgimentale. Nel 1880 fu bandito un primo concorso internazionale, vinto dal francese Nenot, al quale però non fece seguito una fase attuativa del progetto. Nel successivo concorso internazionale, bandito nel 1882, fu stilato un dettagliato elenco di indicazioni per il progetto, che prescrivevano "un complesso da erigere sull'altura settentrionale del Campidoglio, in asse con la via del Corso; una statua equestre in bronzo del Re; uno sfondo architettonico di almeno trenta metri di lunghezza e ventinove d'altezza, lasciato libero nella forma ma atto a coprire gli edifici retrostanti e la laterale Chiesa di Santa Maria in Aracoeli". I concorrenti ebbero un anno di tempo per consegnare il progetto. Le proposte presentate furono 98 e delle tre selezionate per la scelta finale la commissione reale votò all'unanimità quella di Giuseppe Sacconi, giovane architetto marchigiano.

Giuseppe Sacconi

Il progetto originario dell'opera (una delle più grandi realizzate nell'Ottocento) prevedeva l'utilizzo del travertino romano, ma il monumento venne poi realizzato in marmo botticino, famosa pietra di provenienza bresciana (da Botticino appunto, a nord-est di Brescia), più facilmente modellabile e proveniente dalla zona d'origine di Giuseppe Zanardelli (che aveva emanato il regio decreto per la costruzione del monumento). Il progetto di Sacconi si ispirava a grandi complessi classici come l'Altare di Pergamo e il tempio di Palestrina; il monumento avrebbe dovuto essere quindi un grande spazio pensato come un "foro" aperto ai cittadini, in una sorta di piazza sopraelevata nel cuore della Roma imperiale, simbolo di un'Italia unita dopo la Roma dei Cesari e dei Papi. A tutt'oggi il Vittoriano è il monumento in marmo botticino più grande mai realizzato.

La costruzione[modifica | modifica sorgente]

Koch, Manfredi, Piacentini sul cantiere del Vittoriano

Per erigerlo fu necessario, fra il 1885 e il 1888, procedere a numerosi espropri e demolizioni nella zona adiacente il Campidoglio, effettuati grazie a un preciso programma stabilito dal Primo Ministro Agostino Depretis. Si procedette così alla demolizione di un vasto quartiere medioevale e furono abbattuti la Torre di Paolo III, il cavalcavia di collegamento con Palazzo Venezia (l'Arco di S. Marco), i tre chiostri del convento dell'Ara Coeli e tutta l'edilizia minore presente sulle pendici del colle. In questo modo cambiò radicalmente l'assetto urbanistico della zona con il sacrificio di via dell'Ara Coeli, ancora esistente, non più strada principale che collegava il Campidoglio con il quartiere adiacente. I lavori di scavo portarono alla luce l'insula dell'Ara Coeli, risalente al II secolo d.C., ancora oggi visibile sul lato sinistro del monumento; un tratto delle mura dei Re e dei resti di un mastodonte. Nella politica di espropri venne deciso nel 1928 lo smantellamento della seicentesca Chiesa di Santa Rita, che sorgeva alle pendici della scalinata dell'Ara Coeli, ed il suo spostamento, dieci anni più tardi, nell'attuale posizione, nei pressi del Teatro di Marcello. Durante gli scavi, nel 1887, invece della roccia di tufo si trovarono argille fluviali, banchi di sabbia, caverne, cunicoli e cave[1]. La leggenda narra che in tre giorni Giuseppe Sacconi riuscì a redigere un progetto di rinforzamento della cava. Così rinforzata la cava fu poi utilizzata durante la seconda guerra mondiale come rifugio antiaereo. Il costo del progetto passò dai 9 milioni di lire dell'epoca preventivati inizialmente ai 27-30 milioni finali.

La statua equestre di Vittorio Emanuele II, fulcro dell'intero monumento affidata ad Enrico Chiaradia (1851-1901) già nel 1889 fu completata da Emilio Gallori ed inaugurata nel 1911.

Dopo la morte di Sacconi, avvenuta nel 1905, i lavori proseguirono sotto la direzione di Gaetano Koch, Manfredo Manfredi e Pio Piacentini. Il complesso monumentale venne inaugurato da Vittorio Emanuele III il 4 giugno 1911, in occasione dell'Esposizione Internazionale per i cinquant'anni dell'Unità d'Italia. I lavori di completamento dell'opera ebbero fine tuttavia molto più tardi (le quadrighe dell'Unità e della Libertà, rispettivamente degli scultori Carlo Fontana e Paolo Bartolini, vennero poste sui propilei fra il 1924 e il 1927, mentre gli ultimi lavori terminarono nel 1935).

