Bucoliche

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Bucoliche
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Una pagina delle Bucoliche
Autore Publio Virgilio Marone
1ª ed. originale I secolo a.C.
Genere raccolta di egloghe
Lingua originale latino
(LA)
« Tityre, tu patulae recubans sub tegmine fagi
silvestrem tenui Musam meditaris avena;
nos patriae finis et dulcia linquimus arva,
nos patriam fugimus; … »
(IT)
« Titiro, tu riposando alla cupola vasta di un faggio,
mediti un canto silvestre sulla sampogna leggera;
noi lasciamo i confini, lasciamo le dolci campagne,
noi fuggiamo la patria; … »
(Virgilio, Bucoliche, I, 1-4.)

Le Bucoliche sono un'opera del poeta latino Virgilio, pubblicata intorno al 38 a.C. e costituita da una raccolta di dieci egloghe esametriche con trattazione e intonazione pastorali; i componimenti hanno una lunghezza che varia dai 63 ai 111 versi, per un totale di 829 esametri. Questa scelta colloca quindi l'opera nel solco neoterico-callimacheo, e precisamente nel filone teocriteo.

“Bucoliche” deriva dal greco Βουκολικά (da βουκόλος = pastore, mandriano, bovaro); sono state definite anche ἐκλογαί, egloghe, ovvero "poesie scelte". Esse furono il primo frutto della poesia di Virgilio, ma, nello stesso tempo, possono essere considerate la trasformazione in linguaggio poetico dei precetti di vita appresi dalla scuola epicurea di Napoli.

Contestualizzazione dell'opera[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Centuriazione di Mantova.

La contestualizzazione dell'opera è quella di una realtà profondamente drammatica, quella dell'Italia del I secolo a.C., scossa dalla guerra civile. Virgilio aveva assistito da piccolo alla congiura di Catilina, quindi all'ascesa di Giulio Cesare, alla guerra tra costui e Pompeo, al suo assassinio nel 44 a.C. ed infine agli scontri tra i cesariani e pompeiani. Mentre Virgilio scriveva la sua opera, Ottaviano aveva trionfato a Filippi. Tornato a Roma, Ottaviano aveva espropriato i suoi contadini delle sue terre, per ridistribuirle tra i veterani come ricompensa per i servigi da loro resi. L'esproprio delle terre fu per Virgilio un'esperienza drammatica, ed egli lo visse come un sintomo di barbarie:

(LA)
« Impius haec tam culta novalia miles habebit, / barbarus has segetes... »
(IT)
« Un empio soldato avrà queste maggesi così ben coltivate, / un barbaro queste messi... »
(Virgilio, Bucoliche, I, 70-71)

Legami con la tradizione bucolica precedente[modifica | modifica wikitesto]

La trattazione di temi pastorali non era un elemento di novità per l'ambiente culturale romano del I secolo a.C.; era innovativo invece il fatto che un poeta dedicasse a questo tema un intero libro. All'inizio della sesta Ecloga, Virgilio scrive:

(LA)
« Prima Syracosio dignata est ludere versu / nostra nec erubuit silvas habitare Thalia. »
(IT)
« La nostra Talia, per prima, si degnò di scherzare col verso siracusano / e non si vergognò di frequentare le selve. »
(Virgilio, Bucoliche, VI, 1-2)

Il verso siracusano, che qui ha il significato di “agreste”, “bucolico”, allude alla figura di Teocrito, poeta ellenistico della prima metà del III secolo a.C., nato a Siracusa, che compose gli Idilli, dei piccoli quadretti di vita campestre, da cui Virgilio ha tratto spunto nella stesura delle Bucoliche. Per Virgilio la poesia pastorale non era però semplicemente imitazione di Teocrito o mero esercizio letterario; era qualcosa di strettamente connesso con la sua indole e le sue esperienze. L'esperienza della guerra, dell'ingiustizia dell'esproprio, delle brutali vicende politiche, dalle quali il poeta fu sorpreso e coinvolto nella filosofia, proprio là dove aveva sperato di essere al riparo da ogni affanno, servì a formare in lui una certa concezione della vita come dominata dal dolore, dall'ingiustizia, che è propria delle Bucoliche. Per Virgilio la poesia è un mezzo con il quale superare le passioni attraverso l'armonia, per creare una via di fuga dalla tragica realtà di guerra e di stragi attraverso la contemplazione della natura.

