Alba Longa

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Alba Longa
Nome originale Albalonga
Cronologia
Fondazione XII secolo a.C.
Fine 673 a.C.[1]
Causa distruzione da parte di Tullo Ostilio
Territorio e popolazione
Lingua latina
Localizzazione
Stato attuale Italia Italia
Località Tito Livio localizza la città sul Monte Albano
Cartografia
Posizionata nel Latium vetus, l'antica città di Alba Longa è indicata in rosso
Posizionata nel Latium vetus, l'antica città di Alba Longa è indicata in rosso

Alba Longa (o Albalonga) fu una città del Latium vetus, a capo della confederazione dei popoli latini (populi albenses)[2]. Fu distrutta da Roma sotto il re Tullo Ostilio, dopo l'anno 673 a.C.[1]

Storia leggendaria[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Storia dei Castelli Romani.
Giuramento degli Orazi

La leggenda narra che la città di Alba Longa fu fondata da Ascanio,[3] o Iulo, figlio di Enea, trenta anni dopo la fondazione di Lavinio[4]. Livio racconta che trascorsero circa trent'anni dalla fondazione di Laurentum a quella di Alba Longa[5]; Cronologicamente l'avvenimento si collocherebbe intorno alla metà del XII secolo a.C., qualche tempo dopo la distruzione di Troia (avvenuta secondo gli eruditi antichi nel 1184 a.C.).

Secondo Dionigi di Alicarnasso la città di Crustumerium fu fondata da coloni albani molto tempo prima di Roma.[6]

Da Ascanio sarebbe quindi discesa una dinastia di re albani, di cui conosciamo soli i nomi, fino ad arrivare a Numitore ed Amulio, figli del re Proca.[7] A quel tempo i domini di Albalonga si estendevano fino al Tevere.[3] Il legittimo erede di Proca era Numitore, ma questi fu scacciato dal fratello Amulio che si impadronì del trono.[3] Una profezia predisse che Amulio sarebbe stato deposto da un discendente di Numitore. Per questa ragione Amulio costrinse Rea Silvia, unica figlia di Numitore, a diventare vestale, cosa che comportava automaticamente fare voto di castità: in questo modo Numitore non avrebbe più avuto successori legittimi.[3][8] Secondo la leggenda tuttavia Rea Silvia rimase incinta del dio Marte e successivamente partorì i gemelli Romolo e Remo. Amulio ordinò che i gemelli venissero uccisi[9], ma questi furono invece abbandonati nel fiume Tevere e si salvarono venendo allattati da una lupa.[3][10] Divenuti grandi e conosciuta la propria origine scacciarono Amulio dal trono[11], restituendolo al nonno Numitore e da questi ottennero poi il permesso di fondare una nuova città, Roma.[3][12]

Con il crescere della potenza di Roma, sotto il re Tullo Ostilio (intorno dunque alla metà del VII secolo a.C.), le due città vennero a contrasto[13] e la guerra fu decisa, per idea del re di Alba Longa Mezio Fufezio, da una disfida fra tre fratelli romani, gli Orazi contro tre fratelli di Alba Longa, i Curiazi[14], vinta dai campioni romani.

In seguito alla battaglia di Fidene, durante la quale Mezio Fufezio aveva tentato di tradire l'esercito romano, di cui era alleato[15], la città di Alba Longa venne distrutta dai Romani,[16][17] né fu mai più ricostruita.[18] I suoi abitanti furono trasferiti a Roma e si insediarono sul Celio, andando ad ingrandire così la stessa Roma.[1][19]

Dati archeologici e interpretazione storica[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Città scomparse del Lazio arcaico.
Alba Longa prima di Enea

La zona di Alba Longa in origine sarebbe stata abitata dai Siculi, poi scacciati da queste terre dagli Aborigeni, che vi avrebbero vissuto come tali, fino all'arrivo dei Troiani. Dall'unione dei due popoli, ne sarebbero derivati i Latini.[20]

Tito Livio localizza la città sul Monte Albano, in posizione allungata nel senso della dorsale montana, da cui il nome Alba Longa.[21]

La localizzazione dell'antica città latina è stata questione molto dibattuta già dal XVI secolo, sulla base del racconto della sua fondazione presente nello storico greco di età augustea Dionigi di Alicarnasso, che parla di una sua collocazione tra il Monte Cavo e il lago Albano[22]. Il sito era stato identificato con il convento di San Paolo nella località di Palazzolo, presso Rocca di Papa, oppure nella località di Coste Caselle, presso Marino, o infine nel luogo occupato dall'odierna Castel Gandolfo. Quest'ultima infatti occupa il sito della villa di Domiziano, che le fonti dicono aver occupato l'antica Arx della città.

I dati archeologici disponibili per l'età del ferro ci mostrano l'esistenza di una serie di villaggi, ciascuno con la propria necropoli, disposti lungo il lato sudoccidentale del lago Albano che saranno le future città albane di Tusculum, Aricia, Lanuvium, Velitrae e Labicum. Al momento della distruzione da parte di Roma i villaggi dovevano essere in una fase ancora preurbana, nella quale andavano aggregandosi intorno ad un centro maggiore che potrebbe essere nel sito dell'attuale Castel Gandolfo. Le necropoli sembrano essere qui infatti di maggiore estensione e permettono di ipotizzare la presenza di un considerevole abitato.