Il complesso del Vittoriano, in perfetto stile neoclassico e costruito con tecniche avanzate per l'epoca, celebra la grandezza e la maestà di Roma, eletta al ruolo di legittima capitale d'Italia, rappresentando l'unità del paese (Patriae Unitati) e la libertà del suo popolo (Civium Libertati).

Descrizione strutturale esterna[modifica | modifica sorgente]

Vittoriano - Quadriga con Vittoria alata

L'edificio, per le sue notevoli dimensioni, presenta una struttura dinamica e semplice nella concezione generale, ma complicatissima nei particolari. Elemento fondamentale del monumento è il portico neoclassico caratterizzato da colonne in stile corinzio (con foglie d'acanto scolpite sul marmo) che coincidono ai lati con due rispettivi pronai a due colonne (realizzate sempre con capitelli corinzi) che ci riportano agli splendori del tempietto della Nike (la Vittoria "personificata") dell'acropoli di Atene.

Il coronamento dell'edificio, in corrispondenza di ciascun pronao, è ornato da due quadrighe bronzee sormontate da Vittorie alate, che ripropongono le sinergie architettoniche ed espressive degli archi di trionfo.

La costruzione dell'edificio ha sollevato parecchie polemiche nella critica d'arte, che vedeva nell'edificio un tentativo anacronistico e "mal riuscito" di riportare a Roma la classicità dell'età imperiale. Giornalisti e scrittori polemicamente soprannominarono il monumento "torta nuziale" o "macchina per scrivere".[2]

Le fontane dei due mari[modifica | modifica sorgente]

L'arco di San Marco, demolito con il quartiere circostante per la costruzione del monumento.

La fontana di sinistra, di Emilio Quadrelli, rappresenta l'Adriatico, rivolto a Oriente, con il Leone di San Marco. A destra il mar Tirreno, di Pietro Canonica, con la lupa di Roma e la sirena Partenope, a simboleggiare la città di Napoli.

Scalinata[modifica | modifica sorgente]

La scalinata è stata riaperta nel 2000 dopo circa quarant'anni di restauri dell'intero complesso. All'interno si trovano degli spazi espositivi dedicati alla storia del Vittoriano stesso e la sede del Museo centrale del Risorgimento, che da alcuni anni ospita anche mostre temporanee di pittura.

Diversi sono i simboli vegetali che ricorrono nel monumento, fra i quali si ricordano la palma per la vittoria, la quercia per la forza, l'alloro per la pace vittoriosa, il mirto per il sacrificio e l'ulivo per la concordia.

Dal giugno 2007 è possibile salire alla terrazza delle quadrighe usufruendo di un ascensore; la terrazza, da cui si ha una vista impareggiabile della città eterna, è anche raggiungibile tramite 196 scalini che partono dal colonnato.

L'Altare della Patria[modifica | modifica sorgente]

Cerimonia di Inaugurazione del Vittoriano

Sulla scalinata si trova l'Altare della Patria che è la parte più nota del monumento, con la quale, a volte, viene identificato. È situato poco oltre la scalinata d'ingresso e davanti ad esso si trova il picchetto d'onore e la grande statua della dea Roma con sfondo dorato. L'Altare della Patria venne disegnato dallo scultore bresciano Angelo Zanelli, che vinse il concorso nel 1906. Alla redazione del progetto partecipò anche lo scultore amastratino Noè Marullo.

Il progetto vincitore era ispirato alle Bucoliche e alle Georgiche di Virgilio. Il bassorilievo di sinistra rappresenta il Lavoro, con nell'ordine (da destra a sinistra) le allegorie dell'Agricoltura, dell'Allevamento, della Mietitura, della Vendemmia e dell'Irrigazione, poi il genio alato del Lavoro sale su un grande aratro trionfale, seguito dall'Industria. Il secondo bassorilievo simboleggia l'Amore di Patria, con una rappresentazione (da sinistra a destra) di tre donne che portano corone onorarie a Roma, seguite dai labari (le insegne legionarie), poi il carro vittorio dell'Amore di Patria e l'Eroe, a cui segue infine il fuoco sacro della Patria.