Virgilio s'immedesima nei suoi pastori: in qualche modo essi rappresentano lui stesso. L'ironia di Teocrito cede dunque il passo ad un'accorata partecipazione da parte del poeta mantovano; i pastori virgiliani partecipano di più alle vicende, sono più inseriti nella realtà rispetto a quelli di Teocrito, e sono sempre caratterizzati da un'ombra di malinconia, che si rispecchia nel paesaggio: l'ambientazione delle Bucoliche è la fredda, nebbiosa pianura padana, spesso raffigurata al crepuscolo; quella degli Idilli è la Sicilia, dove la natura è rigogliosa, e c'è sempre sole e caldo. Virgilio rinuncia all'impostazione geografica teocritea perché i pastori siciliani erano ormai al servizio dei latifondisti romani, e non potevano più essere considerati come i pastori dell'amore e del canto.

La principale differenza tra Teocrito e Virgilio è però il modo singolare in cui il poeta siracusano accosta il realismo delle condizioni dei pastori a una grande raffinatezza in quanto a lessico e scelta metrica: negli Idilli, Lìcida, un capraio, viene descritto esattamente come tale - con la pelle di un irsuto caprone, odorosa di caglio, sulle spalle, e con una vecchia tunica intorno al petto – ma si esprime tuttavia nei suoi discorsi in modo elegante e ricercato; può essere definito come un “colto cittadino travestito” (B. Snell).

I pastori dell'Arcadia di Virgilio non compiono invece lavori logoranti o degradanti, ma modulano “canti silvestri sul flauto sottile”, e nel loro mondo sereno si rifugiano dalla tragica realtà; sono privi tanto della crudezza della vita di campagna quanto della eccessiva complessità di quella di città. Virgilio si distacca dunque dal realismo per trasfigurare il paesaggio agreste in un locus amoenus dove realizzare l'otium. L'Arcadia, che è il locus amoenus dei pastori virgiliani, è carico di significati metaforici: è un luogo di riparo, un luogo dove vivere e cantare l'amore, anche deluso, ed è il luogo della civiltà contrapposta alla barbarie. È un simbolo di felicità, un'immagine reale ma intatta della realtà, immobile nello spazio e nel tempo, dove nulla si trasforma.

Autobiografismo[modifica | modifica wikitesto]

La prima egloga tratta dell'incontro tra due pastori, Titiro e Melibeo, che discutono riguardo all'abbandono delle proprie terre. Secondo la critica, questa vicenda rimanda a fatti storici del tempo; in quel periodo, infatti, Augusto aveva dato inizio a un esproprio di terre avvenuto in 18 città del Lombardo Veneto, Mantova e Cremona, perché venissero distribuite tra i veterani nel 42 a.C. dopo la fine della battaglia di Filippi.

Molti studiosi tendono ad identificare il personaggio del pastore Titiro nello stesso poeta Virgilio: il pastore infatti, per intercessione di uno iuvenem, presumibilmente Augusto, riesce a salvare i suoi poderi; secondo la tradizione biografica antica, anche Virgilio ne è dapprima spossessato, ma poi riuscì a riottenerli mediante l'intervento degli amici Varo, Gallo, Pollione, vicini ad Augusto. A partire da ciò, studiosi hanno letto le Bucoliche in chiave allegorica, cogliendo in ogni personaggio e situazione un riferimento storico. Tuttavia, l'ipotesi è insoddisfacente, e non ci sono elementi certi che convalidino questa tesi. Titiro potrebbe effettivamente essere Virgilio o potrebbe non esserlo; quello che è sicuro, è che il tema dell'abbandono delle campagne e della violenza dei negotia lasciano una traccia profonda in Virgilio. Nelle Bucoliche è dunque presente un forte legame con la contemporaneità, dato della poetica dell'autore.

I temi[modifica | modifica wikitesto]

I temi principali sviluppati nelle Bucoliche possono essere suddivisi in tre categorie: il paesaggio Arcadico, il rimpianto del "mondo perduto" e il ritorno alle origini. Il paesaggio appare infatti come un luogo idillico e ideale, in apparente contrasto con la realtà, a sottolineare i valori epicurei tra cui l'atarassia, l'assenza di turbamento che viene ad identificarsi quindi con l'apollinea campagna. Emerge tuttavia un secondo tema all'interno delle dieci ecloghe, quello d'un mondo perduto e del contrasto tra la natura e la cultura e il progresso. Infine è possibile ritrovare la ricerca di un ritorno alle origini e il desiderio di una nuova venuta di un'età dell'oro attesa in ogni ceto sociale dopo il lungo secolo di guerra che precede la stesura dell'opera.