Solo in epoca tardo-repubblicana il territorio albano (Ager Albanus) sarà interessato dall'insediamento di numerose ville residenziali, note dalle fonti e testimoniate dai resti tuttora conservati (tra queste la villa imperiale di Domiziano nell'odierna Castel Gandolfo). In seguito Settimio Severo vi stabilì gli accampamenti della Legio II Parthica, che presero il nome di Castra Albana e dai quali prese origine la città di Albano Laziale.

Il santuario di Iuppiter Latiaris[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Giove Laziale e Monte Cavo.

Sulla cima del Mons Albanus (maggiormente conosciuto col nome attuale di Monte Cavo) esisteva il santuario dedicato a Iuppiter Latiaris, di origini antichissime.[3] L'oratore latino del II secolo d.C., Floro racconta che il luogo fosse scelto dallo stesso Ascanio, il fondatore di Alba Longa, che dopo la fondazione della città vi aveva invitato i Latini per celebrare un sacrificio a Giove.
Nel santuario si celebravano ogni anno le Feriae latinae, in cui tutte le città appartenenti alla confederazione dei popoli latini si riunivano per sacrificare al dio un toro bianco, le cui carni venivano poi distribuite tra tutti i partecipanti. Si trattava dunque di un culto federale e la sua posizione presso Alba Longa ci testimonia quindi dell'egemonia che questa doveva esercitare sugli altri centri della regione, tra cui doveva esserci anche la stessa Roma.[17]

Dopo la distruzione di Alba Longa e la sostituzione di Roma come centro egemone, la tradizione ricorda l'erezione di un vero e proprio tempio dedicato a Iuppiter Latiaris sul Mons Albanus sotto il regno di Tarquinio il Superbo e lo stesso tempio di Giove Ottimo Massimo sul Campidoglio, costruito nel 507 a.C., era destinato a rimpiazzare le funzioni del santuario federale latino, spostandone il centro religioso a Roma.

Dell'antico santuario rimangono oggi solo alcuni filari dei blocchi che ne delimitavano il perimetro, ora fuori posto, e notevoli resti della via lastricata, la via Sacra, che ne costituiva l'accesso e si staccava dalla via Appia presso l'odierna Ariccia, giungendo nel territorio dell'odierna Rocca di Papa.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ a b c Eutropio, Breviarium ab Urbe condita, I, 4.
  2. ^ Floro, Epitoma de Tito Livio bellorum omnium annorum DCC, I, 1.4.
  3. ^ a b c d e f g Strabone, Geografia, V, 3,2.
  4. ^ Tito Livio, Ab Urbe Condita, Liber I, 3
  5. ^ Tito Livio, Ab Urbe Condita, Liber I, 3
  6. ^ Dionigi di Alicarnasso, Antichità romane, II, 36
  7. ^ Tito Livio elenca 14 re di Alaba Longa, Ab Urbe Condita, Liber I, 3
  8. ^ Tito Livio, Ab Urbe Condita, Liber I, 3
  9. ^ Tito Livio, Ab Urbe Condita, Liber I, 4
  10. ^ Tito Livio, Ab Urbe Condita, Liber I, 5
  11. ^ Tito Livio, Ab Urbe Condita, Liber I, 5
  12. ^ Tito Livio, Ab Urbe Condita, Liber I, 6
  13. ^ Floro, Epitoma de Tito Livio bellorum omnium annorum DCC, I, 3.2.
  14. ^ Floro, Epitoma de Tito Livio bellorum omnium annorum DCC, I, 3.3.
  15. ^ Tito Livio, Ab Urbe Condita, I, 27
  16. ^ Tito Livio, Ab Urbe Condita, I, 29
  17. ^ a b Strabone, Geografia, V, 3,4.
  18. ^ Livio, Periochae ab Urbe condita libri, 1.14-16.
  19. ^ Floro, Epitoma de Tito Livio bellorum omnium annorum DCC, I, 3.9.
  20. ^ Dionigi di Alicarnasso, Antichità romane, I 9
  21. ^ Tito Livio, Ab Urbe Condita, I, 3.
  22. ^ Dionigi di Alicarnasso, Antichità romane, I.66.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

Fonti antiche
Fonti storiografiche moderne
  • AAVV, Alba Longa: Mito, Storia, Archeologia, Atti dell'Incontro di studio, A. Pasqualini (a cura di) Roma-Albano Laziale 27-29 gennaio 1994, in Studi pubblicati dall'Istituto Italiano per la Storia Antica, fasc. LX, Roma 1996.
  • Franco Arietti, Alba e gli albani in Luciana Drago Troccoli (a cura di), Il Lazio dai Colli Albani ai Monti Lepini tra preistoria ed età moderna, Roma, Edizioni Quasar, 2009, pp. 163-172, ISBN 978-88-7140-430-1.

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]