All'interno è tumulato il Milite Ignoto: si tratta di una salma di un soldato italiano sconosciuto scelta tra quelle dei caduti della Prima guerra mondiale scelta proprio in rappresentanza di tutti i soldati che non hanno potuto avere una tomba con il loro nome. Colei che scelse la salma fu Maria Bergamas, madre del volontario irredento Antonio Bergamas che aveva disertato dall'esercito austriaco per unirsi a quello italiano ed era caduto in combattimento senza che il suo corpo fosse ritrovato. La salma venne posta nel monumento il 4 novembre del 1921.[3] L'Altare viene soprannominato anche "macchina da scrivere", per via della sua forma ed è in netto contrasto con lo stile barocco del Palazzo Venezia.

Le iscrizioni[modifica | modifica sorgente]

Altare della Patria-prospettiva.jpg
Il Monumento a Vittorio Emanuele

La tematica centrale del monumento è rappresentata dalle due iscrizioni sui propilei: "PATRIAE UNITATI" "CIVIUM LIBERTATI", (in lingua latina "All'unità della Patria" e "Alla libertà dei cittadini"), ciascuna posta sotto le due quadrighe di Carlo Fontana e Paolo Bartolini.

Statue delle regioni e delle città nobili[modifica | modifica sorgente]

Le regioni e le città sono elementi centrali del complesso. Le statue delle regioni si trovano nel coronamento del sommoportico, in corrispondenza delle colonne. All'epoca di costruzione del monumento le regioni italiane erano sedici e tante sono dunque le statue; ognuna venne affidata ad uno scultore diverso, quasi sempre nativo della regione di cui avrebbe scolpito l'immagine. Da sinistra a destra le statue sono: Piemonte, Lombardia, Veneto, Liguria, Emilia-Romagna, Toscana, Marche, Umbria, Lazio, Abruzzi e Molise, Campania, Puglia, Lucania, Calabria, Sicilia e Sardegna. I nomi delle statue sono quelli usati all'epoca e non sempre coincidono con quelli delle regioni attuali[4].