La IV Egloga[modifica | modifica wikitesto]

Durante l'ottobre del 40 a.C., mentre Virgilio scriveva l'opera, l'atmosfera nell'Urbe era molto tesa, e la guerra civile era al suo culmine: nel 40 a.C. Ottaviano e Marco Antonio si scontrarono nella cruentissima battaglia di Perugia e, dopo di essa, alcuni mediatori (Nerva, Mecenate, e lo stesso Pollione, amico di Virgilio e console in carica per quell'anno) riconciliarono i due triumviri, che stipularono quindi la pace di Brindisi; in base a questo trattato, ad Ottaviano fu assegnato l'Occidente, e ad Antonio l'Oriente; la penisola italica apparteneva ad entrambi. La tregua fu sancita con un matrimonio tra Ottavia, la sorella di Ottaviano, e Marco Antonio. Questa accordo fu salutato con grande speranza e gioia da parte dei veterani e degli abitanti di Roma, ed i due triumviri, tra il tripudio della folla, celebrarono l'ovazione.

Anche Virgilio, di solito lontano dalla vita politica, dimostra grande entusiasmo per questo accordo: nella IV Egloga, in particolare, con un registro stilistico notevolmente più alto rispetto alle altre, il poeta celebra l'imminenza del ritorno dei Saturnia Regna, in seguito alla nascita di un “bambino divino”, che avrebbe posto fine al tragico presente per inaugurare una nuova età dell'oro. Il poeta non fa il nome del puer, e il componimento assume così un tono profetico e misterioso. Secondo alcuni studiosi, questo bambino a cui, senza immaginare che sarebbe stata una femmina, Virgilio si riferisce, sarebbe il figlio derivante dall'unione tra Ottavia e Marco Antonio; secondo altre interpretazioni, potrebbe essere Asinio Pollione oppure Salonino, figli di Asinio Pollione, ipotesi questa concepita già dagli antichi commentatori, o anche il nascituro figlio di Antonio e Cleopatra; gli amanuensi cristiani videro nel puer la figura di Gesù Cristo, e nella Virgo la Madonna, e questa interpretazione fece sì che per tutto il Medioevo Virgilio venisse venerato come un saggio dotato di capacità profetiche tanto che nella Divina Commedia il poeta latino Stazio dice di essersi convertito al Cristianesimo dopo avere letto la IV Bucolica (Purgatorio, canto XXII, vv. 55-93). Potrebbe rappresentare, infine, una metafora per indicare quel sogno di pace di una generazione disperata che sembrava in procinto di concretizzarsi con la pace di Brindisi. Un'altra interessante interpretazione è quella di Norden, che considera il puer come personificazione del "Tempo" che ricomincia il suo ciclo, a partire dalla favolosa età dell'Oro. Ettore Paratore nella sua Storia della letteratura latina[1] [2] scrive che in questa bucolica "tutte le correnti mistiche che agitavano in quell'epoca la coscienza delle folle hanno lasciato traccia di sé [....]: le tradizionali correnti orfico-pitagoriche, il rinascente culto sibillino, le dottrine filosofiche sulla palingenesi dell'umanità, la tradizione romana del saeculum, culti orientali connessi con figure di monarchi ed eroi, la tendenza, già vigoreggiante nella casa Giulia, all'apoteosi delle proprie figure eminenti [...] e, non ultimo, il profetismo ebraico, l'attesa del Messia, di cui Virgilio doveva aver avuto notizia frequentando Pollione, presso il quale trovavano ospitalità i dotti ebrei di passaggio in Italia ". "Ma nell'avvento del puer rinnovatore, si avvertono anche gli echi dei miti dei Magi, riguardanti la nascita di Zarathustra, vaticinans puer rinnovatore del mondo, e l'avvento del Saoshyant, il Salvatore nato da una Vergine".[2] L'età dell'oro e della pace era stata profetizzata anche dalla Sibilla Eritrea[3] e l'avvento del sovrano inviato dal cielo a portare la pace e la giustizia nel mondo era già nella figura del rex magnus de caelo profetizzato dagli oracoli sibillini.[4] [5] Gli oracoli avevano anche previsto il ritorno all'età beata. [6]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ ed. Sansoni, Firenze, 1964, pag. 370-371
  2. ^ a b Mario Polia, Gianluca Marletta, Apocalissi, ed. Sugarco, Milano, 2008, pag. 169
  3. ^ op. cit. pag. 171
  4. ^ op. cit. pag. 172
  5. ^ Oracoli Sibillini 3, 787-791.
  6. ^ Oracoli Sibillini 3, 652-656; 3, 619-623; 5, 281-283.

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