Ascanio

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Enea presenta Amore a Didone, nelle sembianze di Ascanio, affresco di Giambattista Tiepolo, 1757, conservato a Vicenza, Villa Valmarana.
Statua di Ascanio, proveniente da Emerita Augusta, (attuale Mérida, Spagna), marmo, prima metà del I secolo d.C., Madrid, Museo Arqueológico Nacional de España.

Nella mitologia greca e romana Ascanio (in greco antico: Ασκάνιος; in latino: Ascanius), era figlio di Enea e Creusa, figlia di Priamo. Era chiamato anche Iulo dai Latini.[1]

Il mito[modifica | modifica sorgente]

La figura di Ascanio è del tutto sconosciuta all'Iliade; nel poema omerico il nome va a identificare un giovane condottiero frigio delle truppe che provengono dall'Ascania e uno dei suoi guerrieri.[2]. Ma in realtà questi due personaggi di nome Ascanio non possiedono alcun collegamento con il figlio di Enea e della troiana Creusa.

Nell'Eneide di Virgilio sono molti i versi dedicati ad Ascanio. Durante la notte della caduta di Troia viene improvvisamente avvolto da una misteriosa lingua di fuoco che lo lascia indenne: chiaro segno di una protezione da parte degli dei. [3] Enea infatti riesce a fuggire da Troia con il figlio e sbarca prima a Cartagine presso la regina Didone (che s'innamora di Enea per una freccia scoccata da Cupido che ha assunto l'aspetto di Ascanio) [4], quindi nel Lazio, dove è accolto dal Re Latino, che gli promette in sposa la figlia Lavinia. Qui però Ascanio, durante una battuta di caccia, ferisce a morte accidentalmente la cerva domestica di un giovane cortigiano del re, Almone; troiani e latini passano dalle parole alle armi; Almone viene colpito alla gola da una freccia e si accascia morto al suolo. [5] Scoppia così la guerra, nella quale Ascanio ucciderà Numano, cognato di Turno, re dei Rutuli. [6] La guerra è vinta dai troiani; dopo la morte di Enea, Ascanio (o Iulo) fonda Alba Longa.[1] Suoi discendenti saranno Romolo e Remo.

Tito Livio, nel suo Ab Urbe Condita, non chiarisce la maternità di Ascanio. Se infatti all'inizio del suo racconto, l'attribuisce a Lavinia[7], più avanti riporta che potrebbe essere figlio di Creusa[8]. Di certo, conclude Livio, Enea ne è il padre.

« Questo Ascanio, quali che fossero la madre e la patria d'origine, in ogni caso era figlio di Enea. »
(Tito Livio, Ab Urbe Condita, 1, 3.)

Morto Enea, Lavinia, incinta, si allontana dalla reggia per contrasti con Ascanio. Si rifugia in casa di Tirro, il padre dello sfortunato Almone, dove partorisce Silvio. Paventando il rischio di nuove tensioni con Tirro, che a lungo gli aveva serbato rancore per aver provocato la rissa in cui era morto il figlio, Ascanio fa richiamare Lavinia.

Tito Livio attribuisce ad Ascanio la fondazione di Alba Longa sul Monte Albano[9].

Ascanio veniva inoltre chiamato Iulo (latino: Iulus). Da Iulo secondo la propaganda augustea derivò la gens Iulia, a cui appartenne Gaio Giulio Cesare e che con Ottaviano Augusto assurse al rango di prima Dinastia Imperiale, in seguito divenuta Dinastia Giulio-Claudia. Gli successe Silvio, suo fratellastro[senza fonte], suo figlio secondo Tito Livio[10].

La figura di Ascanio nell'arte[modifica | modifica sorgente]

Nell'Incendio di Borgo, affresco di Raffaello Sanzio nelle Stanze Vaticane, all'estrema sinistra sono rappresentati Enea, Anchise e Ascanio fuggenti da Troia in fiamme: Enea porta sulle spalle il vecchio padre, affiancato dal figlio. In un altro celebre complesso di affreschi, quello di Villa Valmarana ai Nani, realizzato da Giovanbattista Tiepolo, Enea presenta Amore a Didone, nelle sembianze di Ascanio è uno degli episodi che compongono la Sala dell'Eneide. Si ricorda infine Ascanio uccide la cerva di Almone, opera pittorica di Corrado Giaquinto.

Personaggi omonimi[modifica | modifica sorgente]

L'Iliade è la sola opera letteraria che menziona i due omonimi ricordati tra gli alleati di Priamo nella guerra di Troia.[11][12] Un altro Ascanio è ricordato da Pseudo-Apollodoro e Igino come uno dei figli naturali di Priamo.[13][14]

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ a b Floro, Epitoma de Tito Livio bellorum omnium annorum DCC, I, 1.4.
  2. ^ Omero, Iliade, libro II, versi 862-863; libro XIII, 792
  3. ^ Virgilio, Eneide, II.
  4. ^ Virgilio, Eneide, I.
  5. ^ Virgilio, Eneide, VII.
  6. ^ Virgilio, Eneide, IX.
  7. ^ Tito Livio, (LA) Ab Urbe Condita, 1, 1.
  8. ^ (LA) Ab Urbe Condita, 1, 3.
  9. ^ Tito Livio, Ab Urbe Condita, Liber I, 3
  10. ^ Tito Livio, Ab Urbe Condita, Liber I, 3
  11. ^ Omero, Iliade, libro II, verso 862.
  12. ^ Omero, Iliade, libro XIII, verso 792.
  13. ^ Pseudo-Apollodoro, Biblioteca, libro III, 12, 5.
  14. ^ Igino, Fabula, 90.

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

Fonti[modifica | modifica sorgente]

Traduzione delle fonti[modifica | modifica sorgente]

  • Rosa Calzecchi Onesti, Eneide, Testo a fronte, Torino, Einaudi, 1989, ISBN 88-06-11613-4.
  • Onorato Castellino, Vincenzo Peloso, Eneide, sesta edizione, Torino, Società Editrice Internazionale, 1972., Traduzione di Annibal Caro

Moderna[modifica | modifica sorgente]

Voci correlate[modifica | modifica sorgente]

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