  • Piemonte. La statua rappresenta le attuali regioni del Piemonte e della Valle d'Aosta. È rappresentata come guerriero, con gladio ed elmo coronato da un'aquila, a rappresentare la partecipazione alle Guerre di Indipendenza e al Risorgimento. La statua è opera dello scultore piacentino Pier Enrico Astorri.
  • Lombardia. Porta in capo la Corona Ferrea e sta per sguainare la spada, per ricordare sia Milano capitale dell'Impero Romano d'Occidente sia l'antico regno italico medievale, anticipazione del nuovo Regno d'Italia per i quale i Lombardi tanto combatterono. La statua è opera dello scultore milanese Emilio Bisi.
  • Veneto. La statua rappresenta le tre regioni attuali del Veneto, del Trentino-Alto Adige e del Friuli Venezia Giulia. All'epoca di costruzione del Monumento, infatti, il Trentino, l'Alto Adige e la Venezia Giulia facevano parte dell'Impero austro-ungarico, mentre il Friuli era diviso tra impero austro-ungarico e Veneto. La statua veste gli abiti del Doge e porta lo scudo con il Leone di S. Marco e lo scettro della Serenissima Repubblica. Ricorda la potenza marinara di Venezia e le gloriose pagine di storia risorgimentale scritte da tutti gli abitanti del Nord Est d'Italia. La statua è opera dello scultore romano Paolo Bartolini.
  • Liguria. La statua porta la corona ducale e al suo fianco è presente la prua di una nave, a simboleggiare la potenza marinara di Genova e lo spirito intraprendente ed avventuroso dei Liguri, primo tra tutti Cristoforo Colombo. La statua è opera dello scultore genovese Antonio Orazio Quinzio.
  • Emilia-Romagna. La statua porta in capo il cappello frigio, simbolo dell'amore per la libertà, ricordata anche dalla scritta “Libertas” posta sullo scudo. I libri delle leggi e i fasci littori sono simbolo invece dell'antichissima università di Bologna, da secoli faro di cultura e di Diritto (i fasci non hanno alcun riferimento al fascismo, naturalmente, che non era ancora sorto all'epoca di costruzione del Monumento). La statua è opera dello scultore cesenate Mauro Benini.
  • Toscana. La statua di questa regione è incoronata di alloro, per ricordare che il padre della lingua italiana fu il fiorentino Dante Alighieri. La fiaccola simboleggia la cultura toscana, che portò luce nell'intera Europa, specie durante il Quattrocento. Lo scudo con il leone di Firenze (detto il marzocco) ricorda il coraggio dei patrioti toscani. La statua è opera dello scultore Italo Griselli, natio delle colline pisane.
  • Marche. Con la mano sinistra regge una lira, sacra ad Apollo dio delle arti, per ricordare che le Marche sono una terra di amatissimi poeti, pittori, musicisti come Leopardi, Raffaello, Rossini, Pergolesi e il Bramante. La mano destra poggia su un timone di nave, per ricordare gli avventurosi pescatori marchigiani e l'antica potenza marinara di Ancona. La statua è opera dello scultore loretano Giuseppe Tonnini.
La Vittoria con palma e serpente, di N. Cantalamessa
  • Lazio. La statua della Vittoria in mano simboleggia la responsabilità della regione in cui si trova Roma di conservare e proteggere l'Unità d'Italia con tanti sacrifici conquistata nel Risorgimento. La statua è opera dello scultore romano Adolfo Pantaresi.
  • Abruzzi e Molise. La statua rappresenta le due regioni attuali dell'Abruzzo e del Molise[4]. È vestita con pelle di leone che le copre anche la testa. In una mano porta un ramo di quercia e nell'altra il bastone da viaggio, per rappresentare la natura aspra delle splendide montagne, il carattere forte e gentile degli abitanti e l'antica pratica della transumanza. La statua è opera dello scultore Silvio Sbricoli.
  • Campania. La statua porta una cornucopia ricolma di frutta, antico simbolo di abbondanza e di fortuna, per ricordare l'antico epiteto di Campania Felix, dovuto alla fertilità del suolo vulcanico, e legato alla celebre mitezza del clima, con cieli azzurri e sole splendente. La statua è opera dello scultore salernitano Gaetano Chiaromonte.
  • Puglia. La statua ha un abito semplice e capelli sciolti, offre grappoli d'uva e si appoggia su un aratro. Tutto ciò ricorda la fertilità del Tavoliere e di tutto il suolo pugliese, che rifornisce di uva, di grano e di tanti altri saporiti prodotti le altre regioni d'Italia. La statua è opera dello scultore Francesco Pifferetti.
  • Lucania. La statua, che rappresenta l'attuale Basilicata[4], è vestita con una toga e stringe una spada ed un bastone. Ciò serve a ricordare l'antica civiltà di questa terra, risalente alla colonizzazione greca e fiorente sotto l'Impero Romano e il carattere forte e temprato dei Lucani. La statua è opera dello scultore Luigi Casadio.
  • Calabria. Rivestita di una pelle di animale selvatico, regge una spada e lo scudo della dea Atena. Ciò ricorda la splendida civiltà greca che allignò sulle coste calabre, ma anche l'aspetto selvaggio delle foreste e delle montagne che si trovano al suo interno, in vista dello Ionio e del Tirreno. La statua è opera dello scultore palermitano Giuseppe Nicolini.
  • Sicilia. La statua porta un fascio di grano, per ricordare la fertilità e la ricchezza della terra siciliana; regge anche uno scudo con l'antico simbolo della Trinacria, espressione della forza di questa terra ed anche dell'abbondanza di fantastici miti e leggende ad essa legate fin dall'epoca più antica. La statua è opera dello scultore nisseno Michele Tripisciano.
  • Sardegna. La statua porta lo scettro ed una corona in mano, per ricordare che le battaglie che portarono all'unità e all'indipendenza d'Italia partirono proprio dal Regno di Sardegna, e che tanti Sardi, fin dall'inizio, combatterono durante il Risorgimento. La corona è generosamente tenuta in mano e non sulla testa per ricordare che dal Regno di Sardegna nacque il Regno d'Italia. La statua è opera dello scultore torinese Luigi Belli.

Le statue delle quattordici città nobili dell'Italia riunificata, al contrario di quelle rappresentanti le regioni, sono tutte dello stesso autore: Eugenio Maccagnani. Non si tratta delle città più importanti d'Italia, ma di quelle una volta sede di governi nobiliari, considerati antecedenti e convergenti nella monarchia sabauda: per questo motivo queste statue sono poste alla base del monumento equestre a Vittorio Emanuele.

Ogni città è rappresentata con una propria simbologia:

Vittorie su colonne trionfali[modifica | modifica sorgente]

La Quadriga dell'Unità

Queste statue erano in origine dorate, e furono scolpite da Nicola Cantalamessa Papotti, Adolfo Apolloni, Mario Rutelli e Arnaldo Zocchi nel 1911. Ogni figura è posta su di una sfera; l'altezza, compresa la sfera, è di 3,70 metri.

Nell'ordine, guardando il monumento da davanti, di fronte al propileo di sinistra, sono situate all'esterno quella di Cantalamessa, con palma e serpente, e all'interno quella di Apolloni, con spada.

Davanti al propileo di destra, all'interno quella di Mario Rutelli, e all'esterno quella di Zocchi, entrambe reggenti corone d'alloro.

Quadrighe dell'Unità e della Libertà[modifica | modifica sorgente]

A simbolo dell'Unità (Patriae Unitati) e della Libertà (Civium Libertati), furono previste già dal 1885 ma vennero collocate per la prima volta solamente nel 1927; furono realizzate proprio nello stesso anno da Carlo Fontana (Unità) e Paolo Bartolini (Libertà).

Il monumento è alto così ben ottantuno metri. Rosalia Bruni fu la modella scelta da Fontana per la Vittoria sulla quadriga dell'Unità, mentre tradizione vuole che il volto sulla quadriga della Libertà sia quello della nobildonna Vittoria Colonna, duchessa di Sermoneta.

I Valori degli italiani[modifica | modifica sorgente]

Il Pensiero, Giulio Monteverde

Ulteriore gruppo di sculture, 4 in marmo botticino 2 in bronzo, è quello che raffigura gli ideali valori degli italiani. I gruppi hanno un'altezza di 6,0 metri:

Descrizione strutturale interna[modifica | modifica sorgente]

Sacrario delle Bandiere[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Sacrario delle bandiere.

Il Sacrario delle Bandiere è il luogo in cui sono raccolte e custodite le bandiere di guerra dei reparti militari disciolti e delle unità navali radiate dal naviglio dello Stato, nonché le bandiere degli istituti militari e delle unità appartenenti ai corpi armati dello stato (Esercito Italiano, Aeronautica Militare, Marina Militare, Polizia di Stato, Polizia Penitenziaria, Corpo Forestale dello Stato, Guardia di Finanza) disciolte.

Presso il sacrario sono custoditi anche dei cimeli, relativi alle guerre, soprattutto risorgimentali, a cui hanno preso parte le forze armate italiane. Nel primo salone sono conservate 228 bandiere e 469 nel secondo. Al piano inferiore trovano posto le bandiere e gli stemmi di combattimento delle unità della Marina Militare.

Collegamenti[modifica | modifica sorgente]

È raggiungibile dalla fermata "Venezia" del tram  8 .

Metropolitana di Roma B.svg
 È raggiungibile dalla stazione Colosseo.
Metropolitana di Roma C.svg
Sarà raggiungibile dalla stazione Venezia.

Galleria[modifica | modifica sorgente]

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ MONUMENTO NAZIONALE A VITTORIO EMANUELE II, Roma"
  2. ^ Matteo Troilo, I 100 anni del Vittoriano. Da luogo della memoria a luogo turistico, in «Storicamente», 7 (2011), art. 43, DOI 10.1473/stor120, Testo online
  3. ^ Edgardo Bartoli, Il Milite Ignoto che riunificò l'Italia nel 1921 in Corriere della Sera, 17 novembre 2003, p. 2.
  4. ^ a b c

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

  • Carlo Dossi, I Mattoidi al primo Concorso pel Monumento in Roma a Vittorio Emanuele II. Note di Carlo Dossi, Roma, Casa Editrice A. Sommaruga e C., 1884.
  • Monumento a Vittorio Emanuele sul Colle Capitolino di Roma. Progetto dell'On. Sacconi. Ricordo dei lavori eseguiti dal 1888 al 1891 presso il Monumento a Vittorio Emanuele II, Roma, Tip. Fratelli Pallotta, 1893.
  • Luca Beltrami, Giuseppe Sacconi e il Monumento al Padre della Patria, in "Il Rinascimento. Rivista bimensile di Lettere e d'Arte", Milano, a. I, fasc. 1, 15 novembre 1905, pp. 30–38.
  • Primo Acciaresi, Giuseppe Sacconi e l'opera sua massima. Cronaca dei lavori del Monumento Nazionale a Vittorio Emanuele II illustrata da 330 incisioni, Roma, Tipografia dell'Unione Editrice, 1911.
  • Marcello Venturoli, La patria di marmo (1870-1911), Pisa, Nistri-Lischi, 1953.
  • Franco Borsi, L'architettura dell'Unità d'Italia, Firenze, Casa Editrice Felice Le Monnier, 1966, parte IV, I protagonisti, cap. I, Giuseppe Sacconi, pp. 157–165.
  • Carrol Louis Vanderslice Meeks, Italian Architecture 1750-1914, London, New Haven, 1966, pp. 337–347.
  • Paolo Portoghesi, L'eclettismo a Roma 1870-1922, Roma, De Luca Editore, s.a. [1968] ("Architettura italiana contemporanea", vol. 147), p. 75.
  • Thorsten Rodiek, Das Monumento Nazionale Vittorio Emanuele II in Rom, Frankfurt am Main, Lang, 1983 ("Europäische Hochschulschriften. Reihe 28, Kunstgeschichte").
  • Danilo Luigi Massagrande (a cura di), Progetti e proposte per il Vittoriano nelle carte correnti delle Civiche raccolte storiche milanesi, Milano, Comune, 1985.
  • Pier Luigi Porzio (a cura di), Il Vittoriano. Materiali per una storia, Roma, Fratelli Palombi Editori, vol. 1, 1986; vol. 2, 1988 (Soprintendenza per i beni ambientali e architettonici del Lazio, "Itinerari d'arte e di cultura. Luoghi").
  • Catherine Brice, Monumentalité publique et politique à Rome: le Vittoriano, Rome, École Française de Rome, 1998 ("Bibliothèque des écoles françaises d'Athénes et de Rome, École Française de Rome", n. 301); ed. ital.: Il Vittoriano. Monumentalità pubblica e politica a Roma, traduzione di Luisa Collodi, Roma, Istituto per la Storia del Risorgimento Italiano, Archivio Guido Izzi, 2005 ("Biblioteca Scientifica, Prospettive/Perspectives", 1).
  • Bruno Tobia, L'Altare della Patria, Bologna, Il Mulino, 1998.
  • Laura Caterina Cherubini, Pier Luigi Porzio, Monumento Nazionale a Vittorio Emanuele II. Il Vittoriano. Note storiche. Situazione conservativa e problemi di degrado. Interventi di restauro per la riapertura al pubblico del Monumento il 4 novembre 2000, in Camilla Capitani e Stefano Rezzi (a cura di), Architettura e Giubileo a Roma e nel Lazio. Gli interventi di restauro a Roma nel Piano per il Grande Giubileo del 2000, Napoli, Electa Napoli, 2002 (Ministero per i Beni e le Attività Culturali, Ufficio Centrale per i Beni Archeologici Architettonici Artistici e Storici), pp. 299–310.
  • Verso il Vittoriano: l'Italia unita e i concorsi di architettura. I disegni della Biblioteca Nazionale Centrale di Roma, 1881, a cura di Maria Luisa Scalvini, Fabio Mangone, Massimiliano Savorra, Electa, Napoli 2002.
  • Simona Antellini, Il Vittoriano: scultura e decorazione tra classicismo e liberty, Roma, Artemide, 2003.
  • Paolo Marconi, Il Vittoriano, un Valhalla per il Re Galantuomo. Rivalutazione di un monumento "eroico", in Ricerche di Storia dell'Arte, n. 80, Roma 2003, pp. 9–43.
  • Fabio Mariano, Lo "stile nazionale". Giuseppe Sacconi e il Vittoriano, in L'età dell'Eclettismo. Arte e architettura nelle Marche fra Ottocento e Novecento, a cura di F. Mariano, Firenze, Edizioni Nerbini, 2004, pp. 72–125.
  • Cristiano Marchegiani, Sul Vittoriano e il suo architetto. Contributo bibliografico allo studio del tardo Eclettismo, in Giuseppe Sacconi architetto marchigiano. Atti del convegno di studi di Montalto delle Marche, 23 settembre 2005 (Celebrazioni in occasione del centenario della morte dell'architetto), a cura dell'Archeoclub, sede di Montalto delle Marche, (Acquaviva Picena, Fast Edit) 2006, pp. 15–35.
  • Maria Rosaria Coppola, Il Vittoriano: Roma, Roma, Libreria dello Stato, Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato, 2008 ("Itinerari dei musei, gallerie, scavi e monumenti d'Italia", n.s., 77).
  • Fabio Mariano, Giuseppe Sacconi: il Vittoriano 1911-2011, Carifermo, Fermo, Andrea Livi editore, 2011.

Voci correlate[modifica | modifica sorgente]

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